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Due buoni motivi (e una copertina) per leggere “L’estate del coniglio nero”

21 febbraio 2017

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Non so se faccio bene a scegliere i libri dalle copertine. Il fatto è che le recensioni sono noiose, la classifiche farlocche e i gruppi lettura ti fanno sentire ignorante come una capra. Si potrebbe ricorrere al consiglio dell’amico che legge un sacco, ma si tratta pur sempre di un filtro esterno. Per assumermi appieno la responsabilità della scelta, dunque, faccio da sola. Il più delle volte, in questo modo: prima guardo i colori e l’effetto d’insieme della grafica,  poi leggo il titolo (anche se di quello non sempre mi fido), infine vado a sbirciare il retro. Una volta lì, leggo le prime due righe della sinossi e le prime due della biografia. Se qualcosa mi piglia, compro. Detta così sembra macchinosa e superficiale, ma è un’operazione che dà buoni risultati e che richiede circa otto secondi. 

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Di L’estate del coniglio nero, la cosa che mi ha convinta a spendere 10, 90 euro è stata la seguente frase nella biogafria dell’autore: “Terminata la scuola si è trasferito a Londra per cercare di diventare una rock star. Dopo aver lavorato in uno zoo, un crematorio e un ufficio postale, ha cominciato a fare quello che gli riusciva meglio: scrivere libri per adolescenti.” Questo a proposito della vita di Kevin Brooks. Chi di noi non voleva diventare una rock star? O chi di noi non ha mai pensato di lavorare in un crematorio? Ok, lasciamo stare il crematorio e teniamoci buona la rock star. Veniamo al dunque.

L’estate del coniglio nero è un noir per “giovani adulti”. Adolescenti, post adolescenti, pre adulti e curiosi, insomma. Ma questo non significa che i personaggi intercalino ogni due parole con un “cioè” o che dicano “scialla” ogni volta che devono dire “stai tranquillo”. Non è una questione di forma, ma di aderenza. I ragazzi non sono dei cretini, sanno perfettamente quando il libro pesca a piene mani nel loro mondo. 

Brevemente la trama: Pete, il protagonista, da che voleva starsene solo “disteso in camera a guardare il soffitto” riceve una telefonata di Nicole, che lo invita ad una rimpatriata tra vecchi amici prima che le loro strade si separino definitivamente. Pete è titubante perché una vocina dentro di lui gli dice che è meglio rimanere “disteso in camera a guardare il soffitto”. Alla fine accetta e decide di portarsi dietro anche Raymond, un ragazzo che pare vivere su un pianeta tutto suo e che ha un coniglio nero in giardino che gli parla.

Tipo strano Raymond, che fuso in Pete, fa saltare fuori un unico personaggio molto empatico, una sorta di anti eroe che calamita subito chi legge. Pete, Raymond, Eric, Pauly e Nicole si ritroveranno nel loro vecchio covo e ci daranno dentro con alcool e droghe leggere. La serata proseguirà al luna park e finirà con la misteriosa scomparsa di Raymond. Ma quella stessa notte si perderanno le tracce anche di Stella Ross, celebrità locale e figlia di un batterista famoso, che si è guadagnata il sopranome di “bomba quindicenne” a suon di scandali e selfie. Ovviamente tutti penseranno che le due sparizioni siano collegate. Tranne Pete, l’unico che conosce veramente Raymond e al quale è molto legato. Tra gli amici cominceranno a venire a galla rancori, segreti e gelosie mai superate. Alla fine l’enigma delle due sparizioni si risolverà (anche se solo in parte) grazie alla tenacia di Pete.

Il libro è avvincente. La tensione si mantiene sempre alta e rimbalza tra i fatti e gli stati d’animo. Ad essere sincera trovo che i romanzi young adult sortiscano l’effetto “analisi”, perché ti fanno regredire nel tempo e dialogare con ciò che si è stati.  Malinconie, paranoie, senso di inadeguatezza sono solo alcuni dei sentimenti che ci portiamo dietro e che permeano il mondo dei protagonisti. Noi lo sappiamo già, siamo grandi ormai: non ci sono soluzioni edulcorate, quest’è. Pete lo imparerà sulla propria pelle. Così come imparerà che gli amici cambiano, anche da un’estate all’altra. 

Pete è un personaggio molto azzeccato, fa presa subito. Da che fissa il soffitto e si trascina per casa nell’indolenza del fine scuola, fino alla trasformazione personale, che altro non è che il tentativo di comprendere cosa è giusto e cosa non lo è. E poi, per gli occhi più fotografici, non guasta l’atmosfera dark, a tratti cinematografica. Come quella del luna park, ad esempio. Aggiungo molto volentieri altri due buoni motivi per leggerlo: il primo è l’assenza di aggettivi di troppo e l’altro il mancato cliché, scontatissimo, che vuole per forza il conflitto generazionele tra genitori e figli. Quello non c’è. 

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Rupi Kaur, la giovane poetessa da 700 mila followers

27 ottobre 2016

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Ve la ricordate questa foto? E’ diventata virale nel 2015 dopo che Rupi Kaur, poetessa indiana, l’aveva postata su Instagram. L’immagine faceva parte di un progetto fotografico, Period (il progetto completo lo trovate qui), che affrontava il tema del tabù delle mestruazioni. Ma il contenuto era stato segnalato come “inappropriato” e subito rimosso dal social. Dopo una serie di  proteste, che chiamavano in causa l’enorme quantità di immagini molto più offensive di questa che circolano sui social, Instagram le ha chiesto ufficialmente scusa e ha ripubblicato l’immagine, sostenendo che fosse stata cancellata per sbaglio. Già, per sbaglio.

Molti, da allora, associano il nome di Rupi Kaur solo a questa foto. Ed e’ un peccato. Non le abbiamo dato nemmeno un volto, perché a rimanere impressa è stata tutt’altra parte del suo corpo. Come al solito tendiamo a fermarci sulla linea di superficie di ciò che gira in rete, abituati come siamo a ingurgitare senza masticare nè digerire i testi – spesso vomitati – le notizie o le fotografie “spettacolari”, buttate lì per raccogliere una manciata di like. Ovviamente chi si è sentito “violentato” da un’immagine così provocatoria, ha chiuso subito  la saracinesca.

23513349Nel frattempo, Rupi Kaur è diventata una poetessa da mezzo milione di copie con la sua raccolta di poesie “Milk and Honey”. E’ stata definita dall’Huffington Post “la poetessa che ogni donna dovrebbe leggere”. Io l’ho letto il suo libro e credo che dovrebbero leggerla tutti, maschi compresi.

Ma perché tanto successo? Se provate a sbirciare il suo profilo Instagram troverete testi  in grado di provocare reazioni non banali, spesso accompagnati da disegni altrettanto espressivi. E ne viene fuori un bel quadro, delicato e molto, molto incisivo. Rupi riesce a penetrare dritta nel mondo dei più giovani utilizzando gli strumenti giusti: immagini e parole messe a disposizione dei social. Non è l’unica a farlo, è vero. Ma la sua poesia, che sgomita tra tweet, notizie, post, immagini da paura, frasi celebri più o meno citate, opinioni non richieste, convinzioni senza fondamento, risulta vincente. Non è facile oggi fare o proporre poesia. I lettori sono pigri, gli editori sono disinteressati. Ma come diceva lo stesso Montale  «non c’è morte possibile per la poesia», e che «la grande lirica può morire, rinascere, rimorire, ma resterà sempre una delle vette dell’anima umana».

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Ecco, la poesia di Rupi racconta il nostro tempo e sdogana la “vecchia lirica”, trasportando nell’attualità un genere fin troppo bistrattato, senza però rincorrere il clamore, come fa il rap (definito da tanti “la nuova poesia”), ad esempio, intriso di messaggi omologati e autoreferenziali. I versi di Rupi sono perfetti perché da un lato soddisfano il bisogno di messaggi brevi – siamo tutti un pò affetti da tweet-mania – dall’altro lavorano molto più dentro, portano a galla sentimenti, angosce e paure comuni, senza mai privarci della speranza. Leggere poesie, queste poesie, ci porta a ricavare un momento di riflessione, di silenzio pieno, di ripensamento.

Ridando un ruolo e una funzione alla poesia – snobbata da tanti e ignorata dalla maggior parte dei giovani –  Rupi Kaur compie un piccolo miracolo. Che  non è solo quello dei 700 mila followers su Instagram.  Ora speriamo che la taduzione in italiano non si faccia attendere troppo, perché Milk and Honey sarebbe un bellissimo regalo da mettere sotto l’albero.

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Sii buona. Sii carina. Sii scelta.

7 settembre 2016

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Ho battuto la fiacca. Nemmeno un post nel mese di agosto. Nulla. Tanto che non ho ancora il coraggio di aprire Google Analytics.  Però al mare ho letto una discreta quantità di libri. E dal mucchietto estivo ne esce vincitore assoluto uno che ha una Barbie in copertina: Solo per sempre tua, di Louise O’Neill. Un libro che appartiene alla collana Hot Spot della casa editrice Il Castoro. Collana molto, molto interessante, che mira a un pubblico crossover di lettori dai 15 anni in sù e che seleziona storie che traggono nutrimento dalle viscere di una attualità molto complessa.

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Le protagoniste di Solo per sempre tua sono due ragazze che vivono in un futuro distopico (un mondo fittizio altamente negativo e indesiderabile, in cui le cose per l’umanità  non sono andate per il verso giusto). Loro, come tutte le altre ragazze, sono state prodotte in laboratorio, allevate e preparate dalla Scuola solamente per piacere e compiacere gli uomini. Devono essere tutte bellissime, magre,  perfette, socievoli e disponibili. Non sono ammesse emozioni che turbino l’animo, non è ammessa un’istruzione né tantomeno ragionamenti che esulino dal come abbinare bene i vestiti,quali  trucchi usare, quanto e cosa mangiare per non ingrassare, come apparire più attraenti delle altre. Già, perché bisogna essere scelte dagli Eredi, i pochi uomini sopravvissuti e selezionati per la riproduzione della specie umana, ridotta ai minimi termini. Le “Compagne” scelte avranno l’obbligo di generale più figli maschi possibili. Compiuti i quarant’anni saranno “disattivate”. Anche se questo, in fondo, è ciò che bramano. Perché hanno insegnato loro ad avere orrore della vecchiaia. Chi invece non sarà scelta, potrà accontentarsi di diventare, nel migliore dei casi, una concubina. Il destino che attende chi non ce la fa, purtroppo, è ben diverso.

E per scampare a un destino atroce sono disposte a qualsiasi cosa. E per avere un buon posto nella classifica della Scuola fanno la fame, passano da una palestra all’altra, seguono tutorial sul trucco, si pesano costantemente e ingurgitano pillole che agiscono sul loro aspetto esteriore e che allo stesso tempo corrodono le loro viscere.

(…) E’ quello che è successo ad agyness al sesto anno. Le avevano prescitto troppo ExoLass lo stesso giorno in cui era in punizione, così era intrappolata nello stanzino quando le è venuta la diarrea. Mi sono sempre chiesta perché non sia corsa in bagno, le porte non sono mica chiuse a chiave. Immagino che a bloccarla sia stata la paura. E’ sempre la paura. Non so come, ma le riprese video della cosa si erano diffuse e nel giro di qualche minuto era finito tutto su MyFace. agyness, il dolore impresso sulla sua faccia da bambina mentre cercava di controllarsi, la vergogna nel capire di avere fallito. (…) Continuava a correre e correre e correre su quel tapis roulant mentre le feci le colavano lentamente lungo le gambette macchiando i calzini a pois e le scarpe da ginnastica rosa shocking. Però era stata brava, non aveva pianto, neppure una volta.

Il libro è una botta.  Altamente impattante e poco scontato. Mette sotto una lente cinica l’ossessione per il corpo e i tentativi di controllarlo, analizza in maniera molto lucida il modo in cui le donne si mettono in competizione, spinte dalla società e impotenti di fronte al destino scelto per loro, in questo caso, dagli uomini. Interessante anche la scelta dei nomi propri senza la maiuscola. Le ragazze, infatti, non sono soggetti ma oggetti concepiti per uno scopo ben preciso.

Il mondo di Solo per sempre tua non è molto lontano dalla nostra realtà malata, nella quale pesca a piene mani.  D’altronde viviamo in una società che convince le donne a piacere prima che a piacersi. Insomma, leggetevelo, merita. Il libro dimostra anche che la letteratura young adult non è fatta solamente di amori non corrisposti o cazzate varie, come tanti ancora credono.

Solo per sempre tua
Autrice: Louise O’Neill
Editore: HotSpot
Prezzo: 16, 50
Pagine: 368

immagine di copertina del post: “Real life Barbie” Valeria Lukyanova

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La sostanza delle cose: un libro pieno di sostanza. Da leggere, perché no, questo we

1 aprile 2016

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Ecco il primo libro fuori pila del 2016. Fuori pila perché l’ho acquistato d’impulso, mandandolo per direttissima tra le mie mani e saltando la pila di libri sul comodino. Un colpo di fulmine. Ci siamo scambiati un paio di sguardi, e bang!

Mi chiamava dalla vetrina della libreria Utopia, dettaglio non da poco; poi, confesso, ho un debole per le copertine color bianco latte; infine, ho letto il titolo e mi sono del tutto convinta a farlo passare davanti al caso editoriale dell’anno, “Città in fiamme” di Hallberg, primo della pila. Poi guardate la faccia dell’autore (e la camicia), che è tutto un programma:

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Un attimo però. Vi faccio la solita premessa: non sono una recensista. Scrivo di libri che ho letto, e che mi sono paciuti. Oppure che non mi sono piaciuti affatto. Poco importa. Il fatto è che leggo tante recensioni. E il 99% sono di una noia mortale. Per questo cerco di metterci un po’ di pepe, capite? Detto ciò, il libro è fighissimo. E ora vi dico anche perché.

Intanto, La sostanza delle cose è stato scritto da un ingegnere dei materiali. Mark Miodownik, si chiama. Uno di quelli che bada, appunto, alla sostanza delle cose. A cavallo tra un’autobiografia e un romanzo, il libro trascina i più pigri e sfama gli appetiti dei più curiosi. Parla dei materiali di cui è fatto il mondo, o parte di esso. Lo sapete, io sono una curiosa. Del resto, come si fa a non essere curiosi delle cose che ci circondano? In fondo, tutti noi abitiamo in case costruite con del cemento, acciaio e vetro, impugniamo le matite di grafite  con le quali scriviamo su fogli di carta, mangiamo in piatti di ceramica, beviamo in bicchieri di vetro, poggiamo le chiappe su sedie di plastica.  Potrà sembrare un’impresa tosta descrivere e spiegare, narrando, come sono fatti tutti questi materiali. Come si dilatano o restringono, in quali condizioni e perché. Eppure l’autore riesce a farlo in modo del tutto naturale. E semplice. Per farci capire,ad esempio, come una struttura può reggere il peso di ventimila persone; o come si trasferiscono gli atomi di una matita alla carta durante il processo di scrittura.

Ogni capitolo racconta un materiale diverso, partendo da aneddoti della vita dell’autore, che forniscono già di per sé informazioni stracuriose; poi c’è tutta una sfilza di riferimenti storici avvincenti e altre slurpaggini tipo questa:

L’uso della carta igienica presenta parecchi inconvenienti. Tanto per cominciare, stando al “National Geographic”, lo strofinamento planetario delle natiche comporta l’abbattimento e la lavorazione di ventisettesima alberi al giorno. Il fatto che la carta sia usata una sola volta e poi scenda per il tubo di scarico preannuncia una fine davvero tremenda per tutti  quegli alberi.

L’ingegnere prosegue, poi, con la descrizione di un episodio di intasamento del water a casa di amici. Insomma, un libro che strizza l’occhio anche a chi non se ne frega un tubo dei materiali ma ha voglia di una lettura soft.  Qualche formula chimica c’è, ma di facile comprensione anche per noi ignurant. Roba del genere:

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L’ingengere romanziere è pure dotato di una certa creatività. Nel capitolo dedicato alla plastica, si inventa una sceneggiatura western per dirimere una controversia riguardante il rapporto tra le confezioni di plastica e il film Butch Cassidy. Molto divertente. Dai, ve lo svelo: il materiale che mi ha più incantata è stato il cemento, in particolare la storia del calcestruzzo autoriparante, che contiene dei batteri al suo interno capaci di riparare le crepe. Non vi dico come, poi. Roba da fare impallidire Asimov.

Orbene, prima che il libro vada nella scaffalatura del mio salotto, ve lo faccio vedere. Copertina bianco latte e 240 pagine piene di sostanza.

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Luis Sepúlveda – Storia di un gatto e del topo che diventò suo amico

7 luglio 2014

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Recensione di Marzia Di Dino

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Da quel giorno tutto rimase al suo posto. Se qualcuno spostava una sedia, poi doveva rimetterla dove l’aveva trovata, e le porte restavano aperte perché Mix potesse muoversi con facilità. I veri amici si prendono sempre cura uno dell’altro.

Ho passato molto tempo della mia vita a cercare risposte per domande semplici.

” Perché in italiano abbiamo una sola parola per dire “amore” quando indubbiamente ne esistono tanti tipi e così diversi tra loro?”

“Perché il cielo è azzurro?”

“Se la pioggia è trasparente perché le maestre si ostinano a far colorare ai bambini le gocce di celeste?”

Crescendo e studiando ci conforta l’idea che prima di noi illustri signori si siano posti le stesse domande. In molti casi la scienza ci viene in aiuto e semplificando e romanzando troviamo la tortuosa via della risposta, altre volte ci soccorre il buon senso e il tempo lento dell’esperienza…altre ancora: puff … la risposta emerge da chissà dove, cristallina.

E quando nella vita adulta il tempo diventa quello di un match e gli eventi si agglutinano come una piccola pallina di gomma che rimbalza veloce: dritto, rovescio, dritto, rovescio, swing… si alza il muro del quotidiano sugli orizzonti delle domande e a volte, anche pareti tutt’intorno. Come nello squash.

Dal campo chiuso ci tirano improvvisamente fuori le voci dei bambini che a bruciapelo ti fanno:

“È bella la vita da grandi?”

Nodo alla gola.

“Come faccio a sapere se Marco è mio amico?”

Sospiro e sguardo che pattina.

Il reale si apre come una scatola dalle pareti di cartone e tu sei nel mezzo come un pupazzo a molla …incapace di rispondere, saltelli con i pensieri qua e là e il sorrisetto ebete. Ho la sensazione che nell’infanzia e nella vecchiaia si abbia il raro potere di cogliere il centro delle cose, andare al nocciolo senza se e senza ma, mentre in gran parte dell’età adulta ci si perda ad esaminare il dettaglio, ci si faccia distrarre dagli arabeschi della vita.

Historia de Mix, de Max, y de Mex di Luis Sepúlveda è una favola che risponde in modo semplice all’ultima domanda, quella sull’amicizia.

Un uomo, un gatto e un topo intrecciano i loro destini in un appartamento di Monaco di Baviera. È una storia di amicizia vissuta al di là del linguaggio, al di là delle barriere di genere. Gli amici sovente hanno solo due cose in comune: un tempo e uno spazio. Identità, età, provenienza, lingua, spesso sono completamente diversi. In quel tempo e in quello spazio sovrappongono le loro vite e creano qualcosa di magico che apparterrà loro per sempre. È una favola per adulti limpida e chiara come un bicchiere d’acqua. Niente toglie la sete più di un bicchiere d’acqua. Geniale nella semplicità della scrittura e disseminata di bolle di ossigeno vitale:

…Un amico si prende sempre cura della libertà dell’altro.

…Un amico capisce i limiti dell’altro e lo aiuta.

…Gli amici si danno man forte, si insegnano tante cose, condividono i successi e gli errori…

…I veri amici condividono i sogni e le speranze…

Considero l’amicizia un tipo di amore e come ogni amore nasce, cresce e poi si cristallizza nel ricordo. Conservo tutte le amicizie della mia vita come pezzetti di ambra preziosa, grazie agli amici il mio passato torna a vivere nel presente con una semplice telefonata, una fotografia, una carta d’imbarco dimenticata in un libro, un invito su facebook…

D’improvviso il tempo diventa una slackline sulla quale camminare: poche certezze…molto equilibrio e dimensioni temporali che convivono oscillando e …la magia si ripete a distanza di anni di silenzio. Anche nei sentimenti più complessi ci sono i punti fermi e da questa favola emergono chiaramente quelli di Sepúlveda che sottoscrivo pienamente. Per questo, la prossima volta che vi chiederanno o …chiederete a voi stessi:

“Come faccio a sapere se Marco è mio amico?”…

…le bandierine già le avete messe…

ora si tratta solo di abbassare gli occhiali da sci e a velocità folle, godervi lo slalom fin giù a valle.

Buona Lettura.

mdd

STORIA DI UN GATTO E DEL TOPO CHE DIVENTO’ SUO AMICO

Casa Editrice Guanda

Autore: Luis Sepúlveda

Pagg. 96

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“DIMENTICATE LA VITA DI TUTTI I GIORNI PERCHÈ LA VITA VERA È QUI.

28 marzo 2014

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In scena una “giovane” compagnia over 60 per un tragicomico racconto in bilico tra le storie individuali e la macrostoria di un’epoca obbligata al cambiamento in attesa del nuovo millennio. Siamo nel 1989, tra muri che cadono e ideali che affondano, quale migliore punto di vista se non quello di chi osserva il mondo tra i raggi di un sole e di una vita al tramonto? Le storie si articolano e si raccontano all’interno della cornice di una casa di riposo nella campagna parmense dove si incrociano le vite degli ospiti riluttanti: primo fra tutti Eugenio, lì relegato dal figlio e dalla terribile nuora detta “pinna di squalo”.
“Il tramonto sulla pianura” è il frutto di un’iniziativa teatrale insolita, che mi è stata segnalata da uno degli attori della compagnia. La sensazione che ho provato leggendo le prime righe di presentazione è stata di grande curiosità, condita da un pizzico di gioia. L’attore ha inoltre utilizzato la parola coraggiosa nel definire l’iniziativa del Teatro Menotti. Caro Marco, io invece credo che i veri coraggiosi siate proprio voi attori.
Tutti non professionisti e over 60, infatti, selezionati durante i laboratori teatrali tenuti da Emilio Russo, il regista, e Caterina Spadaro, insegnante di teatro. Gli scritturati faranno le prove per più di un mese, ore ed ore ogni giorno, “con  un regolare contratto professionale in regola con gli obblighi previdenziali e assistenziali”.
Ce ne vuole di sì coraggio per mettersi a nudo. Così come per salire su un palco, soprattutto quando non sei un vero professionista. Una dimostrazione da parte degli attori che vi partecipano di possedere grande energia e vitalità.
 Davanti alle grandi vetrate che incorniciano il mutare delle stagioni sfilano i personaggi con le loro storie: nobili singolari, poeti improbabili, attrici dalla vita malinconica e avventurosa, fascisti fedeli fino all’ultimo respiro, suore stravaganti, medici assurdi. Intorno, la strana magia della pianura parmense e del fiume che la percorre, il Po, depositario di riti antichi, ma anche di delitti misteriosi. E mentre si passa da una tarda estate a un Natale nevoso, ripercorriamo il racconto di un secolo.
Qualche giorno fa leggevo un articolo pubblicato sull’Internazionale che parlava del talento. L’autrice chiudeva il pezzo citando la storia di Michel Eugène Chevreul, un chimico famoso nell’ottocento che pubblicò studi sulla luce e sul colore che influenziarono i pittori divisionisti. E che in seguito si occupò di acidi grassi e inventò la margarina. Poi, verso i novant’anni “decide che è tempo di orientare altrove i propri interessi e fonda, da vero esordiente di successo, una nuova disciplina: la gerontologia. Pubblica il suo ultimo libro a centodue anni. Il suo nome è scritto sulla Torre Eiffel”.
 Dunque non accontentarsi mai e mettersi continuamente in gioco. Questo mi sembra l’invito che fanno, forse inconsapevolmente, questi magnifici attori e tutta la compagnia. Perché quando si ha talento e competenza da vendere, lo sforzo di sentirsi un debuttante spesso svanisce troppo presto.
 “Il tramonto sulla pianura”, opera teatrale tratta dal libro di Guido Conti, regia e adattamento teatrale di Emilio Russo.  In scena dal  6 al 18 maggio, al Teatro Menotti di Milano.
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Ludovico Einaudi – lo spazio della musica

21 gennaio 2014

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di Marzia Di Dino

Einaudi è un pianista e compositore italiano che ho scoperto nel 2008, quando ero residente all’estero. E’ successo una sera, in un ristorante, durante una cena di lavoro. Ho sentito una musica che mi parlava all’orecchio, distraendomi dalla conversazione con miei commensali. E ben presto quel sussurro si fece voce e fu allora che cominciai a seguire il racconto di quelle note. Alla fine cenammo in due: io e una musica sconosciuta. Tutto il resto era svanito.

Sparito il ristorante e le conversazioni di convenienza, si era dissolto il luogo e sospeso il tempo. Alla fine della serata andai a chiedere, a uno dei camerieri, di chi fosse quel sottofondo musicale. Mi disse: <<è un italiano…come lei>> e mi mostrò la copertina del cd “Una Mattina”.

Da allora molti temi composti da Ludovico Einaudi fanno parte della colonna sonora della mia vita. La sua musica mi ha accompagnato prima sporadicamente in viaggi e situazioni, poi ha preso dimora nella casa di campagna, dove vivo ora. Fa parte di questa casa come il gatto addormentato sullo zerbino, come le foglie rosso-arancio della pianta di cachi che in autunno vedo dalla finestra, come la fila di scarpe all’ingresso, abitudine contratta altrove e poi mantenuta.

La musica ha questo potere: crea spazi e dimensioni emotive che si sovrappongono allo spazio tridimensionale nel quale ci muoviamo quotidianamente. Trovo molte somiglianze tra l’architettura e la musica perché entrambe offrono all’uomo uno spazio ove rifugiarsi … in un certo senso. Anche tra il compositore e l’architetto trovo un agire comune. Entrambi lavorano con una struttura di carattere matematico che piegano, ripiegano e dispiegano sì da creare una “forma”. E come creatori di origami, fanno sparire “l’idea di foglio” e presentano una “forma che evoca altro da sé”. Non solo, entrambi si servono della tecnologia e della sperimentazione per ampliare all’infinito la possibilità di creare “forme”.

Il potere della musica di creare spazi viene magistralmente gestito da Einaudi. Le sue composizioni danno vita a  luoghi ove far vivere le proprie emozioni, ove far germogliare le proprie fantasie e ove custodire certi ricordi. Sicché la sua musica diventa “dell’ascoltatore”, e come accade nell’architettura…lo spazio creato dal progettista diventa poi di chi lo abita.

È ovvio che il contesto e le emozioni che hanno ispirato il compositore nella creazione di un brano siano diverse da quelle  dell’ascoltatore…ma è proprio questa la magia. La magia sta nel fatto di aver creato uno spazio, un contenitore per una dimensione interiore che ogni ascoltatore vive a suo modo e carica di senso. Tutta la musica veicola emozioni e messaggi, che però sono “quella” emozione, “quel” messaggio. Certe musiche ti inchiodano al muro e ti gridano in faccia, molte raccontano una storia, altre ti scuotono il corpo.

La musica di Einaudi per me apre una porta. Oltre la soglia di quella porta vi sono gli ampi spazi interni del sentire, soffitti alti, angoli dove metabolizzare. E poi lunghe fughe di saloni, vi sono le comode poltrone del ricordare, i tetti spioventi e scivolosi di pioggia dell’aspettare, vi sono le belle stanze rinascimentali che allargano il cuore e che sono fatte per stare, stare semplicemente. Ma anche rovine antiche che commuovono, come certi passaggi al pianoforte e poi… poi vi sono i corridoi prospettici stretti e lunghi dove gridano e incalzano gli archi che sboccano in vuoti sconfinati, ove corrono le percussioni e gli intenti fino alle brusche pause di silenzio su verande settecentesche dove ansimanti lasciamo vagare lo sguardo.

Forse ho una percezione troppo visiva della musica e come Spengler: <<… vivo la musica come immagine. Certi suoni di Mozart ad esempio per me sono “verdi”. Mi trovo in un paesaggio della Lorena, mi stendo e volgo gli occhi al sole. Allora percepisco quel tema dell’orchestra come ombra di nubi o suono di campane; alla fine balzo su dalla poltrona e non ho udito più nulla della musica (solo come sottofondo), mentre ho visto tutto in colori…>> … ma qualunque sia la vostra percezione musicale…have this experience!

Io ho provato a trasformare in parole un brano. E questa è stata la mia esperienza:

incorporato da Embedded Video

Experience – In a Time Lapse- Ludovico Einaudi

<<Mi incammino a passi esitanti e ogni passo è una scelta, ad ogni passo scelgo una direzione ed elimino tutte le altre, scelgo l’uno nell’infinito, a volte consapevolmente, a volte meno. A tratti il mio passo è più deciso e la mia consapevolezza mi rende l’animo e la gamba leggera e quasi corro. Corro perché ne sono sicuro, corro perché il ritmo dei miei passi è quello del mio respiro e quello del mio respiro è quello del mio cuore e tutto pulsa all’unisono e in quella corsa mi sento libero e felice. Soprattutto libero. Felice di essere libero. Quando il pensiero si fa azione mi concentro sull’uno a scapito delle infinite possibilità di scelta. Corro e non ho dubbi, corro e non mi spaventa lo spazio infinito, serro il tempo tra le mani, corro e la mia vita è una linea pulita e netta, la scia di un aereo nel cielo. Mi sento leggero, l’aria al mattino è piacevolmente fresca, il caffè è più buono e denso di aromi, il dettaglio si riveste di senso, la realtà si scompagina in fogli di carta da lucido sovrapposti e tutti i piani del reale convivono allo stesso tempo, il mio sguardo li trafigge e li comprende tutti, la mia felicità sta nell’attraversarli correndo. Sono qui adesso e non potrei essere altrove, questa consapevolezza mi disegna sul viso un sorriso appena accennato e uno sguardo meravigliato. Non è sempre così, a volte io sono il dettaglio di un unico piano del reale, gli altri semplicemente spariscono, sono nel foglio come un tratto di matita, ne so quanto un segmento del progetto. A volte cammino e cammino senza capire dove sto andando, cammino senza scegliere pensando che il reale sia quell’unico foglio e non vi sia altro da vivere ed esperire. Allora mi fermo. Chiudo gli occhi. La mia mente si affolla di infiniti scenari, tutti possibili, tutti reali. Apro gli occhi e non li faccio sparire, scelgo di soprapporli a ciò che vedo, sovrappongo un piano all’altro come faccio quando disegno, foglio su foglio, trama su trama, reale su reale e scelgo di attraversarli, con i miei passi, con le mie scelte…e ricomincio a correre>>.

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Ludovico Einaudi – In a Time Lapse

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Momenti di trascurabile felicità – Libri

14 ottobre 2013

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Momenti di trascurabile felicità – Francesco Piccolo    

                                                                                                                                                        recensione di Marzia Di Dino

 

Se vi chiedessi a bruciapelo: <<Ma tu, sei felice?>>.

Tutti, tranne chi si è appena svegliato con un sorriso da orecchia a orecchia, accanto al meraviglioso partner conosciuto ieri sera, rimarrebbero esitanti, perplessi e comincerebbero a raccogliere i pensieri in ordine sparso. Come quando si raccolgono i calzini e gli abiti appoggiati qua e là in casa, all’arrivo di un ospite inatteso. E la risposta, ad ospite andato via, non sarebbe poi forse molto dissimile dall’immagine che abbiamo riaprendo il primo cassetto, quello in cui abbiamo ficcato tutto alla rinfusa, per fare ordine velocemente: calzini appallottolati, magliette ciancicate, jeans con cintura e mutande ancora infilate. Un gran guazzabuglio insensato di emozioni e pensieri. Eh sì, la domandona sulla felicità presuppone anche che si sappia con chiarezza di cosa stiamo parlando.

Quando penso alla felicità, mi viene subito in mente l’immagine della strip dei fumetti dove, in una vignetta, c’è il protagonista che corre e, nella seguente, solo dei trattini orizzontali e l’inseguitore del protagonista. Quando pensiamo alla felicità lei è già scappata da un bel po’ e a noi, per descriverla, non restano che quegli insulsi trattini orizzontali e …la sua assenza.

Francesco Piccolo, in queste pagine edite da Einaudi, stila un elenco esilarante di felicità squisitamente trascurabili. E ci porta, attraverso il suo personalissimo obiettivo puntato sulla quotidianità, a dare un volto a questo stato d’animo. Ci porta anche a non fornire a noi stessi risposte preconfezionate sulla felicità, che spesso ci confondono, lasciandoci la sensazione che questa sia un’emozione rara da trovare nella nostra vita. Ma non lo è. A guardare bene non è rara…è solo sfuggente.

Spazzato via il concetto che un momento felice possa essere, che so: “il giorno in cui è nato mio figlio”…ma dai, figurati…durante il travaglio ti senti come se avessero arato le tue budella, sei la trasfigurazione del dolore…semmai la felicità arriva dopoo prima… Oppure un’altra risposta che salta fuori dal cassetto è: “il giorno del mio matrimonio”…che? Incravattato e imbustato nel vestito (…che hai pure dovuto perdere qualche chilo per infilartelo) a mettere in palco la tua intimità sotto gli occhi vigili dei presenti che commentano:<<guarda, le prende la mano…ora la bacia…che carini, si vede proprio che si vogliono bene…>> … e ti credo che le vuole bene, guarda cosa è disposto a fare…

Anche qui direi, allora, che la felicità arriva “dopo”, nella vignetta seguente, a festa finita.O no? Dunque, spazzate le risposte “ready to use” sulla felicità, possiamo cercare nella nostra vita tutte quelle che sono “trascurabili” secondo la definizione di Piccolo. Ma che sono reali, nostre, personalissime. Piccolo ci racconta le sue in questo libro che, in un certo senso, è azzardato. Proprio perché “personalissimo” e in molte di queste felicità il lettore non si identificherà affatto.

Tuttavia, quello che ritengo effettivamente geniale, è lo spunto che il libro offre: l’idea di fare un elenco di piccoli, impalpabili, spesso ridicoli ma irresistibili momenti di felicità. Quelli che ci strappano un sorriso interiore di momentaneo, genuino, piacere. Tipo: “Arrancare nell’esatto momento in cui scatta il verde al semaforo, fregando in velocità, tutti quelli dietro in coda che già hanno la mano pronta sul clacson” (Goduria idiota la mia, lo so, ma reale). “Mancare ad una cena dove il nostro compagno è invece andato e poi, la mattina dopo, ricevere una pioggerellina di messaggi dalle amiche con scritto: <<Ieri sera ti ha nominato almeno cento volte>> (Yesssss, quando hai conosciuto il tuo partner, non la sera prima ma da un po’ di anni, è un vero piacere, ammettiamolo). “Quando arrivi in ritardo, trafelata, con la matita ancora in mezzo ai capelli che li regge a chignon e tuo figlio è da solo sulle scale davanti la scuola, con la maestra che ti squadra con quell’espressione da Miss Rottermeier e lui ti dice con un sorriso ampio e benevolo, fissandoti con occhi vispi:<<Mamma, sei la solita…>>. (E ti senti tu il bambino e lui l’adulto e questo … ti scioglie letteralmente il cuore di felicità).

O come i momenti raccontati da Piccolo che sottoscrivo pienamente:

Scoprire che un’opera di bene è deducibile.”

Quelli che ti danno un passaggio, e non ti lasciano da qualche parte: all’angolo; vicino alla metro; alla fermata del taxi. Ma ti accompagnano fino a casa.

Continuare le discussioni, a lungo, riprendendole anche il giorno dopo: <<e comunque, volevo dire…>>.

Le grandi librerie, perché puoi girare, toccare, sfogliare, senza che nessuno ti voglia dare un consiglio.”

Lo scaffale dei biscotti Bahlsen.”

E anche quando mi sveglio in un posto che non è casa mia, quell’attimo in cui non capisco ancora dove sono. E anche quando poi lo capisco.”

Se, dopo aver letto il libro, proverete a fare la vostra lista, scoprirete col tempo anche il piacere sottile di non dover necessariamente raccattare da terra i vestiti buttati in giro la sera prima. Perché sono i trattini di una felicità appena scappata via. Vi faranno sorridere, più che sentire a disagio.

 

Piccolo

Momenti di trascurabile felicità – Francesco Piccolo –  2010  L’Arcipelago Einaudi,  pp. 136 

 

 

 

 

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