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Archive | gennaio, 2013

Grand Canyon: con Street view di Google lo vedi

31 gennaio 2013

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Sono appena tornata dal Grand Canyon da Street View. Ero lì, davanti al mio Mac, ciondolavo nel web tra i miei preferiti. Trovata la news e sono partita. Sono partiti nell’ottobre dell’anno scorso anche gli ingegneri di Street View, percorrendo a piedi con il nuovo sistema di fotocamere Trekker in spalla, il sentiero Bright Angel del Grand Canyon. Per davvero, però. Da oggi, precisamente dopo le 12:00 (e ci siamo) è possibile vedere il risultato di questa mappatura incredibile, inquadrature mozzafiato  che coprono oltre 120 chilometri di sentieri e strade. Poggiate le penne, staccate il cervello e partite. Magari non è così facile (ri)creare la magia, ovvietà, meglio andarci di persona, ma la tecnologia ci è amica, rende liberi e regala possibilità.

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Trekker è il gioiello di Street View presentato per la prima volta nel giugno 2011, quando era ancora un prototipo. Si tratta di uno zaino con in cima un grosso pallone connesso ad uno smartphone e  composto da 15 fotocamere, ognuna da 5 megapixel, che scattano una foto ogni 2,5 secondi. Sono partiti in quattro, ogni coppia aveva un Trekker e manteneva una distanza di 50 metri dall’altra coppia per evitare di comparire nelle rispettive fotografie. Luc Vincent è l’ingegnere che ne ha supervisionato lo sviluppo, con lui, c’erano i suoi colleghi ingegneri Matthew PrestopinoCraig Robinson e Jamie Hoffacke. I quattro hanno percorso tutto il sentiero e hanno poi campeggiato al Canyon Phantom Ranch, facendo ritorno alla base il giorno seguente.

Ryan Falor è il product manager di Google: “ Quando abbiamo disegnato Trekker avevamo chiaro i mente che volevamo portarli proprio in queste località remote e irraggiungibili, abbiamo lavorato davvero duro per assicuraci che questo zaino speciale fosse resistente all’acqua, al freddo, al caldo e a tutte le avversità che avrebbe potuto incontrare lungo il sentiero”.

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Fatevi un giro, e magari se avete uno schermo grande, spegnete la luce…

 Fiume Colorado

Bright Angel Trail

South Kaibab Trail 

Meteor Crater

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L’uomo che cadde sulla terra – Walter Tevis

28 gennaio 2013

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“Era un essere umano, insomma, ma non esattamente un uomo. Come gli uomini poteva essere sconvolto dall’amore, dalla paura, dal dolore fisico e dall’auto compassione”.

Coincidenze di un periodo: David Bowie che torna con il nuovo album – e dimostra di essere il mito che è sempre stato – , gli UFO che impazzano sul web, e il libro di Walter Tevis tra le mani. Una piacevole coincidenza. Anche se il romanzo non mi ha lasciata senza fiato. Meglio Bowie.

Thomas Jerome Newton un metro e novanta per quarantacinque chili, capelli albini, tratti delicati, quasi femminei, quattro dita per piede ma niente denti del giudizio, nato sul pianeta Anthea, la cui popolazione è stata ridotta a poche centinaia di unità dalle armi nucleari utilizzate in numerose guerre, arriva sulla Terra. Ha uno scopo: salvare le vite dei suoi simili e degli uomini.

Non ci sono grandi colpi di scena, non c’è una scrittura sperimentale, né un ritmo serrato. Eppure va letto, perché rimane comunque. Thomas Jerome Newton, un essere umano, ma non esattamente un uomo, ha dentro di sé una grande umanità e delicatezza nel provare le emozioni. Incontrerà nel suo cammino terrestre Betty Jo, una giovane donna che si prenderà cura di lui dopo un incidente. Lei lo guiderà nella scoperta di molti aspetti della natura umana che lui non conosceva e dell’alcool, aspetto costantemente presente nel libro. Il gin sembra essere l’unica via per manifestare i sentimenti inibiti alla sua specie, per schiudere, cioè, la corazza di solitudine emotiva in cui si è rinchiuso. Nel 1976 il romanzo diventa un film, diretto dal regista Nicolas Roeg e con David Bowie nei panni (perfetti) dell’alieno.

Due parole le voglio spendere su Walter Tevis. Nato nel 1928, americano, all’età di dieci anni una malattia reumatica al cuore lo costringe a rimanere in ospedale un anno intero.Infanzia e adolescenza difficili, Walter è timido, gracile, impacciato, buffo (deve portare un apparecchio per i denti) e trova un precoce rifugio nei libri. Dopo il liceo si arruola in marina e presta servizio alla base di Okinawa, in Giappone, negli ultimi due anni della seconda guerra mondiale. Una volta congedato riesce finalmente a diplomarsi, s’iscrive all’università e trova lavoro in una sala da biliardo. Il gioco lo appassiona, anche se fatica a praticarlo, a causa delle malattie infantili che gli hanno lasciato danni permanenti di coordinazione motoria. Grazie al suo migliore amico Toby Kavanaugh, giocatore professionista, riesce a imparare le tecniche e i trucchi dei grandi hustler.

Esordisce come scrittore pubblicando Lo Spaccone nel 1959, che divenne subito un successo (da cui l’omonimo film The Hustler con Robert Redford). Durante la stesura de L’uomo che cadde sulla terra, Tevis cade prigioniero dell’alcolismo. Non solo l’alieno, ma altri personaggi di altri romanzi portano la traccia della dipendenza. Nel 1976 si trasferì a New York e tra il 1979 e il 1983 pubblicò altri quattro libri. Morì per un cancro ai polmoni nel 1984.

Uno scrittore poco prolifico ma che ha creato personaggi che sono rimasti impressi nell’immaginario collettivo. Tevis definisce le sue opere non come science-fiction perché descrivendo mondi futuribili sposta l’attenzione sul piano psicologico anziché su quello delle innovazioni tecnologiche. Malinconia, tanta.

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Contronotizia risponde all’onorevole degli UFO, Giuseppe Vatinno

25 gennaio 2013

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on. Giuseppe Vatinno,

Rispondo pubblicamente alla mail che mi ha mandato ieri, 24 gennaio. Ho deciso così perché non ho intenzione di accettare il suo “invito” a togliere dai motori di ricerca, entro il 26 gennaio, quanto ho scritto nel mio post (pubblicato sul mio blog e su Linkiesta).

Per quanto mi riguarda non credo di aver usato il “tono diffamatorio” che sostiene Lei, ma una sana e dovuta ironia. La satira, come Lei sa, può essere un ottimo strumento di democrazia in quanto pone l’uomo pubblico sullo stesso piano di noi comuni cittadini. Pensi che è tollerata anche da alcuni regimi totalitari, e il nostro onorevole Berlusconi ne fa addirittura un’arma pubblicitaria non da poco.

Lei ha scelto di essere una figura pubblica, e come tale è soggetta a critiche più o meno piacevoli. A questo proposito, piuttosto che prendersela con il mio delicato sarcasmo, potrebbe rileggere i Suoi scambi di battute con alcuni utenti su twitter, forse quelli sì, dovrebbero essere ritirati dal web. Non fanno una bella pubblicità né a lei né alla nostra politica.

Consuelo Canducci

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Con Urban Arrow vai in bici, in moto e trasporti quello che vuoi (senza inquinare)

24 gennaio 2013

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Urban Arrow

Urban Arrow

Si chiama Urban Arrow e potrebbe essere una valida alternativa alla macchina (facciamo alla seconda macchina). Si tratta di una bicicletta elettrica dotata di un cargo box da 110 chili di carico, fatto in propilene espanso ad alta densità, abbastanza compatto da mantenere l’integrità strutturale anche in caso d’incidente. E’ collocato nella parte centrale della bici, quindi non è un traino qualunque né un sidecar, ma una specie di vagone incastonato nell’ecoveicolo.

Questa superbici, firmata dagli olandesi Gerald van Weel e Jorrit Kreek, è perfetta per chi deve consegnare merci così come per le famiglie numerose. Nel caso non ci siano pargoli (magari ci sono ma nel frattempo sono cresciuti un pò troppo) o spesa, c’è la versione “light”, con il muso classico e una modesta capacità di carico collocata nell’usuale portapacchi frontale. Senza contare un’altra possibilità, quella cioè di trasformarlo in un comodo triciclo montando un pezzo anteriore a due ruote.

versione con copertura antipioggia

versione con copertura antipioggia

La batteria che alimenta il motorino elettrico è agli ioni di litio da 36 volt e dà alla bici 50 chilometri d’autonomia senza cargo box e una quarantina con due bambini e le buste del supermercato. Ma la sua durata della batteria può essere allungata attivando il motore solo quando serve una mano. Ce la vedete a Milano? Ancora no? Confesso, neanche io, ma qualcuno dovrà pure cominciare. Costa, però, 2.950 euro, la versione non elettrica costa 1.950 euro. Colori in nero, argento e bianco.

La trovi sul sito Urbanarrow

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Giuseppe Vatinno propone il comitato accoglienza UFO

15 gennaio 2013

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Mi viene una parola solamente. Surreale. Stavo preparando una sorta di numero speciale del mio blog sugli UFO, così, per interesse e divertimento, e sono incappata in una serie di articoli davvero sconcertanti. No, nessuna prova dell’esistenza di omini verdi, con tutto rispetto, ma solamente la riprova che i veri omini verdi ce li abbiamo noi in parlamento. So che alcuni credono che il cavaliere in realtà sia un extraterrestre travestito da Berlusconi, ma qui si tratta di una vicenda un po’ più reale. Crisi economica, disoccupazione, dissesto idrogeologico, mafie, sanità? Ma no! Il punto qui non è la questione se esistano o meno, (ognuno è libero di crederci o no) ma la capacità dei nostri politici di rendere ridicoli argomenti che potrebbero essere gestiti e affrontati in modo serio.

Lo scorso 20 dicembre, forse sulla scia dell’imminente fine del mondo, i due deputati dell’Italia dei Valori, gli onorevoli Giuseppe Vatinno e Francesco Barbato, hanno presentato un’interrogazione parlamentare (leggi il testo) sul tema degli oggetti volanti non identificati. Nell’interrogazione, i due parlamentari chiedono se il governo italiano abbia all’attivo programmi di studio sugli UFO ed eventuali progetti nel caso di arrivo improvviso di visitatori extraterrestri. Fino qui tutto bene, può essere legittimo avere un piano di questo genere, d’altronde non sarebbe il primo paese a preoccuparsene.

La cosa davvero inquietante sono le motivazioni di questa richiesta, basate su alcuni casi secondo loro politicamente rilevanti: la grande bufala secondo la quale l’ONU avrebbe istituito un ufficio per gli “affari extraterrestri” affidato a un’astrofisica malese, Mazlan Othman. Questo ufficio (notizia che risale al 2010) farebbe riferimento a una struttura, l’UNOOSA, l’ufficio ONU per l’Outer Space (lo spazio esterno) con sede a Vienna che dal 1958 si occupa di regolamentare l’uso dell’orbita terrestre e la legislazione in materia di lanci spaziali, proprietà internazionale della Luna e degli altri corpi celesti. Il comitato di accoglienza alieno sarebbe quindi un abbaglio.

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Altro fraintendimento le dichiarazioni a microfono spento (citando anche “The Man in Black”)del primo ministro della Federazione Russa, Dmitrij Medvedev, a un giornalista russo qualche settimana fa: erano solo una battuta che prendeva in giro le teorie complottiste sui rapporti tra UFO e governi (leggi tutto). Si aggiungano le storie raccontate da Ronald Reagan su un suo incontro ravvicinato del terzo tipo, le dichiarazioni rilasciate dall’ex ministro canadese per la difesa, Paul Hellyer, riguardo una possibile imminente guerra intergalattica tra la Terra e forze aliene; e altro ancora, tirando in ballo archivi segreti della Casa Bianca ed esperimenti misteriosi nell’Area 51:“si dice che là siano stati trasportati i resti di un disco volante, comprese le salme dei suoi passeggeri alieni, precipitato a Roswell (New Mexico) nel luglio 1947”.

La polemica è scoppiata questi giorni, quando Vatinno ha risposto insultando alcuni utenti che segnalavano la sua “particolare” interrogazione parlamentare presentata con l’onorevole Franco Barbato. Scattano commenti ironici e lui controreplica insultando gli utenti. Da lì in poi è un crescendo di risposte e commenti sempre più pesanti, cose del tipo faccia da “c…zzo” e “cybercoglionazzo”.

AntonioBorghesi, presidente dell’IDV alla camera commenta così:”L’onorevole Vatinno fa parte del gruppo Idv, ma è una persona singola e io non posso impedirgli l’attività in rete. Quello che posso dire è che a nome del gruppo Italia dei Valori, io mi dissocio nel modo più totale dal tipo di reazione e risposte che sta facendo in queste ore alle persone. Non giova al gruppo e neanche a lui”.

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Chissà quante risate si staranno facendo i venusiani in questo momento (informati ovviamente in tempo reale dal noto alieno travestito da Berlusconi).

 

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Shomei Tomatsu va nel paradiso dei fotografi

13 gennaio 2013

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ritratto di Shomei Tomatsu - giugno 2012

ritratto di Shomei Tomatsu – giugno 2012

Ci sono persone che non sono tanto brave con le parole e tendono a non esprimersi. Altre, invece, cercano modi diversi per farlo. L’arte si rivela tale quando le emozioni s’incanalano in un flusso e sfociano esplodendo nelle immagini, nelle parole, nei suoni e dentro di noi, scuotendo qualcosa. Shomei tomatsu non amava parlare in pubblico ed era particolarmente schivo. Le sue fotografie però dicevano tanto. L’orrore silenzioso, quello urlato, le cicatrici indelebili di una follia umana.

Le immagini in bianco e nero di Tomatsu evocano atmosfere surreali in cui si muove la storia del Giappone post-atomico. Il grande fotografo giapponese e’ morto per una polmonite nell’ospedale di Naha, capoluogo della provincia di Okinawa, all’eta’ di 82 anni lo scorso 14 dicembre. Non si sa ancora perché la famiglia dell’artista abbia deciso di diffondere la notizia solo pochi giorni fa.

Nato nel 1930 a Nagoya, Shomei Tomatsu coltivò la passione per la fotografia fin dall’infanzia. Si laureò in economia all’Università di Aichi ma già collaborava come fotografo per il gruppo editoriale Iwanami. Nel 1959 fondò il gruppo “Vivo”. E’ stato il suo libro “Hiroshima- Nagasaki Document 1961”, pubblicato assieme al fotografo Ken Domo, a catturare l’attenzione del pubblico e della critica.

"Bottiglia Fusa, Nagasaki"

“Bottiglia Fusa, Nagasaki”

Una delle sue fotografie piu’ famose si intitola ”Bottiglia fusa, Nagasaki”, scattata nel 1961: l’oggetto raffigurato e’ una bottiglia di birra deformata dall’esplosione nucleare del 9 agosto 1945. Dalla devastazione della bomba atomica, all’americanizzazione del Paese, dalla ricostruzione e il boom economico degli anni ’60, alle proteste studentesche, Tomatsu ha documentato i cambianti sociali e culturali che hanno accompagnato la societa’ del Sol Levante negli ultimi 60 anni.

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Stand Up Paddle: la febbre dilaga nei mari del mondo

11 gennaio 2013

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Si chima SUP e sta per Stand Up Paddlela nuova disciplina acquatica che dalle Hawaii (chiamata Hoe he’e nalu) sta letteralmente ossessionando l’America. Nata in Polinesia nel 18° secolo come felice incrocio fra il surf e la canoa, lo Stand Up Paddle necessita di una tavola da longboard e un remo (pagaia), dopodiché il gioco è fatto e promette divertimento senza un’abilità da campione. In origine questa disciplina si faceva nelle acque calme ma ora cavalca anche le onde. Sembra che oltre ai numerosi benefici fisici, Il SUP rappresenta una vera e propria catarsi mentale, dove si allentano le tensioni psico emotive e dove il contatto e la fusione con la natura siano molto profonde.

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Il 17 dicembre, alle Isole Vergini, il brasiliano Leco Salazar vince il titolo mondiale e il Brasile entra a far parte della storia del SUP Wave. Vice campione del mondo nel 2011, Leco è arrivato a questa finale con un secondo posto in classifica generale, ma  con  l’americano Sean Poynter (leader fino a questa finale) e l’hawaiano Kai Lenny (due volte campione della categoria) eliminati, Leco arriva in finale tutta Brasiliana contro il suo amico Caio Vaz.

Le tappe per i mondiali 2013 saranno le seguenti:

1:Sunset Beach Pro, Oahu: 7 – 15 Febbraio (I trials riservati ai giovanissimi NaKama Kai e le prove femminile saranno svolti a Turtle Bay il 6 Febbraio)

2:Ubatuba Grand Slam, Brasile: 16 – 21 Aprile

3:Rottnest Island Pro, W. Australia: 21 – 29 Maggio

4:So. Cal Grand Slam, California: 17 – 22 Settembre

5:La Torche Pro, Francia: 26 Ottobre – 3 Novembre

6:Location X Finals: 7 – 15 Dicembre

 

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Duemilatredici e il tempo per la creatività

10 gennaio 2013

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“Più veloce non significa necessariamente più brillante.
In questo mondo che accelera di continuo, molte aziende diventano incredibilmente reattive ma la gara verrà vinta da coloro che saranno in grado di pensare e riflettere velocemente piuttosto che da coloro che inizieranno semplicemente a correre”
 Peter Senge

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Di buoni propositi per il nuovo anno ne sono piene le menti e i cuori. I buoni propositi per i nuovi anni sono su per giù sempre gli stessi. Si prova e poi, passato un anno, si ripete, come si ripete la storia. Nuovo anno, vecchi buoni propositi.

Un piccolo tarlino in mente però io ce l’ho. Il tempo. Il tempo che vorrei dedicare alle cose, brevi, lunghe, non importa. Il tempo deve essere quello giusto, e a pensarci, per ogni cosa che facciamo o scriviamo, l’acceleratore è sempre un po’ troppo pigiato.

Questo è un blog, e i blog hanno bisogno di un tempo creativo, come del resto tutte le cose. La voglia di premere l’invio e pubblicare è sempre in agguato. Revisionare, rileggere, aspettare quei minuti preziosi che creano lo stacco tra te e quello che hai fatto, per poi tornarci su e, come nel migliore dei reset, trovare il punto da aggiustare. Oppure no. La scrittura si fa non scrivendo. E il tempo serve, e non per forza lungo. Se scrivi e non attendi rischi di perdere qualcosa per strada. Magari basta anche solo un minuto in più ed eviti, per esempio, quel refuso che stona, che fa distrazione e mancanza di cura. Oppure l’idea si affina, si fa più chiara e leggibile e di conseguenza migliora la comunicazione. Il tempo per i tanto preziosi dettagli, l’attenzione che diventa cura e che porta alla soddisfazione per quello che facciamo.

La deadline ci deve essere, ma senza limitare, bensì fornire quella giusta dose di stress che rende sano il tutto. Il mio buon proposito, dunque, sarà la ricerca del tempo per le idee, le parole, le frasi e i desideri. Il buon proposito sarà anche quello di regalarlo, il tempo. Il tempo non è per definizione lungo e un’idea può venire come un lampo. Le tempeste però hanno bisogno del loro tempo prima di generare fulmini.

C.C.

incorporato da Embedded Video

 

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