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Archive | giugno, 2013

Rimini tra alluvioni e piadine, anche se mezza vuota, è sempre la stessa.

29 giugno 2013

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Fa freddo e l’estate non parte. Qui a Rimini, poi, l’unica cosa che “parte” pare siano i tombini. Scoppiano come bombe. Vicino casa mia c’è una Coop chiusa con un gran cartello. “Chiuso per alluvione”.

Sono tutti incazzati. Ed a fare incazzare i romagnoli ce ne vuole. 

Sono incazzati con il sindaco, che pare pensi solo a Notti Rosa e a Sagre. Ce l’hanno con il sistema fognario, che non funziona. Alcuni sospettano addirittura non ci siano proprio, le fognature.

Sono incazzati i ristoratori e gli albergatori. Perché di prenotazioni non ce ne sono. Ed i bagni al mare sono vuoti, così come i locali.

Sono incazzate le vecchiette, che sugli usci di casa lamentano dolori ovunque, perché “se il Sole non esce le ossa non si asciugano”.

E’ incazzato il mio gatto Frank, un grandissimo gira quartiere, che non può sdraiarsi sull’erbetta del giardino tra farfalline e margherite e rosolare con la pancia pelosetta al Sole.

Io, invece, dopo questo primo giorno in Romagna, e dopo aver comprato un kway che non avevo con me, mi sono messa in pace con il mondo. Per tanti motivi.

Perché sono andata al mercato questa mattina. E ho comprato un sacco di sogliole a dieci euro al chilo, quando a Milano, dal pescivendolo fighetto in Brera, le pago esattamente cinquanta euro.

Perché sono uscita dal Mercato Comunale con un borsone pieno di frutta e verdura buona e profumata, con pane che dura almeno tre giorni e due chili di pesce. Per giunta senza aver speso più di trenta euro.

Perché la fruttivendola burrosa con il fazzoletto in testa mi ha regalato anche gli odori. Si sa, se fai il pesce ti serve il prezzemolo, se fai le patate ti serve il rosmarino ed il basilico in cucina non può mai mancare.

Perché quando sono andata in edicola a comprare l’Internazionale l’ho trovato al primo colpo. E abbiamo anche trovato le figurine dei Pokemon, e l’edicolante, aprendo un sorriso largo come una luna, ha detto ai miei figli: “Scartate pure e poi date a me le plastichine, che ve le butto io!” . Riuscendo così a strappare un “Grazie” corale.

Perché ai giardinetti trovo sempre gruppi di ultra settantenni che giocano a bocce e bestemmiano. E mi fanno pensare che anche nella vecchiaia basta poco per essere felici.

Perché mentre bevevo un aperitivo nel bar di piazza Tre Martiri ho sentito un profumo buono di piadina e la cameriera ha detto che domani tornerà il Sole.

 

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La lumaca banana: storia di un accoppiamento folle finito in un rigurgito

25 giugno 2013

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Questo è uno di quei post dalla cui scrittura non ho saputo trattenermi. Di solito la folgorazione avviene durante uno dei tanti National Wild che guardo con i miei figli. Inevitabilmente sotto il mio tiro finisce qualche bizzarro esemplare, specie se invertebrato. Creature molli e senza faccia che nei bimbi provocano disgusto, strappando loro espressioni tipo  “bleargh, che schifoooo”.

Ecco, ieri sera, appiccicata al divano come un mollusco, mi sono goduta uno dei più assurdi documentari su questi esserini molli: quello sulla Lumaca Banana. Già, il nome è tutto un programma, lo so. Perché questa lumaca è molto grossa e gialla, di sembianze simili, appunto, a una banana.

La storia comincia con la Lumaca Banana che si aggira, trascinandosi viscida, nel ricco sottobosco di una foresta di sequoie. Seguivamo tutti in gran silenzio e con il naso incollato al monitor. Io, tra l’altro, non riuscivo a capire se il narratore volesse prendersi gioco dei telespettatori. Non per altro, ma il suo tono di voce era simile a quello di un american gigolo intento nell’esercitare la sua arte amatoria.

La Lumaca Banana striscia alla ricerca di cibo, ma improvvisamente qualcosa cattura la sua attenzione. Drizza  le antenne alla ricerca di quello che ormai ha fiutato: un suo simile. Sì, perchè a lei non importa se è un maschio o femmina, per lei vanno bene entrambi.

E qui è partito un: “Mamma, perché?” Fortunatamente il narratore ha ripreso con tono rassicurante:

Perché la Lumaca Banana è un’ermafrodita, il che significa che ha i caratteri sessuali dei due sessi, così da poter agire sia come maschio che come femmina.

“Erma cheee?” ha detto il piccolo maschio che vive ancora nel mondo dei Pokemon.

“Ermafrodita”, gli ha spiegato la sorella , “significa che è sia un maschio che una femmina!”.

“C’ha il pisellino e la patatina?”.

“Shhhhhh!!! Fatemi sentire!” ho detto io ormai rapita da quel essere affascinante che stava per incontrare un suo simile e fare quello che fanno tutti gli animali in natura: accoppiarsi… e, nel caso specifico, vi assicuro che la curiosità era salita non poco.

Tutte le lumache banana hanno un pene molto grande, che misura quasi quanto la lunghezza di tutto il loro corpo.La lumaca banana per 6466120367_e601bde3c6_zaccoppiarsi correttamente deve scegliere un partner di uguali dimensioni, altrimenti rischia di rimanere con il pene incastrato durante l’accoppiamento. Impossibilitata ad estrarlo finito l’amore, l’unica scelta sarebbe quella di strapparlo a morsi. Lo strano processo di strappo e masticazione del pene  è chiamato Apophallation.

A quel punto un silenzio di piombo era calato in soggiorno. Solo un timido “Apopa cheee?” è scappato al piccolo maschio, mentre la mia quasi grande femmina ha lanciato sguardi fugaci a destra e a sinistra. Li sentivo rimbalzare tra me e mio marito. Forse era alla ricerca di una qualche espressione facciale che tradisse il nostro inevitabile, grande imbarazzo.

Dopo l’amore, che può durare anche dodici ore, il maschio fa ciò che di solito fanno i maschi dopo l’accoppiamento: se ne va per la sua strada.

Avevo sentito bene? Testuali parole! Ma come fa il narratore di un documentario sulla natura, seguito inevitabilmente da centinaia di bambini, ad affermare delle simili bestialità? Sono rimasta immobile come una sfinge, riuscendo solo a scolare quel che restava del mio rosè.

“Mamma, perché i maschi dopo l’amore se ne vanno per la loro strada?” mi aveva chiesto la quasi grande figlia femmina.

“Non tutti amore mio, non tutti” ho glissato io.

Il documentario è proseguito con l’entrata in scena del Serpente Giarrettiera (non credo l’abbiano fatto apposta, ma la combinazione tra la Lumaca Banana ed il Serpente Giarrettiera non mi sembra casuale), alla ricerca, anche lui, di una preda. E guarda caso chi passava da quelle parti? La Lumaca Banana, la cui avventura è dunque finita tragicamente, tra le fauci del Serpente Giarrettiera.

200808-HCHSimage-Pacific_Giant_Salamander_feeding_on_banana_slug-RNSP_east_of_Orick_CA_photo_by_M._Insalaco_01D_Una gran brutta fine, peraltro dopo aver trombato per ore ed ore ed aver dovuto prendere a morsi il proprio pene per “disincastrarsi”dal partner! Tuttavia, quel che il Serpente Giarrettiera aveva ignorato, è che la Lumaca Banana, quando viene aggredita, secerne un muco molto denso, dal sapore disgustoso, che la rende un boccone immangiabile.

Alla fine neppure il Serpente l’ha voluta, tale il disgusto che gli provocava questo piccolo animale invertebrato. E così, dopo aver tentato invano di masticarla, come si mastica un marshmallow avariato, l’ha rigurgitata schifato. Ed un sonoro e corale “blearghhh” è risuonato in salotto.

Non mi sono trattenuta dallo scriverlo, così come dal pubblicarlo. Certo, potevo utilizzare il pezzo per coprire il vuoto mediatico estivo e passare così inosservata. Pubblicandolo ad agosto, per esempio. Ma dopo aver visto l’eccitazione dei giornalisti sul mumificato circo Berlusconi, non ho resistito ed ho pigiato il dannato “Pubblica”. Nella speranza che i lettori del blog, come la sottoscritta, non abbiano dubbio sul maggiore interesse per le performance della Lumaca Banana che per le gesta di Berlusconi.

 

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La “cura gay” che non guarirà il Brasile

23 giugno 2013

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Le manifestazioni che dilagano da giorni in Brasile sono animate da un comune e forte desiderio di ripulire il paese dalla corruzione, dalla pretesa di trasparenza sulla gestione dei soldi destinati all’organizzazione dei mega eventi sportivi e dalla volontà di ridare dignità alla popolazione, stanca di avere un paese che promette ma non compie. Tra i vari motivi che hanno portato il popolo brasiliano a dire basta ce n’è uno che grida vendetta e che passa in secondo piano, almeno qui in Europa. E che basterebbe, da solo, a far scendere in piazza l’intero paese.

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Marco Feliciano

Si tratta dell’elezione di Marco Feliciano alla presidenza della Commissione per i Diritti Umani e Minoranze (CDHM). Feliciano è un pastore Evangelista, eletto deputato del Partito Social Cristiano nel 2010. Da marzo 2013 è alla presidenza del CDHM.

In Brasile Feliciano è un personaggio molto noto, più volte balzato agli onori della cronaca per le sue posizioni omofobe e razziste. Attualmente peraltro è indagato per furto con l’accusa di aver ricevuto 13 mila reais (equivalente a 4400 euro) per realizzare una messa alla quale non si è presentato.  Il discredito di cui gode è talmente alto che addirittura in Argentina centinaia di persone hanno manifestato contro la sua nomina davanti all’ambasciata. L’elenco delle frasi sconcertanti pronunciate dal pastore evangelico è lungo. Eccone alcune “perle”:

“I sentimenti malsani che legano gli omosessuali portano all’odio, alla criminalità e al rifiuto”, o ancora, “Quando le persone sono incoraggiate a liberare i propri istinti e a legarsi a persone dello stesso sesso, distruggono la famiglia, e così creano una società dove esistono solo omosessuali. Questa società è destinata a sparire, dato che non può mettere al mondo dei figli”.Frasi come queste ed altre offensive verso la comunità nera ( “un negro è un negro e non può cambiare”) sono incompatibili  con chi ha l’onere di presiedere alla commissione per i Diritti Umani.

Fa poi impressione una sua dichiarazione fatta durante un culto religioso,  in merito alla morte del cantante John Lennon. Che secondo il pastore sarebbe stato punito e ucciso da Dio per aver detto che “I Beatles sono più popolari di Gesù Cristo”. Feliciano ha sostenuto che la sua uccisione sia stata una “vendetta divina”, aggiungendo: “Vorrei essere stato là il giorno che è morto. Avrei alzato il lenzuolo che lo ricopriva e gli avrei detto: perdonami John, ma questo primo sparo è nel nome del Padre, quest’altro nel nome del Figlio e questo nel nome dello Spirito Santo.”

E’ evidente quindi come l’elezione di Marco Feliciano continui a sollevare proteste in tutto il paese. Feliciano, recentemente, ha così commentato il moto di sollevazione popolare suscitata dalla sua nomina:”Tutto questo clamore perché, per la prima volta nella storia del Paese, un pastore pieno dello Spirito Santo ha conquistato un ruolo ed uno spazio che fino a ieri era dominato da Satana” Lo stesso Satana, dominerebbe, secondo Feliciano, tutti gli attivisti che fanno parte dell’Associazione Lesbiche, Gay, Bissessuali e Transessuali del Brasile.

Tuttavia la notizia che fa accapponare la pelle e solleva non poche preoccupazioni nel mondo politico brasiliano e non solo è la famosa “cura gay” proposta da Marco Feliciano. La Commissione per i Diritti Umani della Camera ha infatti approvato il 18 giugno scorso un testo di legge che permette agli psicologi di “curare” l’omosessualità. La proposta dovrà superare il vaglio di altre due commissioni prima di arrivare in aula .per la discussione ed eventuale approvazione definitiva

Se si pensa che il 17 maggio del 1990 l’Oms escluse l’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali, questo progetto riporterebbe il Brasile indietro di vent’anni. L’autore del testo del progetto, il deputato Anderson Ferreira (PR-PE), ha affermato che il progetto “costituisce una difesa della libertà nell’esercizio della professione e della facoltà di ciascun individuo di scegliere un professionista che tratti delle questioni private e personali”.

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Intanto il Movimento Nazionale brasiliano per i Diritti Umani ha minacciato di portare il caso di fronte all’Organizzazione degli Stati Americani (Osa) e all’Onu, poiché secondo loro Feliciano non può certo essere ascritto alla categoria dei difensori dei diritti umani.

Certo che di nodi al pettine ne stanno venendo fuori in Brasile, così come stanno emergendo  le forti contraddizioni che lo hanno da sempre caratterizzato. La settima potenza mondiale pare non avere basi solide sulle quali fondare uno sviluppo equilibrato. In un paese che non poco tempo fa ha autorizzato i matrimoni gay, la nomina di una figura come Feliciano appare oltremodo politicamente paradossale. Ma soprattutto un pugno in faccia ad una minoranza che tanto piccola non è, considerando che il Brasile conta quasi 200 milioni di abitanti.

 

 

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IL BRASILE NON GIOCA PIU’

20 giugno 2013

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“Se a tarifa nao baixar a cidade vai parar”. Il Brasile è deciso a non piegarsi. Le manifestazioni spontanee di protesta si sono diffuse in tutto il paese a macchia d’olio da ormai due settimane  e decine di migliaia di persone hanno occupato diverse città. A São Paulo si sono riversate 65 mila persone mentre nella notte del 18 giugno, 100 mila manifestanti hanno invaso Rio de Janeiro. Un fiume umano che non ha intenzione di fermarsi. Ma quello che sta succedendo in Brasile ha origini ben più profonde della protesta per il rincaro dei biglietti della metropolitana e autobus, il cui costo è passato da 3,00 a 3,20 Reais (1,12 euro, che a parità di potere di acquisto equivalgono a circa 3,2 euro).

Molti amici mi chiedono cosa stia succedendo. Dopotutto del Brasile si è sempre sentito parlare come di una nazione in forte crescita, in una situazione di sostanziale pace sociale.L’eterna promessa brasiliana non doveva finalmente compiersi? La situazione non era migliorata con la pioggia di investimenti esteri, la diminuzione della disoccupazione e il contenimento dell’inflazione? E ora cosa succede?

Ciò che ha fatto smuovere l’orgoglio nazionale del popolo brasiliano è in realtà rappresentato da una pluralità di ragioni. Riconducibili alla1003107_500782253321363_1661551500_n corruzione dilagante, alla mala politica, Dilma Roussef, ai costi lievitati per i Mondiali di Calcio 2014 (si stima che arriveranno a 15 miliardi di dollari) ed alla cattiva gestione delle risorse pubbliche.
Cosicchè nel brodo della protesta hanno trovato spazio varie componenti, finanche frange violente. Che peraltro hanno di fatto legittimato gli atti di dura repressione della polizia militare brasiliana. Atti che hanno colpito anche i giornalisti.

Il rincaro dei prezzi dei trasporti sono stati dunque la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Una goccia sostanziosa, però. Io ho fatto due conti. Considerando che ogni giorno, nella sola città di São Paulo, sono 4,5 milioni le persone che utilizzano la metropolitana e che altre 6 milioni prendono gli autobus, per la sola metro il rincaro porterebbe ogni anno alle casse dello stato  234.036.000,00 milioni di Reais. Che, sommati ad altri 312.048.000,00 milioni provenienti dai ricavi  dei biglietti degli autobus genererebbero un gruzzoletto di tutto rispetto.

1005072_528863260503263_234129916_nEd i brasiliani non ci stanno più. Il sistema dei trasporti non funziona, sta collassando per il sovraffollamento delle metropolitane e degli autobus. Mancano le strade ed un sistema ferroviario funzionante.  Anche il trasporto aereo e quello marittimo sono in panne. Il Brasile è un paese grande, grandissimo. Gli spostamenti all’interno della stessa città di Rio o São Paulo equivalgono, in termini di tempo, agli spostamenti tra una città e l’altra nella nostra penisola. Recife e Porto Alegre, ad esempio, sono più distanti che Parigi e Mosca.  Recife e Porto Alegre, ad esempio, sono più distanti che Parigi e Mosca. E la gente non ne vuole sapere di dover risolvere anche il problema degli spostamenti di chi andrà ad assistere ai giochi. Vuole poter andare da casa al lavoro. Tutti i giorni.

E’ pur vero che il Brasile ha risolto molti problemi, mettendo sotto controllo  l’iperinflazione, generando impiego e rendita. Basando, forse troppo, il modello di sviluppo su un forte consumismo. Ma è proprio per questo che ora vengono a galla altre questioni strutturali molto gravi: servizi pubblici, trasporti, educazione, salute, sicurezza, tanto per citarne alcuni. Su alcuni striscioni dei cortei si legge: “Non vogliamo gli smartphone, vogliamo una rete idrica che funzioni!” Un paese evoluto non è quello dove i poveri hanno la macchina, ma quello dove i ricchi utilizzano il trasporto pubblico. Ed eccolo il paradosso brasiliano, guidato nelle ultime tre presidenze da forze di sinistra che hanno da sempre sbandierato l’importanza dello stato sociale.

Dunque le manifestazioni hanno come sottobosco la trasformazione della società e delle città. Che sono sempre meno vivibili, sature, colme all’inverossimile di macchine e caos. Interventi immobiliari figli del benessere spuntano come funghi infestanti, e i poveri sono inevitabilmente rimossi dai centri che assumono così la funzione di “bella facciata”. La gente non sente più proprie le città, e in questo senso di poca appartenenza cresce la protesta e, scusate il gioco di parole, viene offerto il pretesto per “spaccare tutto”. I cittadini che non hanno mai dialogato con la metropoli per affrontare i veri problemi del vivere quotidiano si calano col paracadute nella rivolta, così come tante fazioni e orientamenti che non hanno come obiettivo primario la protesta contro il rincaro dei biglietti.

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E in tutto ciò si inserisce il calcio. Sono i soliti brasiliani che mettono il pallone sempre di mezzo? L’adorato sport nazionale sta fungendo da detonatore finale? Ebbene sì. Perché l’organizzazione brasiliana di questi megaeventi sportivi sta fungendo da catalizzatore del processo di esclusione violenta in atto nelle grandi città. La “pulizia sociale” allontana i poveri dal dialogo e le misure autoritarie che sta prendendo il governo ledono la libertà del popolo.  Si pensi che al Senato è in discussione la proposta di legge per definire i “crimini e le infrazioni amministrative che possano influire sulla sicurezza durante la Confederation’s Cup 2013 e i Mondiali di Calcio 2014”, che includerebbe “limitazioni al diritto di manifestare”. Tutto ciò naturalmente al fine di non turbare l’evento degli eventi. E dunque la gente protesta anche per il diritto alla protesta.

La notizia di oggi è quella della revoca del rincaro dei biglietti di metro ed autobus  a Rio de Janeiro e São Paulo. La nuovaRio-de-Janeiro-17-giugno_gal_autore_12_col_portrait_sh tariffa di R$ 3,00 entrerà in vigore dal prossimo lunedì 24 giungo. La decisione è stata annunciata ieri dal governatore Geraldo Alckmin e dal prefetto di São Paulo Fernando Haddad. Dopo questo annuncio, Caio Martins, uno degli esponenti del Movimento Passe Livre ha detto: “ Il governo ha ceduto e siamo riusciti a raggiungere l’obiettivo. Oggi erano previste comunque altre manifestazioni e noi torneremo in piazza, per appoggiare le altre città  che ancora non sono state ascoltate. Anche per solidarietà nei confronti dei giovani e dei giornalisti che sono stati arrestati e che si trovano ora sotto processo. Ma soprattutto per non fermare la lotta. Vogliamo transparenza sui contratti del transporto collettivo, che lo stesso Ministero considera una “cassa oscura”. Il nostro obiettivo è raccogliere 500 mila firme per un progetto di iniziativa popolare  che porti a garantire i trasporti gratis per buona parte della popolazione. E il diritto di accesso alle grandi città sopratutto per quelli più poveri, che vivono nelle periferie e devono raggiungere ogni giorno le scuole, gli ospedali e il proprio posto di lavoro.”

Il popolo brasiliano sceso in piazza alla fine un risultato lo sta portando a casa. Forse la sua partita l’ha già vinta. Mi viene tristemente da pensare che noi siamo qui  a farci le pippe su Grillo, sulle escort, sulle ragnatele della politica. Siamo spremuti dalla crisi, senza più soldi, lavoro, diritti e democrazia. Ma rimaniamo muti e rinunciamo alla protesta. E a casa non portiamo nessun risultato, mai. Solo sempre più rassegnazione.

 

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Kouichi Chiba e le avventure dei piccoli omini di carta

18 giugno 2013

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Immaginate dei piccoli mondi paralleli fatti di delicatezza allo stato puro. Di sentimenti veri. Alcuni artisti riescono a far sì che questi mondi prendano vita dentro di noi. Come quelli abitati dagli omini di carta di Kouichi Chiba, fotografo giapponese, che ha realizzato una serie di scatti utilizzando piccoli personaggi di carta come soggetti.

Kouichi li disegna e poi li inserisce nel paesaggio urbano, nella natura, negli oggetti di uso quotidiano. Anzi, mi viene da dire che li appoggia delicatamente. Perchè basterebbe un soffio per portarli via. Eppure loro riescono a regalarci emozioni forti e sembrano voler condividere piccoli pezzetti della loro vita. Guardare queste immagini è come accompagnarli nelle loro avventure, nelle loro storie, dalle quali trapelano tutti i sentimenti: amore, speranza, delusioni ed aspettative.

E’ difficile rimanere indifferenti a tanta poesia. Il mondo che viviamo acquista, attraverso i loro occhi, una dimensione magica. Sembrano scappati dai libri per bambini, perduti per le vie delle città, tra i cespugli e i rami. Dove saranno diretti? Quale esito avrà la loro piccola avventura? La bellezza sta nell’immaginare…

 

 

 

 

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L’accelerazione di Winnie the Pooh e il senso perduto della lentezza

17 giugno 2013

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L’accelerazione sembra essere ormai l’imperativo del nostro quotidiano. Accompagna i nostri gesti, fino al più primordiale di tutti: la respirazione. Viviamo in costante stato di apnea per la troppa fretta. La respirazione si sa, richiede calma e consapevolezza. Ma tutto ciò che pare condizionarci nello spazio e nel tempo è un ostacolo da rimuovere. Una seccatura da eliminare. Una piaga inutile da estirpare. Fermarsi per ascoltare, anche se si tratta del nostro respiro, è un lusso che non possiamo concederci.

Poi con l’aumento della velocità dei mezzi di trasporto abbiamo sempre meno occasioni per muoverci. Senza considerare che con l’aumento della velocità nella diffusione delle informazioni il nostro tempo per riflettere si è compresso fino quasi a sparire. La tecnologia “smart” ha sostituito la scrittura e i contatti personali, gli schermi dei kindler hanno sostituito i libri, le immagini hanno soppresso il linguaggio. Così come tutto ciò che dura, dura troppo a lungo. Uno spreco di tempo. E le notizie si sono trasformate in merce usa e getta, per giunta poco affidabili Come tuonava un annuncio pubblicitario di Fox News, “Se alle 10:00 è notizia, alle 11:00 è già storia”.

Essere veloci, quindi, equivale ad essere capaci, superiori, efficienti. Ci rimanda alla potenza sessuale, alla prestanza fisica. Le performance migliori sono sempre quelle più  veloci. E così, per contro, la lentezza si trasforma in frustrazione, mancanza ed inferiorità. Di conseguenza i bambini lenti sono costantemente spronati a fare più in fretta. “Muoviti” è l’esortazione delle madri, l’imperativo costante della quotidianità.

Come vivono i bambini questa ricerca frenetica dell’ottimizzazione temporale che altro non è che una preconizzazione ai ritmi degli adulti? Come gestiscono il “tutto subito nel minor tempo possibile”? Ovviamente volendo tutto, subito e nel minor tempo possibile.

Un esempio emblematico è  quello del cartone animato di “Winnie the Pooh”. Perché hanno accelerato pure lui. Come se non bastasse l’attuale schiera di cartoni animati deliranti, dai colori sgargianti, con battute degne dell’ironia e del sarcasmo di un adulto che la sa lunga. E soprattutto caratterizzati da toni frenetici, dialoghi accelerati, in cui l’unica sconfitta, credo, sia l’innata lentezza dei bambini. Quella fisiologica calma nello svolgere ogni tipo di attività, dai compiti ai giochi, tanto importante per l’assimilazione dei concetti e per godere appieno il senso ed il contenuto delle attività medesime.

Il tenero orsetto Winnie the Pooh fatica a ispirare velocità. Eppure sono riusciti ad inserirgli il turbo. Ho letto la notizia qualche giorno fa su Repubblica. Trattata e liquidata senza un minimo di riflessione più profonda. La notizia diceva che il cartone (nella versione interattiva per iPad) è stato velocizzato per “adeguarsi all’incapacità di concentrazione dei bambini”. I bambini di oggi, sosteneva l’articolo, hanno bisogno degli stimoli giusti. Winnie the Pooh, oltre ad essere un tantino lento, aveva troppe pause nei dialoghi. Certo, c’era il rischio che i bambini, in quei tre secondi di silenzio, potessero annoiarsi a morte e decidere di cambiare cartone.

Sì, è vero che i bambini di oggi sono svegli e più reattivi. Capaci di seguire il ritmo serrato dei dialoghi, i cambi di scena improvvisi, la prospettiva ingannevole. Capaci peraltro di trovare il senso della storia, che a noi adulti sfugge proprio perché ci perdiamo dopo un paio di battute. Questi sono i bambini i bambini di oggi. Attrezzati a seguire un cartone psichedelico ma non a concentrarsi adeguatamente  sulle cose. E noi cosa facciamo per loro? Aggiungiamo ulteriori tasselli, più che tentare di disarticolare una linea di tendenza travolgente. La realtà è già sufficientemente delirante e noi ce la mettiamo tutta per farlo anche con la finzione.

L’accelerazione non lascia più spazio alla riflessione. Sono spariti gli intervalli di tempo durante i quali poco accade e dove l’immaginazione può inserirsi per dare vita a infinite possibilità, le quali portano a soluzioni diverse. In fondo, il senso della lentezza sta in questo. Aumentare la curiosità della scoperta, rinnovare il sentimento dello stupore, che è la fonte della conoscenza e della crescita sana di ogni individuo.

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Blog del Narco, esce allo scoperto Lucy. Che rischia la vita.

11 giugno 2013

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L’autore  del blog più seguito in Messico ha rivelato la sua identità: El Blog del Narco che senza mediazioni né censure, da tre anni denuncia gli scempi e la terribile la violenza della guerra messicana contro le drogheDietro il successo di El Blog del Narco, che realizza 25 milioni di visite al mese, c’è una ragazza che si fa chiamare con lo pseudonimo Lucy. La blogger ha rivelato da poco al Guardian di essere una ragazza. Lucy è una giornalista e lavora affiancata da un ragazzo di 27 anni che le dà una mano nella parte tecnica. Il 5 maggio scorso il suo collega l’ha chiamata al telefono e l’unica cosa che ha detto è stato “corri”. Dopodichè ha riagganciato. Lucy spiega che questo termine doveva essere usato tra loro solo in caso di estremo pericolo. Lei ha perso ogni contatto con lui ed è fuggita in Spagna. Racconta via skype al Guardian di vivere nel terrore. Teme ora di vedere pubblicate le foto del suo collega torturato e ucciso sul suo stesso blog. 

El blog del Narco copre il vuoto gigantesco lasciato dalla stampa, ormai messa con le spalle al muro e paralizzata dalle continue minacce. Il materiale pubblicato sul sito è altamente scabroso. Corpi mutilati, fatti a pezzi, interiora buttate in pasto ai cani oltreché alle telecamere. Teste rinvenute nelle redazioni dei giornali, corpi scuoiati e appesi ai cavalcavia. Ogni giorno, il sito pubblica testimonianze, foto scattate con i telefonini, articoli e video nell’anonimato più assoluto. Visitare il blog è come fare un viaggio nell’orrore. Sono cresciuta in Sudamerica, e mi rendo conto che solo entrando nel vivo di quelle terribili immagini si può intuire la violenza della guerra tra i narcos. E’ un mondo lontano dalla realtà che viviamo noi in Europa.

cddca4464e2dca5d5ba07eacf18d5ec7 Viste le continue minacce di morte che riceveva, Lucy si spostava ogni mese insieme al web master del sito per sfuggire ai trafficanti. La sua paura era quella di venire identificata e catturata dai narcos o dalla polizia, che spesso è collusa coi delinquenti soprattutto a livello locale e regionale. Nel settembre 2011 due informatori del blog vennero identificati, torturati e appesi a un cavalcavia. Sui loro corpi mutilati, un messaggio: “Questo è quello che succede a chi posta cose divertenti su internet. E’ meglio se fate attenzione. Sto per venirvi a prendere”. La firma, una Z, quella dei Los Zetas, uno dei più micidiali cartelli del narcotraffico messicano.Ora Lucy

 Il Messico è in testa alla classifica dei paesi più pericolosi per i mezzi di informazione,  insieme a Iraq, la Siria, la Libia, il Pakistan e la Somalia. Il narcotraffico condiziona il lavoro dei giornalisti non solo attraverso le minacce e la violenza, ma anche attraverso il denaro e la corruzione, utilizzando le leve “giuste” sugli imprenditori che possiedono giornali e televisioni.Il giornalismo è bloccato dal terrore e dalle minacce. El Blog del Narco, come detto, pubblica immagini e video sulla guerra tra i narcos e le sue vittime, informa sulle attività dei cartelli e spesso lo fa prima di altri mezzi di comunicazione.

Inizialmente si pensava che questo blog potesse essere uno strumento dei narcos per diffondere le loro azioni e terrorizzare la popolazione. In realtà il materiale raccolto dal blog proviene da tutte le parti in causa: dagli stessi narcotrafficanti, dalla polizia, dall’esercito messicano, oltre che da comuni cittadini. Gli aggiornamenti sono quotidiani e la costante narrazione delle tante vite strappate danno idea di quanto la guerra tra narcos sia disumana.

 Si calcola che dal 2006 ad oggi ci siano stati ottantamila morti e quasi trentamila desaparecidos in conseguenza degli scontri trablogdelnarco-massacre i cartelli della droga. Tra i desaparecidos ci sono casalinghe, studenti, uomini d’affari, avvocati e oltre 1200 bambini al di sotto degli 11 anni.

Una situazione di cui non si parla mai abbastanza. Le promesse dell’ex presidente messicano Felipe Calderon (al potere dal 2006 al 2012), che aveva lanciato una forte offensiva militare contro la guerra del narcotraffico, di contenere l’escalation di criminalità e violenza, sono rimaste vane. E proprio negli anni di presidenza Calderon il numero delle vittime è aumentato in maniera esponenziale.

Il successore di Calderon, Enrique Pena Nieto, è riuscito a vincere nonostante il suo (discutibile) passato. Nel maggio del 2006, quando era governatore dello Stato del México, si rese protagonista di una brutale repressione di una manifestazione popolare a San Salvador de Atenco: 2 persone vennero uccise, decine di donne vennero violentate e centinaia di manifestanti arrestati.

La vittoria di Enrique Peña Nieto riporta al potere lo storico Partido Revolucionario Institucional, da molti considerato sinonimo di clientelismo e corruzione, che aveva governato ininterrottamente il paese tra il 1929 e il 2000.  Questo ritorno, tra l’altro pare non abbia giovato a calmare, seppur parzialmente, le acque, della guerra dei narcos. Basti pensare che nei primi quattro mesi del nuovo governo, i morti legati sono stati circa 5300. Un dato, quest’ultimo, da prendere però con beneficio di inventario, poiché parrebbe che con il cambio di governo sia stato deciso di adottare nuovi criteri di “calcolo”.

61j2cAE1PaL-1._BO2204203200_PIsitb-sticker-arrow-clickTopRight35-76_AA300_SH20_OU01_-150x150Lucy, nonostante sia considerata un morto che cammina, non ha intenzione di fermarsi nella sua sfida. E recentemente ha pubblicato un libro che raccoglie le storie del blog: Morire per la verità: Infiltrati nella violenta guerra contro le droghe in Messico”.

“L’ho fatto per mostrare quanto succede”, ha detto e “quando l’ho finito, ho potuto respirare perché avevo paura che m’ammazzassero prima, ma il libro è qui su carta, come testamento di ciò che soffriamo in Messico”.

Chi lotta per un’informazione libera trova oggi nel Web un ottimo alleato.  Sono sempre di più i giornalisti professionisti, blogger, cyber-dissidenti, o anche gente comune che denuncia violazioni e abusi, con l‘obiettivo di aggirare la censura e raggiungere un pubblico più vasto. Per raccontare i fatti, alla ricerca della verità. Anche quella più cruda e scomoda, a costo di rischiare la vita. Come Lucy, che ha coraggio da vendere. 

“Antes, mucho tiempo viví sin poder respirar, ahora respiro, aunque no me acostumbro. Y es que siento que el aire entra a mis pulmones,  así de forma ligera…Es difícil estar sola en un país que no conoces, sin nadie y sin nada, más que tu vida”.
(7 giugno 2013 da Reflexionando, Blog de Lucy)

 

 

 

 

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Ogm e ibridi, tra falsi miti e problemi reali

10 giugno 2013

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GMO-tomato

 

Attorno al mondo degli Ogm c’è molta confusione e disinformazione. Il rischio che si corre  è quello di riportare le notizie. Spesso false, peraltro. Dichiarazioni, dati, statistiche e accuse rimbalzano in poco tempo tra siti web, blog e giornali on line.

La maggior parte di quelli che scrivono di Ogm non si occupa di scienza. Spesso usa gli argomenti come slogan politici. Non ha nulla a che fare con il mondo della ricerca e non ne capisce un tubo. Come me, del resto. Uno dei falsi miti nei quali mi sono imbattuta è quello della sterilità dei semi Ogm, ossia la loro presunta incapacità di riprodursi. Essi in verità non sono sterili. A conferma di ciò basta pensare al forte sviluppo della soia RR in Argentina, in Brasile, ed in altri paesi americani. Questi paesi non riconoscono il brevetto sulle sementi. Pertanto, tutti gli anni, gli agricoltori trattengono una parte del raccolto dell’annata di soia RR per riseminarlo nell’annata successiva. E la soia, pur essendo OGM, germina di nuovo regolarmente (vedi recente sentenza USA, MONSANTO contro l’agricoltore Vernon Bowman)

Zonkey -incrocio tra una zebra ed un mulo

Raggiungo al telefono Marco Nardi, direttore di Assosementi, che mi aiuta a fare un pò di chiarezza:

Distinguiamo innanzittutto tra Ogm e IbridiIn termini molto semplicistici, le piante ibride derivano dalla fecondazione incrociata all’interno di una stessa specie di una varietà maschile e di una varietà femminile. Gli ibridi hanno un grande vantaggio. Producono molto di più dei due genitori che li hanno generati ma perdono tale caratteristica nella seconda generazione .L’agricoltore è costretto ad acquistare tutti gli anni la semente ibrida per mantenere la produttività. Gli OGM sono piante il cui corredo genomico è stato modificato in laboratorio usando tecniche di ingegneria genetica molto sofisticate. Con queste tecniche si possono introdurre in una specie geni estranei, provenienti ad esempio da una specie non compatibile .  Le piante prodotte con queste tecniche vengono di norma brevettate, cioè possono essere prodotte e commercializzate solo da chi ne detiene il brevetto. In pratica è vietato riutilizzare i semi, se non autorizzato, devo comprarli sempre dal produttore originario”. 

Gli ibridi dunque si ottengono incrociando in modo naturale due specie affini (un po’ come accoppiare un pastore tedesco e un bassotto). L’Ogm si ottiene andando invece a manipolare direttamente il DNA delle cellule, cioè un carattere.

In rete gira però una notizia che, è proprio il caso di dirlo, semina terrore. Esistono infatti alcuni brevetti non ancora in commercio per il cosiddetto gene Terminator. Quest’ultimo è stato sviluppato negli Stati Uniti negli anni Novanta dalla Delta and Pine Land Co. –  una azienda specializzata nella produzione di semi di cotone – in collaborazione con il Department of Agriculture statunitense. La tecnologia del Terminator prevede l’uso di alcuni geni che attivano un meccanismo di funzionamento piuttosto complesso per far sì  che i semi prodotti dalla nuova pianta non siano fertili.

La prospettiva che le sementi diventino sterili, incapaci di riprodursi, mutilati della loro funzione primaria, quella di generarela vita, ha provocato una fortissima indignazione da parte della società civile, con relativa eco in particolare in rete.
Va però detto che la tecnologia Terminator non è ancora stata posta sul mercato. E dunque non contribuirà, almeno per il momento, ad incrementare la penetrazione commerciale dellaMonsanto, il principale produttore mondiale di Organismi Geneticamente Modificati e una delle aziende più controverse della storia industriale. Che peraltro ha congegnato tipologie contrattuali tali da assicurare una forte “fidelizzazione” dell’agricoltore. Basti pensare ad una clausola che impone a coloro i quali acquistano semi geneticamente
modificati a non salvare una parte dei semi da piantare l’anno successivo ed a riacquistarli ogni anno.

Nello specifico, all’articolo 4, si dice che il “grower“ accetta di:

· non piantare i semi Roundup Ready (semi di soia) per la produzione di germogli o semi;

· usare i semi per un singolo raccolto commerciale;

· non conservare semi del raccolto per la risemina o per rifornire altri;

· usare pesticidi Monsanto (se se ne usano altri, la multinazionale non si assume nessuna responsabilità);

L’art. 8 stabilisce poi che, in caso di mancato rispetto dell’art. 4, il contratto verrà rescisso e certamente si apriranno le porte del tribunale. Lo scorso 13 maggio, infatti,la Corte Suprema degli Stati Uniti ha condannato un agricoltore dell’Indiana al pagamento di una multa, per aver utilizzato come semente parte del raccolto ottenuto seminando una varietà di soia Roundup-ready, regolarmente acquistata da un distributore Monsanto della sua zona. L’agricoltore aveva invano invocato la dottrina del “patent exhaustion” (l’esaurimento dei diritti del titolare di un brevetto di una particolare merce cessano quando essa viene venduta all’utilizzatore, che può appunto utilizzarla come meglio crede) che non si applicherebbe ai casi in cui il prodotto è in grado – come la semente – di autoreplicarsi.

Va detto che le sementi che escono da un processo industriale biotecnologico sono prodotti brevettati, che vengono geneticamente modificati con lo scopo di incrementare la resa della raccolta o contenere i costi di produzione. Questo è uno dei nobili obiettivi usato come slogan nel sito della Monsanto. Peccato che le biotecnologie stesse vengano usate anche per tentare di rimediare ai problemi causati dalle pre-esistenti tecnologie agrochimiche, come la resistenza ai pesticidi, l’inquinamento, la degradazione del suolo. E che tali tentativi siano promossi dalle stesse compagnie che ora sono a capo della bio-rivoluzione.

Allo stato attuale nessuno è in grado di dire con ragionevole certezza se gli Ogm facciano male. In tal senso dovrebbe essere responsabilità di chi governa fornire adeguate garanzie, fondate su analisi serie e non campate in aria. Per creare quella consapevolezza che eviti di essere in balia di chi utilizza il tema del timore come strumento di propaganda politica, come nel caso del fantascientifico pomodoro antigelo di Grillo.

Il paradosso è che la produzione di cibo aumenta anche grazie all’intervento tecnologico sulle sementi. Come aumenta il numero di obesi nel mondo, peraltro. Intanto la gente continua a morire di fame. E forse  il modo migliore per alleviare la fame nel mondo non sono gli Ogm, come ci è stato raccontato, bensì perseguire l’obiettivo di garantire acqua e un grado di istruzione adeguato alle popolazioni povere. Per metterle in condizione di coltivare la propria terra e preservare la biodiversità.

 

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