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Archive | maggio, 2013

Regalereste un’arma a vostro figlio?

30 maggio 2013

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I bought this as a first rifle for my 9 year old daughter who’s name is Dakota. She is thrilled and so am I as I never thought one of my daughters would take an interest in shooting which is one of my favorite hobbies. I will get to spend a lot more time with her now becuase of it. Thanks

Oggi me la voglio prendere con gli americani. E con la loro visione distorta su taluni aspetti. In particolare con la loro religione del fucile che non entra nelle chiese.

Me la voglio prendere con quelli come i genitori di Dakota. La loro bambina di nove anni ha ricevuto in regalo il suo primo fucile. Che carino, tutto rosa! Come questo:

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«Il mio primo fucile», infatti, è lo slogan della Keystone Sporting Arm, l’azienda che costruisce e vende armi per bambini. E che produce addirittura attorno ai 60.000 pezzi all’anno. Questo può darci un’idea di quanto sia radicata la cultura delle armi nella popolazione americana. Kristian Sparks, 5 anni, aveva ricevuto anche lui un’arma in regalo. Un bel fucile acquistato dai genitori sul sito della Keystone Sporting Arm. Che ha utilizzato per sparare alla sorella minore Caroline, di due anni, uccidendola.

 

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Questa è l’immagine che la Keystone Sporting Arm utilizza sulla propria homepage. Per dare un tocco di focolare domestico è stato pure utilizzato il labrador. Sul sito c’è anche una sezione dedicata al corretto utilizzo delle armi da fuoco ed alla responsabilità dei genitori. Che si limita solamente ad indicare il modo “sicuro” di custodire la propria arma da fuoco dentro le mura domestiche, ponendo l’accento sul fatto che questa abbia sempre la sicura e sia posizionata in un luogo non accessibile a nessuno. Soprattutto nei confronti di “curious young people”, come viene specificato nella sezione dal rassicurante titolo “Safety and Education”. Il cui incipit, a carattere cubitali, recita: “Accidents involving firearms in the home have decreased significantly over the last 20 years, according to the National Safety Council.”

A leggere tutte le testimonianze presenti all’interno del sito, si evince che la maggioranza dei genitori pratica questo “sport”. E regala i fucili ai loro bambini sperando di tramandare questa passione. Perché non vede l’ora che i figli crescano per andare a sparare con loro al poligono. Ciò a conferma del fatto che quella delle armi è una scelta di vita per molti americani.

Alcuni dei bimbi a cui la legge americana permette di omaggiare armi hanno poco più di quattro anni. E allora sarebbe bene tapparsi la bocca piuttosto che pronunciare frasi come questa di John Phelps, governatore della contea di Cumberland, dove è avvenuta la tragedia (l’ennesima) dei due fratellini: «è stato uno shock, un evento totalmente inaspettato».

Ma poi lo sapete che lo stato del Kentucky non attribuisce responsabilità all’adulto sulle conseguenze di un minore che si impossessi di un’arma da fuoco? Non so voi ma io lo sbatterei in galera. I dati ufficiali dicono che nel 2009 ben 2811 minorenni statunitensi sono stati uccisi da pistole e fucili. Di questi 800 hanno commesso suicidio e 114 sono morti in modo accidentale. Qui non si tratta di casi isolati ma di un forte radicamento culturale: i ragazzi familiarizzano con le armi da fuoco in ambito familiare.

Mia figlia compie oggi nove anni. Mi chiedo cosa le avrei regalato se avessi la passione per lo “shooting”. Un fucile rosa? Un giubbottino porta cartucce in tinta? Un’esperienza di tiro a segno? Credo proprio di no. Perché il carattere dei bambini si modella in base alle identificazioni con i genitori  e attraverso di esse accetta e assimila i loro valori, credenze e modelli di comportamento. E per il semplice, ma sostanziale motivo che riterrei fuorviante proiettare mia figlia in un mondo così poco formativo. In particolare per chi come “armi” per crescere deve usare il gioco, i libri, gli amici. E l’esempio di genitori, armati di buon senso.

 

 

 

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29 maggio 2013

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Milano, Parco Sempione.
L’ennesima giornata di pioggia
Il verde sembra goderne…

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La “ristrutturazione” di Lhasa segna la fine della cultura millenaria tibetana

26 maggio 2013

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Come è noto da anni le autorità cinesi stanno attuando un sistematico piano di distruzione della identità del popolo  tibetano, divenuto ormai straniero nella propria terra. Ora più che mai, avere notizie dal Tibet è molto difficile. Perché la “blindatura” del Tibet è pressoché totale.  Sono state chiuse strade, scuole, università. Continuano i sequestri di persone. Monasteri e città sono circondati da migliaia di soldati e la paura delle autoimmolazioni è forte. Non sanno come fermarle. Al punto che, per impedirle, le autorità hanno addirittura utilizzato cecchini sui tetti.

Lhasa, capitale della Regione Autonoma del Tibet, il tetto di Dio dei tibetani lentamente si sta trasformando in una succursale  cinese. Violentata anche dal punto di vista urbanistico. Aree della parte più antica di Lhasa, risalenti al settimo secolo, saranno infatti distrutte e ricostruite sull’impronta di un parco tematico per i turisti. Quartieri di inestimabile valore artistico e culturale, ora rischiano così di perdere l’anima. Si tratta insomma di un’operazione di turismo coloniale. Uno scempio. Inacettabile.

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L’ultimo grido d’allarme è stato lanciato dalla poetessa Tsering Woeser. Che per raccontare quello che sta accadendo al suo popolo ha aperto un blog ed è così diventata una nemica dello Stato. Oggi la Woeser non può uscire da Pechino. E  dalle pagine del suo blog, ha lanciato un appello disperato: “Fermiamo la distruzione di Lhasa”. Affinché sia risparmiata da una “spaventosa modernizzazione, un’imperdonabile e incalcolabile crimine contro l’antica città, la cultura umana e l’ambiente”. In una petizione pubblicata sulla rete cinese Wiebo, e subito censurata dalle autorità, la scrittrice ha denunciato il progetto di costruzione di un centro commerciale nel cuore della città vecchia. Progetto che comporterà la totale distruzione dell’area del Barkhor, attorno al più sacro dei templi di Lhasa, il Jokhang. Il centro si chiama “Barkhor Shopping Mall”, coprirà un’area di 150.000 metri quadrati e sarà in grado di ospitare, nel suo parcheggio sotterraneo, oltre 1000 automobili. L’idea è quella di inserire i venditori ambulanti all’interno del centro commerciale e di trasferire gli abitanti dei quartieri demoliti nella periferia occidentale di Lhasa.

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Pellegrini tra le demolizioni

L’area di Barkhor, che ha un enorme significato religioso, diventerà interamente vocata al turismo. Con il risultato che a causa di questi lavori di “ristrutturazione”, la strada principale non sarà più utilizzata dai pellegrini buddisti e tibetani. Ma servirà  solo come attrattiva per i turisti.

Le autorità cinesi hanno beffardamente definito i lavori un grande “piano di conservazione” per la città vecchia di Lhasa. E, anche recentemente, non hanno esitato a smentire le critiche.Infatti, la risposta ufficiale del governo, si legge su Renminbao, il Quotidiano del Popolo. Fornendo argomentazioni di questo tenore e che si commentano da sé: Lo scopo centrale del piano è una migliore salvaguardia dell’aspetto della città vecchia di Lhasa; i lavori di tutela e restauro includono la protezione di edifici di interesse storico e il restauro delle costruzioni tradizionali, la ristrutturazione di nuovi edifici e l’installazione di porte e finestre a risparmio energetico nelle case dei residenti». Wang Jian, architetto capo dell’Istituto di design architettonico e valutazione immobiliare della Municipalità di Tianjin, sostiene che il Dipartimento per la pianificazione ha condotto un vasto numero di sopralluoghi negli edifici della città vecchia, invitando contemporaneamente molti esperti di architettura tibetani a guidare a più riprese i lavori, per ottenere un restauro veramente fedele alle forme originarie.”
Siamo di fronte, insomma, ad un puntiglioso lavoro di censura e dissuasione alla critica.  Come solamente le autorità cinesi sanno fare, da sempre.La questione poi ruota anche attorno allo sfruttamento delle potenzialità turistiche di Lhasa. Si pensi che nel 2011 i visitatori, soprattutto cinesi, sono stati quasi 10 milioni,. Ed allora si comprende come il turismo del Tibet sia una torta assai appetibile da un punto di vista economico.

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Inaugurazione di un centro commerciale a Lhasa con tanto di gonfiabili...

Inaugurazione di un centro commerciale a Lhasa con tanto di gonfiabili…

«Oggi ho realizzato quali sono i veri obiettivi a Lhasa: costruire una città turistica con vizi e bagordi, in stile Lijiang. Tutti gli ambulanti, le pensioni e gli altri servizi di bassa fascia spariranno dalla città antica e saranno rimpiazzati da grandi alberghi e negozi di arte e antiquariato di fascia alta. Inoltre,le case della vecchia Lhasa avranno tutte le stesse facciate e le stesse insegne. È mai possibile che l’unico modo per ristrutturare le città cinesi sia questa chirurgia plastica di merda?». Sono considerazioni, queste, lasciate su Weibo da un turista dopo aver visitato Lhasa e che forniscono con ancora maggiore efficacia il quadro dello scempio in via di realizzazione. Perché il rischio concreto è che questa via verso la modernizzazione del Tibet porti con sé, nonostante le rassicuranti parole della propaganda cinese, un annientamento di storia, cultura e tradizioni millenarie.

Anche per tale motivo è stata promossa e lanciata da Londra la petizione internazionale “STOP ALLA DISTRUZIONE DI LHASA”, le cui firme saranno consegnate a Kishore Rao, direttore dell’UNESCO, nonché a William Hague, segretario agli esteri del Governo britannico.

Focus sulla questione tibetana

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Nel 1950 la Repubblica Popolare Cinese invase il Tibet. Un inequivocabile atto di aggressione e violazione della legge internazionale. Il Dalai Lama, capo politico e spirituale del Tibet, tentò una pacifica convivenza con i cinesi, ma le mire colonialiste della Cina diventarono sempre più evidenti. Il 10 Marzo 1959 il risentimento dei tibetani sfociò in un’aperta rivolta nazionale.

L’Esercito di Liberazione Popolare Cinese stroncò l’insurrezione con estrema brutalità uccidendo, tra il marzo e l’ottobre di quell’anno, nel solo Tibet centrale, più di 87.000 civili. Il Dalai Lama, seguito da circa 100.000 tibetani, fu costretto a fuggire dal Tibet. Si rifugiò in India dove chiese asilo politico. Attualmente, il numero dei rifugiati supera le 135.000 unità e l’afflusso dei profughi che lasciano il paese per sfuggire alle persecuzioni cinesi non conosce sosta.

In Tibet, a dispetto delle severe punizioni, la resistenza continua.

  • Il diritto del popolo tibetano alla libertà di parola è sistematicamente violato;
  • Migliaia di tibetani sono tutt’ora imprigionati, torturati e condannati senza processo. Le condizioni delle carceri sono disumane;
  • Le donne tibetane sono costrette a subire involontariamente la sterilizzazione e l’aborto;
  • I tibetani sono perseguitati per il loro credo religioso;
  • Monaci e monache sono costretti a sottostare a sessioni di rieducazione patriottica, a denunciare il Dalai Lama e a dichiarare obbedienza al Partito Comunista;
  • Oltre un milione di tibetani sono morti a causa dell’occupazione cinese;

E’ necessario informare. Il mondo deve sapere cosa succede in Tibet. I media non ne parlano mai abbastanza e l’informazione a riguardo è spesso parziale. 

 

 

 

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L’erotismo e il lento dimenticato

21 maggio 2013

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Una volta, da piccola, feci un viaggio con i miei genitori a Buenos Aires. Avrò avuto sei anni o poco più. Una sera, dopo il ristorante, i miei vollero andare a ballare il tango. E così portarono me e mio fratello a La Boca. Era molto tardi. Mi ricordo le luci e i colori di quel quartiere. Gli odori e i profumi. Il fascino decadente che trasudava dai vicoli. Quando hai sei anni, poi, il mondo ti sembra molto grande. Nel senso più ampio della parola. Quella sera Buenos Aires mi apparve così, senza confini.

Io e mio fratello ci ritrovammo a dormire su due sedie di legno scomode dentro una tangheria. Sarà stata l’una di notte. Io facevo finta di dormire. In realtà sbirciavo con lo sguardo la sala e le coppie che ballavano il tango. Ne ero assolutamente affascinata. La cosa che più mi colpì, quella notte, furono le espressioni degli uomini e delle donne. Parevano rapiti. Ed una energia diversa, che il mio essere ancora bambina non riusciva a decifrare, è penetrata nella mia anima. Ho congelato quelle immagini nella mente. Che sono tornate prepotentemente a galla tre sere fa.

Guardavo un servizio in televisione sui ragazzi di oggi e il loro rapporto con le tecnologie. L’intervistata, una adolescente, si lamentava del fatto che i maschi che “conosce” in un social network di incontri, dal nome altisonante, Badoo, vogliono solamente “trombare” e si rivolgono alle loro coetanee con frasi esplicite e dai toni che vanno oltre la pornografia. I maschi– spiegava la ragazza – “se ne fregano alla grande di quello che abbiamo dentro”.

Cambio canale anche per evitare di pensare all’adolescenza dei miei bambini che sembra sempre più vicina. La scena che mi si presenta davanti agli occhi è quella di un lento. Un uomo e una donna che ballano. Corpo contro corpo. Le mani intrecciate. Lui che respira sul collo di lei. Lei che guarda oltre la sua spalla. Poi lei chiude gl’occhi e si lascia portare. Semplicemente. Ma con una forte carica di sensualità.

Sarà stata la generosa dose di vino che avevo bevuto a cena, o forse la sensazione di semicoscienza che precede il sonno. Non lo so cosa sia accaduto. Sta di fatto che una malinconia si è messa a serpeggiarmi attorno. E allora eccolo, riaffiorare il ricordo di quella notte a La Boca. Così denso e così nostalgico.

Mi rendo conto di due cose. La prima, quella più ovvia, è che appartengo a una generazione di confine. La seconda, triste, riguarda il fatto che i giovani di oggi non ballano il lento. Si è perso. Dimenticato, o meglio, mai conosciuto.

Cosa c’è di più erotico dell’immagine di un uomo e una donna che dentro una sala da ballo si scelgono e decidono di donarsi, anche solo il tempo di una canzone, uno all’altra? Sfiorandosi appena, senza parlare. Rabbrividisco al pensiero che i ragazzi di oggi (senza generalizzare, per carità) non provino emozioni di questo tipo. E che il loro trampolino di lancio nel mondo dell’erotismo, e quindi del sesso, sia una squallida chat dove tutto si dice e nulla si prova.

 

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Dragon Baby – video

19 maggio 2013

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Dragon Baby: il piccolo emulo di Kill Bill che fa impazzire il mondo (e me)

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Pacific Trash Vortex: la plastica inghiottirà pure noi

19 maggio 2013

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Immaginate un ammasso enorme di rifiuti di plastica di ogni genere. Che si accumula dagli anni cinquanta, indisturbato, nel mare. Fino a trasformarsi in un continente fatto di spazzatura. La grande isola che non c’è. Solamente perché non è segnalata nelle cartine e nelle mappe. E non è nemmeno visibile dal satellite, in quanto sarebbe collocata appena al di sotto della superficie marina, fino a 10 metri di profondità.

Pacific Trash Vortex, nota anche come grande chiazza di immondizia del Pacifico, però, esiste eccome. E’ stata scoperta alla fine degli anni ’80 dalla National Oceanic and Atmospheric Administration (Noaa). Si è formata grazie alla North Pacific Subtropical Gyre, una lenta corrente oceanica che si muove in senso orario a spirale, prodotta da un sistema di correnti ad alta pressione. Che raccoglie l’immondizia e la raduna in due grandi blocchi: uno a circa 500 miglia marine dalle coste californiane, ed uno al largo di quelle giapponesi.

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La sua estensione non è nota con precisione: le stime parlano di una dimensione che potrebbe essere compresa tra 700.000 kmq e più di 10 milioni di km q , cioè da un’area più grande della Penisola Iberica a un’area più estesa della superficie degli Stati Uniti. Questo minestrone di spazzatura è indicato tra i peggiori disastri ambientali della storia, ed è, di fatto, la più grande discarica a “mare” aperto del Pianeta. I numeri sono sempre più efficaci delle parole quando si tratta di disastri: si calcola che l’ammontare complessivo della sola plastica dell’area sia pari a circa 3 milioni di tonnellate. I detriti in generale sarebbero quantificabili in più di 100 milioni di tonnellate.

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Va detto che questo grande blob silenzioso si frammenta e si disintegra in  pezzi   sempre più piccoli. Questi minuscoli pezzettini sono il risultato di una  fotodegradazione, tanto lenta quanto dannosa. Perché  non si vedono ma  ci sono, e si confondono con il plancton marino di cui si nutrono i pesci e le meduse.Fino a costituire così un subdolo veleno che entra nella catena alimentare. Una grande schifezza, insomma. L’oceanografo Curtis Ebbesmeyer, che si occupa del problema della dispersione della plastica nei mari, paragona l’ammasso di spazzatura a un organismo vivente: “Si divincola come un grosso animale senza guinzaglio. Quando questa “bestia” si avvicina alla terraferma, come è accaduto alle Hawaii, le conseguenze sono gravissimeLa massa di rifiuti rigurgita pezzi e le spiagge si coprono di un tappeto di plastica”.

Ma il Pacific Trash Vortex non è un caso isolato. Attorno a lui, in ordine sparso nei mari e nelle coste, si distribuisce una quantità di plastica e rifiuti di ogni genere. Molti di questi provengono dai container caduti dalle navi cargo, altri sono una gentil concessione della nostra (poca) civiltà. Il mare è insomma asfissiato. E noi ci stiamo avvelenando. Mattoncini Lego, scarpe, bottiglie PET , kayak , palloni, giocattoli e milioni di sacchetti di plastica usa e getta.

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A proposito di sacchetti usa e getta. In Italia si stima che vengano prodotte ogni anno circa 300.000 tonnellate di sacchetti di plastica, pari a 430.000 tonnellate di petrolio. Con una conseguente emissione di CO2 in atmosfera di circa 200.000 tonnellate. Un sacchetto di plastica in polietilene disperso nell’ambiente impiega oltre 400 anni a smaltirsi. Con il sì definitivo del Senato al DL Ambiente sono state definite le caratteristiche tecniche delle bioshopper e dei sacchetti biodegradabili per la spesa. Cosicché gli unici sacchetti per l’asporto merci che possono circolare sono di due tipi: monouso biodegradabili e compostabili, oppure riutilizzabili con maniglia esterna di spessore superiore a 200 micron (uso alimentare) e 100 micron (altri usi), o con maniglia interna e spessore superiore ai 100 micron (uso alimentare) e 60 micron (altri usi).

Parallelamente è stato previsto anche un corrispondente apparato sanzionatorio. Dal 1° gennaio 2013 la commercializzazione dei sacchetti non conformi alla norma  armonizzata UNI EN 13432 del 2002, viene punita con multe da 2.500 euro a 25.000 euro, il cui ammontare, in determinati casi, può anche essere quadruplicato. Tutto ciò nell’auspicio del legislatore che siano disincentivati i conferimenti in discarica ed incoraggiate politiche di prevenzione e riciclaggio.

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Una rete da pesca verde all’interno di un pesce spada

Da quest’anno anche in Mauritania, e’ entrata in vigore la legge che vieta la produzione e l’uso dei sacchetti di plastica. Lì, come del resto in tanti paesi in via di sviluppo, la maggior parte dei sacchetti di plastica viene abbandonata nell’ambiente naturale, terrestre e marino. Gli shopper sono ritenuti ”importante causa di mortalita’ per il bestiame e le specie marine”.  Nella capitale, Nouakchott, l’80% dei bovini uccisi o abbattuti, hanno sacchetti di plastica nello stomaco.

Unknown-2Senza considerare altri casi ben noti. Come ad esempio le tartarughe marine che hanno da tempo incluso nella loro dieta le buste di plastica, convinte che siano meduse. O gli Albatros che scambiano pezzi di plastica per cibo, dandoli addirittura ai propri piccoli.  Lo zooplancton, alla base della catena alimentare oceanica ha a sua volta ingerito nanoparticelle di plastica. Le stime, al momento, raccontano di cifre allarmanti: l’86% circa delle tartarughe marine, il 44% degli uccelli acquatici, il 43% dei mammiferi marini sarebbero toccati da questo inquinamento da plastica.

Chiudo con una riflessione. Che forse mi colpisce allo “stomaco” più che qualsiasi dato. Perché è sotto gli occhi di tutti quando facciamo la spesa. Noi non ingeriamo plastica solo attraverso la catena alimentare. Ci pensa l’industria del packaging aggressivo a impacchettare con la plastica ogni ben di Dio ed a proporre sul mercato  porzioni singole sempre più “plastificate”e altamente inquinanti. Sarà ora che si prenda coscienza del problema, e, forti di una indignazione collettiva, si lavori per modificare i propri comportamenti e le proprie abitudini.

 

incorporato da Embedded Video

 

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Youtube a pagamento, ecco i canali

15 maggio 2013

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Google rivoluziona il mondo youtube lanciando i canali a pagamento: 54 canali tematici dedicati a diversi argomenti, fruibili solamente attraverso abbonamenti mensili o annuali. Le tariffe partono da un minimo di 0,99 dollari al mese, anche se alcuni canali avranno costi diversi a seconda degli argomenti: l’abbonamento medio dovrebbe essere tra 1 e 5 dollari al mese.

Youtube sta perfezionando il servizio e per ora è accessibile solamente tramite computer. Tuttavia stanno lavorando per adattare l’iscrizione anche sugli altri dispositivi mobili. Nelle prossime settimane travalicherà i confini americani e potremo sapere i piani per l’Italia. Gli abbonati al servizio avranno diritto ad un periodo di prova gratuita del canale di 14 giorni, trascorsi i quali decideranno se sottoscrivere l’abbonamento oppure no.

Per ora una timida concorrenza alla tv tradizionale, nonché alle paytv come Sky e agli altri servizi di tv sharing. I ricavi degli abbonamenti andranno per più del 50% ai proprietari dei canali, mentre il resto rimarrà a YouTube.

E quali saranno i temi?  L’elenco completo lo trovate nella pagina dedicata di youtube. Ve ne anticipo qualcuno. Come BigStar Movies, che propone una buona scelta di film senza interruzioni pubblicitarie, quando e come volete. On demand. Oppure NationalGeographic Kids, con filmati ad hoc per i più piccoli, senza parlare poi dei vari canali dedicati all’animazione. Ci sono canali dedicati al fitness ed al mondo gay.

Staremo a vedere come reagirà l’utenza. A prima vista mi sembra che lo specchietto per le allodole, come al solito, riguardi il mondo dell’infanzia. Tanti i canali, forse troppi in proporzione. La vera rivoluzione dei contenuti sembra ancora inesistente, anche perché le emittenti televisive italiane on demand offrono dei temi più intriganti. Ma è presto per dirlo. Youtube fa sapere che altri canali a pagamento verranno lanciati nell’arco delle prossime settimane.

Salta all’occhio (al mio almeno) una mancanza: la musica. Non ci sono canali, a parte uno dedicato al mondo del Rap. E pensare che youtube fa i grandi numeri anche sulle visualizzazioni dei video musicali. Forse è il caso di inventarsi qualcosa di nuovo per gli appassionati del genere.

 

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Blogger condannata per commenti diffamatori (non suoi)

11 maggio 2013

Commenti disabilitati su Blogger condannata per commenti diffamatori (non suoi)

 

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Il gestore di un forum di discussione può essere ritenuto responsabile dell’eventuale uso di toni diffamatori nei contenuti pubblicati dagli utenti? Secondo il Tribunale di Varese, sì. Tanto da condannare per diffamazione  Linda Rando,  blogger di Rovigo, ritenuta  “responsabile di tutti i contenuti della pagina web“. Ora Linda si vedrà costretta a pagare una multa di mille euro, e a risarcire di cinquemila euro la diffamata.

Il forum  in questione, interno al sito Writer’s Dream,  tratta di editoria, libri e scrittura. Ed è diventato in poco tempo una community molto frequentata e seguita. Dove si dibatte e si recensiscono le case editrici. La discussione “incriminata” si riferiva al fatto che molte case editrici facciano pagare le pubblicazioni degli autori emergenti. Da lì è nato un acceso dibattito e non sono mancati  improperi (direi giustificati) indirizzati ad alcuni editori.

Cosicché la proprietaria di una casa editrice, molto criticata da alcuni scrittori ed apostrofata con epiteti pesanti, come ad esempio “truffatori” e “strozzini”, ha deciso di adire le vie legali nei confronti della gestrice del forum e non degli autori degli insulti. Anche se gli iscritti al forum siano assoggettati alla regola secondo cui, per ogni cosa scritta devono risponderne personalmente di fronte alla legge.

Il contenzioso ha avuto un esito inaspettato. La sentenza dice: “la disponibilità dell’amministrazione del sito rende l’imputata responsabile di tutti i contenuti di esso accessibili dalla rete, sia quelli inseriti da Lei stessa, sia quelli inseriti da utenti; è indifferente sotto questo profilo sia l’esistenza di una forma di filtro (poiché in tal caso i contenuti lesivo dell’altrui onorabilità devono ritenersi specificamente approvato dal dominus) sia l’inesistenza di filtri (poiché in tal caso i contenuti lesivi dell’altrui onorabilità devono ritenersi genericamente e incondizionatamente approvati dal dominus)”

La ragazza intanto si difende e commenta: “Sono contro la censura, faremo ricorso perché io non sono un direttore di testata”. Certo, Linda ha ragione. Ma, a proposito, la Corte di Cassazione non aveva stabilito che neppure un direttore responsabile di un periodico online può essere chiamato a rispondere dei commenti postati dai lettori?

Non si vorrà mica sostenere che i gestori dei vari social network sono responsabili dei milioni di commenti postati?  O ancora, cosa dovremmo pensare degli scambi di cinguettii dai toni a dir poco spregevoli che si scambiano i nostri politici. Una quantità enorme, smisurata di informazioni e commenti che ogni minuto si riversa nel web dovrebbe essere censurata?

Nemmeno i fornitori di hosting hanno l’obbligo di fltrare i contenuti. Ma dove siamo? In che mondo vivono i giudici del Tribunale di Varese? Sicuramente lontani anni luce dalle parole del Relatore Speciale ONU, Frank La Rue,  in merito alla libertà di espressione ( con particolare riferimento alla diffusione di contenuti violenti online):

“Gli Stati dovranno essere abilitati a richiedere la rimozione dei contenuti incriminati, solo su ordine della magistratura e gli intermediari non dovranno, in nessun caso, essere considerati responsabili di contenuti dei quali non sono autori. Egualmente dovrà essere garantito il diritto a manifestare liberamente il proprio pensiero online in forma anonima”.

Delle due l’una. O i giudici del Tribunale di Varese hanno preso un abbaglio. Oppure nella giurisprudenza è in atto una involuzione rispetto agli orientamenti consolidatisi, che potrebbe portare ad una rischiosa e grave limitazione della libertà di espressione.

 

 

 

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