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Diamantificazione: trasformazione delle ceneri umane in diamanti artificiali. Perchè un diamante, si sa, è per sempre.

22 novembre 2013

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La nostra società tende, sempre più, a dissociare la vita dalla morte. La morte è tenuta lontana, confinata, ufficialmente per “questioni igieniche” in cimiteri sempre più periferici, estranei al tessuto urbano delle città. L’uscita di scena dell’uomo è furtiva. Che si tratti di vecchi negli ospizi o di malati negli ospedali.

La vita invece viene celebrata legandone in maniera sempre più ossessiva i destini a condizioni di benessere, salute e giovinezza, pure ostentata. E la morte, “oscena e imbarazzante” (Lo scambio simbolico e la morte, Baudrillard) oscura questo tipo di visione. Per questo merita solo  silenzio e pudica discrezione. Tant’è che il nero del lutto non s’indossa più, i funerali si sono trasformati in eventi freddamente burocratizzati e gli stessi cortei funebri sono spariti dalle nostre strade.

 In tutto ciò la perdita di un proprio caro deve essere vissuta con discrezione ed il relativo lutto va elaborato rapidamente per non lasciare spazio a emozioni, come un pianto che perdura, giudicate non normali e bisognose di medicalizzazione. E inoltre nelle  conversazioni, che siano dialoghi tra amici o tra famigliari seduti attorno alla tavola del pranzo domenicale, si rifugge il tema della morte. Perché parlarne porta sfiga! Oggi il vero tabù, sdoganato quello del sesso, è la morte.

Ma pensiamo per un momento di poter disporre del nostro corpo materiale. Potremmo immaginare tanti modi diversi di sepoltura. Pensate che alcuni popoli delle Filippine sono soliti vestire i morti con i loro abiti migliori, per poi metterli seduti su una sedia con una sigaretta in bocca. Altri, invece, seppelliscono i corpi all’interno di un albero parzialmente scavato. Per non parlare di tanti rituali funebri in giro per il mondo che contemplano danze, musica e profumi, come una festa celebrativa della vita stessa. Le forme di sepoltura insomma sono molteplici.

Ma ce n’è una, tanto sconosciuta quanto curiosa, che prevede la trasformazione delle ceneri ottenute attraverso la cremazione umana in diamanti artificiali. ll procedimento, che trasforma il carbonio presente nelle ceneri, fa sì che l’intero contenuto di un’urna possa essere utilizzato, in modo da far assumere al diamante un vero e proprio significato di sepoltura.

imagesC’è una società che realizza questa trasformazione. Si chiama Algordanza (che significa ricordo in romancio), ed è nata nel 2004 a Coira, in Svizzera. Ogni diamante è ottenuto attraverso uno specifico processo industriale e non vi è alcuna inclusione di additivi. Per ottenere i diamanti sintetici, le ceneri umane vengono dapprima purificate, poi riscaldate e pressate. Tutto il processo(che dura alcuni mesi), fino al taglio e la pulitura, è eseguito con rigorosi controlli di qualità. Si ottengono diamanti da 0,3 a 1, 0 carati mentre il colore assume tonalità diverse e uniche a seconda della composizione delle ceneri.

Mi sono chiesta chi potessero essere i “clienti” tipo di questa società, se in Italia una sepoltura così inusuale fosse conosciuta e praticata  e come potesse inserirsi in un contesto culturale come quello italiano che considera la morte, come detto, un vero e proprio tabù.  Ho fatto alcune domande a Christina Sponza, co-fondatrice di Algordanza Italia srl.

Chi è, se così si può definire, il vostro cliente tipo?

I nostri clienti, a differenza di come si possa immaginare, sono persone assolutamente normali, e per normali intendo che non appartengono a nessun credo specifico, non seguono tendenze new age e non ricercano a tutti i costi manifestazioni o rituali bizzarri. Non sono persone particolarmente ricche, dato che i costi sono allineati con quelli di una tumulazione. L’unico scopo, per chi utilizza il nostro servizio, è quello di mantenere il più viva possibile la vicinanza di una persona defunta.

Anche la cremazione ci offre la possibilità di tenere vicino a sé un proprio caro. Perché scegliere la “diamantificazione”, allora?

Credo che il motivo principale sia il fatto che il diamante rappresenta una sorta di riscatto della morte, nel senso che ridà dignità a un corpo che altrimenti sarebbe dimenticato o relegato in cimiteri lontani. Il diamante lo puoi mostrare e condividere, non per ostentazione, ma come una vera celebrazione della trasformazione della vita. Pensaimo alle urne cinerarie: sono sigillate e anche se si potessero aprire, non sarebbe piacevole toccare le ceneri. Una pietra può soddisfare questo bisogno tattile, perché no?

La Chiesa si è mai espressa o ha preso posizione in merito a questa forma di sepoltura?

La Chiesa non ha mai preso una posizione ufficiale. Noi abbiamo inviato tempo fa una lettera a un vescovo per cercare di aprire un dibattito, senza ricevere però alcuna risposta. La chiesa, da sempre, ha dimostrato forte chiusura nei confronti delle sepolture “alternative”. Nel tempo, però, ha mutato il proprio orientamento, al punto che oggi, a parte qualche caso confinato a preti particolarmente rigidi, la cremazione è una forma di sepoltura comunemente accettata e dunque molto utilizzata

Non sarà che la Chiesa ha paura di perdere terreno? Accettare forme di sepoltura come quella che proponete voi apre ad interrogativi molto più ampi, che non riguardano solo tematiche  normative o legate al sovraffollamento dei cimiteri.

La chiesa ha paura, infondata, che le sepolture alternative diventino un modo per dimenticarsi della morte, o per accantonarla. Inizialmente, si voleva far credere che la cremazione, o altre forme di sepoltura che non fossero l’inumazione, negassero la promessa del ricongiungimento del corpo all’anima dopo il Giudizio Universale, cioè, la Ressurezione. Prima della fondazione di Algordanza, nel 2004, i soci si erano posti il problema della reazione della Chiesa.

E come vi siete mossi?

Ci siamo confrontati con un alto prelato tedesco, in maniera del tutto informale, per capire quali avrebbero potuto essere le reazioni  da parte della Chiesa. Ci ha detto che la cosa fondamentale ed imprescindibile è la presenza di un sentimento di pietà nei confronti della sepoltura.

C’è chi crede che tutte queste forme alternative di sepoltura siano illegali. Questo forse è un ulteriore freno ad abbracciare questa pratica?

Può darsi. Nel nostro paese ognuno è libero di esprimere la propria volontà, che al massimo sarà difficile da attuare. Ad oggi, infatti, l’alternativa alla sepoltura è possibile solo laddove sia disciplinata dalla legge, come nel caso della cremazione. E la diamantificazione non è normata. Il problema della legittimità in ogni caso non si pone, dato che la “trasformazione” avviene in Svizzera. E’ sufficiente che l’urna sia trasferita ai nostri laboratori. In Svizzera infatti il Diamante della Memoria è considerato una forma di sepoltura. Quindi l’unico atto burocratico richiesto ai cittadini italiani è il rilascio, da parte del comune di residenza, del passaporto mortuario, che consente appunto di trasferire l’urna all’estero ai fini della sepoltura.

Lei ritiene che la società italiana sia pronta per forme di sepoltura come la diamantificazione?

La popolazione è pronta, come è lo è per temi decisamente più hard come l’eutanasia, i matrimoni gay e le donne prelati . Le resistenze provengono da chi vuole strumentalizzare il tema a fini ideologici e politici.

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E’ proprio vero che abbiamo perso il culto della morte.Il grande paradosso è che oggi, come non mai, la morte è rappresentata ovunque: sui giornali, in televisione, nelle conte a seguito di sciagure naturali e  non solo. Ma questa visione, creata dalla subcultura dei media, non ci aiuta nè a esorcizzare le paure, nè tantomeno a ritrovare quella “corrispondenza d’amorosi sensi” fra i morti e i vivi.

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Gli UFO esistono. Perché non ce lo hanno detto prima?

28 settembre 2013

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Parlare di UFO non è semplice. Ho deciso di prendere in mano la materia, andandomi a spulciare per settimane documenti di ogni tipo.  L’obiettivo non è quello di fornire una mia chiave di volta che confermi l’esistenza di forme di vita al di fuori della nostra. Per questo la rete ci fornisce già una serie di prove, che vale la pena di consultare.  Certo bisogna scremare fotografie e filmati falsi, evitare testimonianze di piloti in cerca di notorietà e articoli di invasati cresciuti a pane e Star Trek.  Al di là di ciò, sono davvero numerosi gli avvistamenti accertati e le investigazioni fatte. Quella che potrebbe essere la prima investigazione sul fenomeno UFO risale addirittura al 1235. Durante la notte del 24 Settembre, in Giappone, mentre il generale Yoritsume era accampato col suo esercito, vennero osservate strane luci nel cielo. Luci che furono osservate a Sudovest per molte ore girare in circolo, ondeggiare e fare disegni a cappio in cielo.

L’argomento UFO è stato affrontato nel corso della storia da personaggi autorevoli. Come ad esempio Edgar Mitchell, ex astronauta dell’Apollo 14, che non solo sconfessò la versione ufficiale del famoso crash di Roswell, avvenuto nel 1947 e accreditato dal governo statunitense come lo schianto di un banale pallone meteorologico. Mitchell infatti dichiarò in un’intervista radiofonica del 2008 pure di essere venuto a conoscenza, da ambienti militari e governativi, del fatto che il fenomeno UFO è reale. “E’ ora di dire la verità sulla presenza in mezzo a noi degli Alieni” tuonò l’ex astronauta.

Sulla stessa lunghezza d’onda Nick Pope, ex direttore della sezione A2 del dipartimento della sicurezza aerea del ministero della Difesa britannica, che nel 1995 affermò: “esiste una moltitudine di evidenti testimonianze a proposito dell’imminente invasione del nostro pianeta da parte degli extraterrestri che però vengono appositamente ignorate”.

E persino uomini di Chiesa si sono imbattuti nel tema. Come  Padre Balducci, della Congregazione per l’evangelizzazione dei Popoli e amico personale del Pontefice, che nel  1998 affermò al Times: “ci sono troppe evidenze dell’esistenza degli extra terrestri e dei dischi volanti per negarne l’esistenza”.

In effetti le segnalazioni Ufo in tutto il mondo sono aumentate. Il che dimostra pure come i testimoni abbiano meno timore a raccontare le proprie esperienze anche di fronte ai mezzi di informazione.

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IL CLAMOROSO AVVISTAMENTO UFO SOPRA IL CAMPIDOGLIO, NEL 1952

Come L., da 7 anni pilota civile di una compagnia europea, con al proprio attivo circa 4000 ore di volo, che mi ha concesso, in forma anonima, un’intervista. E ciò che segue ne rappresenta una sintesi.

E’ la prima volta che ha un avvistamento?

Sì, anche se mi è capitato di sentire tanti racconti di avvistamenti, come quello di mio padre, ad esempio, comandante pilota. Nel caso specifico l’avvistamento è avvenuto durante un volo diurno. Mio padre era nella cabina di comando e ha visto davanti a lui un oggetto, a distanza molto ravvicinata, che sembrava una sfera metallica di circa 6 metri di diametro, perfettamente sferico. Si muoveva molto velocemente. E’ rimasto di fronte a lui per circa 30 secondi e poi è sparito nel nulla.

Nel suo caso invece cosa è avvenuto?

E’ successo circa un anno fa.  Eravamo decollati da Bergamo con destinazione Cagliari. Essendo un volo postale, a bordo eravamo presenti solo io e il comandante. Erano le 12:45 di notte e ci trovavamo ad una altitudine di 33 mila piedi circa. Le condizioni climatiche erano ottimali, non c’erano nuvole e il cielo era molto terso.  E’ stato il comandante a farmi notare una luce proprio di fronte al nostro velivolo.

Cosa ha pensato a quel punto?

Ho pensato fosse un aereo con le landing lights accese, anche se, a quella altitudine – la luce si trovava alla nostra stessa quota – le luci di atterraggio non si accendono. Il velivolo non si spostava, era davanti a noi. Emanava una luce forte e si muoveva orizzontalmente da una parte all’altra. Un movimento che già di per sé è insolito per un velivolo, militare o civile che sia. Questo oggetto non identificato ha continuato a muoversi per due o tre minuti, finché ci siamo accorti che veniva verso di noi. Pensando fosse un velivolo militare, ho controllato subito il TCAS (un sistema di allerta del traffico ed elusione di collisione), ma non c’era segnalato nulla.

Ha contattato anche la torre di controllo?

Sì, l’ho contattata per capire se vedessero del traffico aereo sulla nostra rotta, ma la risposta da terra, sorprendente, è stata negativa. Nessun traffico aereo, a parte noi, era segnalato in quella zona. A quel punto sono stati loro a chiederci se vedevamo qualcosa, ma, sotto consiglio del comandante, non ho riferito nulla. La luce tuttavia continuava a compiere parabole sopra di noi, prima a forma di zeta, dopodiché ci è passata molto vicina, a circa 300 metri per poi sparire nel nulla.

I Droni come ad esempio il Neuron (un prototipo di robot-killer volante) sono invisibili ai radar. Cosa le fa credere che non sia stato un velivolo sperimentale?

Semplicemente per le manovre che ho visto compiere. Noi eravamo a una velocità di 700 km orari circa e il velivolo non identificato faceva parabole e poi si fermava all’improvviso. Non mi sembrava tanto possibile, neppure per i droni che conosco. Un Drone peraltro non sparisce nel nulla. Magari esiste anche un velivolo sperimentale o Drone capace di andare contro le leggi della fisica, ma già questo per noi piloti è alquanto inusuale.  Velivoli che spariscono nel nulla mi sembrano poco “terrestri”.

Tra voi piloti come si affronta l’argomento?

Con i colleghi mi sono confrontato qualche volta. Ma si tende a parlare solo con chi condividi un rapporto molto confidenziale. Parlarne può essere fonte di problemi, perché ancora si tende a “patologizzare” gli avvistamenti: abbiamo una visita medica da fare annualmente, e un avvistamento potrebbe avere conseguenze negative. Ancora oggi la testimonianza di un avvistamento può condizionare la carriera di un pilota. Perché automaticamente partono una serie di test psicologici, psichiatrici, tossicologici con la conseguente possibile sospensione dei permessi di lavoro. Il problema poi sta anche nel protocollo durante il volo. Se io dovessi segnalare la presenza di un oggetto non identificato a quel punto dovrebbe intervenire la difesa aerea che comporta il dispiegamento di aerei militari.

Si è chiesto perché i governi non ammettono esplicitamente l’esistenza di altre forme di vita?

Personalmente credo che le ragioni siano collegate alla quiete pubblica. Ammettere l’esistenza di altre forme di vita potrebbe far vacillare religioni, fedi, e rompere un equilibrio fin troppo precario.

3Pare evidente ormai che i governi di tutto il mondo sappiano perfettamente che esiste una attività aliena sulla Terra. Basta pensare al contributo del Disclosure Project, con la declassificazione degli archivi segreti su UFO e alieni da parte di numerosi governi. Oppure del Citizen Hearing on Disclosure, evento storico tenutosi quest’anno e che ha ospitato ricercatori, attivisti, leader politici ed ex membri dei servizi militari e di agenzie governative in rappresentanza di dieci paesi. I quali, davanti a sei ex membri del Congresso degli Stati Uniti, hanno testimoniato quanto segue: “dato il dispiegarsi della comprensione scientifica del numero di pianeti potenzialmente in grado di sostenere la vita all’interno della galassia che ospita la Terra, sarebbe l’apice dell’arroganza affermare che gli esseri umani siano gli unici esseri senzienti all’interno di questa stessa galassia; testimoni credibili hanno portato avanti schiaccianti prove scientifiche che documentano la presenza attuale di mezzi aerei non identificati e inspiegabili, che molti credono riflettere una intelligenza extraterrestre”.

Ma allora quale è il senso di tutto il silenzio e il voluto black out ufficiale in materia di UFO? Forse la risposta si trova nelle parole pronunciate nel lontano 1917 da John Dewey, professore di filosofia alla Columbia University: “qualcuno ha fatto notare che il miglior modo per unire tutte le nazioni su questo globo sarebbe un attacco da qualche altro pianeta. Nell’affrontare tale nemico alieno, i popoli reagirebbero con un senso di unità per il loro interesse e scopo“.

In qualunque modo si giudichi l’atteggiamento dei governi, è comunque evidente che la conferma “ufficiale” dell’esistenza di Alieni provocherebbe caos sociale, panico, nonché la perdita di credibilità delle istituzioni e delle fedi religiose. Ma imporrebbe soprattutto una profonda ricerca umanistica sul senso della nostra esistenza. E forse questo fa più paura di ogni altra cosa.

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Ogm e ibridi, tra falsi miti e problemi reali

10 giugno 2013

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Attorno al mondo degli Ogm c’è molta confusione e disinformazione. Il rischio che si corre  è quello di riportare le notizie. Spesso false, peraltro. Dichiarazioni, dati, statistiche e accuse rimbalzano in poco tempo tra siti web, blog e giornali on line.

La maggior parte di quelli che scrivono di Ogm non si occupa di scienza. Spesso usa gli argomenti come slogan politici. Non ha nulla a che fare con il mondo della ricerca e non ne capisce un tubo. Come me, del resto. Uno dei falsi miti nei quali mi sono imbattuta è quello della sterilità dei semi Ogm, ossia la loro presunta incapacità di riprodursi. Essi in verità non sono sterili. A conferma di ciò basta pensare al forte sviluppo della soia RR in Argentina, in Brasile, ed in altri paesi americani. Questi paesi non riconoscono il brevetto sulle sementi. Pertanto, tutti gli anni, gli agricoltori trattengono una parte del raccolto dell’annata di soia RR per riseminarlo nell’annata successiva. E la soia, pur essendo OGM, germina di nuovo regolarmente (vedi recente sentenza USA, MONSANTO contro l’agricoltore Vernon Bowman)

Zonkey -incrocio tra una zebra ed un mulo

Raggiungo al telefono Marco Nardi, direttore di Assosementi, che mi aiuta a fare un pò di chiarezza:

Distinguiamo innanzittutto tra Ogm e IbridiIn termini molto semplicistici, le piante ibride derivano dalla fecondazione incrociata all’interno di una stessa specie di una varietà maschile e di una varietà femminile. Gli ibridi hanno un grande vantaggio. Producono molto di più dei due genitori che li hanno generati ma perdono tale caratteristica nella seconda generazione .L’agricoltore è costretto ad acquistare tutti gli anni la semente ibrida per mantenere la produttività. Gli OGM sono piante il cui corredo genomico è stato modificato in laboratorio usando tecniche di ingegneria genetica molto sofisticate. Con queste tecniche si possono introdurre in una specie geni estranei, provenienti ad esempio da una specie non compatibile .  Le piante prodotte con queste tecniche vengono di norma brevettate, cioè possono essere prodotte e commercializzate solo da chi ne detiene il brevetto. In pratica è vietato riutilizzare i semi, se non autorizzato, devo comprarli sempre dal produttore originario”. 

Gli ibridi dunque si ottengono incrociando in modo naturale due specie affini (un po’ come accoppiare un pastore tedesco e un bassotto). L’Ogm si ottiene andando invece a manipolare direttamente il DNA delle cellule, cioè un carattere.

In rete gira però una notizia che, è proprio il caso di dirlo, semina terrore. Esistono infatti alcuni brevetti non ancora in commercio per il cosiddetto gene Terminator. Quest’ultimo è stato sviluppato negli Stati Uniti negli anni Novanta dalla Delta and Pine Land Co. –  una azienda specializzata nella produzione di semi di cotone – in collaborazione con il Department of Agriculture statunitense. La tecnologia del Terminator prevede l’uso di alcuni geni che attivano un meccanismo di funzionamento piuttosto complesso per far sì  che i semi prodotti dalla nuova pianta non siano fertili.

La prospettiva che le sementi diventino sterili, incapaci di riprodursi, mutilati della loro funzione primaria, quella di generarela vita, ha provocato una fortissima indignazione da parte della società civile, con relativa eco in particolare in rete.
Va però detto che la tecnologia Terminator non è ancora stata posta sul mercato. E dunque non contribuirà, almeno per il momento, ad incrementare la penetrazione commerciale dellaMonsanto, il principale produttore mondiale di Organismi Geneticamente Modificati e una delle aziende più controverse della storia industriale. Che peraltro ha congegnato tipologie contrattuali tali da assicurare una forte “fidelizzazione” dell’agricoltore. Basti pensare ad una clausola che impone a coloro i quali acquistano semi geneticamente
modificati a non salvare una parte dei semi da piantare l’anno successivo ed a riacquistarli ogni anno.

Nello specifico, all’articolo 4, si dice che il “grower“ accetta di:

· non piantare i semi Roundup Ready (semi di soia) per la produzione di germogli o semi;

· usare i semi per un singolo raccolto commerciale;

· non conservare semi del raccolto per la risemina o per rifornire altri;

· usare pesticidi Monsanto (se se ne usano altri, la multinazionale non si assume nessuna responsabilità);

L’art. 8 stabilisce poi che, in caso di mancato rispetto dell’art. 4, il contratto verrà rescisso e certamente si apriranno le porte del tribunale. Lo scorso 13 maggio, infatti,la Corte Suprema degli Stati Uniti ha condannato un agricoltore dell’Indiana al pagamento di una multa, per aver utilizzato come semente parte del raccolto ottenuto seminando una varietà di soia Roundup-ready, regolarmente acquistata da un distributore Monsanto della sua zona. L’agricoltore aveva invano invocato la dottrina del “patent exhaustion” (l’esaurimento dei diritti del titolare di un brevetto di una particolare merce cessano quando essa viene venduta all’utilizzatore, che può appunto utilizzarla come meglio crede) che non si applicherebbe ai casi in cui il prodotto è in grado – come la semente – di autoreplicarsi.

Va detto che le sementi che escono da un processo industriale biotecnologico sono prodotti brevettati, che vengono geneticamente modificati con lo scopo di incrementare la resa della raccolta o contenere i costi di produzione. Questo è uno dei nobili obiettivi usato come slogan nel sito della Monsanto. Peccato che le biotecnologie stesse vengano usate anche per tentare di rimediare ai problemi causati dalle pre-esistenti tecnologie agrochimiche, come la resistenza ai pesticidi, l’inquinamento, la degradazione del suolo. E che tali tentativi siano promossi dalle stesse compagnie che ora sono a capo della bio-rivoluzione.

Allo stato attuale nessuno è in grado di dire con ragionevole certezza se gli Ogm facciano male. In tal senso dovrebbe essere responsabilità di chi governa fornire adeguate garanzie, fondate su analisi serie e non campate in aria. Per creare quella consapevolezza che eviti di essere in balia di chi utilizza il tema del timore come strumento di propaganda politica, come nel caso del fantascientifico pomodoro antigelo di Grillo.

Il paradosso è che la produzione di cibo aumenta anche grazie all’intervento tecnologico sulle sementi. Come aumenta il numero di obesi nel mondo, peraltro. Intanto la gente continua a morire di fame. E forse  il modo migliore per alleviare la fame nel mondo non sono gli Ogm, come ci è stato raccontato, bensì perseguire l’obiettivo di garantire acqua e un grado di istruzione adeguato alle popolazioni povere. Per metterle in condizione di coltivare la propria terra e preservare la biodiversità.

 

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KEN gira il mondo sulle tracce di un supereroe

4 maggio 2013

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Sono stata a Napoli per il ponte del 25 aprile. Durante la mia permanenza là, ho cercato alcuni spunti per un articolo o un’intervista. Qualcosa che non facesse troppa notizia ma che fosse un argomento denso di napoletanità. Di argomenti ce ne sarebbero stati da approfondire. Dalla Coppa America o dai i problemi legati al traffico. Passando per la Città della Scienza, le cui cenerei erano ancora fumanti, o per il palazzo crollato in pieno centro e le 400 famiglie che aspettano di poter tornare nelle loro case. Per non parlare della criminalità.Avrei potuto prendere le mosse dai preparativi per la Grande Partenza della 96° edizione del Giro d’Italia. E poi a Napoli c’è tanto, sempre, a prescindere dagli eventi.

La mia attenzione, invece, è stata catturata da una storia. Quella di Ken. Sentita raccontare all’ennesimo bicchiere durante una festa di matrimonio. A rendere affascinante l’argomento non era stato l’alcool che mi ero  ingurgitata in discrete dosi. E neppure il fatto che le descrizioni di Ken andassero da  “fuori di testa” a “drogato di coca cola”.

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Ken

 

Ken è ospite da un ragazzo napoletano in un appartamento a Mergellina. La veduta è su una baia creata “con la mano di Dio” come dice il tassista che mi ha accompagnata fino lì (facendosi “offrire” anche un caffè con il resto. Anzi, in verità i caffè erano tre).

Ken ha sempre con sè la Coca Cola. Ne beve tanta, circa dodici lattine al giorno. E’ un ingegnere elettronico e fa il programmatore a Tokyo. Anzi, faceva. Perché qualche mese fa ha deciso di lasciare il lavoro. Gli chiedo il perché di questa scelta. Non è tipico della sua cultura un atto di “ribellione” simile. Lui annuisce con un hai! e mi dice che il suo gesto costituiva l’unico modo per vedere il mondo. Prima o poi si sposerà, racconta, dopodichè  dovrà mantenere sua moglie. Non potrà permettersi di non lavorare. Questo era il momento giusto per farlo. E poi il suo lavoro non gli piaceva, poiché era noioso. Girare il mondo può dargli la possibilità di pensare a ciò che gli piace davvero fare.

E se scopri che non ti piace lavorare? Come farai quando rientrerai a Tokyo e magari conoscerai una tizia di cui ti innamorerai e che vorrai sposare?” chiedo io in modo provocatorio. Ken mi guarda stranito, come se fossi una mezza matta. “Nevermind Ken”, glisso io.

E così vengo al dunque. Da buon giapponese, Ken legge i fumetti Manga. Di cui non sto a farvi un trattato. In particolare, Ken legge  Le bizzarre avventure di JoJo del mitico Hirohiko Araki. La storia è articolata intorno alle peripezie della famiglia Joestar e ciascuna delle otto serie si sofferma sulle avventure dei suoi componenti. Ognuna si svolge in un preciso momento storico. La quinta serie, nello specifico, è completamente ambientata in Italia. Guarda caso.

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Ken è qui per ripercorrere la trama di “Le bizzarre avventure di JoJo”, ambientato, per l’appunto, in Italia. Figlio di Dio Brando e di una donna giapponese, il vero nome di JoJo è Haruno Shiobana. Sua madre, però, lascerà Dio per mettersi con un uomo italiano e si stabilirà con lui in Italia. Ovviamente il nome di JoJo nel bel paese viene modificato dai suoi coetanei in “Giorno Giovanna”. Potete comprendere l’infanzia difficile di questo ragazzo. Ma, come da giustizia divina,  dopo che egli aiuta un gangster ferito, la gente inizia a trattarlo bene, e da allora Giorno decide che sarebbe diventato una gangStar (mix tra gangster e star) in modo da ottenere rispetto e punire le ingiustizie alla fonte.

Ma Ken cosa ci fa a Napoli? Nella serie italiana, teatri delle vicende di JoJo sono Venezia, Roma, e pure Napoli. Dove il protagonista va a cercare il boss dei boss. Per ucciderlo, diventare il capoclan e sconfiggere la mafia dal suo interno.

Ken ripercorre le gesta di JoJo e si fa fotografare nei luoghi esatti che questo tocca nel corso delle sue avventure. A volte, in assenza di anima viva, Ken fa degli autoscatti. Cerca di assumere la posa esatta di JoJo in determinate scene. Tipo questa a Venezia:

 

 

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Ma voi ve lo immaginate Ken? A piazza San Marco, che poggia la sua Nikon sul muretto e corre a mettersi nella posizione esatta del suo supereroe? Oppure, ancora meglio, che chiede al passante di turno in un inglese nipponico se “please take a picture?” E fin qui tutto bene. Ma il bello viene quando Ken assume una amletica posizione, tipo questa:

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Tornata a Milano, ricevo una sua mail di saluti. Con foto, immagini, il link alla sua pagina facebook e la mappa relativa all’itinerario che lui deve compiere prima di tornare al Sol Levante.Ora Ken si trova in Croazia. Mi chiedo cosa stia facendo.

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Spinta dalla curiosità e per sintonizzarmi meglio con il mondo dei fumetti giapponesi, sono andata a visitare il Milano Manga Festival. Ero sicura di trovare i disegni di JoJo. Ho cercato ovunque, tra tutte le tavole meravigliose del mondo manga. Alcune risalenti ai primi dell’Ottocento.Ma nulla. Niente JoJo. Ho trovato, però, una vera chicca per gli amanti del genere:

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MAZINGER Z – 1972

Torno a casa un pò delusa, senza la foto di JoJo. Non per altro. Mi sarebbe piaciuto mandarla a Ken. So che lui avrebbe gradito molto. Il suo eroe, famoso in tutto il mondo. Un eroe che lui porta nel cuore e che lo aiuterà, forse, a trovare la sua strada.

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Duilio Forte – salone del mobile 2013

7 aprile 2013

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Duilio Forte vive dentro un cavallo di legno e veste come il Piccolo Principe. Lo puoi anche trovare sul tetto di casa sua, fucina creativa in perenne trasformazione. Con una scultura di ferro in mano, a fissare all’orizzonte qualcosa che forse c’è. O forse non c’è.

incorporato da Embedded Video

Io l’ho trovato alla Fabbrica del Vapore a Milano. Ma in verità non lo trovo all’orario concordato. Due suoi collaboratori, intenti a lavorare l’argilla, mi dicono che è scappato a prendere del legno per l’allestimento.

Ma come, avevamo un appuntamento!?

Sì, ma era finito il materiale, così se n’è andato. Appena ora.

Poi penso a quanto sia importante il materiale per uno come Duilio Forte. Cosicché mi rassegno. E lo aspetto.

Nel frattempo vi racconto due cose.

Duilio Forte è architetto, è designer e artista. E’ uno dei promotori di Milano Makers, una associazione senza fini di lucro, che si rivolge al mondo dei produttori indipendenti di design. Per promuovere le attività creative di produzioni non seriali e autonome.

Duilio Forte, nel 2009, redige il Manifesto ArkiZoic, una sintesi di regole progettuali ispirate all’evoluzione naturale.

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 Duilio Forte, nel 2010, dichiara guerra all’industria:

“L’industria da anni si fregia di meriti artistici che non le sono propri.
Il disegno industriale sta uccidendo il disegno artistico e la serialità prodotta congela l’evoluzione dell’arte. AtelierFORTE, secondo i principi del Manifesto ArkiZoic, accetterà la resa dell’industria alle seguenti condizioni:
1) LIBERAZIONE DEI TERRITORI DELL’ARTE
2) RINUNCIA AI MASCHERAMENTI ARTISTICI
3) AFFRANCAMENTO DEI DISEGNATORI DALLA SERVITU’” 

Duilio Forte, ogni anno, costruisce armi per la sua avanzata. Sono nati, così, lo Sleipnir Armatus nel 2009, lo Sleipnir Trebuchet nel 2010, il Mammuthus Belli nel 2011, un mammut in legno e acciaio alto 10 metri e I Corvi HugMun, nel 2012.

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Infine, per il Salone del mobile 2013, Duilio Forte costruisce  lo Sleipnir Ciclofono. Lo trovate nella mostra Bla Bla, organizzata da Milano Makers, curata da Alessandro Mendini e coordinamento di Cesare Castelli. L’allestimento  è, appunto, di Duilio Forte. La mostra Bla Bla sarà articolata in due sezioni: Bla Bla Discussione Virtuale – un’installazione video  che riprodurrà su un grande schermo, proiettate in loop, la raccolta di moltissime auto-dichiarazioni teoriche di designer internazionali – e Bla Bla Esempi – dove saranno presentate una serie di piccole mostre sui temi ritenuti interessanti alla definizione dei problemi in atto. Si terrà alla Cattedrale della Fabbrica del Vapore, a Milano. Continua l’avanzata.

E’ arrivato Duilio. Lo intercetto prima che mi scappi un’altra volta. Ci sediamo. E’ solo quando lo guardo negli occhi che capisco come anche lui, come il Piccolo Principe, custodisce una rosa.

Duilio, come si fa a dichiarare guerra all’industria? E a vincerla, soprattutto?

E’ una battaglia semplicissima.  L’industria ha già perso. E’ inevitabile che, alla fine, l’industria perda.

Ne siamo sicuri? Non basta cavalcare una Sleipnir.

Ma basta vedere il consumatore. La gente non ha più voglia di essere fregata. Il processo industriale ha cercato di dare benessere alla gente, ma il prodotto fatto a mano – il manufatto – è il risultato più naturale per l’uomo. Il benessere è arrivato dopo. D’ora in avanti può esserci spazio per una produzione di tipo diverso. Oggi noi possiamo scegliere se comprare una cucina IKEA  fatta dal robot oppure decidere di spendere i soldi per una cosa che ci piace di più.

Certo, ma se io volessi comprare la cosa che mi piace di più e non avessi i soldi?

Allora puoi comprare la cucina IKEA. Questi due modelli in fondo già convivono.Ma non credere che ci sia tanta differenza. Con i costi che deve fronteggiare l’industria oggi, posso trovare un artista che fa un divano molto più bello, come piace a me, e che costa meno di quello di Cassina, ad esempio.

Perché un artista? E gli artigiani dove sono?

L’artigiano ha perso competenze. Prima aveva i suoi modelli e ora è al soldo dell’industria. Magari fa i semi lavorati, o ripara oggetti fatti dall’industria. L’artigiano non ha più le competenze evocative e culturali, sono state delegate. Il disegno industriale non è fatto per durare nel tempo. Prendiamo l’esempio delle penne Bic in confronto alle stilografiche. La stilo è un oggetto bellissimo da tenere in mano, ha un suo valore. Nell’arco di una vita quante Bic compra una persona? Tante. E tante ne butta. Potrebbe invece avere tre stilografiche da urlo che poi lascia ai figli, o ai nipoti. La Bic in questo caso si rivela un pessimo investimento.

C’è il riciclo comunque.

No, quello del riciclo è un falso problema. Non dovrebbe esistere. Le cose dovrebbero durare. Ma se un mobile, ad esempio, è brutto e fatto con poca qualità, allora è meglio che si rompa. Vedi, la catena poi non finisce qui. C’è il marketing, ci sono i costi per la promozione. I pieghevoli, i cataloghi da produrre. Poi, il divano Cassina ha bisogno di uno show room, di un ufficio stampa, di persone che lavorano. Senza considerare gli investimenti in pubblicità. Insomma, siamo di fronte ad una vera e costosa macchina da guerra.

Oggi con le tecnologie è tutto più semplice. La vetrina su strada è roba del passato?

Certo! Oggi posso vendere un mio oggetto o pezzo di arredo a New York con grande facilità. Pensa agli artigiani, un tempo. Non potevano competere con la struttura dei marchi famosi. Chi se li filava? Che visibilità potevano avere? Anzi, ti dirò di più, probabilmente io ho una visibilità meno statica sul web, ho più LIKES su Facebook e più visite sul sito. Soprattutto perché le mie cose poi piacciono di più! La rivoluzione dell’informazione c’è già stata. Ora tocca alla materia.

Credi che le nuove generazioni ragionino già così? Anche perché qui si tratta di cambiare il modo di pensare e di interagire con le cose. La questione diventa culturale e deve rompere gli argini degli “addetti ai lavori”, come voi, designer e artisti.

I giovani hanno già la tendenza, oggi, a voler personalizzare le cose. Ognuno cerca un proprio stile, una propria moda, che calzi il personaggio che ogni volta incarnano. Il logo a tutti costi non va più. Non piace più. Non soddisfa più i bisogni. L’uomo vuole fare per sé e decidere per sé. Quindi sceglie. Per quanto riguarda gli argini è vero, bisogna che si rompano ed esca il dibattito dalle trame del design. Ma questo già avviene. E se ci pensi è la cosa più naturale.

Allora dove trova il senso, l’industria del design?

L’industria ha senso per alcune cose. Se guardo il tuo registratore mi viene da pensare che l’unico modo per produrlo è con l’industria. Costerebbe troppo, altrimenti. Costruire microchip artigianalmente ha senso per prodotti di nicchia, come ad esempio i bulloni per l’ingegneria aerospaziale. Sono fatti con materiali speciali per svolgere funzioni precise. Costano tanto. L’industria ha un suo spazio e mercato. Ma dovrebbe essere ridimensionato.

Oggi si parla molto di stampa 3d, di Arduino, tutti fenomeni che, a detta dei  makers, ci porteranno ad una terza rivoluzione industriale

Sì, penso ad esempio a casa mia. Io ho costruito quasi tutto. C’è poca roba acquistata pronta. E’ facendo le cose che impari come si fanno e che valore hanno. L’intelligenza sta nelle mani. Si parla tanto di crisi e non si può pensare di uscirne se nessuno fa niente. La gente non lavora più, e di conseguenza non si produce un miglioramente della condizione umana. Quando la gente torna a casa trova tutta roba pronta, per esempio, in cucina. Se il mio tempo viene sostituito dal “già fatto”, per forza allora devo guardare la TV. Non sanno più cosa fare. Si crea un vortice di inettitudine.L’industria è destinata a rimanere; è indispensabile per tante cose, però sconfinerà sempre meno nei territori dell’arte.

Duilio, voglio fare un gioco con te. Ti leggo i sette punti del tuo Manifesto AchiZoic: per ciascuno di essi mi fai riferimento ad un nome che ti viene in mente?

I. metti l’anima nelle tue opere

Picasso

II. usa la matematica e la geometria delle natura

Le Corbusier

III. usa il metodo euristico

probabilmente tutti lo usano

IV. dai spazio al caso, all’errore e al non finito

Fellini, che non scriveva mai Fine alla fine dei film

V. usa i materiali e le forme della tradizione

tutti gli artisti del passato, ma mi viene da pensare ai grandi cuochi
VI. usa la decorazione

Alessandro Mendini, che non ha paura di usarla e lo fa per esprimere e non per vendere
VII.usa il disegno come schizzo emozionale

Leonardo Da Vinci

Grazie Duilio.

Fabbrica del Vapore - lavori in corso

Fabbrica del Vapore – lavori in corso

 

“Mostra BlaBla” | Opening lunedì 8 aprile, 18.30 – 23 | Ingresso libero

9 – 14 Aprile 2013 | 11.00-20.00 | Fabbrica del vapore, via Procaccini, 4 Milano

BLABLA MILANO MAKERS

 

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USCIRE DAL GREGGE

30 marzo 2013

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Spesso utilizzo il vocabolario dei sinonimi e contrari. Come sovente mi servo del dizionario.  Si tratta di strumenti molto utili. Perché forniscono spunti per riflettere. E poi partire dalla definizione e dal significato di una parola aiuta sempre. Prendere le mosse da un sinonimo stimola a ragionare sul suo contrario. Cerco il contrario della parola battesimo. Battesimo non ha un contrario. Certo, come può. Mi salva, come al solito, Wikipedia.

Sbattesimo: Wiki mi reindirizza a Sbatezzo: atto formale di rinuncia al battesimo, sacramento di adesione per tutte le confessioni cristiane.

Per la chiesa si chiama apostasìa, e dal punto di vista dottrinale si commette un peccato mortale e pertanto si è soggetti alla scomunica latae sententiae come eretico (codice di diritto canonico 1364).

Ma come si fa, e sopratutto, perchè?  Le motivazioni possono essere tante, ma, tra i motivi di quelli che questo passo l’hanno già fatto, si evincono alcuni aspetti preponderanti: la consapevolezza che in fondo l’atto del battesimo è stato più subito che maturato. La convinzione che la Chiesa abbia spesso abusato del battesimo per ottenere “conversioni forzate”. Dunque la sensazione di essere un convertito forzato. Oppure il sentimento di delusione che ci accompagna dopo momenti come quello legato al Vatileaks, per esempio.

Per il Catechismo della Chiesa cattolica (n. 1213), il battesimo è il mezzo «mediante il quale ci si libera dal peccato e, rigenerati come figli di Dio, si diventa membra di Cristo, ci si incorpora alla Chiesa e resi partecipi della sua missione». Se il significato è questo, tutti i bambini nascono bisognosi di liberarsi dal peccato. Ai primordi del cristianesimo, invece, il battesimo veniva impartito agli adulti, e solo dopo un adeguato periodo di catecumenato. Gesù decise di farsi battezzare solo quando ebbe compiuto trent’anni. Solo successivamente il rito venne anticipato ai bambini.

Ancora oggi la Chiesa ritiene che i bambini «nascono con una natura umana decaduta e contaminata dal peccato originale» e hanno bisogno del battesimo «per essere liberati dal regno delle tenebre e trasferiti nel regno della libertà dei figli di Dio» (dalCatechismo della Chiesa cattolica, n. 1250). Ovviamente un neonato non ha la facoltà di scegliere, e la sentenza della Corte Costituzionale n. 239/84 ha invece stabilito che l’adesione a una qualsiasi comunità religiosa debba essere basata sulla volontà della persona: è difficile rintracciare tale volontà in un bambino di pochi giorni. O pochi mesi. Anche di pochi anni, se vogliamo.

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E qual’è la procedura di sbattezzo?

Per sbattezzarsi bisogna scrivere una lettera alla parrocchia dove si è stati battezzati , nella quale si comunica la propria volontà di non far più parte della Chiesa cattolica. La lettera deve essere inviata per raccomandata a.r. all’indirizzo della parrocchia allegando la fotocopia del documento d’identità. Il modello lo trovate nel sito della UAAR, Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti. Lì si trovano tutte le informazioni riguardo lo sbattezzo e non solo: assistenza morale non confessionaleprogetti per l’ora alternativa a quella di religione nelle scuole, e molte altre proposte che riguardano iniziative in difesa dei diritti civili degli atei e degli agnostici.

Ho raggiunto al telefono Raffaele Carcano, segretario della UAAR, e gli ho chiesto una stima del numero di sbattezzati in Italia:

“Dal 1999 (da quando abbiamo ottenuto dal tribunale il rispetto della legge della privacy per chi si sbattezza) c’è stato un graduale aumento del numero degli sbattezzi, con picchi in corrispondenza del caso Englaro e dei preti pedofili. I dati precisi sono in mano alla chiesa, ma Uaar stima che siano circa 25.000 gli italiani sbattezzati. Questa stima è basata sui 200.000 utenti che hanno scaricato il modulo, sul gruppo Facebook che vanta oltre 12.000 membri,  i 2337 cittadini che si sono sbattezzati nel corso delle tre giornate nazionali dello sbattezzo. In più sono 1796 le persone che hanno caricato il loro modulo di sbattezzo sul portale http://sbattezzati.it/.

Secondo lei, questi “picchi” di sbattezzi in presenza di scandali che hanno una grande ripercussione mediatica (preti pedofili, matrimoni gay, Vatileaks), non saranno un segno di una certa superficialità delle persone? 

Non esattamente. Il fatto che le persone decidano di sbattezzarsi in corrispondenza di momenti particolari come quelli forse conferma una scelta che stava maturando da tempo. Serviva solo il detonatore.

Secondo Lei, la figura di papa Francesco potrebbe contribuire a invertire il trend di crescita degli sbattezzati? Anche Don Mazzi, durante un’intervista, ha commentato la nomina di papa Francesco affermando: «la Chiesa non sia più potere. Da Papa Francesco ci aspettiamo un apertura verso i divorziati o chi convive», riferendosi inoltre alla libertà dei parroci di valutare che un divorziato possa confessarsi, e chi convive possa essere testimone di un battesimo o matrimonio.

Stando al confronto tra i dati di febbraio e marzo non direi. Tuttavia un papa come Francesco è vero che piace e ci si aspetta molto. Se si dimostrerà più liberale e riformista può darsi, ma tutto questo deve trasformarsi in atti concreti. Per noi l’importante è che le persone vivano bene le proprie scelte.

Chissà se Magdi Cristiano Allam ha già scaricato il suo, di modulo…

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Il gioco dimenticato e l’ingegno

19 febbraio 2013

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Sfido qualcuno ad andare in un parco urbano e trovare ragazzini che giocano in gruppi, magari alle biglie o alla campana, oppure armati di fionde che cercano di centrare lattine. Eggià, non è facile trovarne, perché sono (quasi) tutti a tennis o a calcio, a danza o a casa a giocare alla play, alla Wii, cercando di colmare ore pomeridiane e scacciare la “noia” per rendere libere mamme affaccendate e tate non da meno.

Inventiva, manualità, curiosità e socialità. Sono tante le possibilità che offre il gioco, ma lo spazio e il tempo (forse anche il clima invernale con temperature rigide?) sembra non permettere più aggregazioni di bambini e ragazzi. Senza voler demonizzare i giochi elettronici nè tantomeno la TV, il recupero del gioco tradizionale rappresenterebbe la riscoperta della propria storia, oltre che un’enorme risorsa che pare ormai estinta: lo sviluppo dell’ingegno. La definizione della parola ingegno è la seguente: intelligenza intesa come principio di creatività o come capacità inventiva volta alla risoluzione di problemi pratici. I bimbi di oggi sono svegli, è vero, ma forse sono poco ingegnosi, depongono presto le armi se non trovano una via d’uscita facile. Si avvicinano al mondo degli adulti attraverso tutt’altro genere di stimolo ed esempio. Una volta, invece, si adattavano alla società dei grandi in maniera più naturale.

Ci sono persone che lo sanno, e sanno anche che ai bambini piace sempre giocare così. Bisogna solamente proporglielo e insegnarglielo. Giorgio Reali è una di queste persone, inventore di giochi e progettista di spazi verdi idonei a giochi “senza strutture fisse”, è il fondatore dell’Accademia del Gioco Dimenticato (dentro la Fabbrica del Vapore a Milano) e dello spazio Oca Giocosa (dove si svolgono nel weekend  laboratori di costruzione dei giochi) alle Officine Creative Ansaldo. Reali ha pubblicato inoltre “Il giardino dei giochi dimenticati” e “Nonno libro”, due manuali ad uso di grandi e piccoli, oltre a pubblicazioni e collaborazioni.

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 Nell’Accademia del gioco dimenticato c’è poco spazio per altro che non sia la  passione di creare e giocare. Giorgio Reali mi accoglie parlando un sacco, mangiandosi le parole, non capisco se per la fretta ( ma dubito) o se per l’accelerazione delle idee che precede la voce. Ha i capelli arrufati e lo sguardo liquido, vigile. Trovare un posto dove sedersi mi sembra un’impresa, più grande dell’intervista stessa. Mi accomodo su uno sgabello sbilenco e nel cercare fogli, registratore e poggiare la borsa, Giorgio si è alzato e seduto tre volte.

Giorgio, come mai questa passione per il gioco?

La mia passione è nata da bambino. Mia madre era settima di quattordici figli, e su quattordici capisci che non tutti possono venire bene. Uno di questi era sordo muto e faceva il calzolaio. Lavorava tanto ed io ero sempre lì da lui dopo la scuola. Avevo una grande attrazione verso scampoli di pelle, colle, materiali vari. Questo mio zio era anche il factotum della parrocchia, e tutte le domeniche pomeriggio intratteneva i bambini facendoli giocare con le biglie, gli elastici, la carta, ogni volta creava ed organizzava giochi bellissimi. Una volta al mese andava a Trento per giocare con  i bambini sordo muti ed io lo sostituivo in parrocchia. Da sempre ho mantenuto il contatto con bambini e ragazzi. Ho sempre fatto mestieri che mi hanno portato ad insegnare qualcosa. Ho fatto anche l’istruttore di scuola guida!

E l’Accademia del Gioco Dimenticato quando è nata?

L’Accademia è nata tanto tempo fa, in verità c’è sempre stata come idea. Quando vivevo a Milano lavoravo come giudice delle gare di braccio di ferro. Sì, lo so, un mestire che sembra appartenere al mondo del cinema, ma una volta c’era anche questo “gioco”! Bene, sono stato chiamato per una gara all’Officina della Birra e lì trovai un annuncio dove cercavano persone creative per progetti del comune in vari ambiti. Uno di questi riguardava i bambini. Ho presentato il mio e sono stato selezionato tra tanti. Era il 2000 e quattro anni dopo è partito il progetto nella Fabbrica del Vapore.

Perché i bambini non giocano più? Sono irrecuperabili ormai?

Ai bambini di oggi manca l’input e l’esempio, non vedono altri bambini più grandi giocare come facevamo noi una volta. Di conseguenza per loro questi giochi non esistono. Pensa che quando vado nelle scuole e chiedo alle classi se giocano a uno due tre stella o alla campana, su venticinque bambini, ad alzare la mano sono in due o tre, è assurdo! Le maestre, poi, non aiutano. Durante la ricreazione se ne stanno sedute sulle panchine a guardare i bambini e non propongono niente. C’è chi scambia figurine, chi chiacchera, al massimo trovi una corda per saltare. lI bambini si recuperano, e sono sicuro che si divertono se proponi le cose giuste. Come fai a resistere ad una gara di macchinine a vento costruite a scuola? Fare un gioco come questo significa divertirsi, creare, immaginare ed usare i polmoni per soffiare!

La responsabilità è anche delle famiglie immagino.

Certo, ci sono i genitori che non hanno voglia, tempo ed entusiasmo. Chi è padre o madre oggi, ed ha circa quarant’anni, quando ne aveva dieci probabilmente non giocava più in questo modo. I genitori riempiono il tempo di questi bambini con corsi di ogni genere e non lasciano spazio per altro, le agende sono piene come quelle dei manager. Hanno forse paura che si annoino, che ne so, o che non utilizzino il tempo “prezioso” per la loro formazione, senza pensare che, alla fine, il tempo più utile è quello rubato alla noia.

Qual’è il valore aggiunto del gioco di una volta rispetto ai giochi elettronici o altro?

Innanzitutto il gioco spontaneo rende i bambini tutti uguali. Non ci sono ultimi modelli da mettere a confronto e i bambini hanno tutti un ruolo che li rende indispensabili. Spesso devono costruirlo il gioco, e questo coinvolge la loro capacità di immaginare e creare, caratteristiche importanti per tanti altri aspetti della vita. Infine, altro aspetto, è l’utilizzo del corpo e della fisicità per alcuni di questi giochi: corsa, salto, coordinazione, ritmo sono fondamentali non solo per la salute.

E i ragazzi?

I ragazzi ormai non li becchi più. A me piacerebbe molto lavorare con i quindicenni per esempio, ma non me la sento di combattere contro i mulini a vento. Ormai la fascia di età che va dai dieci ai quindici anni pensa ai tablet e smarthphone. Io credo che possano convivere i due generi di gioco, il problema è che ad oggi viene proposta solamente una alternativa. Io sono sicuro che se raduni alcuni ragazzini di dodici o quattordici anni al parco e costruisci delle fionde loro si divertono come i matti a giocare al tiro. Pensa quanto è bello costruire una piste delle biglie, si divertono i grandi, è impensabile credere che dei ragazzi non si divertano!

Finisco l’intervista e Giorgio mi ringrazia in tutta fretta perché ha una festa di compleanno che sta per iniziare. Mi porta a vedere la stanza dove ha allestito e preparato i giochi, tutti costruiti con materiali di recupero. C’è un piccolo anticipatario seduto a terra che guarda affascinato tutto intorno. Mi siedo in un angolo con la macchina fotografica e aspetto qualche minuto. Il bambino si gira, mi guarda, sorride e poi chiede: “Vuoi giocare?”

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Quando la pubblicità ruba l’anima (e soldi) alle città

24 settembre 2012

Commenti disabilitati su Quando la pubblicità ruba l’anima (e soldi) alle città

Qualche giorno fa ero a Napoli bloccata nel solito ingorgo di macchine e motorini. Procedevo a passo d’uomo e osservavo con aria incredula la quantità di cartelloni pubblicitari. Odore di abusivismo forte. Tanta roba che saltava all’occhio, troppo evidente per non farci caso. Mi venne da sorridere. Certo, sparavo sulla croce rossa, ma la situazione nelle altre città italiane non è del tutto diversa. Da Roma a Torino l’abusivismo dilaga come una piaga, in certi casi più patinata e ordinata, ma pur sempre la stessa piaga…e se poi non c’è l’abuso, come nel caso dei più noti marchi del lusso, c’è l’eccesso, e nel peggiore dei casi, il deturpamento del paesaggio urbano, soprattutto quello dei centri storici.

Negli ultimi anni la pubblicità di grande formato sembra aver subito un forte incremento e ormai qualsiasi ristrutturazione è buona per rivestire con pubblicità facciate e impalcature con teli pubblicitari installati sui ponteggi. In molti casi rende di più aumentare la durata dei lavori. O inventarseli! Le ragioni di questa impennata di mega foto sparse per le città è dovuta a molteplici fattori. I costi contenuti rispetto a quelli degli spazi televisivi, la grande visibilità, la sua spettacolarità e il favore che ottiene dal pubblico, cui piace l’idea di vedere delle belle immagini al posto dei teloni delle impalcature.
Una buona spinta è stata data anche dagli sgravi fiscali previsti per le ristrutturazioni immobiliari, che hanno aumentato il numero dei cantieri e quindi le postazioni strategiche. 
Se a tutto questo si aggiunge il miglioramento delle tecniche di stampa, si capisce quanto la scelta del grande formato “da impalcatura” sia diventata tattica e appetibile.

Se entriamo nel merito delle affissioni in periodo di campagna elettorale la situazione degenera totalmente (per riconoscere e denunciare un’affissione elettorale abusiva leggi qui). Per non parlare del fenomeno delle aziende fantasma: compaiono per pochi mesi e poi vengono chiuse. Sembra che siano intestate a prestanome, per mettere in atto, senza rischi, il mercato illegale parallelo dei cartelloni abusivi. In pratica le piccole società fantasma, sempre riconducibili alle aziende più grandi del settore, ottengono illegittimamente permessi e concessioni attestando il falso nelle autocertificazioni presentate negli uffici comunali.

Insomma, il mercato delle affissioni sembra essere un mare brulicante di squali dove le sirene cantano poco.

A Roma, dove la pubblicità ricopre in maniera abusiva non soltanto strade, ma monumenti, piazze, giardini, aree tutelate, esistono una serie di organizzazioni che cercano almeno di arginare il problema. Tra queste c’è il blog Cartellopoli (www.cartellopoli.net), uno strumento di archivio e pubblicazione di notizie e riflessioni che accompagna la battaglia civile contro il dilagare increscioso delle affissioni esterne nella città di Roma e dove si trovano una serie di indicazioni utili per riconoscere e denunciare le affissioni abusive. Cliccando sulla voce “metodo streetview” potete rendervi conto visivamente del tipo di deturpamento che può causare una pubblicità abusiva al paesaggio urbano.

Città che sembrano magazine, dove le prime venti pagine sono tutte degli inserzionisti. Qualche giorno fa, mentre finivo di scrivere questo post, sono scesa sotto casa, a Milano, per prendere un caffè…

Foto alla mano ho cercato di capire come funziona e se funziona bene.Per fare un po’ di chiarezza ho rivolto la domanda al Dott. Arch. Rodolfo Bosi, responsabile del Circolo Territoriale di Roma e della associazione Verdi Ambiente e Società (VAS), esperto in materia di abusivismo :

Da cittadina sono rimasta molto colpita dal nuovo outdoor che hanno collocato sul ponteggio della torre del Castello Sforzesco. Cosa prevede la regolamentazione in questo caso?

L’art. 12 del vigente Regolamento comunale consente la pubblicità su ponteggi anche in piazza Castello, che il Piano Generale degli Impianti del Comune di Milano fa ricadere in zona A nell’elenco delle località in categoria speciale, dove sono ugualmente consentiti i teli pubblicitari su ponteggi.

Quindi tutto “regolare”?

Per il caso specifico la pubblicità é subordinata al preventivo ed obbligatorio rilascio della autorità preposta al vincolo monumentale, che é la Soprintendenza per i Beni Architettonici e per il Paesaggio di Milano: sarebbe utile sapere se c’é stata. Ad ogni modo per ambiti particolari come piazza Castello l’art. 12 dispone che la quota di pubblicità sia ridotta al 30%, salvo ulteriori prescrizioni della Soprintendenza: dalla attuale pubblicità mi sembra di vedere che la superficie occupata dalla esposizione pubblicitaria sia superiore addirittura al 50%.

 In quali casi è previsto un bando di gara per le pubblicità su ponteggi?

Il testo dell’art. 12 non prevede l’esclusiva ad un solo soggetto della pubblicità con teli su ponteggi: mi risulta difatti a giugno la 1° pubblicità è stata fatta dalla associazione calcio Milan, mentre attualmente la pubblicità é sfruttata da Trussardi. Il testo dell’art. 12 non prevede conseguentemente nemmeno l’obbligo di un bando: dalle notizie diffuse dai mass media mi sembra di capire che la Italiana Costruzioni e la Town Group (che dovrebbero avere installato i ponteggi) abbiano siglato un accordo di esclusiva con la S.r.l. Brandcot che sfrutta i 4 mesi previsti per il restauro articolando le esposizioni pubblicitarie in frazioni di tempo di durata inferiore che concede volta per volta al migliore offerente, facendo pagare a lui o inglobando nel contratto il pagamento della tariffa dovuta al Comune.

Qualche metro più in là (in largo Cairoli) c’è un altro outdoor molto grande. I lavori prevedono un “Intervento edilizio di recupero del sottotetto esistente per la creazione di tre nuove unità immobiliari”. Si alternano immagini che dominano la piazza  sembra da più di un anno, ovviamente non ha coinciso con l’inizio dei lavori…


Premesso che anche Largo Cairoli é stata destinata a Zona “A” dal Piano Generale degli Impianti del Comune di Milano, dove sono consentiti i teli pubblicitari su ponteggi, mi sembra sproporzionato ingabbiare tre intere facciate di un palazzo per costruire soltanto 3 unità immobiliari nel sottotetto. Sulla cronaca scandalistica di Milano ormai di tanti anni fa (eravamo all’epoca in cui a Roma era sindaco Veltroni) é stata pubblicata la notizia di una falsa ristrutturazione di un palazzo inventata apposta per fare questo tipo di pubblicità temporanea: era stato in pratica pagato profumatamente il condominio di un intero palazzo per convincerlo ad ingabbiare le sue facciate con ponteggi per finti lavori su cui mettere la maxi pubblicità a tempo indefinito, grazie presumibilmente anche al mancato controllo del Servizio Affissioni e Pubblicità del Comune.

A tal ultimo riguardo faccio presente che più o meno a quella stessa epoca alcuni tecnici del Servizio Affissioni e Pubblicità del Comune di Roma si sono licenziati per andare a lavorare alle dipendenze di una delle ditte pubblicitarie di cui avrebbero dovuto curare l’istruttoria relativa alla rimozione degli impianti pubblicitari che aveva installato abusivamente. Mi rifiuto di pensare che a distanza ormai di più di un decennio si ricorra ancora a questi stratagemmi anche per il caso in questione, di cui fino a prova contraria si deve presumere che sia stato regolarmente autorizzato.

Quanto tempo deve intercorrere tra il posizionamento delle impalcature esterne e la data inizio lavori? (in questo caso non è esposta né la data inizio lavori né quella fine lavori)

Per costruire 3 nuove unità immobiliari occorre il rilascio del permesso di costruire dove sono indicati i termini di inizio e di ultimazione dei lavori.  Il termine per l’inizio dei lavori non può essere superiore ad un anno dal rilascio del titolo, mentre quello di ultimazione, entro il quale l’opera deve essere completata, non può superare i tre anni dall’inizio dei lavori. Entrambi i termini possono essere prorogati, con provvedimento motivato, per fatti sopravvenuti estranei alla volontà del titolare del permesso: decorsi tali termini il permesso decade di diritto per la parte non eseguita, tranne che, anteriormente alla scadenza, venga richiesta ed ottenuta una proroga.

Se fosse vero, come mi si dice, che le immagini dominano la piazza da più di un anno, senza però che siano ancora iniziati i lavori, allora il permesso di costruire dovrebbe essere decaduto.

Voi a Roma siete molto attivi in materia di abusivismo legato alla pubblicità. Come può un cittadino milanese vigilare e denunciare situazioni irregolari?

A destra della home page del blog www.cartellopoli.net, con cui collaboro assiduamente, sotto il titolo “Come denunciare ? Ecco le istruzioni” è pubblicato un vero e proprio vademecum, che ho predisposto però con specifico riguardo al Comune di Roma che si deve ancora dotare, a differenza di Milano, di un proprio Piano Regolatore degli Impianti e dei Mezzi Pubblicitari (PRIP).

 Possiamo fare una “filiale” di cartellopoli da noi?

Il Comune di Milano ha approvato un Piano Generale degli Impianti che individua le posizioni per la installazione sul suolo dei cartelloni pubblicitari, per cui dovrebbero essere riconoscibili immediatamente tutti quelli installati abusivamente in posizioni diverse e quindi non consentite.

Per di più il Regolamento di cui si è dotato il Comune, modificato da ultimo con deliberazione del Consiglio Comunale n. 24/2012, prevede al Capo V la vigilanza sulla pubblicità e dedica l’intero Capo VI alle sanzioni da applicare per le installazioni abusive di qualsiasi mezzo pubblicitario.

I cittadini milanesi possono in conclusione dormire sonni più tranquilli dei cittadini romani.

grazie

Consuelo Canducci

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