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Author Archives | consuelo canducci

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Due buoni motivi (e una copertina) per leggere “L’estate del coniglio nero”

21 febbraio 2017

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Non so se faccio bene a scegliere i libri dalle copertine. Il fatto è che le recensioni sono noiose, la classifiche farlocche e i gruppi lettura ti fanno sentire ignorante come una capra. Si potrebbe ricorrere al consiglio dell’amico che legge un sacco, ma si tratta pur sempre di un filtro esterno. Per assumermi appieno la responsabilità della scelta, dunque, faccio da sola. Il più delle volte, in questo modo: prima guardo i colori e l’effetto d’insieme della grafica,  poi leggo il titolo (anche se di quello non sempre mi fido), infine vado a sbirciare il retro. Una volta lì, leggo le prime due righe della sinossi e le prime due della biografia. Se qualcosa mi piglia, compro. Detta così sembra macchinosa e superficiale, ma è un’operazione che dà buoni risultati e che richiede circa otto secondi. 

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Di L’estate del coniglio nero, la cosa che mi ha convinta a spendere 10, 90 euro è stata la seguente frase nella biogafria dell’autore: “Terminata la scuola si è trasferito a Londra per cercare di diventare una rock star. Dopo aver lavorato in uno zoo, un crematorio e un ufficio postale, ha cominciato a fare quello che gli riusciva meglio: scrivere libri per adolescenti.” Questo a proposito della vita di Kevin Brooks. Chi di noi non voleva diventare una rock star? O chi di noi non ha mai pensato di lavorare in un crematorio? Ok, lasciamo stare il crematorio e teniamoci buona la rock star. Veniamo al dunque.

L’estate del coniglio nero è un noir per “giovani adulti”. Adolescenti, post adolescenti, pre adulti e curiosi, insomma. Ma questo non significa che i personaggi intercalino ogni due parole con un “cioè” o che dicano “scialla” ogni volta che devono dire “stai tranquillo”. Non è una questione di forma, ma di aderenza. I ragazzi non sono dei cretini, sanno perfettamente quando il libro pesca a piene mani nel loro mondo. 

Brevemente la trama: Pete, il protagonista, da che voleva starsene solo “disteso in camera a guardare il soffitto” riceve una telefonata di Nicole, che lo invita ad una rimpatriata tra vecchi amici prima che le loro strade si separino definitivamente. Pete è titubante perché una vocina dentro di lui gli dice che è meglio rimanere “disteso in camera a guardare il soffitto”. Alla fine accetta e decide di portarsi dietro anche Raymond, un ragazzo che pare vivere su un pianeta tutto suo e che ha un coniglio nero in giardino che gli parla.

Tipo strano Raymond, che fuso in Pete, fa saltare fuori un unico personaggio molto empatico, una sorta di anti eroe che calamita subito chi legge. Pete, Raymond, Eric, Pauly e Nicole si ritroveranno nel loro vecchio covo e ci daranno dentro con alcool e droghe leggere. La serata proseguirà al luna park e finirà con la misteriosa scomparsa di Raymond. Ma quella stessa notte si perderanno le tracce anche di Stella Ross, celebrità locale e figlia di un batterista famoso, che si è guadagnata il sopranome di “bomba quindicenne” a suon di scandali e selfie. Ovviamente tutti penseranno che le due sparizioni siano collegate. Tranne Pete, l’unico che conosce veramente Raymond e al quale è molto legato. Tra gli amici cominceranno a venire a galla rancori, segreti e gelosie mai superate. Alla fine l’enigma delle due sparizioni si risolverà (anche se solo in parte) grazie alla tenacia di Pete.

Il libro è avvincente. La tensione si mantiene sempre alta e rimbalza tra i fatti e gli stati d’animo. Ad essere sincera trovo che i romanzi young adult sortiscano l’effetto “analisi”, perché ti fanno regredire nel tempo e dialogare con ciò che si è stati.  Malinconie, paranoie, senso di inadeguatezza sono solo alcuni dei sentimenti che ci portiamo dietro e che permeano il mondo dei protagonisti. Noi lo sappiamo già, siamo grandi ormai: non ci sono soluzioni edulcorate, quest’è. Pete lo imparerà sulla propria pelle. Così come imparerà che gli amici cambiano, anche da un’estate all’altra. 

Pete è un personaggio molto azzeccato, fa presa subito. Da che fissa il soffitto e si trascina per casa nell’indolenza del fine scuola, fino alla trasformazione personale, che altro non è che il tentativo di comprendere cosa è giusto e cosa non lo è. E poi, per gli occhi più fotografici, non guasta l’atmosfera dark, a tratti cinematografica. Come quella del luna park, ad esempio. Aggiungo molto volentieri altri due buoni motivi per leggerlo: il primo è l’assenza di aggettivi di troppo e l’altro il mancato cliché, scontatissimo, che vuole per forza il conflitto generazionele tra genitori e figli. Quello non c’è. 

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Di permalosi, sciarpe-manica a altre storie

23 gennaio 2017

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Di gente che se la lega al dito ne è pieno il mondo. Io ne conosco uno così. Senza entrare troppo nei particolari, dovete sapere che questo tizio, all’epoca un esponente del partito Italia dei Valori, aveva proposto un comitato accoglienza UFO. Essì, proprio così. In parlamento. Io ne avevo scritto in maniera ironica sul mio blog e sul Linkiesta (ma non solo io eh? anche Giornalettismo e molti altri; la minaccia di querela l’avrà fatta anche a loro, o solo a me?), di lui e della sua proposta. Vabè dai, l’ho preso in giro. E lui l’ha presa malamente. E’ fatto così, dice un sacco di parolacce e offende le donne sul web. Ma io lo saluto ugualmente, perché non me le lego al dito le cose e so che è un mio accanito follower, che legge ossessivamente tutto ciò che scrivo: ciao Giuseppe!

Per farla breve, se l’è legata talmente tanto che in un suo recente post pubblicato su Affari Italiani e tutto dedicato a me (tutto tuttissismo, eh), con tanto di mio nome e cognome sul titolo, scrive: “Consuelo Canducci è una blogger brasileira che si diletta di giornalismo senza essere giornalista”. Usti. Andiamo per punti. Punto uno: “brasileira”. Grazie per averlo specificato, ma non vedo quale sia il problema. Ahhhhh ho capito, siamo alle solite. Le “brasileiras” che conosce Giuseppe forse sono di tutt’altra specie. Può darsi.  Secondo punto: “si diletta di giornalismo senza essere giornalista”. Dunque, caro Giuseppe, fammi capire. Per scrivere bisogna essere dei giornalisti? Chi mi segue e chi mi conosce lo sa che non ho velleità in questo senso. Non mi serve una tessera per dire ciò che voglio.

Insomma, secondo Giuseppe scriverei una marea di cazzate. E non ha nemmeno tutti i torti. Ma a me sto fatto del battibecco in rete mi stufa assai, e vi state stufando pure voi, lo sento. Tempo mezzo minuto e cambiate pagina. Ma i permalosi mi stanno antipatici. Allora, da degna cazzara che sarei e per non sconfessare la tesi di Giuseppe che mi vuole “blogger della Domenica”, oggi vi parlerò di moda, anche se è già lunedì. Leggete questa:

“L’invenzione per il prossimo inverno si chiama sciarpa-manica, un grande pezzo per avvolgere l’uomo e scaldarlo sulle braccia, intorno al busto e al collo da portare scanzonatamente ma anche elegantemente sopra l’abito giacca e pantaloni. Una sciarpa-manica mai vista, rivoluzionaria, adatta ai ritmi di oggi che può sostituire il caban e il parka e far muovere i maschi in modo contemporaneo e seducente.”

Dietro a questa diavoleria in maglia chi c’è secondo voi? Sparatene una a caso. Lui, unico e inimitabile, Giuseppe. No, scusate ho fatto casino. Volevo dire Giorgio, Armani Giorgio. Non vorrei sputtanarlo subito, che poi mi si accanisce pure lui con i post contro “la Canducci”, ma la sciarpa-manica non è poi questa invenzione. C’è da mo’. Almeno per le donne. Diamo a Giorgio se non altro il merito di averla propinata ai maschietti. Anche qui, i punti sono due. Il primo è che io, la sciarpa-manica, l’avevo indossata tempo fa. L’ho trovata ad un mercatino neo-hippie, fatta a maglia, dai colori melange (Giuseppe, correggimi tu se sbaglio lessico).

Lì per lì, mi sembrava anche intrigante come capo d’abbigliamento, ma poi mi sono chiesta: si userà sotto la giacca o sopra la giacca? Perché portata sotto, fa effetto T.Rex con le braccine che ti spuntano a malapena da sotto le maniche del cappotto; usata sopra, fa effetto camicia di forza. Non se ne esce in tutti sensi. In rete c’è anche un manuale d’istruzione su come va indossata:

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Ma io ho lasciato perdere, non l’ho comprata perché nella mezza stagione, poi, non serve. Fa sudare il collo e finisce che mi incricco. Ma Armani è Armani, altro che chiacchiere. Altro che me e te, caro Giuseppe. I suoi maschietti, quando indossano la sciarpa manica, sembrano tutto fuorché dei T.Rex. O dei matti da legare. Per concludere, nel comunicato stampa che accompagna la nuova linea Armani per il 2017-2018, si legge:

“Una riflessione sulla propria storia stilistica che scardina le regole sempre con molto garbo: non manca un pelliccione, non mancano una serie di curatissime doctor bag, come i completi di tessuto bellissimo a sei bottoni, illuminati da camicie bianche, oppure shearling voluttuosi sempre con un comodo e rassicurante cappuccio.”

Non so voi, ma io non ci ho capito molto. Va a finire che ha pure ragione Giuseppe. Scrivo di cose di cui non so ‘na cippa. Però io, le mie cazzate, le lascio a casa. Non le propongo in Parlamento. Facciamo così Giuseppe, se continui a seguirmi regalo una sciarpa manica pure a te. Così da sembrare un pochino più scanzonato. Ci stai?

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Se l’assistente vocale ti complica la vita

20 gennaio 2017

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Ciao e buon anno. Agli inizi di gennaio, la CNN ha riportato una notizia curiosa: una bambina di sei anni abitante a Dallas, ha ordinato tramite Amazon Echo una casa delle bambole da 170 dollari e circa due chili di biscotti assortiti. I suoi genitori avevano attivato lo speaker senza mettere le restrizioni, come i codici di conferma degli ordini. Echo è sempre connesso al Web (disponibile per ora solo negli USA) e si controlla principalmente attraverso la voce. Le sue funzionalità sono estremamente variegate, tra le quali quella di fare acquisti on line. In poche parole, la bambina ha espresso il desiderio al comando Alexa, l’assistente vocale di Amazon Echo, testualmente così: “Alexa, can you play dollhouse with me? Can you  get me a dollhouse and some cookies?”. E Alexa, ubbidiente come poche, ha ordinato ciò che le era statao richiesto.

Ma la storia non finisce qui. Quanto accaduto è stato ripreso in seguito dai telegiornali locali, i quali hanno riportato la frase della bambina durante la messa in onda. Morale: nelle case dove la tv era accesa e che avevano a loro volta Amazon Echo attivo, è partito lo stesso ordine. E così sono state consegnate svariate case delle bambole da 170 dollari e mega confezioni di biscotti assortiti in tutta la zona.

Raccontata così, la notizia può sembrare comica.  E invece deve farci riflettere. Più che una imminente rivolta delle macchine, questa storia rivela quanto noi siamo ancora impreparati a gestirle, le macchine. Amazon, attraverso questo assistente vocale intelligente, garantisce una modalità di interazione con i servizi «senza alcuna frizione». Non serve guardare uno schermo, si chiama semplicemente «Alexa» – peraltro pare non serva nemmeno urlare, basta sussurrare –  e le si chiede di ordinare una pizza, un auto di Uber o le informazioni sul traffico per andare in ufficio.

Certo è che l’intelligenza artificiale rappresenta una grande opportunità per facilitarci la vita o rimbecillirci. A voi il dilemma. Ma al tempo stesso può generare rischi difficili da prevedere e da gestire. Non a caso un cospicuo gruppo di ricercatori ed esperti di intelligenza artificiale (tra cui Elon Musk, Stephen Hawking, Steve Wozniak e Noam Chomsky) ha sottoscritto una lettera aperta presentata durante la International Joint Conference on Artificial Intelligence di Buenos Aires nel 2015, dove chiedono di bandire a livello globale per lo sviluppo degli armamenti autonomi. Perché il nodo della questione è e sarà il controllo. O la sua perdita. Come nel caso della famiglia di Dallas, che se l’è cavata con una casa delle bambole e dei biscotti assortiti. Poteva andare peggio.

 

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Chi ha incastrato Lapo Rabbit?

2 dicembre 2016

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Questa notte ho fatto un incubo. Uno di quegli incubi che solo il re dei complottisti riuscirebbe a partorire:  Lapo Elkann, Renzi (presumo), coccodrilli, lotte per il potere, intrighi, sesso, conigli e telefoni rosa. Sarà perché c’è un gran fermento con questo benedetto Referendum, sarà perché che ho letto troppe cose nei giorni scorsi sulla vicenda Lapo Elkann, o sarà perché ho visto un pezzo di “Chi ha incastrato Roger Rabbit” prima di andare a dormire. Non saprei. Fatto sta che ho messo assieme tutto quanto e ne è venuto furoi un bel delirio. E premesso che io non sono una complottista ma una che sogna molto – e i sogni come sapete non corrispondono alla realtà ma attingono da essa, ora ve lo voglio raccontare.

Sono l’unica protagonista del sogno ad avere un volto. Gli altri sono tutti animali: coccodrilli, conigli, lupi e giaguari.  Lapo Elkann, che ha le sembianze di un coniglio e si chiama Lapo Rabbit, se la spassa alla grande, come suo solito, senza nuocere a nessuno. Vive in un paese lontano, una specie di isola che non c’è. E’ un buono, seppur un tantino goffo.

Un bel giorno, un giornale autorevole chiamato l’Economist, che è anche di proprietà della famiglia di Lapo Rabbitpubblica un articolo molto pesante. L’articolo fa riferimento a un Referendum – indetto dal grande capo del mio paese – che si terrà di lì a poco e invita molto apertamente il popolo italiano a votare No. Un invito secco e chiaro come la luce del giorno. Uno smacco per il capo, insomma, che necessita di una vittoria del sì. 

Il capo, che nel sogno ha le sembianze di un coccodrillo, legge l’articolo e va su tutte le furie. Comincia a sbraitare con tutti intorno a lui. Viene fuori un macello: centinaia di telefoni rosa cominciano a squillare, partono chiamate da una stanza segreta all’altra, mentre Lapo Rabbit, indisturbato, continua a fare festa nell’isola che non c’è.

Allora il gran capo coccodrillo decide di vendicarsi di questo maledetto giornale infamante e sceglie il povero Lapo Rabbit come bersaglio: incastrare Lapo Rabitt per colpire tutta la sua famiglia. Nulla di più semplice. E infatti, dopo pochi giorni dalla pubblicazione di quell’articolo, Lapo Rabbit, che si trova ad un party sull’isola che non c’è, viene avvicinato da una coniglietta irresistibile, fascinosa e carica di carote allucinogene. E’ una spia del perfido e vendicativo gran capo coccodrillo. Lapo Rabitt, ovviamente, non resiste alla visione della coniglietta carica di cibo e si mangia una quantità enorme di carote, cadendo in uno stato di trance allucinogena. Ed è allora che la coniglietta fa entrare un coniglio misteriso nella stanza.

Un coniglio che non è un coniglio. Piuttosto si tratta del gran capo coccodrillo travestito da coniglio! Che chiama la famiglia Rabbit, fingendosi l’ingenuo Lapo Rabbit. E cosa fa? Chiede un riscatto di diecimila carote d’oro alla famiglia Rabbit. Lapo Rabbit, che non capisce un cazzo per via delle allucinazioni, non batte ciglio quando il coccodrillo avverte anche la polizia. A quel punto Lapo Rabbit è definitivamente incastrato. Tutta colpa del Referendum, insomma.

Il mio sogno finisce in un gran casino: il popolo che insorge nelle piazze, la coniglietta che scappa con il coniglio misterioso, Lapo Rabbit in manette che farfuglia e il gran capo coccodrillo che mi corre dietro perché ho sbirciato dalla serratura e ho visto e udito tutto. Tento di scappare ma lui sembra essere più veloce e mi acchiappa con una zampata. E quando penso che per me è giunta la fine, tac! Mi sveglio in preda all’ansia.

Che roba ragazzi.  Era un sogno, ovvio. Un incubo delirante. Accendo subito lo smartphone e leggo due o tre notizie. Anche lì, tutto come nel sogno: Lapo è ancora sull’isola che non c’è, la folla ignobile insorge contro di lui, spunta dal nulla un terzo uomo (ma non fanno riferimento alle sembianze da coniglio-coccodrillo), qualcuno grida al complotto e l’ansia refendaria sale facendo spalancare le fauci al nostro grande capo. Forse dovrei smettere di mangiare troppe carote.

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Lucarelli vs Hawking, ovvero, partire dal grande per dimenticare il piccolo

30 novembre 2016

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Ieri ho letto un sacco di titoli e sottotitoli sui giornali on line. Faccio così quando mi viene voglia di scrivere qualcosa: scandaglio la rete velocemente, appunto due o tre cose che mi incuriosiscono e poi le rileggo con più calma. Ieri mi ero appuntata due cose: la Lucarelli che infierisce sul povero Lapo e Stephen Hawking che ci ammonisce sulla fine fine del mondo. Ero indecisa, molto. Inveire sulla Lucarelli che schernisce Lapo mi sembrava anche divertente, pensare alla fine del mondo un pò meno.

E allora pensa che ti pensa una soluzione l’ho trovata: un po’ per uno. Anche perché è venuto da sè immaginare una correlazione tra ciò che scrive la fin troppo domata Selvaggia e quel genio indomabile di Hawking. Ma questo ve lo dico dopo.

Selvaggia, che scrive anche bene e spesso ha pure ragione, è una astuta parassita che alimenta un modo di fare e di scrivere che a me non piace tanto. Cavalca onde scontate per bacchettare gli altri e utilizza una cattiveria spicciola che è  frutto di un ego fin troppo allargato. E’ molto seguita, e questo la carica di una discreta responsabilità. Per questo, cara Selvaggia, io non ti contesto la presa in giro in sé, ma la tua incoerenza. Intervieni spesso contro i bulli della rete, contro quelle bestie che alimentano la “vergogna” fino a spingere le persone al suicidio. Grazie molte dell’aiuto, serve anche il tuo, davvero. Ma vedi, anche se a Lapo piacciono i Trans, la droga e quant’altro che siano i grandi affari suoi, non è mica tanto distante dalle donne che difendi a spada tratta dalla gogna mediatica. Non infierire così, non ci servi altrimenti.

Detto ciò, si sono spese fin troppe parole su questa vicenda. Non credo di aggiungere molto di più, se non una dichiarata voglia di discrezione.

Ne spendo qualcuna su Hawking, che povero, non se l’è filato nessuno. Ieri, durante il misero “LapoGate”, sono uscite delle note interessanti che fanno riferimento all’intervento che l’astrofisico ha tenuto lo scorso lunedì all’Università di Cambridge. Durante una lecture (o più banalmente, lezione), ha affermato che per l’umanità restano su per giù mille anni ancora da vivere sul pianeta Terra. Mille anni appena. Questo perché abbiamo reso il nostro pianeta un luogo troppo fragile e vulnerabile. Cambiamenti climatici, distruzione degli habitat naturali, sovrappopolazione, pandemie globali causate dalla resistenza agli antibiotici e l’aumento del potenziale bellico di paesi considerati pericolosi e blà blà blà. So che queste possano sembrare le solite noioserie da catastrofisti, ma purtroppo son tutte  semplici verità. E’ la solita storia, “ma sì, tanto sarò morto, ma sì, tanto troveremo un modo. Chissenefrega dei massimi sistemi”.

Allora proviamo a fare un esercizio quotidiano, bastano pochi minuti al giorno.L’esercizio consiste nel dedicare almeno 300 secondi al giorno a spostare il focus. Dal micro al macro, per sfuggire temporanemante alle cose piccole della nostra società. E per comprendere meglio il tutto basta partire dalle definizioni delle parole:

Micro: “Primo elemento di composti, particolarmente attivo nel l. scient. e tecnico, nei quali significa “piccolo, che riguarda cose piccole, di scarso sviluppo””. Un esempio: 

(…) La paghetta se l’è pippata tutta. A quel punto che fa? Si inventa un sequestro, tanto le manette erano già lì. E qui il genio.
Chiama lui la famiglia e già qui sarebbe il primo caso di sequestrato a chiedere un riscatto per il suo sequestro, ma vabbè. Dice che un tizio non lo lascia andare se non pagano 10000 euro, roba che un qualsiasi sequestratore chiederebbe di più pure per il sequestro di Adriana Volpe, capirai se uno rapisce un Agnelli per due spicci. Il fratello ovviamente mette giù il telefono, chiama Ginevra e fa: “Il cazzaro ne ha combinata un’altra”. Chiamano la polizia americana, la polizia americana va nel presunto luogo della consegna del riscatto e trova Lapo con le manette di piume rosa che fa i grattini al suo sequestratore.

Selvaggia Lucarelli.

Macro: • Primo elemento di composti, particolarmente attivo nel l. scient., in cui indica “grande”, “di notevole estensione” e spesso anche “lungo”. Un esempio:

(…) Ricordate di guardare in alto, alle stelle, e non in basso ai vostri piedi. Cercate di dare un senso a quello che vedete e domandatevi cosa permette all’Universo di esistere. Siate curiosi. Per qualunque difficoltà incontrerete nel vostro percorso ricordatevi che ci sarà sempre un modo per superarla. L’importante è non rassegnarsi mai.

Stephen Hawking.

Ed ecco che viene fuori la correlazione. Ciao.

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Generazione Psicofarmaci

18 novembre 2016

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Ieri vagavo nel Deep Web. Postaccio, lo so. Ma leggi che ti leggi, ho scoperto una cosa molto interessante. Un dato, per l’esattezza. Si sa che tra i vari articoli off limits in vendita nella Dark Net ci sono un’infinità di sostanze stupefacenti, farmaci e psicofarmaci di ogni tipo, letali e non.  Secondo una ricerca fatta da Trend Micro e chiamata “Below The Surface: Exploring The Deep Web” la merce più comprata sul Deep Web è la Cannabis (31,60), seguita da prodotti farmaceutici, seguiti a loro volta da droghe pesanti. E sapete qual’è il prodotto farmaceutico più venduto? Il Ritalin.

antidepressiviIl Ritalin è un farmaco che viene “comunemente” utilizzato per il trattamento della sindrome da deficit di attenzione e iperattività (ADHD) in bambini e adolescenti, e la molecola che lo compone è il METILFENIDATO, sostanzialmente una anfetamina. Sostanzialmente, una droga. In Italia il Ritalin è stato introdotto sul mercato nel marzo 2003 con decreto ministeriale. Prima apparteneva alla tabella I degli stupefacenti con la cocaina, eroina e le altre droghe pesanti.

Ed è per questo che nel mercato nero il metilfenidato viene usato come vera e propria droga ricreativa. Molti ragazzi lo acquistano in rete e lo consumano per aumentare le prestazioni scolastiche, altri solo per sballarsi. Tritate e ridotte in polvere le pillole di Ritalin vengono consumate al posto della cocaina. Oggi la sua somministrazione è “monitorata sul campo’’ attraverso il Registro nazionale dei trattamenti per la sindrome da deficit di attenzione e iperattività. Tuttavia, se si pensa che il numero di bambini a cui viene diagnosticata la ADHD è in crescente aumento nel mondo, così come sono in crescente aumento le false diagnosi e le diagnosi sbagliate, e sommando a queste una notevole mancanza di informazione da parte delle famiglie, si fa presto ad immaginare il grandissimo numero di prescrizioni dannose di questo genere di psicofarmaci.

Esaminando la situazione in Italia, i minori in età pediatrica (0/14 anni) sono 8.103.000, e quelli a cui potrebbe essere diagnostica l’ADHD secondo i correnti metodo di diagnosi sono almeno 162.000, mentre sarebbero 737.000 i minori in età pediatrica che soffrirebbero di disagi o turbe mentali (tutte le patologie) secondo i risultati del progetto di screening “PRISMA”. Proprio e solo grazie ai sistemi restrittivi di diagnosi e terapia propri del “modello italiano” si è riusciti a comprimere questi numeri allarmanti, con il risultato che ad oggi i bimbi ADHD in Italia sono qualche migliaio, probabilmente non più di 10.000.

Con tutti questi dati che mi giravano per la testa, ho pensato di fare due chiacchiere a propostio con Luca Poma, giornalista da sempre impegnato nel mondo delle politiche giovanili, del sociale e della difesa dei diritti delle minoranze, portavoce nazionale della campagna “GiuleManidaiBambini” e segretario generale della Federazione Volontari Ospedalieri.  E mi ha confermato che in moltissimi casi la diagnosi dell’ADHD nei bambini è fatta in modo inadeguato: il bambino/ragazzo non studia? Non sta attento in classe? Non riesce a stare fermo, disturba i compagni, insomma, sembra un caso perso “anche se sembra molto intelligente?” Allora soffre di ADHD. Un’equazione dannosa e spesso priva di fondamento.

Ma dato che un argomento tira l’altro, Luca Poma ha subito colto l’occasione per spostare il focus su un problema che secondo lui è ben più grave rispetto alla somministrazione del Ritalin nel nostro paese (per nulla paragonabile alla situazione negli USA, dove circa il 13% della popolazione scolastica ingurgita Ritalin come fossero caramelle): la depressione adolescenziale, che negli ultimi anni è aumentata esponenzialmente, afferma lui,  “ed è diventata terra di conquista da parte delle case farmaceutiche che anche in Italia tenteranno una penetrazione sempre più invasiva, con diagnosi di depressioni da curare con psicofarmaci. Perché si sa, la prescrizione di una pasticca rappresenta la risposta più rapida rispetto a costose terapie psicologiche”.

Per trattare la depressione nei bambini e ragazzi il principio attivo più somministaro è la paroxetina (Daparox, Dapagut, Dropaxin, Eutimil, Sereupin, Seroxat, Efectos-Secundarios-de-la-Paroxetina541164d7b53c2f7e930cStiliden). Ve la ricordate? Nel 2015 la rivista British Medical Journal aveva smentito lo studio risalente al 2009 della multinazionale farmaceutica  GlaxoSmithKline, che affermava l’efficacia e la non pericolosità della paroxetina.  Secondo l’autorevole rivista, la Glaxo aveva falsato i dati che giustificavano la prescrizione a bambini e adolescenti di un potente antidepressivo a base di paroxetina. E’ venuto fuori un vero scandalo quando si è scoperto, 14 anni  dopo, che la paroxetina  poteva causare danni “clinicamente significativi”. Tra i quali gravi sindromi da assuefazione e rischio di pensieri e comportamenti suicida, riscontrati soprattuto in persone che erano depresse. La paroxetina è una molecola che viene somministrata non solo in casi di depressione, ma anche a chi soffre di disordine da panico, disordine di ansia generalizzata, e disordine ossessivo – compulsivo. Spesso con modalità “fai-da-te”, come nel caso del trattamento della eiaculazione precoce, ad esempio. Molti ragazzi e adulti non hanno la minima idea degli effetti collaterali dannosi, che vanno da forti sbalzi di umore ad aggressività fuori controllo.

Il livello di allarme non può che essere altissimo. Inoltre ci troviamo di fronte a una molecola blockbuster, cioè, che vende per più di un miliardo di dollari l’anno. In poche parole, una gallina dalle uova d’oro. Ed è anche “off label”, ovvero, al di fuori delle indicazioni terapeutiche approvate dal Ministero. E dunque la più utilizzata. Una situazione paradossale. Inoltre non è nemmeno approvata per l’impiego nei pazienti con età inferiore ai 18 anni. Ci ritroviamo con numerosi psichiatri e ricercatori che hanno colluso – spesso in maniera consapevole – con questa dinamica di mercato. E l’età della somministrazione di psicofarmaci si è abbassata dai 18 agli 8 anni, e così si rischia di avere una generazione di tossicodipendenti. Il 10% dei minori in italia fa uso di farmaci senza ricetta e il mercato nero, come vi ho detto all’inizio di questo lungo post, funge da distributore automatico di antidepressivi e non solo.

Le evidenze sulla pericolosità dei psicofarmaci antidepressivi somministrati ai minori ormai sono ben documentate e in costante aumento. Peccato che il Ministro Lorenzin paia non sentirci. Nel novembre 2015 aveva annunciato l’apertura di un tavolo tecnico di consultazione per valutare l’eventuale stesura di linee guida più stringenti sulla somministrazione di queste molecole a bambini e adolescenti, ma per ora – dopo varie riunioni del tavolo – tutto ancora tace, e non sono all’orizzonte iniziative concrete.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) entro il 2030 la depressione sarà la malattia cronica più diffusa. E considerando che il 50% dei disturbi neuropsichici dell’adulto ha un esordio in età evolutiva, sarebbe il caso di muoversi. Innanzitutto combattendo la medicalizzazione dei minori, trattati sempre più come clienti delle aziende farmaceutiche e non come pazienti. E’ fondamentale ricordare che i farmaci rappresentano la soluzione in casi particolarmente
gravi di disagio psichico. Ma purtroppo, oltre che con la sudittanza a BigPharma,  dobbiamo fare i conti con i forti preconcetti che ancora esistono nei confronti della psicoterapia, con la banalizzazione da parte di molte famiglie del disagio giovanile e non ultimo, con la totale assenza di investimenti in un settore che è fondamentale per la salute della popolazione.

www.giulemanidaibambini.org

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Il cognome materno? Non è una battaglia vinta

9 novembre 2016

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La messa in discussione da parte della Corte Costituzionale della norma che prevede che a un bambino debba essere attribuito automaticamente il cognome paterno arriva fin troppo tardi. Arriva tardi per una serie di ragioni. Intanto già nel 2014, la Corte Europea ci aveva bacchettato per aver negato a una coppia di coniugi la possibilità di attribuire alla figlia il cognome della madre anziché quello del padre. Secondo Strasburgo, l’assegnazione automatica del cognome paterno è una pratica “patriarcale”. E che la sola possibilità di aggiungere il cognome materno non garantisce l’eguaglianza tra coniugi. Sì, perché da noi, l’ottenimento del doppio cognome è possibile facendo una richiesta al prefetto della propria provincia. Una decisone che però rimane a discrezione del prefetto, e non dei genitori o di chi presenta domanda.

E se è dal 1975 che si parla di responsabilità genitoriale e non più di potestà,  per la proprietà transitiva l’assegnazione esclusiva del cognome paterno non aveva più ragione di esistere da quel dì. Dare ai genitori la possibilità di scegliere liberamente se trasmettere il cognome paterno piuttosto che quello materno, o il doppio cognome è un diritto.

Dalle altre parti funziona più o meno così:

In Francia il figlio può ricevere il cognome di uno o dell’altro genitore o entrambi i cognomi.
In Germania i coniugi possono mantenere il proprio cognome o decidere quale cognome coniugale (Ehename) adottare ed assegnare alla prole. Il cognome coniugale può comunque essere preceduto o seguito dal proprio.
Nel Regno Unito al figlio può essere attribuito il cognome del padre, della madre oppure di entrambi i genitori; è altresì possibile assegnare un cognome diverso da quello dei genitori.
In Spagna vige la regola del “doppio cognome”, per cui ogni individuo porta il primo cognome di entrambi i genitori, nell’ordine deciso in accordo tra di essi.
In Islanda si usa il patronimico al posto del cognome. Ossia ogni persona assume come cognome il nome del padre seguito dal suffisso son se maschio, dottir se femmina. Pertanto, solo i fratelli maschi o le sorelle femmine avranno cognome uguale fra loro, mentre nella stessa linea di fratelli e sorelle ci saranno due cognomi.
In Russia viene utilizzato il patronimico  seguito dal cognome.
In Tibet, in Eritrea ed in Etiopia i cognomi non esistono.

Non so se esultare per questa notizia. Suona come uno schiaffo che ci ricorda quanto siamo ancora indietro. E’ illusorio credere che laddove non arrivi la cultura possa arrivare la legge. Un pò come le quote rosa. Va benissimo il cognome materno, per carità. Ma non fermiamoci qui, limitandoci a rincorrere una omologazione al maschio e dando per vinta una battaglia che non è stata nemmeno tanto combattuta. Il prospetto 2016 del Wef, l’indice di disuguaglianza globale tra uomini e donne,  confina l’Italia in 50esima posizione su 144 Paesi. Facciamo pure un passo indietro rispetto al 2015 quando eravamo 41esimi in classifica.

By the way, voglio lanciare una riflessione non meno stimolante: immaginate quante combinazioni interessanti potevamo avere nei registri di classe se solo avessimo avuto la possiblità di assegnazione del cognome materno! Partendo dal nostro caro Berlusca, per dirne una. Che se avesse mantenuto il cognome materno si sarebbe chiamato Silvio Bossi.

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Rupi Kaur, la giovane poetessa da 700 mila followers

27 ottobre 2016

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Ve la ricordate questa foto? E’ diventata virale nel 2015 dopo che Rupi Kaur, poetessa indiana, l’aveva postata su Instagram. L’immagine faceva parte di un progetto fotografico, Period (il progetto completo lo trovate qui), che affrontava il tema del tabù delle mestruazioni. Ma il contenuto era stato segnalato come “inappropriato” e subito rimosso dal social. Dopo una serie di  proteste, che chiamavano in causa l’enorme quantità di immagini molto più offensive di questa che circolano sui social, Instagram le ha chiesto ufficialmente scusa e ha ripubblicato l’immagine, sostenendo che fosse stata cancellata per sbaglio. Già, per sbaglio.

Molti, da allora, associano il nome di Rupi Kaur solo a questa foto. Ed e’ un peccato. Non le abbiamo dato nemmeno un volto, perché a rimanere impressa è stata tutt’altra parte del suo corpo. Come al solito tendiamo a fermarci sulla linea di superficie di ciò che gira in rete, abituati come siamo a ingurgitare senza masticare nè digerire i testi – spesso vomitati – le notizie o le fotografie “spettacolari”, buttate lì per raccogliere una manciata di like. Ovviamente chi si è sentito “violentato” da un’immagine così provocatoria, ha chiuso subito  la saracinesca.

23513349Nel frattempo, Rupi Kaur è diventata una poetessa da mezzo milione di copie con la sua raccolta di poesie “Milk and Honey”. E’ stata definita dall’Huffington Post “la poetessa che ogni donna dovrebbe leggere”. Io l’ho letto il suo libro e credo che dovrebbero leggerla tutti, maschi compresi.

Ma perché tanto successo? Se provate a sbirciare il suo profilo Instagram troverete testi  in grado di provocare reazioni non banali, spesso accompagnati da disegni altrettanto espressivi. E ne viene fuori un bel quadro, delicato e molto, molto incisivo. Rupi riesce a penetrare dritta nel mondo dei più giovani utilizzando gli strumenti giusti: immagini e parole messe a disposizione dei social. Non è l’unica a farlo, è vero. Ma la sua poesia, che sgomita tra tweet, notizie, post, immagini da paura, frasi celebri più o meno citate, opinioni non richieste, convinzioni senza fondamento, risulta vincente. Non è facile oggi fare o proporre poesia. I lettori sono pigri, gli editori sono disinteressati. Ma come diceva lo stesso Montale  «non c’è morte possibile per la poesia», e che «la grande lirica può morire, rinascere, rimorire, ma resterà sempre una delle vette dell’anima umana».

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Ecco, la poesia di Rupi racconta il nostro tempo e sdogana la “vecchia lirica”, trasportando nell’attualità un genere fin troppo bistrattato, senza però rincorrere il clamore, come fa il rap (definito da tanti “la nuova poesia”), ad esempio, intriso di messaggi omologati e autoreferenziali. I versi di Rupi sono perfetti perché da un lato soddisfano il bisogno di messaggi brevi – siamo tutti un pò affetti da tweet-mania – dall’altro lavorano molto più dentro, portano a galla sentimenti, angosce e paure comuni, senza mai privarci della speranza. Leggere poesie, queste poesie, ci porta a ricavare un momento di riflessione, di silenzio pieno, di ripensamento.

Ridando un ruolo e una funzione alla poesia – snobbata da tanti e ignorata dalla maggior parte dei giovani –  Rupi Kaur compie un piccolo miracolo. Che  non è solo quello dei 700 mila followers su Instagram.  Ora speriamo che la taduzione in italiano non si faccia attendere troppo, perché Milk and Honey sarebbe un bellissimo regalo da mettere sotto l’albero.

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