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Quali sono i terroristi che minacciano Rio?

27 luglio 2016

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In Brasile sono state arrestate dieci persone sospettate di pianificare degli attacchi terroristici durante le Olimpiadi a Rio de Janeiro. Le autorità affermano che i sospettati – tutti di nazionalità brasiliana – non sono membri dello Stato Islamico, non fanno parte di una “cellula organizzata”, ma in passato avevano provato a mettersi in contatto con il gruppo. Gli arresti sono avvenuti negli stati di San Paolo e Paranà.

Possiamo dire che in Brasile non si ha la più pallida idea di cosa sia il terrorismo islamico, almeno per ora? E che gli arresti dei giorni scorsi non sono altro che una messa in scena per dimostrare a tutti il contrario? E che forse questi arresti sono solo di una manovra di “distrazione” da parte del presidente ad interim Michel Temer, per sviare l’attenzione dal groviglio di corruzione che intrappola la politica brasiliana e non ultimo, lui.

Certo che non si esclude la possibilità di un vero attacco durante i giochi. E’ una possibilità. Ma la certezza, per ora, è che a Rio si muore ogni giorno per mano della delinquenza, o della polizia. Il lato oscuro della “cidade maravilhosa” è fatto di sparatorie, esecuzioni, omicidi, sgozzamenti, corpi torturati e buttati per strada come sacchi vuoti. Ecco un rapporto sulla “normale”attività della polizia di Rio durante il week end del 1° luglio. Una 48 ore di ordinaria violenza.

Venerdì 1 luglio ore 20:45

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São Gonçalo, Rio. In una strada buia un corpo giace a terra in una posizione innaturale. I rivoli di sangue ne disegnano i contorni. Antonio Oliveira sembra un gigante dormiente. E’ stato ucciso a colpi di pistola da un uomo che ha tentato di rubargli l’auto. Per arrotondare lo stipendio, Antonio aveva acquistato una Voyager nuova e si era iscritto a Uber. Aveva 42 anni ed era un comandante dei Vigili del Fuoco. Lascia una moglie incinta e due figlie. A Rio, ogni quattro minuti avviene una rapina. Gli omidici conseguenti a rapine sono stati 89 tra gennaio e maggio, il 37% in più dello stesso periodo del 2015.

Sabato 2 luglio ore 9:00

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A Rio si uccide anche di giorno. Una videocamera di sorveglianza ha registrato l’esecuzione di Sergio de Almeida Junior, 37 anni, candidato assessore della zona di Baixada Fluminense. Mentre entrava nella sua auto, due uomini incappucciati e armati si sono avvicinati e lo hanno ucciso con 21 colpi di arma da fuoco. La videocamera ha registrato anche la reazione disperata di sua moglie quando l’ha trovato sull’uscio di casa, morto. Sergio de Almeida è stato il decimo candidato alle elezioni 2016 a essere ucciso in quella zona di Rio, ostaggio dei trafficanti e della corruzione. Le forze dell’ordine, lì, sono pressoché assenti. A pattugliare l’area si conta un poliziotto ogni 2500 abitanti, quando l’ideale sarebbe 1 ogni 250.

Sabato ore 13:30

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Secondo un rapporto dell’ONG Human Rights Watch, la polizia di Rio è la più violenta del Brasile. Ha ucciso, negli ultimi dieci anni, più di 8000 persone. Tra questi c’è Jhona, 16 anni. Era andato a casa della sua vicina a prendere i pop corn appena fatti. Al suo rientro a casa, il ragazzo è stato avvicinato dalla polizia che faceva la ronda: era convinta che quel sacchetto contenesse della droga. Secondo il racconto di un testimone, Jhona ha alzato le mani e la polizia gli ha sparato un colpo in testa.

Sabato ore 16:00

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Due bambini osservano un corpo inerme. Sembrano a loro agio, abituati a vedere scene simili. Il sole è forte e si mettono le mani sugli occhi per guardare meglio. La vittima, Anderson Patricio, 39 anni, stava lavorando in un’auto lavaggio quando due uomini in motocicletta lo hanno freddato con 11 colpi di pistola. Quando la polizia è arrivata sul luogo dell’uccisione, molte persone, in un bar a pochi metri, continuavano a bere birra come se nulla fosse accaduto. La vita va avanti così, in una città dove, solo nel 2015, sono state uccise 1202 persone. A Chicago, la capitale dell’omicidio degli Stati Uniti, nello stesso anno ha contato “solo” 470 vittime.

Sabato ore 19:00

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Corpi solitari, perforati, violentati e massacrati, tutti in cerca di un nome, costellano il territorio di una città bellissima in una notte di luglio. Diego, 29 anni era uno studente come tanti. Viveva all’interno del campus dell’università UFRJ, dove studiava lettere. La polizia pensa si sia trattato di un omicidio a sfondo omofobo, perché Diego era un “negro omosessuale”. I ragazzi che hanno ritrovato il corpo hanno detto alla polizia: “E’ normale dalle nostre parti, questa è una zona abbandonata da tutti”. L’università UFRJ, tra le migliori del paese, confina con il Complexo da Maré, una della più grandi favelas di Rio de Janeiro, che conta 130mila abitanti. Una sorta di bunker per narcotrafficanti e balordi.

Sabato ore 22:50

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L’arrastão è una tattica di furto collettivo nata a Rio negli anni ottanta. Un gruppo organizzato o spontaneo di malintenzionati si riversa su una spiaggia, o una strada, e ruba tutto quello che riesce: orologi, soldi, vestiti, oggetti di valore. Può accadere in qualsiasi momento, a qualsiasi ora del giorno. Investe la popolazione come un’onda umana, generando caos e terrore. Sabato 2 luglio, il tunnel di una nota strada che collega due zone della città, è stato preso d’assalto da un cospicuo numero di balordi. Gli automobilisti si sono visti intrappolati e derubati. Gli abitanti di Rio sanno che in questi casi l’unica possibilità è la fuga a piedi. Solo nel week end del 2 luglio sono stati 7 gli arrastões a Rio.

Domenica 3 luglio ore 1:45

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Alexandre Pinheiro, 40 anni, arriva all’ospedale del centro di Rio urlando di dolore. E’ ricoperto di ferite, dalla testa ai piedi. Cinque uomini, racconta lui, nel tentativo di rubargli il portafoglio, lo hanno aggredito e torturato con bastoni chiodati e buttato in mezzo ad una via. Alexandre è stato investito da un’auto.

Domenica 3 luglio ore 4:30

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Rio de Janeiro ha un primato: i suoi medici sono i migliori al mondo per quanto riguarda la cura delle ferite per arma da fuoco. Secondo i dati del Ministero della Salute, da gennaio 2015 a oggi, gli ospedali hanno accolto 4053 vittime di proiettili, e la media che ne viene fuori è impressionante: 7,4 proiettili al giorno. Nella movimentata notte di Domenica 3 luglio, Wellerson Rocha, 18 anni, è arrivato al pronto soccorso con una gamba ferita. Lo sparo è partito da un fucile della polizia. Il direttore sanitario dell’ospedale Salgado Filho, durante un’intervista alla stampa locale, ha detto che il loro lavoro non è diverso da quello dei medici nelle zone di guerra. “Abbiamo l’esperienza necessaria per lavorare in qualsiasi zona di conflitto”.

Domenica 7:30

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La Domenica è cominciata come tante altre: alcuni narcotrafficanti hanno attaccato una caserma di polizia di UPP (la polizia che dovrebbe bonificare le zone più violente della città). Il confronto armato è durato due ore. Alla fine il bilancio è stato di un poliziotto ferito e due trafficanti uccisi. La politica di pulizia avviata dal governo per tentare di “bonificare” le zone più pericolose della megalopoli, in vista della Coppa del mondo di calcio 2014 e dei Giochi olimpici del 2016, è fallita. La violenza è riesplosa, tanto che in certe zone delle favelas la polizia entra solo con mezzi blindati.

Domenica ore 16:30

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Wendel da Silva, poliziotto di 38 anni, è stato ucciso a seguito di un arrastão. Nel tentativo di fuggire, ha inserito la retro andando a sbattere contro un’auto. Raggiunto dai banditi armati, è stato giustiziato di fronte alla figlia di 10 anni, solo perché era un poliziotto. Gli scontri di arma da fuoco sono talmente comuni che è stata creata un’App per segnalare in tempo reale le sparatorie. Si chiama “Fogo Cruzado” (Fuoco Incrociato).

 

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L’evasione cinematografica di El Chapo, re dei narcos messicani.

15 luglio 2015

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Una Contronotizia come questa, se siete amanti del genere “Fuga da Alcatraz”, o dei Dalton, fa il caso vostro. Arriva fresca dal Messico, terra ricca di cronaca, ahimè, molto nera. Anzi, nerissima. Tuttavia questa notizia  ha un sapore se non altro più romantico della solita carneficina che si legge nei titoli dei quotidiani locali.

Joaquin Guzmán Loera, detto El Chapo, uno dei più potenti narcotrafficanti del Messico, è riuscito a fuggire dal carcere di massima sicurezza dove si trovava, a El Altiplano. Lo ha fatto in tutta tranquillità, attraverso un tunnel ben illuminato e confortevole, lungo 1500 metri.

Tutto comincia circa un anno fa, quando gli uomini di El Chapo riescono ad ottenere, attraverso un ufficio di progettazione fittizio, le planimetrie  del carcere. Per realizzare quest’impresa sono stati rimossi circa 3.250 tonnellate di terra. E il bello è che i complici hanno inscenato dei lavori pubblici, distanti appunto 1500 metri. E’ bastato un capannone, da dove partiva il tunnel,  perfettamente visibile dalle torri di controllo del carcere, per nascondere i lavori. Non se ne è accorto mai nessuno.

Per portare via la terra sono stati utilizzati dei carrelli su binari e una moto. Una volta fuori dal tunnel  la terra  veniva sistemata dentro una cantina, dalla quale partivano i camion. E così sono stati portati via decine di migliaia di sacchi pieni.

Durante tutto questo tempo, gli ingegneri del cartello, aiutati dalle planimetrie precise, hanno deviato per ben due volte il tracciato del tunnel onde evitare di sbucare in zone a rischio, tipo che so, l’ufficio del direttore. Alla fine, però, sono riusciti a a raggiungere la zona sottostante la doccia del prigioniero numero 3.578. Lavoro concluso alla grande.

Il 12 luglio, verso le 20:52 , El Chapo è andato nella zona docce – zona senza molti controlli- , ha alzato una botola e ci si è infilato. Alla fine del tunnel ha trovato abiti civili, una motocicletta ed è partito nuovamente verso la clandestinità.

Certo è che da un prigioniero di quel calibro, conosciuto peraltro con il soprannome di “re dei tunnel” grazie ai vari tunnel che ha scavato negli anni, in barba alla polizia di frontiera, per portare la droga fuori dal suo paese, non si poteva sperare che si desse alla fuga volando…

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“Sai cosa succede, quando invecchiano, alle donne che hanno trascorso tutta la loro vita esercitando la prostituzione?”

19 gennaio 2015

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“Dopo i vent’anni ho partorito sei volte, tutti maschi, e il fatto è che nella prostituzione una perde le cautele, resta incinta e poi ai miei tempi bevevo molto, non sapevo mai di chi era il bebè. La mia famiglia non esisteva, non c’era affetto, mancava la comprensione del padre e della madre e c’erano solo problemi e violenza, per questo me ne sono andata così”.

Sessanta, ottantamila, chi può dirlo ormai. Il numero di morti in Messico a causa delle violenze collegate al traffico di droga non si contano più. Ma la violenza, purtroppo, non avviene solo per mano dei cartelli. Padri, fratelli, sconosciuti e amici. Troppi uomini ancora maltrattano e uccidono le donne. Sei al giorno, dicono le stime. Tant’è che il femminicidio in messico è stato definito una vera e propria”pandemia”.  Rapimenti, stupri e corpi abbandonati in cassonetti. Tra queste vittime ci sono figlie, sorelle, mogli, amiche e prostitute, considerate corpi senza anima, carne da macello da torturare, seviziare o mutilare. Tuttavia, in questo inferno, dove regnano maschilismo e l’omertà, riesce a fare breccia anche una profonda umanità.

E’ il caso di  Casa Xochiquetzal, un vecchio edificio che nasce nel cuore di Tepito, il quartiere popolare più famoso e, forse, pericoloso dell’America Latina.  E’ un esempio unico al mondo per il suo genere, perché ospita ex prostitute in difficoltá economiche o psicologiche e senza casa. Donne che hanno passato una vita intera per le strade di Città del Messico a vendere piacere. Donne che hanno subito violenze inaudite e si sono ritrovate sole come cani randagi.

Questa singolare casa di riposo è stata fondata nel 2006 ospita oltre 200 donne al di sopra dei 55 anni. Molte lavorano ancora, non hanno famiglia (o la famiglia nella maggior parte dei casi le ha dimenticate e ripudiate) e hanno scelto di non vivere più per le strade, senza assistenza sanitaria, rischiando la vita e senza nessuna dignità. Il comune ha messo a disposizione l’edificio e fornisce il vitto, mentre il resto delle spese è sostenuto dalle donazioni e  dal lavoro di associazioni come Mujeres de Xochiquetzal e Semillas, dai volontari che collaborano al mantenimento, come artiste e intellettuali. 

“Per una scelta della direzione di questa specialissima casa di riposo la discrezione e il rispetto delle inquiline sono d’obbligo. Non ci sono targhe all’esterno del palazzo, né citofoni o cassette delle lettere. L’enorme portone di legno dell’entrata è l’unico elemento distintivo, un varco che fa sparire magicamente i rumori e ferma il tempo. L’oasi è fatta per introdurvici lentamente, per calpestarla in silenzio senza troppi scatti fotografici o parole al vento”. (Tratto dall’articolo pubblicato sul numero 20 della rivista IL REPORTAGE)

Casa Xochiquetzal offre a queste donne vitto, alloggio e cure sanitarie, oltre a corsi e altre attività. Offre soprattutto condivisione e senso di appartenenza. “Già verso il 2001 nasce l’idea di creare una casa di riposo di questo tipo ed è Carmen Múñoz, leader delle sexo-servidoras della zona, a lanciare la proposta con alcune militanti femministe e con la scrittrice Elena Poniatowska” spiega  la direttrice, Jessica Vargas. Le storie sono tante, drammatiche. Come quella di Carmelita, mancata due anni fa, all’età di 76 anni. Aveva cresciuto i suoi due figli grazie al lavoro da prostituta. Da qualche tempo si dedicava a vendere dolci per la strada per racimolare qualche soldo e un giorno, mentre lavorava, fu investita da una macchina che le fratturò il bacino. Il primogenito la curò per sei mesi, ma quando fu il turno del figlio minore, questi si tirò indietro. Scaricando la colpa sulla moglie che, a suo dire, aveva minacciato di lasciarlo, abbandonò sua madre a una fermata della metro, come fosse un cane. Dopo essere sopravvissuta tra stenti e carità per qualche settimana in una stazione degli autobus, Carmelita fu accolta nella Casa Xochiquetzal, solo per un po’, prima di morire lontana dalla famiglia ma vicina alle compagne di Casa Xochiquetzal.

amorosas15364141e4f3b1“Sai cosa succede, quando invecchiano, alle donne che hanno trascorso tutta la loro vita esercitando la prostituzione?”. Partendo da questa domanda, all’inizio del 2014 è stato pubblicato un libro –  Las amorosas más bravas – frutto del lavoro durato 5 anni della fotografa francese Bénédicte Desrus e della giornalista messicana Celia Gómez. Di seguito alcuni scatti che rivelano la drammaticità e la forza vitale di queste donne.

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L’agribusiness e la morte dell’Amazzonia

12 dicembre 2014

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LA deforestazione nell’Amazzonia brasiliana ha ripreso a crescere. A settembre, secondo i dati satellitari forniti dall’organizzazione no profit Imazon, sono stati rasi al suolo ben 402 km quadrati di foresta, il 290% in più rispetto allo stesso mese del 2013, per destinare il terreno ad altro uso. A causare la distruzione delle aree forestali è l’espansione dell’agricoltura. In particolare negli stati di Para e Mato Grosso, dove è in corso un’espansione agricola senza precedenti. Ogni stato ha perso oltre 1.000 km quadrati di foreste in soli dodici mesi. Questo articolo è stato pubblicato recentemente da uno dei più importanti quotidiani del Brasile.

Leão Serra, Folha de S.Paulo, Brasile. Traduzione Consuelo Canducci.

E’ comune riscontrare nei discorsi degli uomini d’affari e dei politici brasiliani l’idea presuntuosa secondo cui il sistema agroalimentare sarebbe il non plus ultra, la produzione brasiliana “nutra il mondo” e il bestiame allevato sia “green”. E’ un approccio che richiama alla memoria la triste propaganda del passato “Grande Brasile”; quella stessa che tentava di nascondere la sporcizia sotto il tappeto. Di ciò gli stranieri hanno piena consapevolezza. Perchè lo sfruttamento agricolo del Brasile, soia in testa, ha già distrutto 4 ettari di suolo autoctono su 10. E di questo passo l’ecosistema si estinguerà in soli 20 anni.

Non c’è da stupirsi, anche considerando che il bestiame allevato ha il peggior rendimento del mondo: una mucca, per poter ingrassare, necessita di un ettaro di pascolo, ricavato rubando la foresta all’Amazzonia. Con la stessa quantità di suolo utilizzato per allevare una mucca, gli europei producono alimenti nobili, che sono peraltro venduti a prezzi elevati. Alimenti che servono a nutrire persone,diversamente da quanto accade per la soia brasiliana, data in pasto ai maiali della Cina.

Se ai danni irreversibili causati all’ambiente – sempre più compromesso dal disboscamento – aggiungiamo le sovvenzioni statali all’industria agroalimentare e i debiti dei grandi produttori, il risultato rivelerà di essere in presenza di un “agribusiness” insostenibile. Invece di nutrire il mondo e di rendere prosperi i propri cittadini, il sistema agroalimentare brasiliano si sta trasformando in una fucina distruttiva, nella quale si riversa una produzione di scarso valore economico.

Si tratta insomma di un modello che allontana (invece di garantire) l’obiettivo di raddoppiare la produzione alimentare mondiale dei prossimi 35 anni, capace di sfamare le 2 miliardi di nuove bocche. Il Brasile deve quindi cambiare radicalmente la prospettiva, abbandonando questa scandalosa cultura dello spreco, se intende “dare da mangiare” alla propria popolazione e guadagnare sulle produzioni agroalimentari. Esportando cibo per umani e non per i maiali!

Quando si tratta di coltivare per nutrire gli allevamenti di bestiame, il cosiddetto “tasso di conversione” è molto basso: una mucca fornisce tre calorie di carne in cambio di un centinaia di calorie di cibo che deve mangiare per poter ingrassare (3%); il maiale ne produce dieci di calorie, e il pollo 12 per ogni cento che consuma. Sarebbe dunque più appropriato allevare mucche da latte (40 calorie nel latte per ogni cento consumate) o galline ovaiole (12 calorie nell’uovo, per ogni cento consumate).

In altre parole, generare proteine animali è sempre un cattivo affare e nel caso del manzo, che rappresenta la produzione di punta in Brasile, l’affare diventa pessimo. Si pensi che la metà della produzione agricola brasiliana è utilizzata per l’alimentazione degli animali, con ritorni economici ridicoli. Per contro il Brasile importa i fagioli e altri alimenti che costano molto di più.

Il Brasile ha vissuto fino ad oggi nell’illusione che l’acqua e la terra fossero beni infiniti. Una visione, questa, che si scontra con una crisi idrica del Paese che ha raggiunto livelli allarmanti, causata anche  in parte dalla deforestazione indiscriminata dell’Amazzonia e della vegetazione autoctona.

In un paese dove l’acqua scarseggia, quasi il 70% delle risorse idriche viene utilizzato per irrigare le aree coltivate. E il bestiame è una sorta di carta assorbente: succhia l’11% della acqua disponibile, la stessa quantità che consumano 200 milioni di brasiliani. Deforestando in nome dei terreni pascolabili, tante risorse idriche vengono distrutte, con l’ulteriore conseguenza di provocare uno squilibrio sempre più marcato nelle precipitazioni atmosferiche. 

Il Brasile, in sostanza, consuma tantissima acqua per dissetare milioni di mucche e innaffiare soia che viene esportata a prezzi bassissimi, mentre la popolazione fa i conti con una pesante crisi idrica. E tutto ciò accade paradossalmente ad un paese che ha avuto “in regalo” acqua e terra in abbondanza.

fonte: Folha de S. Paulo 

 

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America Latina: il 2014 sarà l’anno delle elezioni

25 ottobre 2014

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Per l’Amerca Latina il 2014 sarà ricordato come l’anno delle elezioni. A dare avvio alla serie di corse elettorali sono state le presidenziali in Costa Rica. Qui il candidato Luis Guillermo Solis, esponente della formazione di centrosinistra Partido Acción Ciudadana (PAC), si è aggiudicato il secondo turno con il 77,69% dei voti. Una vittoria scontata, considerando che la seconda tornata si è svolta in assenza di competitors per Solis. Il suo avversario, Johnny Araya, del Partito di liberazione nazionale (PLN), ha infatti rinunciato a sorpresa alla sfida del secondo turno, dove i sondaggi accreditavano Solis di una vittoria schiacciante.

Luis-Guillermo-Solis-Costa-Rica_ELFIMA20140406_0044_5Il Costa Rica è la democrazia più solida dell’intera America Centrale e ha sempre garantito ai suoi cittadini diritto all’istruzione, alle cure sanitarie ed alla tutela previdenziale. Il Costa Rica spicca poi per essere stato il primo paese al mondo ad abolire l’esercito e per una politica ambientale all’avanguardia. Ma la crisi si è fatta sentire anche in Costa Rica e con essa la sua spinta innovativa ha subito una battuta d’arresto. Cosicché Solís si ritrova al governo di un Paese in recessione con un alto debito pubblico. La sua sfida sarà dunque quella di rimettere in moto l’economia, anche attraverso l’adozione di politiche di attrazione di investimenti, e allo stesso tempo di  salvaguardare politiche sociali capaci di contenere  le crescenti povertà e disuguaglianza sociale.

In un’intervista rilasciata dopo il suo insediamento, Solis ha peraltro chiarito di voler rafforzare le relazioni con il Brasile e di volere diminuire la dipendenza economica dagli Stati Uniti. Questi i due passaggi al riguardo: «I precedenti presidenti del Costa Rica non hanno mai guardato a sud, io invece voglio farlo» e «Il Costa Rica non è cresciuto come avrebbe potuto perché gli Stati Uniti sono finiti in recessione. Voglio evitare che accada di nuovo».

In El Salvador, il paese più piccolo del Centroamerica, è stato eletto presidente, nel febbraio scorso, il candidato sanchez-ceren-300x187della sinistra Salvador Sanchez Ceren. L’ex comandante dei ribelli durante la guerra civile si è affermato con uno scarto di appena lo 0,2 per cento (pari a 6.634 voti) sul suo avversario, l’ex sindaco di El Salvador Norman Quijano. La campagna elettorale è stata dominata da temi come la lotta alla criminalità organizzata e la crescita economica. Sánchez Cerén da sempre sostiene che mirati interventi di welfare e di sostegno all’istruzione pubblica possano servire a ridurre il fenomeno delle maras (gruppi criminali del paese), che appunto nell’indigenza e nella carenza di istruzione trova il proprio terreno fertile.

Si pensi che El Salvador è uno dei paesi con il tasso di omicidi più alto al mondo: secondo l’ultimo rapporto dell’agenzia anti-droga delle Nazioni Unite (Unodc) stilato sulla base di dati del 2012, l’Honduras è il paese più violento del pianeta, con un tasso di 90,4 omicidi intenzionali ogni 100 mila abitanti. Seguono Venezuela (53,7), Belize (44,7) e El Salvador (41,2). I tassi superiori a venti sono considerati “gravi”. E infatti la campagna elettorale del candidato di destra, Quijano, è stata incentrata sui temi della sicurezza con proposte di impiego dell’esercito e delle forze speciali per contrastare la criminalità. In tutto ciò El Salvador, a più di vent’anni dalla fine della guerra civile, si conferma un paese fortemente diviso. E il nuovo presidente Ceren dovrà barcamenarsi tra la sua ammirazione per il progetto bolivariano dell’Alba (Alleanza bolivariana per le Americhe, un progetto di cooperazione politica, sociale ed economica tra i paesi dell’America Latina ed i paesi caraibici, promossa dal Venezuela e da Cuba) e la forte influenza che gli Stati Uniti esercitano su El Salvador.

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Juan Carlos Varela

A fare da contraltare a questi due presidenti di sinistra, è arrivata, lo scorso maggio, l’elezione a Panama del conservatore Juan Carlos Varela. Candidato del Partido Panameñista (Ppa) alleato con il minoritario Partido Popular, Varela, succede a Ricardo Martinelli, imprenditore alla guida del Panama dal 2009. Martinelli è balzato agli onori delle cronache italiane per la sua amicizia con Valter Lavitola – ex direttore dell’Avanti ed ex consulente di Finmeccanica designato da Berlusconi – sotto inchiesta da parte della procura di Napoli per un’ipotesi di corruzione internazionale per presunte tangenti a politici panamensi legate alla realizzazione di carceri ed all’acquisizione di appalti.

Varela, cinquantenne e vice presidente uscente, fabbricante di rum e fervente cattolico seguace dell’Opus Dei, è stato ministro delle Relazioni Estere di Panama durante la presidenza di Martinelli fino all’agosto del 2011, quando fu rimosso dall’incarico dallo stesso Martinelli (Varela infatti lo accusò di coprire atti di corruzione nel governo). Varela, conservatore e fautore del libero mercato, può contare su un trend di crescita del PIL pari al 9% annuo. Va poi ricordato che si attesta attorno al 4% il tasso di disoccupazione e che  fra i Paesi dell’America Latina, Panama è quello che garantisce il miglior salario minimo.

In Colombia si è riconfermato, lo scorso 15 giugno, il presidente uscente Juan Manuel Santos, che ha vinto al ballottaggio con il 51 Juan_Manuel_Santos_Calderon_Colombiaper cento dei voti. Di origini benestanti, Juan Manuel Santos è appoggiato dalla borghesia di Bogotà ed è il principale artefice delle trattative con le Farc, il gruppo terroristico di estrema sinistra che da 50 anni incarna la ribellione contro il governo. Il suo sfidante Óscar Iván Zuluaga, ex ministro dell’economia, ha invece sempre manifestato intransigenza nei confronti della guerriglia e contrarietà ad ogni iniziativa di pace con le Farc. Tanto che, durante la sua campagna elettorale, aveva promesso l’interruzione dei negoziati di pace. Per contro, Santos ha espresso la volontà di estendere il dialogo pacifista anche a un altro gruppo di ribelli, quello dell’Esercito di liberazione nazionale.

Anche se entrambi di destra, dunque, Santos e Zuluaga hanno avuto su questi temi un approccio molto diverso nei loro rispettivi programmi. Col timore poi che una vittoria di Zuluaga potesse far riesplodere in maniera violenta la guerra civile nel Paese, è corsa ad appoggiare l’agenda di pace di Santos anche la sinistra, che tuttavia si oppone alle politiche economiche del neo presidente, improntate come sono alla liberalizzazione dei commerci (come dimostrato dalle imponenti manifestazioni in occasione dell’entrata in vigore, due anni fa, del Trattato di libero scambio (TLC) con gli USA).

In Bolivia, invece, le elezioni presidenziali non hanno visto alcun testa a testa: ha stravinto Evo Morales, ottenendo oltre il 60% dei voti. Per Morales, primo presidente indigeno della Bolivia, si tratta del terzo mandato consecutivo.

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Evo Morales

Morales ha dedicato la vittoria al leader cubano Fidel Castro e al defunto presidente del Venezuela Hugo Chávez. “Questa vittoria è un trionfo per gli anticolonialisti e antimperialisti”, ha detto Morales. Al potere dal 2006, Evo Morales ha fondato tutta la sua politica di governo su un messaggio indigenista e antistatunitense. C’è da dire che da quando Morales è salito al potere il Pil della Bolivia è triplicato, il numero di persone che vivono sotto la soglia di povertà è calato del 25 per cento e l’analfabetismo è pressoché sparito. La Bolivia, dove gli indigeni rappresentano i due terzi della popolazione, basa la sua economia sulle esportazioni, soprattutto quelle di petrolio, gas (il paese contiene la seconda riserva di gas naturale della regione) e minerali. E è stato proprio l’aumento dei costi delle materie prime a far schizzare il Pil boliviano. Fatto sta che Morales, i fondi a sua disposizione li ha utilizzati per finanziare lo stato sociale. Con il risultato di aver peraltro aumentato i consensi tra le fasce più deboli della popolazione.
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In Brasile si voterà per il secondo turno domani, 26 ottobre: si sfideranno, in un ballottaggio dall’esito per nulla scontato, Dilma Rousseff e Aécio Neves. La Rousseff è presidente uscente e leader del Partito dei lavoratori, mentre Aécio Neves, del Partito socialdemocratico (Psdb), è un’economista di orientamento liberale e centrista, ha governato per due mandati Minas Gerais, il secondo Stato più popoloso del Brasile, lasciando l’incarico nel 2010 con un tasso di gradimento al di sopra del 90%.

Dopo 15 anni di governo del PT (Lula e Dilma), il Brasile esce sicuramente meno povero, la classe media è cresciuta e il paese ha acquisito una nuova fisionomia. Dilma dunque punta tutto proprio sull’eredità di una politica che ha sottratto, nel corso degli anni, 40 milioni di brasiliani alla povertà grazie a forti politiche sociali. Ma è proprio la nuova classe media, forte di una maggiore consapevolezza, a protestare più vigorosamente contro l’operato di Dilma. Chiedendo sanità, previdenza, infrastrutture e educazione.

A conferma del diffuso malcontento, le manifestazioni dello scorso giugno, innescate dall’aumento dei prezzi dei trasporti pubblici. Inoltre, la corruzione dilagante dei politici, il rallentamento della crescita degli ultimi anni, l’alta inflazione seguita da una bassa produttività e il deprezzamento del real, hanno contribuito a destabilizzare il paese anche sul piano internazionale. Uno dei cavalli di battaglia del governo Dilma è stata la Borsa famiglia, ovvero il piano di sussidi a favore dei nuclei meno abbienti. Lo sfidante Neves ha proposto di renderlo un finanziamento permanente, togliendo in questo modo una ulteriore arma, forse la più forte, alla presidente uscente.

Queste elezioni dividono in due il Paese. Aécio Neves, che ha il sostegno dell’establishment industriale e finanziario, propone un programma liberista di riforme fiscali ed economiche per contrastare stagnazione e inflazione prodotte dalle politiche interventiste, fiscali e pubbliche del governo di Dilma. Neves, conservatore e filo statunitense, si dichiara invece pronto a sottoscrivere accordi di cooperazione con gli Stati Uniti, mentre il Brasile, prima quello di Lula e poi quello di Dilma Rousseff, ha spostato l’asse commerciale verso oriente.

In campo, in queste presidenziali, si sono viste due culture politiche, che si sono scontrate anche molto duramente. E l’arena, in questi giorni, si è scaldata a tal punto che i due sfidanti si sono lanciati pesanti accuse reciproche. Secondo i sondaggi dell’istituto Datafolha, la Rousseff sarebbe in vantaggio rispetto al suo sfidante di centro destra. Alla diffusione dei dati la Borsa di San Paolo ha reagito con un crollo del 3,24%, mentre il real si è deprezzato rispetto al dollaro al suo livello più basso dal 2008. Non resta che attendere il risultato delle votazioni per sapere, forse, quale sarà il ruolo del Brasile sullo scacchiere internazionale e quali prospettive si apriranno per i Paesi Brics.

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José Alberto Mujica e Tabaré Ramón Vázquez Rosas

Il 26 ottobre un altro paese sudamericano andrà al voto. Si tratta dell’Uruguay, che, a differenza del gigante brasiliano, conta appena 3 milioni e mezzo di abitanti e 176 mila chilometri quadrati. l’Uruguay ha attirato l’attenzione mondiale per la personalità dell’attuale presidente, Mujica. Il quale ha adottato leggi come “rivoluzionarie” come quelle sulla depenalizzazione dell’aborto, la legalizzazione della vendita di marijuana e il matrimonio paritario. Il candidato del Frente Amplio, partito del presidente uscente, è Tabaré Ramón Vázquez Rosas, 75 anni, già presidente e oncologo. Dall’altra parte Louis La Calle Pou, 41enne espresso dal Partido Nacional, conservatore e centrista, che ha giocato la carta del cambiamento e del rinnovamento generazionale. D’altrocanto Vázquez non si può certo definire “nuovo”, emoziona poco e non tiene testa alla fama di Mujica. Inoltre sembra voler cavalcare l’onda dei successi conseguiti durante il suo precedente mandato presidenziale.

In Uruguay, negli ultimi anni, le condizioni di vita sono migliorate, gli stipendi sono raddoppiati e l’istruzione si è notevolmente diffusa. In questo quadro, però, rimane alta l’inflazione che, in concorso con dinamiche monetarie negative, sta erodendo il nuovo potere d’acquisto della popolazione. Forse è per questo che il candidato del centro-destra, La Calle Pou, con le promesse di investimenti e di apertura internazionale, rischia di battere il candidato di sinistra Vázquez. In ogni caso, che vada al potere l’uno o l’altro non ha importanza. Anche l’Uruguay compirà le sue scelte alzando lo sguardo oltre le proprie frontiere.

Il quadro che si potrebbe andare a delineare in Sudamerica è insomma quello in cui proseguirà una predominanza di governi democratici popolari di sinistra. Che, va detto, hanno prodotto cambiamenti significativi nella qualità della vita di ampi segmenti della società: la povertà è diminuita in buona parte delle regioni e le condizioni di vita sono generalmente migliorate. Ma è anche cresciuta l’influenza politica sulla scena mondiale del Sudamerica.

In un articolo de Le Monde Diplomatique, Frei Betto teologo, scrittore e attivista brasiliano, uno dei teologi della liberazione più famosi al mondo,  così si esprime: “Da un punto di vista storico, è la prima volta che così tanti governi del Continente si tengono lontano dai dettami della Casa Bianca. E’ anche la prima volta che si creano istituzioni continentali e regionali (ALBA, CELAC, UNASUR, ecc) senza la presenza degli Stati Uniti. 
Ciò costituisce una riduzione dell’influenza imperialista in America Latina, intesa come la predominanza di uno Stato rispetto ad un altro. 
Tuttavia, un’altra forma di imperialismo prevale in America Latina: il dominio del capitale finanziario, incentrato sulla riproduzione e la concentrazione del grande capitale, che si basa sulla potenza dei loro paesi d’origine per promuovere, da parte dei paesi ospitanti, l’esportazione di capitali, merci e tecnologie, e appropriarsi delle ricchezze naturali e del valore aggiunto. 
C’è stato un cambiamento dalla sottomissione politica alla sottomissione economica”.

 

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Brasile, l’ombra di un omicidio politico sulle presidenziali?

3 ottobre 2014

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Domenica prossima, 5 ottobre, circa 143 milioni di elettori brasiliani andranno al voto per decidere chi sarà il nuovo presidente della Repubblica.  Calato il sipario sui Mondiali di calcio, ora i riflettori sono puntati su due donne e due partiti di sinistra: l’attuale presidente Dilma Rousseff del Partito dei lavoratori (Pt) e l’ex ministra dell’ambiente Marina Silva del Partito socialista brasiliano (Psb). Gli ultimi sondaggi,  diffusi lo scorso 30 settembre, danno Dilma Roussef al 39% delle intenzioni di voto contro il 25% di Marina Silva. Mentre il candidato di destra Aécio Neves è al 18 per cento. Se i sondaggi delle ultime settimane  si riveleranno corretti, ci sarà un secondo turno e nel ballottaggio con Marina Silva l’attuale presidente potrebbe ottenere il 47 per cento contro il 43 per cento di Silva.

La Rousseff, che insegue il secondo mandato presidenziale, è in testa soprattutto grazie al consenso tra delle classi meno favorite. C’è da dire che è avvantaggiata da una macchina elettorale molto più “oliata”, così come da maggiori spazi in televisione, nonché dalla disponibilità di maggiori fondi per la campagna. E poi vi è da considerare che il Brasile dal 2002 è governato dal suo partito  che, grazie soprattutto all’ex presidente Lula, ha lasciato una forte impronta sulla vita politica del paese.

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Marina Silva con Chico Mendes

Marina Silva, nera, di umili origini, analfabeta fino a 15 anni, resta ancora una figura enigmatica, come ha scritto la stessa BBC. Sognatrice, idealista, si presenta come la donna che vuole estirpare la corruzione, l’inefficienza e il mal governo, risanando l’economia del paese senza tagliare i programmi di welfare. La candidata fu compagna di lotta di Chico Mendes nell’attivismo ambientale, e nel 1986, entrò nel Partido dos Trabalhadores, per il quale rivestì il ruolo di segretaria nazionale dell’Ambiente. Diventò una delle principali voci in difesa dell’Amazzonia, soprattutto dopo essere stata nominata, nel 2003,  Ministro dell’Ambiente per il partito di Lula. E proprio sulle questioni che riguardano la difesa dell’ambiente Marina Silva e la Roussef ebbero le prime divergenze. Finché, a causa del mancato sostegno alla politica ambientale da parte del governo (misure cautelative contro i disboscamenti nell’Amazzonia e la questione indigena), Marina Silva rassegnò le sue dimissioni.

Va ricordato che Marina Silva è stata scelta come candidata alla presidenza del Brasile al posto di Eduardo Campos, candidato del Partito socialista brasiliano morto in seguito a un incidente aereo avvenuto il 13 agosto scorso. La stessa Marina Silva avrebbe dovuto essere su quell’aereo, ma all’ultimo momento, a causa di un cambio di programma, non vi salì. La candidata ha parlato di “provvidenza divina” riferendosi al fatto di non essersi imbarcata sul tragico volo. Stando ai sondaggi, Campos avrebbe ottenuto solo il 9 per cento dei consensi, a causa, in particolare, del fatto di non essere molto noto al grande pubblico. Marina Silva, invece, grazie alla sua lunga attività politica, è diventata un volto assai conosciuto dai brasiliani. E questo spiega il motivo per cui  la Silva è risalita nei sondaggi giungendo alle spalle della Rousseff, e assurgendo dunque ad  antagonista principale non solo del presidente della Repubblica, ma del partito dei lavoratori (PT) nel suo complesso.

Queste elezioni brasiliane sono oggetto di grande interesse da parte dei governi dell’america Latina e non solo. 9w945abd6a8lq8foo847rvz35Se la Rousseff è la favorita dei paesi latinoamericani socialisti, Silva pare essere la candidata preferita a Washington, perché offrirebbe più “garanzie”.  Il suo partito, infatti, ha aperto ad un accordo di libero scambio tra Brasile e Stati Uniti. Inoltre, la sconfitta della Rousseff migliorerebbe l’agibilità politica dell’amministrazione Obama, poiché uscirebbe  di scena un ingombrante presidente progressista. Le proposte avanzate da Marina Silva vanno dalla privatizzazione della Banca Centrale alla ricerca di investimenti stranieri per l’esplorazione dei giacimenti di petrolio non convenzionale, anche noti come “pre-salt”, scoperti al largo della costa del sud-est del Brasile. Ma anche della privatizzazione di Petrobras, l’industria petrolifera di Stato. Tutto ciò va in netto contrasto con le politiche del PT, il partito di Lula, che ha dato priorità alle politiche sociali, ai progetti di integrazione regionale e dell’interscambio Sud-Sud, e al ruolo attivo dello Stato.

Una prospettiva, dunque, che ha sollevato interrogativi inquietanti.  Diversi siti di controinformazione in Brasile indicano addirittura nelle CIA l’omicida politico del candidato socialista Eduardo Campos.  Del fatto che Campos sia stato assassinato è fermamente convinto il giornalista americano Wayne Madsen, che in un articolo pubblicato lo scorso 3 settembre sulla testata on line Strategic Culture Foundation,  argomenta la sua tesi  dichiarando che “la Silva, che è una sostenitrice israeliana aderente ai raduni della Chiesa Pentecostale di Dio, è molto più a favore degli affari economici e degli statunitensi rispetto alla Rousseff del Partito di sinistra dei Lavoratori brasiliani. Recentemente la Rousseff, insieme ai leader membri dei BRICS di Russia, India, Cina e Sud Africa, ha creato una nuova banca per lo sviluppo che sfida la supremazia della Banca Mondiale, di gestione statunitense. La creazione della banca ha fatto infuriare Washington e Wall Street”.

Madsen, a sostegno della sua tesi,  ha acceso i riflettori su tre aspetti :  il livello di sicurezza del velivolo, un Cessna Citation 560XLS,  è ritenuto molto elevato; la scatola nera non ha registrato il volo; il velivolo era stato affittato dalla Cessna Finance Export Corporation, una divisione di Textron, un grande contractor della difesa e dell’intelligence statunitense. Inoltre il registratore di conversazioni in cabina, malfunzionante, era stato fabbricato da un altro contractor della difesa e dell’intelligence USA, la L-3 Communications”.  Siamo dunque di fronte ad una serie di elementi, che, collegati tra di loro, rendono la vicenda della morte del candidato Eduardo Campos davvero inquietante. Certo è che nelle relazioni con i paesi esteri, l’eventuale vittoria di Marina Silva significherà la rottura di tutti i grandi accordi sottoscritti dal Brasile (Brics in primo luogo), privilegiando le relazioni bilaterali con gli Stati Uniti e l’Alleanza del Pacifico. E la posta in gioco è davvero grossa.

(articolo di Madsen tradotto in italiano)

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Perché con Pelé il calcio era diverso?

1 luglio 2014

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Quando Pelé era il re indiscusso del calcio mondiale, con più di 1200 gol segnati, non era poi tanto difficile riuscire ad intervistarlo. Bastava attendere fuori dallo stadio ed eccolo scendere dalla sua auto, senza scorta, senza troppa ressa intorno, senza fronzoli. Parcheggiava la sua mercedes vicino all’entrata laterale dello stadio Vila Belmiro a Santos, come una persona qualunque, per poi raggiungere a piedi il campo di gioco dove si allenava

Ai giornalisti che lo attendevano fuori dallo stadio, lui diceva pacatamente: “Tutto ok, ci vediamo dopo nello spogliatoio”. E così, finito l’allenamento, Pelé rilasciava le interviste mentre si asciugava, oppure mentre si allacciava una scarpa.

Oggi tutto questo sarebbe impensabile, perché i calciatori vivono come delle celebrità inarrivabili. Figuriamoci poi durante le partite dei mondiali. In questi giorni le star del pallone rilasciano poche interviste collettive, molte foto per gli sponsor e rarissime dichiarazioni alla stampa. Per lo più alle televisioni. E finite le partite passano dal campo allo spogliatoio, dallo spogliatoio ai pullman. Facendosi largo tra sciami di giornalisti che pendono dalle loro labbra serratissime in attesa di una battuta o anche di una semplice parola.

Oggi peraltro la maggior parte dei giocatori ha a disposizione almeno un addetto stampa, e in molti casi, data l’attenzione al look, stento a credere che non abbiano anche il consulente d’immagine. E che, visti i risultati, fa anche un pessimo lavoro. Tra i giornalisti brasiliani gira la voce che per il solo Neymar lavorino una trentina di persone che si occupano, tra le varie cose, dei rapporti con i media. Lui, la star del momento, a soli 22 anni è il sesto giocatore più ricco del mondo e vive in una casa di mille metri quadrati a Barcellona.

Pelé, il re dei re, tornato dalla Svezia campione del mondo a soli 17 anni ha continuato a vivere    nella pensione a Vila Belmiro. Garrincha, altro fenomeno, non aveva nemmeno la macchina all’apice della sua carriera calcistica. E pensate che fino al 1974 la seleçao faceva i ritiri per i Mondiali in un hotel molto spartano di Rio. Pare che quell’hotel avesse un solo telefono in cucina e i giocatori dovessero fare a turno per chiamare. Ma mettersi d’accordo non era un problema. Perché i giocatori si conoscevano bene, militando nello stesso campionato, ed in non pochi casi nelle stesse squadre. Invece, dei 23 giocatori convocati da Scolari per i mondiali 2014, ben 19 giocano all’estero. Cosa condividono questi giocatori? Quale può essere il livello di complicità tra questi giocatori?

Inutile negare che i giocatori sono sempre più lontani, oltre che dalla gente, tra loro stessi.  E tentano di colmare questo vuoto twittando e postando foto dalle loro lussuose camere d’albergo. Ognuno per conto proprio. Come stelle solitarie. L’immagine di Balotelli con le auricolari infilate nelle orecchie ed isolato dal resto della squadra ne è forse l’emblema.

Oggi i giocatori non possono provare nostalgia per i tempi di re Pelé, perché non hanno vissuto quella magia. E questa non è certo una colpa, proiettati come sono in un mondo dove ancora il fattore determinante del successo di una squadra è la coesione tra gli uomini, prima di tutto.

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Video ufficiale dei mondiali 2014: una “fiesta” di latinos che di Brasile ha ben poco

24 maggio 2014

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I media italiani in questi ultimi giorni sono stati molto impegnati  a raccontare la cronaca del decadentismo politico di cosa, sorry, casa nostra. E giustamente non possono stare dietro a tutto. Così, dalle grinfie dei giornali e tv, è scappata la ciliegina sulla torta dei Mondiali di Calcio 2014: il video del brano ufficiale “We are one (Ole Ola)” . Cantato e interpretato da Pitbull – che non è un cane ma un rapper americano – Jennifer Lopez e la cantante pop brasiliana Claudia Leitte, il brano  è stato presentato lo scorso 16 maggio durante  lo show dei Billboard Music Awards.

Cominciamo innanzitutto col dire che il video è stato girato a  Miami. I Mondiali 2014 si giocheranno però in Brasile. Dunque ditemi voi, che c’entra Miami? Forse bastano due palme per fare un Brasile? Oppure la produzione non riteneva adatta una location  come la baia di Rio, tanto per citarne una?  Ve ne dico altre, le prime che mi vengono in mente, và: Amazzonia, Cascate di Iguaçu,  Salvador di Bahia, spiaggia di Ipanema, isola di Fernando de Noronha, la cosmopolita São Paulo, la città storica di Ouro Preto, il Pantanal, la zona di Jericoacoara, la Chapada Diamantina, una delle più incredibili (e sconosciute all’estero) attrazioni naturali dell’intero paese. Magari, banalmente, la dea dei latinos, la potente Jennifer, ha preferito non allontanarsi troppo da casa per girare la clip. Chissà.

Sta di fatto che l’immagine che ne viene fuori  è sempre la stessa. Ossia quella di un Brasile scontato, article-2557218-1B69665E00000578-852_634x492caratterizzato dai soliti clichè che girano all’estero: donne e calcio, calcio e donne. Che tradotto nella mente di tanti significa sesso e divertimento, divertimento e sesso. Per carità, è pur sempre vero che lì ci sono donne stupende e piedi che sanno fare magie con un pallone. Ma non poteva essere mostrato, almeno questa volta e in mondo visione, che la cultura brasiliana è ricca anche di altro? I brasiliani, già logorati da tanta polemica e malcontento per questi mondiali, non si meritavano di essere rappresentati con un pizzico di originalità in più? E infatti  hanno tutti storto il naso. Per una serie di motivi.

A cominciare dalla scelta dei cantanti: Pitbull, che peraltro canta in inglese, era, fino a qualche giorno fa, un perfetto sconosciuto per almeno – voglio essere poco generosa – l’80% della popolazione brasiliana. Perché scegliere un rapper americano dico io? Dove sono finite le migliori voci della musica “popular brasileira”? A fare concerti qui da noi, forse. Bastava pescare a caso nel mucchio di artisti locali noti che ne trovavi sicuramente uno migliore di Pitbull!

Poi c’è l’abbondante e costosa Jennifer, che non abbisogna di presentazioni. Ma porca miseria, è diventata come lo scalogno. Ce la mettono dappertutto, anche dove non dovrebbe esserci! E alla fine arriva Claudia Leitte, l’unica artista brasiliana nel video, peraltro poco amata dai suoi stessi connazionali. Sarà per questo che Pitbull l’ha tagliata fuori dalla foto che ha postato sul suo profilo Facebook? Gaffe che ha scatenato un putiferio generale in rete. Ma almeno la Leitte canta in portoghese, e la si sente per ben 20 (venti!!) secondi su un totale di 4 minuti. Il ritmo del brano poi è una sottospecie di batucada tecno-trash-pop, pieno di contaminazioni dure che hanno poco a che fare con le radici della musica considerata tra le più belle al mondo. Insomma, un vero disastro.

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La foto pubblicata sul profilo facebook di Pitbull. In evidenza il braccio di Claudia Leitte.

Immancabile tutta la solita serie di flash sui giocatori, sulle bandiere di varie nazioni, su piedi che tirano, rubano e driblano, il tutto magistralmente offuscato dal moto ondoso-oscillatorio e ipnotico delle chiappe delle due fanciulle che ballano, al ritmo di tecno-trash-samba, affianco a Pitbull. Ma io, forse più immune a quel genere di sculettamento che calamita anche gli sguardi femminili, mi sono divertita a giocare a “trova l’intruso”. E infatti, dopo qualche secondo, si vedono sventolare le bandiere di Cuba, nazione che non ha mai partecipato ad alcun mondiale di calcio. Ma che c’entra pure Cuba? Ho scoperto solo dopo che la vera star del video, Pitbull, è americano di orgini cubane. Probabilmente la produzione le ha messe sperando in uno sconticino.

 Immaginate per un secondo di aver avuto, al posto di “Notti Magiche” della Giannini e Bennato, un brano e un video interpretati dal rapper inglese Dirty Dike (Dirty che?), Lady Gaga e, dulcis in fundo (ma molto in fundo) Anna Tatangelo. Con inquadrature continue di pizzerie napoletane e di femminoni stile Dolce e Gabbana dalle prosperose tette che succhiano limoni nella calura “di un’estate italiana”. Rende forse meglio l’idea?

Peccato, perché quel video è l’ennesima occasione persa. Rappresentando purtroppo solo una grande “fiesta” di latinos girata a Miami, dove al posto delle caipirinhas si bevono dei gran cuba libre. Di verdeouro lì c’è solo il colore delle bandiere. E di tutte le bellezze che il Brasile possiede, in quel video, se ne inquadrano solamente due. No, non mi riferisco a quelle…Ma al flash, della durata di un battito di ciglia, sulla splendida baia di Rio e sul Cristo Redentor. Il resto è solo sesso e divertimento, Ole Olà.

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