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Brasile, Mondiali 2014: il “reporter” danese che abbandona il campo

17 aprile 2014

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Nei media brasiliani gira da qualche giorno la notizia che “Mikkel Jensen, un reporter danese inviato in Brasile aseguire i preparativi per i Mondiali di Calcio , abbia battuto indignato in ritirata”. Non è specificato per quale testata facesse l’inviato. Pare che Jensen, trasferitosi lì circa sei mesi fa, intendesse scavare dietro le quinte dei lavori in corso e renderne pubblici i problemi: ritardi nella consegna degli impianti, morti nei cantieri degli stadi, costi spropositati.

L’indignazione del danese sarebbe però stata causata non già dalle scoperte legate ai lavori preparatori dei mondiali di calcio, bensì dai gravi problemi sociali nei quali si sarebbe imbattuto.

Mikkel arriva a Fortaleza all’inizio del 2014, considerata dall’ONU la città più violenta tra quelle che ospiteranno le partite. E lì giunge alla conclusione, come lui stesso ha scritto, che la Coppa è “una grande illusione preparata apposta per gli stranieri. Tutti i progetti e i cambiamenti sono fatti per quelli come me e per la stampa internazionale”. 

La notizia ha fatto un certo scalpore ed è diventata subito virale. Al punto che pure in Europa comincia a circolare in queste ore. E sicuramente un titolo simile a questo – “Mondiale nasconde violenze: reporter lascia il Brasile”– invaderà anche il nostro spazio etereo.

Le cose, in realtà, non stanno proprio così. E’ bastato compiere qualche verifica per arrivare a ricostruire con maggiore precisione la notizia. Ma si sa, purtroppo nella corsa emulativa dei media che ha come fine ultimo quello di fare più Like possibili, le notizie vere  si perdono per strada.

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Cominciamo allora col dire che la carriera da giornalista di Mikkel Jensen consiste solamente in una collaborazione con il Pladepressen. Il Pladepressen altro non è che  un piccolo sito dedicato alla musica danese, probabilmente fondato da Keldorf stesso, visto che ha chiuso i battenti poco prima della partenza per il Brasile. Dal 2012 Mikkel pubblica alcuni pezzi qua e  (ossia, due) prima di lanciarsi nell’avventura di lavorare come reporter indipendente dei Mondiali. Tuttavia ciò non significa che lui non possa realizzare un buon reportage.

Da ciò che circola in rete, si evince che Mikkel avrebbe compiuto un’operazione di vero e proprio giornalismo d’inchiesta: “ha scoperto, indagando a fondo, la corruzione dilagante, la disumanità degli sfratti e la fine di tanti progetti sociali all’interno delle comunità. E così ha cercato di dare voce alle ingiustizie provando a intervistare le persone per le strade, soprattutto bambini.” E nel suo “reportage” di pochi paragrafi scrive:

A Fortaleza ho incontrato Allison, 13 anni, che vive per le strade della città. Un ragazzino con una vita molto dura. Lui non possedeva nulla – solo un pacchetto di noccioline. Quando ci siamo incontrati mi ha offerto tutto ciò che aveva, ossia, le noccioline. Quel tizio nulla tenente ha dato l’unica cosa di valore che possedeva a uno straniero, il quale portava con sé una apparecchiatura costosissima e una Mastercard in tasca. Incredibile. Ma la vita di quel ragazzino è in pericolo a causa di quelli come me. Lui sta correndo il rischio di trasformarsi nella prossima vittima della pulizia che stanno attuando a Fortaleza.”

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Il reporter danese fa riferimento a una vera repressione, attuata con violenza soprattutto nei confronti dei bambini di strada: ”Alcuni spariscono, altri sono uccisi quando dormono di notte in aree con alta concentrazione di turisti”, ha affermato. Per questo la decisione: ”Per non contribuire a questo show disgustoso, torno in Danimarca oggi stesso e dico addio al Brasile”.

Nessuno vuole discutere sulla veridicità del quadro raccontato da Mikkel. Che lui lo abbia toccato con mano o no, è noto che, non solo nella regione di Fortaleza, la disumanità con cui vengono condotte le operazioni di “pulizia” è all’ordine del giorno. Ma il punto vero è un altro. Mikkel, volendo fare notizia, si è scordato della sostanza. Ed ha perso  una occasione per raccontare, anche con immagini, la violenza con cui vengono attuati gli sfratti.

Perché in vista dei Mondiali sono state rimosse intere comunità: si stima che ad oggi siano circa 170 mila le persone sfrattate a causa dei lavori collegati ai Mondiali e ai giochi Olimpici 2016. Nel dossier “Megaeventos e Violações de Direitos Humanos no Brasil” sono pubblicati i dati e le informazioni sull’impatto che avranno lavori e le trasformazioni urbanistiche realizzati per i due megaeventi.

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I bambini della comunità di Servluz, Fortaleza

Infine Mikkel avrebbe potuto dare voce al caso delle famiglie, circa duemila, che abitavano nelle vicinanze del Porto di Mucuripe, nello stato del Cearà. Le case attorno al porto, in parte costruite abusivamente, costituivano, per il Governo, un impedimento ai lavori di ristrutturazione e sviluppo di tutta la zona costati 65 milioni di euro.

Cosicché una mattina, senza preavviso, sono arrivate le ruspe, che hanno raso al suolo tutte le abitazioni. Quella mattina è ricordata dai brasiliani privati così barbaramente della propria dimora come il “giorno della disperazione”. Una disperazione fatta anche di paura per i gravi rischi sociali a cui saranno esposti bambini ed adolescenti.

Narrare vicende come queste avrebbe avuto un senso. Invece Mikkel ha preferito ricercare in modo rapido e goffo la notorietà mondiale, usando come notizia la sua fuga indignata e le noccioline del bambino Allison.

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Il piccolo comune che conia una moneta e rilancia l’economia

28 febbraio 2014

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São João do Arraial è un comune di 7.022 abitanti nello Stato del Piauí, in Brasile. Per indicarlo sulla mappa serve la punta di uno spillo, tanto si vede piccolo. E’ lontano da tutto e da tutti, talmente isolato che addirittura non ha una banca. Per trovarne una o per fare, ad esempio, un semplice prelievo, bisogna raggiungere un’altra città, Esperantina, a 20 km di distanza. La popolazione, stufa di dover continuamente spostarsi e di vedere le attività commerciali frenate da questa situazione (infatti anche per trovare molti prodotti di prima necessità era necessario spostarsi in altre città) ha deciso di fare da sé. E si sa, chi fa da sé, fa per tre.

E così a São João do Arraial è nata nel 2007 una banca, il “Banco dos Cocais”. Partecipata dagli abitanti di São João, dalla 280px-Piaui_Municip_SaoJoaodoArraial.svgprefettura e da altri soggetti ed istituzioni locali (tra cui sindacati, assessori, Chiesa, Associazione delle donne impiegate nella lavorazione delle palme da cocco), il “Banco dos Cocais” ha coniato una moneta propria, il “Cocal”. Riconosciuto dal Banco Central do Brasil, il Cocal può circolare solamente all’interno della città di  São João do Arraial, ed ha pari valore del Real brasiliano.

Nei primi due anni di vita la nuova moneta è riuscita a dare un nuovo impulso all’economia della città, creando posti di lavoro, rafforzando le imprese artigiane e il commercio, facilitando soprattutto la vita agli abitanti, in tal modo non più costretti a spostarsi di molti chilometri anche solo per fare un bancomat. La banca dos Cocais, dalla sua nascita ad oggi, ha infatti registrato una movimentazione di circa R$ 3 milioni in Cocais, che rappresenta il 25% dei R$ 12 milioni movimentati in tutto il municipio. “Ad oggi sappiamo che circolano almeno 25 milioni di Cocais a São João do Arraial”, afferma Mauro Rodrigues, uno dei coordinatori della banca.

Gli amministratori comunali, inoltre, hanno approvato una legge che fissa a 25% la quota degli stipendi pubblici da erogare in Cocais. Questo per favorire la crescita dell’economia locale ed evitare che i soldi siano spesi fuori da São João. “La nostra banca è stata in grado di dare nuovo impulso all’economia anche perché la moneta ha valore solo all’interno del municipio di São João”, ha dichiarato recentemente il prefetto Adriano Ramos; “inoltre, con l’utilizzo del Cocal e l’istituzione bancaria, la prefettura può usufruire di un microcredito che va a beneficio delle imprese e dei nuovi negozi”.  Inizialmente scettici, oggi i cittadini e commercianti di São João preferiscono ricevere i pagamenti in Cocais. Molti ritengono, infatti, che sia più sicuro utilizzare questa moneta, che non ha valore al di fuori della città. Infatti, da quando è stata immessa nel mercato, sono calate le rapine.

img_5019L’unico neo è rappresentato  dal costo per ogni Cocal emesso, pari a R$ 0,15.  “Per emettere dieci mila banconote in Cocais, il costo sale a 15 mila Reais. Un esborso ancora troppo elevato, su cui pesa anche per il fatto di dover stampare moneta a Fortaleza, presso l’Istituto Palmas, che è il gestore e certificatore delle banche comunitarie del Brasile. “Inoltre sono da coprire anche i costi del trasporto. Se la moneta fosse invece stampata dalla “Casa da Moeda” avremmo una riduzione dei costi. L’avanzo in questo caso sarebbe enorme, sia da un punto di vista istituzionale che finanziario”, afferma Mauro Rodrigues.

Secondo i dati della Banca Centrale del Brasile, dei 5,6 mila municipi di tutto il paese, sono 233 (di cui 68 solo nello stato del Piauí) quelli ancora sprovvisti di agenzie bancarie, nonché di sportelli elettronici. Tuttavia dei municipi dotati di agenzie , 1900 non offrono un servizio al pubblico.

E il resto della popolazione del Brasile come vede l’iniziativa? A detta di molti brasiliani, che nutrono da sempre un certosentimento di razzismo nei confronti degli abitanti dello stato del Piauí, la moneta è frutto di una volontà separatista. Altri la ritengono una iniziativa incostituzionale. Chissà, forse l’idea di coniare una propria moneta è nata come reazione alla tanto nota quanto indelicata affermazione del presidente della Philips America Latina, Paulo Zottolo, che nel 2007 disse “Se il Piauí non dovesse esistere più, nessuno se la prenderebbe”.

Certo è che il Piauí, assieme ad altri stati,   è di fatto dimenticato dal Governo Federale. In quella regione del Brasile, molti municipi devono fare i conti con gravi carenze, dalle infrastrutture ai servizi di base per i cittadini. E i “piauiensi”, definiti “svogliati discendenti degli indios “, hanno invece dimostrato, coniando il Cocal,  oltre che intraprendenza, che è possibile rimettere in moto un’economia locale data per morta in partenza.

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Grand Hotel favela: il Brasile si prepara ai mondiali di calcio facendo pulizia. E nascondendo la sporcizia sotto il tappeto

7 febbraio 2014

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Mancano ormai pochi mesi all’inizio dei Mondiali di Calcio 2014 e il Brasile si prepara ad una sfida che va ben oltre quella calcistica. Il gigante dei Brics, infatti, non dovrà solo offrire condizioni strutturali adatte ad ospitare un evento sportivo di portata mondiale, che contemplino il rifacimento degli stadi di calcio, tirati a lucido sulla pelle di molti operai morti durante i lavori, o la evoluzione del sistema di collegamento con gli stadi. Il Brasile dovrà dimostrare al mondo di essere davvero il paese che viene descritto sui media esteri, ossia nel pieno di un processo di modernizzazione rivoluzionario.

I problemi non mancano e lo sanno bene i brasiliani, che hanno portato nelle piazze la rabbia per le gravi carenze di strutture e servizi pubblici adeguati per i cittadini, il malcontento per i costi esorbitanti dei lavori e per la dilagante corruzione che orbita attorno al mega evento. A questi cittadini, poi, poco importa delle linee di collegamento tra le città e gli stadi calcistici quando i trasporti pubblici per raggiungere ogni giorno i posti di lavoro e scuole vanno sovente in tilt.

Ci sono tuttavia altri fattori che potrebbero innescare polemiche e malcontenti. Il Governo dello Stato di Rio de Concorso-TropadeeliteJaneiro ha infatti investito oltre 200 milioni di euro nella pacificazione delle favelas”, una politica di rinnovamento della città, che sta generando forti e aspre discussioni. Si tratta di una sorta di “pulizia” delle favelas dai narcotrafficanti e di liberazione di esse dalla morsa della violenza imposta dai trafficanti di droga.

Create nel 2008, le UPP, Unità di Polizia Pacificatrice, hanno lo scopo di “vegliare giorno e notte per assicurare ordine e pace, affinché per le strade non si vedano più né armi né trafficanti di droga”.  In sostanza gruppi scelti dei corpi militari presiedono in modo permanente la zona, creando le condizioni perché nelle favelas possano essere realizzati  progetti sociali in ambito educativo e legati alla salute pubblica. In alcuni casi le relative ricadute sono state positive anche se la popolazione nutre ancora forti dubbi sulla efficacia delle politiche di “pacificazione”, visto l’atteggiamento violento e corrotto della polizia.

Ma un ulteriore elemento critico è rappresentato dall’ampiezza delle aree su cui le UPP dovrebbero operare. Si pensi che nella sola Rio de Janeiro sono presenti più di mille favelas, e secondo l’ex capo della Polizia di Rio, Manoel Vidal, il progetto delle UPP non sarà in grado di bonificare un numero così elevato di quartieri. Viene allora da chiedersi quanto potrebbe durare il processo di pacificazione delle favelas e quanto verrebbe a costare una tale operazione prolungata nel tempo. E se possa essere davvero uno strumento per sconfiggere i cartelli della droga o sia invece solo una soluzione tampone.

22favela-slide-N1IH-articleLargeLa realtà, dunque, è ben diversa dal quadro che i media esteri raffigurano. Viene da sorridere a vedere addirittura  il New York Times pubblicare un lungo articolo nel quale, in maniera del tutto superficiale, è indicata la via economica e radical chic per soggiornare in Brasile durante i mondiali di calcio: gli hotel e i bed and breakfast che stanno sorgendo all’interno delle favelas, dato che gli alberghi nelle città brasiliane che ospiteranno le partite hanno aumentato sensibilmente i prezzi in vista dei mondiali. E registrano il tutto esaurito. Le stime parlano di 300 mila turisti e oltre in arrivo nella sola città di Rio a fronte di una capacità ricettiva di 55 mila posti letto.

Allora l’ingegno carioca si è messo in moto e sono cominciate a spuntare in ogni angolo di città stanze e posti letto. Anche, appunto, all’interno delle stesse favelas che il NYT descrive come “luoghi tranquilli e sicuri, dove si possono trovare ostelli, b&b e ristoranti.” In ciò fornendo un quadro accattivante e al contempo rassicurante.

Nel web peraltro pullulano da tempo siti turistici che offrono pacchetti con tanto di tour all’interno delle favelas. Tra tutti spicca il sito Favelaexperience, che offre in chiave molto glamour ospitalità a prezzi accessibili durante i mondiali di calcio. Le tariffe competitive vengono giustificate, nell’articolo del NYT,  con il rischio di beccarsi una pallottola vagante, o con la possibilità di ritrovarsi faccia a faccia con una banda di criminali minorenni armati fino ai denti. Ma tutto, come si sa, ha un prezzo.

Quello che il New York Times avrebbe potuto aggiungere è che si è di fronte ad una colossale operazione di 13186774facciata. E che esiste anche un accordo tra le parti: le UPP “invadono” le favelas, senza però sradicare come dovrebbero il traffico di droghe. Caso strano, nessun boss è mai stato catturato da queste unità speciali. Cosicché il traffico continua indisturbato a prosperare, per giunta con l’appoggio di poliziotti corrotti. In tal senso è emblematico  il caso di un poliziotto sorpreso nella favela di Santa Teresa, qualche mese dopo l’istituzione delle UPP, con 5 mila euro in tasca, ricevuti da una banda locale.

La realtà è che la polizia ha occupato solamente alcune di queste favelas, forse quelle con la vista panoramica migliore, catturando e uccidendo talvolta anche innocenti. Evocando e dando così in pasto ai media scenari tipici di set cinematografici, capaci di offrire un quadro edulcorato delle condizioni di vita reale e dei problemi del Brasile. Come quello del diritto alla casa, più che mai sotto i riflettori, con un  mercato immobiliare che addirittura potrebbe subire una impennata  di prezzi a causa di speculazioni incontrollate, anche in zone poverissime come quelle delle favelas.

246463_240996889339574_1896463369_nCon il rischio che si ripeta ciò che è accaduto in occasione di altri grandi eventi. D’altra parte lo stesso inviato speciale delle Nazioni Unite per il diritto alla casa, l’urbanista brasiliana Raquel Rolnik, ha affermato recentemente che “i grandi appuntamenti sportivi possono essere un’opportunità per migliorare le condizioni abitative della popolazione, ad esempio con l’ammodernamento dei sistemi di trasporto o con l’introduzione di soluzioni più avanzate sul fronte ambientale. Tuttavia, le esperienze del passato ci hanno dimostrato che i lavori per questi eventi spesso portano a sfratti forzosi, trasferimenti di massa, operazioni contro i senzatetto e a un generale aumento dei costi per alloggi adeguati”.

Hanno ripulito le favelas che confinano con le zone lussuose per regalare a questi turisti in cerca di “calore umano e autenticità” una vista mozzafiato sulla baia più bella del mondo a 50 dollari a notte, nascondendo temporaneamente armi e trafficanti dietro all’angolo. Ma una volta spenti i riflettori e calato il sipario?

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Le scelte coraggiose dell’Uruguay

11 dicembre 2013

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L’Uruguay sarà, dal 2014, il primo paese al mondo dove la produzione, la distribuzione e il consumo di cannabis saranno controllate dallo Stato. Il senato di Motevideo ha infatti approvato la legge, con 16 voti a favore e 13 contrari, su un totale di 30 seggi  – voluta dal Presidente José Mujica e già passata alla Camera lo scorso 31 luglio – che disciplina produzione e commercializzazione della marijuana. Ora manca solo la firma dello stesso capo dello Stato perché le norme entrino in vigore.

“Pensiamo di trattare questo vizio come si tratta una dipendenza – spiega José Mujica – Vogliamo sfidare il narcotraffico nel mercato, in modo da rendere poco conveniente il traffico illegale perché lo Stato venderà la marijuana a un prezzo più basso e controllato. Invece di combattere il fenomeno con la repressione, lo combattiamo con le regole del mercato”.

La marijuana sarà venduta nelle farmacie ad un prezzo equivalente a 75 centesimi di euro al grammo, solo agli adulti,  e i consumatori potranno acquistare fino a 40 grammi al mese, ma solo dopo essersi iscritti in un registro nazionale (che non sarà reso pubblico). Sarà consentita l’autoproduzione, non più di sei piante a persona, e la costituzione di gruppi per coltivare massimo 45 persone e non più di 99 piante. In entrambi i casi le piante dovranno crescere all’interno di circoli istituiti dalla stessa legge.In questo modo lo Stato potrà controllare la coltivazione e la vendita a scopi psicotropi e ricreativi, peraltro incassando circa 25 milioni di euro all’anno.

Non è  la prima volta che questo piccolo paese con 3,2 milioni di abitanti dimostra di essere all’avanguardia sui temi sociali. Basti pensare che l’Uruguay, prima di altri paesi dell’America Latina, ha legalizzato, nel 2007, le unioni civili delle coppie omosessuali e l’adozione per le coppie dello stesso sesso, nel 2009.

casa_mujicaSotto l’impulso della coalizione di sinistra “Frente Amplio”, al potere dal 2005, e dell’attuale presidente Josè Mujica, l’Uruguay si distingue dunque per le scelte coraggiose in campo sociale, su temi spinosi e delicati. Sui quali normalmente è difficile avere l’approvazione da parte della maggioranza della popolazione, prima ancora che dei parlamenti. Si pensi che ad oggi il 61% della popolazione in Uruguay contesta il progetto di legge sulla cannabis. Ciò nonostante, la presidenza ha deciso di andare avanti, dimostrando di non soffrire di quell’ansia di compiere scelte solo laddove raccolgano un ampio consenso, tipica dei nostri politici. Ed il risultato, evidente, è che nessuna evoluzione degna di nota, in campo non solo sociale, ha visto la luce negli ultimi 20 anni.

L’Uruguay, invece, si muove nel solco di una tradizione riformatrice che ha visto nell’ex presidente José Batlle Ordonez (19031915) un interprete di grande valore. Ordonez fu il primo in tutto il continente a legalizzare il divorzio con la sola decisione della moglie (1913), ad abolire la pena di morte (1907) ed autorizzare il voto alle donne (1927). Decisioni prese in un tempo in cui il progresso era “più rapido di quanto la società ammettesse, ma le circostanze politiche permettevano di fare andare avanti la legislazione”.

Oggi l’artefice dei grandi cambiamenti in atto è José “Pepe” Mujica, il presidente dal passato nei Tupamaros. Mujica incarna un preciso ideale  e lo applica alla sua azione politica: nessuno schiavo, nessun padrone, ossia, l’uguaglianza.  Non a caso la spinta innovativa più importante a cui ha contribuito Mujica vi è stata nel campo dei diritti civili. Anche se, in Europa, il presidente dell’Uruguay è conosciuto soprattutto per la sua campagna anti-armi “Consegna la pistola e ti diamo una bici o un computer” .

Mujica è noto anche per le sue scelte di condotta di vita. Infatti egli vive nella casa da lui costruita, di 45 metri quadrati, rinuncia allo stipendio ( il 90% lo devolve ad associazioni umanitarie) e non ha la scorta. Inoltre, ha una macchina del 1987.  “Il mio stile di vita è una conseguenza del processo della mia vita. Ho combattuto per quanto è possibile per l’uguaglianza e la parità di uomini”, dice Mujica, ex-guerrigliero che ha trascorso quattordici anni in carcere, per lo più durante gli anni della dittatura.

Insomma, Mujica pare davvero una figura straordinaria, un uomo che è rimasto con i piedi per terra, che non si è fatto travolgere dal potere. Lui è capace di interpretare al meglio il suo ruolo nell’interesse generale e per il bene del popolo. Come dovrebbe fare ogni buon leader. E’ sotto questa angolatura che va letta la legge sulla cannabis fortemente voluta da Mujica. Evitando così il rischio di incorrere nell’errore di considerare la cosa come una mera mossa populista.

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Bacio gay tra la folla: il pastore Feliciano ordina l’arresto

7 ottobre 2013

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Quando una religione si rifiuta di accettare le differenze diventa intolleranza. E quando viene usata come fonte di reddito personale è pura espressione di avidità. Del pastore evangelico Marco Feliciano mi ero già occupata qui a Contronotizia. Per rinfrescarvi la memoria: Marco Feliciano è il pastore evangelico più ricco del Brasile, nonché presidente della Commissione Diritti Umani e Minoranze della Camera dei Deputati. Nel caso di Feliciano insomma, religione e politica si sono fuse in un solo soggetto. Peraltro accusato di omofobia: ha presentato la proposta di “Cura Gay”,  scatenando un mare di polemiche e pesanti critiche in tutto il mondo.

Il 15 settembre scorso, durante l’evento evangelico Glorifica Litoral nella città di São Sebastião, a nord dello Stato di San Paolo, il pastore Feliciano ha fatto arrestare due attiviste di #beijogay, il movimento che ne chiede la revoca dal CDHM. Yunka Mihura di 20 anni e Joana Palhares di 18, si sono scambiate un bacio provocatorio durante l’evento. Il pastore aveva appena pronunciato le seguenti parole: ”Trovate una persona bella vicino a voi e fatele un sorriso” . Le due ragazze sono andate ben oltre facendosi sollevare e baciandosi a lungo davanti a 70 mila persone.

“La polizia militare qui presente dia una sistemata a quelle due ragazze che si stanno baciando durante un culto, quelle due ragazze devono uscire di qui in manette, la guardia civile per favore…non scappate… questa è la casa di Dio, non un bordello”, ha detto minaccioso Marco Feliciano dal palco. In ciò debordando in un vero e proprio linciaggio morale, che per poco non é degenerato in un massacro da parte della folla presente. Questo a conferma di quanto siano pericolosi messaggi violenti resi in pubblico come quelli enunciati da Feliciano. Che rimane, anche per questo, un uomo assai temibile. Un personaggio capace di trascinare le masse, di strumentalizzare la parola di Dio, di fare pubbliche affermazioni di questo calibro: “gli africani discendono da un ancestrale maledetto da Noè. Questo è un fatto”(via twitter il 31 marzo 2011).

Nel caso delle due ragazze che si sono platealmente baciate, l’accusa di Feliciano é stata di mancato rispetto durante il culto religioso. Un’accusa davvero singolare, visto che il suo “show” non può certo essere considerato esercizio di culto. L’evento organizzato dalla prefettura di Sao Sebastiao in un luogo aperto, per di più con soldi pubblici, si inserisce nel contesto della Glorifica Litoral, considerato un evento socio culturale.

Lo stesso pastore ha umiliato le ragazze dicendo: ”chissà se il padre e la madre di queste due ragazze conoscono l’amore e la felicità con delle figlie simili, capaci di fare queste cose in piazza pubblica“. Affermazioni come queste sono sconcertanti ed evidenziano una tensione  omofoba a dir poco vergognosa. Quanto é accaduto appare incredibile, che ad un pessimo politico travestito da santone, davanti una folla di decine di migliaia di credenti, venga permesso di commettere un abuso di potere simile. Ed è sconcertante che la polizia abbia eseguito l’ordine di arresto.

Non pago, Marco Feliciano ha poi detto alla stampa: “E’ impossibile protestare contro di me senza protestare contro la mia religione, perché io difendo ciò che la mia religione difende”. E a quale religione si riferirebbe il “buon” pastore?

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Un nuovo Maracanã per la “torcida” di sempre. Privatizzato e tirato a lucido. Ma piace davvero ai brasiliani?

15 luglio 2013

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Il Maracanã è tornato alla ribalta dopo due anni e mezzo di lavori di ristrutturazione. Era necessaria una remise en forme in previsione della Confederation Cup 2013, della finale dei mondiali 2014 e delle Olimpiadi del 2016. “O estadio dos reis” ora ha un tetto ellittico di 50mila metri quadri ricoperto di pannelli fotovoltaici, 230 bagni che riciclano l’acqua piovana, 60 bar, 360 telecamere di sicurezza, poltroncine super comode, oltre ad un settore per la stampa completamente rifatto e in grado di ospitare fino a 3mila giornalisti. A diminuire sono i posti, che passano dai 200 mila (il record storico di presenze fu nel 1950 durante la partita Brasile – Ecuador) a circa 78 mila.  Anche l’area urbana attorno allo stadio ha subito notevoli cambiamenti. Con la demolizione del Parco Acquatico Julio De Lamare e dello Stadio di Atletica Célio de Barros, entrambe annessi al complesso sportivo del Maracanã, nonché della Scuola Comunale Friedenreich.

L’obiettivo della profonda ristrutturazione era di aumentare la visibilità da parte del pubblico e più complessivamente di trasformare il tempio del calcio brasiliano in uno stadio ancorato al modello europeo. Tutto nuovo, dunque. E tutti contenti. In realtà non proprio tutti, visto che la tifoseria ha espresso in merito diverse riserve. Innanzitutto sulla cifra spesa, che ha raggiunto quota 400 milioni di euro. Ma a far arrabbiare la tifoseria è in particolare la nuova proposta di condotta. Il Consorzio Maracanã infatti ha redatto un documento di “buona condotta” che proibirebbe ai tifosi di portare le aste di bambù per reggere le bandiere e gli strumenti musicali. Sarebbe anche previsto il divieto di levarsi le magliette durante le partite. I tifosi, inoltre, dovrebbero stare seduti  per tutta la durata degli incontri. Insomma, andare a vedere una partita di calcio sarà un po’ come andare a teatro.

UnknownNon si capisce poi dove origini questa svolta “perbenista” col conseguente divieto di togliersi la maglietta, che peraltro non è previsto in alcuno stadio europeo. Sta di fatto che il popolo verde oro è insorto di fronte a tale prospettiva, accusando il Consorzio Maracanã di voler derubare i brasiliani della loro torcida. Di voler, peraltro, “cacciare” i poveri dallo stadio con il conseguente aumento dei biglietti per assistere alle partite. Ma soprattuto di far morire l’anima del Maracanã, che i cariocas considerano loro. O “maior dos maiores” (il più grande tra i grandi) fa parte della cultura, della storia, del vissuto calcistico di un intero popolo. Costringere un brasiliano nel pieno delirio da gol a stare seduto è come chiedere ad un bambino affamato di non rubare la marmellata. Impedire alla torcida di non esprimere la gioia incontenibile con una batucada è come cercare di frenare un cavallo in corsa.

La motivazione ufficiale di un così radicale cambio di rotta starebbe nel fatto di voler contenere la violenza. Resta il fatto che imporre con la costrizione, non pare, anche in questo caso, la strada giusta per “educare”. Perché i brasiliani, nel Maracanã tirato a lucido, si sentono un po’ così, costretti. Oltreché esclusi. È per questo che le nuove “regole di comportamento” non piacciono e non convincono. Perchè cancellano, con la scusa della ristrutturazione, una tradizione piena di storia, di fede, intrisa di lacrime e gioia calcistica. A far stare seduti i brasiliani durante una partita ce ne vorrà, statene certi. E neppure l’adesivo più potente in circolazione servirebbe a contenere l’esplosione di gioia della torcida del Maracanã.

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La “cura gay” che non guarirà il Brasile

23 giugno 2013

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Le manifestazioni che dilagano da giorni in Brasile sono animate da un comune e forte desiderio di ripulire il paese dalla corruzione, dalla pretesa di trasparenza sulla gestione dei soldi destinati all’organizzazione dei mega eventi sportivi e dalla volontà di ridare dignità alla popolazione, stanca di avere un paese che promette ma non compie. Tra i vari motivi che hanno portato il popolo brasiliano a dire basta ce n’è uno che grida vendetta e che passa in secondo piano, almeno qui in Europa. E che basterebbe, da solo, a far scendere in piazza l’intero paese.

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Marco Feliciano

Si tratta dell’elezione di Marco Feliciano alla presidenza della Commissione per i Diritti Umani e Minoranze (CDHM). Feliciano è un pastore Evangelista, eletto deputato del Partito Social Cristiano nel 2010. Da marzo 2013 è alla presidenza del CDHM.

In Brasile Feliciano è un personaggio molto noto, più volte balzato agli onori della cronaca per le sue posizioni omofobe e razziste. Attualmente peraltro è indagato per furto con l’accusa di aver ricevuto 13 mila reais (equivalente a 4400 euro) per realizzare una messa alla quale non si è presentato.  Il discredito di cui gode è talmente alto che addirittura in Argentina centinaia di persone hanno manifestato contro la sua nomina davanti all’ambasciata. L’elenco delle frasi sconcertanti pronunciate dal pastore evangelico è lungo. Eccone alcune “perle”:

“I sentimenti malsani che legano gli omosessuali portano all’odio, alla criminalità e al rifiuto”, o ancora, “Quando le persone sono incoraggiate a liberare i propri istinti e a legarsi a persone dello stesso sesso, distruggono la famiglia, e così creano una società dove esistono solo omosessuali. Questa società è destinata a sparire, dato che non può mettere al mondo dei figli”.Frasi come queste ed altre offensive verso la comunità nera ( “un negro è un negro e non può cambiare”) sono incompatibili  con chi ha l’onere di presiedere alla commissione per i Diritti Umani.

Fa poi impressione una sua dichiarazione fatta durante un culto religioso,  in merito alla morte del cantante John Lennon. Che secondo il pastore sarebbe stato punito e ucciso da Dio per aver detto che “I Beatles sono più popolari di Gesù Cristo”. Feliciano ha sostenuto che la sua uccisione sia stata una “vendetta divina”, aggiungendo: “Vorrei essere stato là il giorno che è morto. Avrei alzato il lenzuolo che lo ricopriva e gli avrei detto: perdonami John, ma questo primo sparo è nel nome del Padre, quest’altro nel nome del Figlio e questo nel nome dello Spirito Santo.”

E’ evidente quindi come l’elezione di Marco Feliciano continui a sollevare proteste in tutto il paese. Feliciano, recentemente, ha così commentato il moto di sollevazione popolare suscitata dalla sua nomina:”Tutto questo clamore perché, per la prima volta nella storia del Paese, un pastore pieno dello Spirito Santo ha conquistato un ruolo ed uno spazio che fino a ieri era dominato da Satana” Lo stesso Satana, dominerebbe, secondo Feliciano, tutti gli attivisti che fanno parte dell’Associazione Lesbiche, Gay, Bissessuali e Transessuali del Brasile.

Tuttavia la notizia che fa accapponare la pelle e solleva non poche preoccupazioni nel mondo politico brasiliano e non solo è la famosa “cura gay” proposta da Marco Feliciano. La Commissione per i Diritti Umani della Camera ha infatti approvato il 18 giugno scorso un testo di legge che permette agli psicologi di “curare” l’omosessualità. La proposta dovrà superare il vaglio di altre due commissioni prima di arrivare in aula .per la discussione ed eventuale approvazione definitiva

Se si pensa che il 17 maggio del 1990 l’Oms escluse l’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali, questo progetto riporterebbe il Brasile indietro di vent’anni. L’autore del testo del progetto, il deputato Anderson Ferreira (PR-PE), ha affermato che il progetto “costituisce una difesa della libertà nell’esercizio della professione e della facoltà di ciascun individuo di scegliere un professionista che tratti delle questioni private e personali”.

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Intanto il Movimento Nazionale brasiliano per i Diritti Umani ha minacciato di portare il caso di fronte all’Organizzazione degli Stati Americani (Osa) e all’Onu, poiché secondo loro Feliciano non può certo essere ascritto alla categoria dei difensori dei diritti umani.

Certo che di nodi al pettine ne stanno venendo fuori in Brasile, così come stanno emergendo  le forti contraddizioni che lo hanno da sempre caratterizzato. La settima potenza mondiale pare non avere basi solide sulle quali fondare uno sviluppo equilibrato. In un paese che non poco tempo fa ha autorizzato i matrimoni gay, la nomina di una figura come Feliciano appare oltremodo politicamente paradossale. Ma soprattutto un pugno in faccia ad una minoranza che tanto piccola non è, considerando che il Brasile conta quasi 200 milioni di abitanti.

 

 

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