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Archive | luglio, 2013

Progetti senza futuro: che fine hanno fatto le cabine telefoniche “intelligenti”?

29 luglio 2013

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Milano a fine luglio è come una terra di mezzo. Non del tutto vuota e neppure abbandonata a se stessa. Non ancora, almeno. In questi giorni di calura, ad emergere, sono i fantasmi della città.  Tra questi ci sono gli anziani che si trascinano lenti lungo le ombre strette dei marciapiedi. Ieri ce n’era uno che, rifugiatosi dentro una vecchia cabina telefonica, provava ripetutamente a comporre un numero di telefono con un cellulare. Credo si fosse rifugiato lì, dentro quel relitto urbano, per sfuggire ad un sole impietoso. Sono rimasta qualche minuto a guardarli. Il vecchio e la cabina telefonica. Il pensiero che fossero entrambi un tantino obsoleti mi ha attraversato la mente. Un pensiero triste ed al contempo un po’ cinico.

Vittime del tempo e del rapido diffondersi della telefonia mobile, le cabine telefoniche sono ormai pezzi di arredo urbano in disuso. Vecchie, vandalizzate, spesso senza porte e con i vetri scassati e imbrattati. Apparentemente prive di utilità. Si era parlato tempo addietro del loro destino. O meglio, del loro “riscatto”. Era il 2010 quando Telecom Italia venne autorizzata da Agcom a smantellare le 130mila cabine telefoniche pubbliche presenti in Italia. Ciò in virtù dell’applicazione di nuovi parametri con cui misurarne l’utilità pubblica: “un apparecchio su strada è a rischio dismissione se fa meno di tre chiamate al giorno”, spiegò Telecom Italia. E così ebbe inizio il processo di smantellamento, al ritmo di 30.000 cabine all’anno. 

Nuova cabina intelligente

Il primo e unico esemplare della «tecno-cabina» finora installato: si trova a Torino, di fronte al Politecnico

Proprio al fine di rilanciare, in chiave innovativa, la funzione delle cabine, nel 2012 fu presentato in pompa magna un prototipo – realizzato da Telecom Italia con la startup torinese Ubi Connected – di “Cabina Intelligente”. Si trattava di cabine telefoniche futuristiche, da collocare in punti strategici e accessibili dei centri urbani. Dotate di un pannello solare, collegamento alla banda larga, schermi lcd, avrebbero dovuto inoltre essere posizionate in prossimità di colonnine predisposte alla ricarica di biciclette e scooter elettrici. Il relativo progetto sarebbe poi dovuto diventare un esempio di infrastruttura urbana inserito nella pianificazione smart delle città italiane.  “Partiremo con qualche decina di unità a Torino e poi passeremo in altre città d’Italia”, aveva detto il vicepresidente di Ubi Connected, Cosimo De Russis, al momento della presentazione della cabina intelligente.Di cui però non si è avuta più notizia, dopo l’installazione del primo prototipo a Torino. La giustificazione ufficiale, data da Telecom Italia, del perché il progetto pare sia finito su un binario morto, verrebbe ascritta a «valutazioni sull’adeguatezza della partnership da instaurare». Sembrerebbe un modo criptico per rimettere in discussione il progetto, dietro al quale peraltro è emerso esserci una serie di personaggi dei quali si stanno interessando da tempo varie Procure della Repubblica, che indagano su truffe relative ad energie rinnovabili e frodi fiscali. Si tratta di Gaetano Bugliesi e Roberto Saija, i cui nomi compaiono risalendo lungo la catena di controllo di Ubiconnected. A tale proposito va detto che l’unico articolo che si interessò della vicenda, pubblicato il 2 ottobre 2012 da la Stampa.it, fu contestato dai legali della Ubiconnected, i quali fecero la seguente precisazione: «Vero che, invece, nessuno dei soggetti sopra citati (Gaetano Bugliesi e Roberto Saija, ndr) ricopre cariche di amministrazione e gestione all’interno della società e che nessuno dei personaggi sopra citati è socio della Ubiconnected s.p.a.».
Dal canto suo, la Stampa replicò che, “come riportato nel pezzo, i nomi di Bugliesi e Saija non sono soci diretti ma compaiono (a più riprese) risalendo lungo la catena di controllo di Ubiconnected.” Al di là di ciò, va però detto che sono trascorsi parecchi mesi da quando Telecom  affermò di dover fare “valutazioni sull’adeguatezza della partnership da instaurare”. E tutto tace.
Certo è che la vicenda, di cui si è parlato stranamente poco, presenta aspetti non chiari. Nonostante Telecom Italia abbia tentato di fugare ogni dubbio così: «per l’accreditamento delle imprese che si propongono come fornitori o partner, Telecom Italia richiede ai candidati una serie di informazioni, attestazioni e documenti, e per accertare la sussistenza dei requisiti – compresi quelli sugli standard etici richiesti – Telecom procede a verifica diretta con ricorso alle fonti pubblicamente accessibili, oltre all’auto-certificazione da parte delle stesse imprese. In questo quadro le valutazioni che Telecom Italia svolge per decidere se instaurare o meno il rapporto di fornitura o di partnership attengono alla sfera di autonomia propria di ogni azienda» 

Contenti loro! Sarebbe interessante chiedere a Telecom Italia – la quale dichiara di non avere nulla a che fare con Bugliesi e Saija –  che fine farà il progetto e se intende ancora darvi seguito, ora che i nomi dei due sono saltati fuori, e, con loro, il marcio. Magari cercando un fornitore illuminato, interessato a (ri)portare il vero futuro ai cittadini. Lo stesso futuro che hanno rappresentato, per anni, le cabine a gettoni.

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Elham Asghari: un record abbattuto dal pregiudizio

25 luglio 2013

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Elham Asghari è una nuotatrice professionista di 32 anni e la prima donna iraniana ad aver stabilito il record di nuoto di 20 km nel Mar Caspio: in meno di 6 ore ha coperto i 20 chilometri che separano la costa del Mar Caspio dal largo di Nowshahr. Un record nel record, se così si può dire, perché la Asghgari indossava il completo islamico al momento dell’impresa, un costume che in acqua le ha sicuramente reso la sfida molto difficile: una muta da sub coperta da un camicione nero lunghissimo, una cuffia e un foulard. Indumenti che una volta impregnati di acqua possono pesare anche più di 6 chili.

Perchè nel suo Paese, l’Iran, anche per la pratica dello sport, sono in vigore le leggi islamiche. Infatti le donne possono utilizzare le piscine pubbliche solo in determinati giorni e in orari particolari. Inoltre hanno la possibilità di usufruire di apposite spiagge “femminili” dove possono stare solamente se coperte integralmente senza far vedere le proprie forme. E sono state proprio le forme del corpo, o presunte tali, a non consentire il riconoscimento del primato realizzato dalla Asghari lo scorso giugno. Infatti i funzionari del Ministero dello Sport iraniano hanno stabilito che il record non avrebbe potuto essete omologato a causa dell’assenza di descrizione ufficiale registrata presso il Ministero dei requisiti del “costume per nuotatrici donne in mare aperto”. A questo si aggiunga il fatto che in Iran il nuoto libero femminile è contrario alle regole del Ministero dello Sport e della Gioventù.

A Elham Asghari è stato, in particolare, spiegato che “le caratteristiche femminili del suo corpo erano visibili quando è uscita dall’acqua” e dunque, secondo i funzionari, la registrazione del record di Elham sarebbe stata contraria alla legge islamica. Dal suo canto la Asghari ha dichiarato che “c‘erano sei ufficiali di gara a certificare la mia impresa. Nessuno aveva avuto da eccepire. Solo dopo, la Federazione ha ritoccato il record a 18 chilometri e poi deciso di non registrarlo. Il motivo? Hanno detto che non importa quanto islamico fosse il mio costume, che era comunque inaccettabile. I miei 20 chilometri sono ostaggio di persone che non potrebbero nuotare nemmeno per 20 metri” .

Ma la nuotatrice iraniana non si è  data per vinta. E, non potendo accettare un’ingiustizia simile, ha prima diffuso un video su youtube per far conoscere la vicenda. Ed ora si rivolge alla Federazione internazionale di nuoto (FINA) perché faccia pressione sulla IRSF (Federazione Nuoto Repubblica islamica dell’Iran) affinchè venga riconosciuto il suo record. Inoltre, dal 22 luglio sono in corso i Campionati mondiali di nuoto a Barcellona e a nessun atleta iraniano è stato permesso di partecipare. Nonostante ci siano molte donne che pratichino nuoto a livello agonistico in Iran, a loro non è permesso partecipare a competizioni internazionali.

Il nodo della vicenda di Elham Asghari sembra risiedere nel timore dei tecnici di omologare il record. Perché a loro avviso, se ciò avvenisse, le donne iraniane si sentirebbero autorizzate a nuotare in mare aperto. Forse però la paura vera, del regime e dei tecnici che ne sono emanazione, è che le donne trovino finalmente una via di fuga per lasciarsi alle spalle un Medioevo che non trova più ragione di esistere.

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Waren Hill, condannato a morte e ucciso più volte.

21 luglio 2013

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Waren Hill è un cittadino americano di 58 anni, condannato nel 1986 all’ergastolo per aver ucciso la sua fidanzata. A Hill è stata successivamente comminata la pena capitale, dopo che 1990  picchiò a morte un recluso nella prigione dove stava scontando la sua pena. L’esecuzione della sua condanna, fissata per la prima volta il 23 luglio dell’anno scorso, era stata sospesa un’ora e mezza prima a seguito dell’accoglimento di un’istanza sollevata contro il medicinale utilizzato in Georgia per le esecuzioni, normalmente usato per l’eutanasia degli animali.

La seconda esecuzione era stata fissata il 19 febbraio scorso e sospesa nuovamente, sempre un’ora prima e quando ad Hill era già stata somministrata una dose di sedativo che normalmente precede l’iniezione letale. La Corte d’appello Federale aveva infatti richiesto tempo per esaminare più a fondo la teoria della difesa secondo cui l’esecuzione sarebbe stata incostituzionale, dato che nel 2002 la Corte Suprema degli Stati Uniti ha stabilito che “le persone con ritardi mentali dovrebbero categoricamente essere escluse dalle esecuzioni”.

Già, perché Waren Hill, secondo le perizie mediche, ha un QI di “soli” 70 punti. Un punteggio che lo ascrive alla categoria dei ritardati mentali. Ma l’Alta Corte, nell’escludere dalla possibilità di eseguire una condanna a morte su persone ritardate, ha lasciato agli Stati dell’Unione il compito di fissare i parametri per potere decidere se un condannato abbia ritardi sufficienti ad evitargli la pena capitale. Vi è da sottolineare che, nel caso di Hill, tre psichiatri forensi avevano testimoniato sostenendo che il suo ritardo mentale non era così grave da escludere la possibilità di dare acorso alla pena capitale (è stato considerato ritardo mentale lieve, perché ha un QI che va da 50-55 a 70 punti).

L’appuntamento con il boia era stato fissato nuovamente per lunedì 15 luglio. E per la terza volta ancora, l’esecuzione è stata fermata in virtù di un appello presentato in un tribunale della Georgia. Questa volta contro la recente legge che consentirebbe allo Stato di acquistare in segretezza i medicinali utilizzati per le esecuzioni capitali. Perché l’anonimato dei fabbricanti e fornitori di prodotti letali potrebbe non dare sufficienti garanzie sulla qualità degli stessi, favorendo l’utilizzo di sostanze scadenti e dall’indubbia provenienza, con la conseguente inutile sofferenza fisica dei condannati a morte.

E’ da qualche giorno che tengo questo pezzo in bozza. Ero indecisa se attendere l’esecuzione definitiva di Waren Hill per parlare di una vicenda aberrante. Certo in gioco c’è il valore della vita ed il diritto di uno Stato a toglierla. Ma è agghiacciante che sia addirittura consentito di acquistare segretamente le sostanze letali, ossia di fare ciò che non è nemmeno permesso quando un animale deve essere abbattuto.

Comunque alla fine ho pensato che non avrebbe avuto importanza dare la notizia “fresca”. Comunque vada a finire, l’esecuzione di Waren Hill, a mio avviso, è avvenuta da tempo. E’ avvenuta lentamente, senza siringhe letali, senza un boia. Un’esecuzione centellinata nel tempo, senza rispetto della dignità umana ed in spregio ai più elementari canoni di giustizia. Perché Waren Hill avrebbe dovuto pagare per quello che ha fatto. Ed invece dovrà morire. Ucciso per ben quattro volte.

 

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Un nuovo Maracanã per la “torcida” di sempre. Privatizzato e tirato a lucido. Ma piace davvero ai brasiliani?

15 luglio 2013

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Il Maracanã è tornato alla ribalta dopo due anni e mezzo di lavori di ristrutturazione. Era necessaria una remise en forme in previsione della Confederation Cup 2013, della finale dei mondiali 2014 e delle Olimpiadi del 2016. “O estadio dos reis” ora ha un tetto ellittico di 50mila metri quadri ricoperto di pannelli fotovoltaici, 230 bagni che riciclano l’acqua piovana, 60 bar, 360 telecamere di sicurezza, poltroncine super comode, oltre ad un settore per la stampa completamente rifatto e in grado di ospitare fino a 3mila giornalisti. A diminuire sono i posti, che passano dai 200 mila (il record storico di presenze fu nel 1950 durante la partita Brasile – Ecuador) a circa 78 mila.  Anche l’area urbana attorno allo stadio ha subito notevoli cambiamenti. Con la demolizione del Parco Acquatico Julio De Lamare e dello Stadio di Atletica Célio de Barros, entrambe annessi al complesso sportivo del Maracanã, nonché della Scuola Comunale Friedenreich.

L’obiettivo della profonda ristrutturazione era di aumentare la visibilità da parte del pubblico e più complessivamente di trasformare il tempio del calcio brasiliano in uno stadio ancorato al modello europeo. Tutto nuovo, dunque. E tutti contenti. In realtà non proprio tutti, visto che la tifoseria ha espresso in merito diverse riserve. Innanzitutto sulla cifra spesa, che ha raggiunto quota 400 milioni di euro. Ma a far arrabbiare la tifoseria è in particolare la nuova proposta di condotta. Il Consorzio Maracanã infatti ha redatto un documento di “buona condotta” che proibirebbe ai tifosi di portare le aste di bambù per reggere le bandiere e gli strumenti musicali. Sarebbe anche previsto il divieto di levarsi le magliette durante le partite. I tifosi, inoltre, dovrebbero stare seduti  per tutta la durata degli incontri. Insomma, andare a vedere una partita di calcio sarà un po’ come andare a teatro.

UnknownNon si capisce poi dove origini questa svolta “perbenista” col conseguente divieto di togliersi la maglietta, che peraltro non è previsto in alcuno stadio europeo. Sta di fatto che il popolo verde oro è insorto di fronte a tale prospettiva, accusando il Consorzio Maracanã di voler derubare i brasiliani della loro torcida. Di voler, peraltro, “cacciare” i poveri dallo stadio con il conseguente aumento dei biglietti per assistere alle partite. Ma soprattuto di far morire l’anima del Maracanã, che i cariocas considerano loro. O “maior dos maiores” (il più grande tra i grandi) fa parte della cultura, della storia, del vissuto calcistico di un intero popolo. Costringere un brasiliano nel pieno delirio da gol a stare seduto è come chiedere ad un bambino affamato di non rubare la marmellata. Impedire alla torcida di non esprimere la gioia incontenibile con una batucada è come cercare di frenare un cavallo in corsa.

La motivazione ufficiale di un così radicale cambio di rotta starebbe nel fatto di voler contenere la violenza. Resta il fatto che imporre con la costrizione, non pare, anche in questo caso, la strada giusta per “educare”. Perché i brasiliani, nel Maracanã tirato a lucido, si sentono un po’ così, costretti. Oltreché esclusi. È per questo che le nuove “regole di comportamento” non piacciono e non convincono. Perchè cancellano, con la scusa della ristrutturazione, una tradizione piena di storia, di fede, intrisa di lacrime e gioia calcistica. A far stare seduti i brasiliani durante una partita ce ne vorrà, statene certi. E neppure l’adesivo più potente in circolazione servirebbe a contenere l’esplosione di gioia della torcida del Maracanã.

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Ricordo l’odore della terra arida. E un ballo sotto la pioggia.

9 luglio 2013

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Ricordo l’odore della terra arida. A quell’epoca avevamo un allevamento di bestiame. E piantavamo anche mais, caffè e riso. La terra aveva un colore rossastro, dicevano che era fertile. Ma la siccità colpiva a tradimento in quella regione del Brasile. Arrivava all’improvviso e si portava via la pioggia per mesi. Neanche una goccia, mai. Ogni giorno scrutavamo l’orizzonte alla ricerca di colori diversi o di nuvole dense. Gli occhi strizzavano lo sguardo in due piccole fessure. Ma niente.

Io avevo quindici anni. Vivevo le ansie della gente che coltivava la terra in modo quasi struggente. Pensavo al suolo, alle piante, alle bestie che non avevano da bere. Ogni pomeriggio camminavo con mio padre. Avevo un cappello in testa, calzoncini corti e stivali alti. I serpenti erano ovunque perché venivano a riscaldarsi il corpo sulla terra rovente. Era rischioso girare con le caviglie scoperte.

Camminavamo per i campi all’imbrunire perché prima faceva troppo caldo. Il mais era più alto di me, e a passeggiare tra i filari sentivo crepitare le zolle di terra sotto i piedi. Mi piaceva romperle con gli stivali in tanti piccoli pezzi. Sprigionavano quell’inconfondibile profumo di fango polveroso e secco. Ogni sera tornavamo a casa con la speranza che il giorno seguente qualcosa potesse succedere.

E un giorno qualcosa accadde. Il ronzio delle mosche cessò e le foglie sui campi si rincorsero in vortici, come in una danza. I cavalli si agitarono dando testate ai pali della staccionata. Tutto si mosse. La calura che aveva per mesi reso immobile la natura si allentò e in pochi minuti l’aria portò un profumo di zolfo. All’orizzonte salì una marea di piombo. Il cielo si caricò di quel colore e poi, rompendo gli argini della volta celeste, precipitò con una furia liberatoria tutta l’acqua che poteva contenere.

Io mi ricordo quel giorno perché ci salirono le lacrime agl’occhi. Era uno dei giorni più felici della mia vita. Ballavamo sotto la pioggia. Io e mio fratello. Tenevo la bocca spalancata al cielo, le braccia aperte e ridevo. Ridevo tanto.

Il 30 giugno 2013, in Pakistan, due sorelle e la loro madre sono state uccise per un ballo sotto la pioggia. Un ballo considerato «lesivo dell’onore». Cinque uomini armati a viso coperto le hanno uccise brutalmente con una raffica di proiettili. Le due ragazzine avevano 15 e 16 anni. E ballavano come ho ballato io sotto la pioggia. Tenevano la bocca spalancata al cielo, le braccia aperte e ridevano. Ridevano tanto.

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il fermo immagine del video fatto con un cellulare che le mostrava ballare sotto l’acqua nel prato di casa.

 

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La violenza domestica è la seconda causa di morte in gravidanza. Ne vogliamo parlare?

7 luglio 2013

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Pochi giorni fa ho letto una notizia sconcertante. Trattata dai media allo stesso modo, riservando ad essa uno spazio addirittura minore del sempre più dilagante gossip estivo. Neanche a farlo apposta, nel giornale sui cui l’ho letta, era posizionata sotto un articolo che annunciava il prossimo matrimonio di Belen. Ma chissenefrega del matrimonio di Belen.

Ebbene, la notizia faceva riferimento al fatto che secondo l’OMS, la London School of Hygiene & Tropical Medicine e il sudafricano Medical Research Council la violenza domestica è la seconda causa di morte in gravidanza dopo l’emorragia. E’ quanto emerge dai dati dell’Oms presentati  a Roma dall’Osservatorio nazionale della salute sulla donna, secondo cui nel mondo una donna su quattro è stata vittima di una forma di violenza in gravidanza: il 30 per cento dei maltrattamenti ha inizio proprio durante il periodo della gestazione. “Le conseguenze – raccontava la notizia – vanno dal distacco di placenta a disturbi alimentari, da infezioni a problemi psichici, come disturbi d’ansia e del sonno, dall’abuso di alcol e farmaci a tentazioni suicidarie”.  E, cosa che rende il tema ancora più drammatico, nella maggior parte dei casi (69%) la violenza prosegue anche dopo la maternità.

donna_incintaCerto, un dato che pesa come un macigno. Si tratta in tutta evidenza di un problema grave, che non può essere buttato in pasto ai lettori, come è accaduto, con un titolo accattivante, una fotografia ad effetto e poche righe di finto approfondimento. Meraviglia che nessuno, in tutti i giornali dove ho visto riportata la cosa, si sia sognato di commentare la notizia, per capire, ad esempio, cosa possa indurre un uomo (se tale si possa definire) a usare violenza contro la propria compagna che aspetta un figlio. Siamo insomma alle solite: disattenzione per le notizie vere, ma pompose analisi, spaccatura del capello in quattro, narrazione minuziosa di retroscena (e a mio avviso spreco d’inchiostro) per fatti politici. Di cui sinceramente abbiamo le tasche piene.

Ho cercato così di attingere qualche informazione in più leggendo uno studio sulla violenza domestica commessa durante il periodo della gestazione. Dal quale si ricava che è proprio durante questa fase della vita che atti violenti iniziano ad essere perpetrati o divengano più frequenti e gravi. Per due ordini di ragioni contrapposti. Perché da un lato, durante la gravidanza, l’uomo trova un terreno più fertile per affermare, anche con la forza, il proprio “potere”, visto che la donna è più vulnerabile, emotivamente debole, nonché finanziariamente più ricattabile. E dall’altro perché il maggior senso di sicurezza, intesa come nuova consapevolezza di sé acquisito dalla donna in dolce attesa, fa scattare la reazione violenta del partner, per il fatto di sentirsi “posto in discussione nel proprio ruolo o nella propria autorevolezza o nella propria insostituibilità”.

Le motivazioni addotte dai partner a giustificazione della propria “violenza” sarebbero poi riassumibili in tre fattori: gelosia nei confronti del nascituro, rabbia verso una gravidanza non voluta e ostilità verso la gravidanza in sé che impedirebbe alla donna di occuparsi dell’uomo con la stessa esclusività e dedizione precedente. L’atteggiamento di tanti uomini sembra comunque essere quello di chi, anche senza arrivare alla violenza, senza usare le mani e lasciare lividi esterni, crea nella donna piccole-grandi ferite psicologiche, che incidono pesantemente sul suo equilibrio e più complessivamente sulla sua qualità della vita anche successivamente al parto.

Dopo essermi documentata, mi rendo conto che basta poco per andare oltre il dato. Per questo provo a maggior ragione rabbia verso un modo di fare informazione, che usa la notizia della violenza domestica solo per riempire qualche buco o per farne il lancio in prima pagina al fine di vendere qualche copia in più, senza poi offrire al lettore chiavi di lettura serie e nuove. Quelle che, nel caso specifico, sembrano essere l’unico modo per scuotere la coscienza collettiva, rompendo allo stesso tempo un assordante silenzio sulle vere ragioni della violenza sulle donne. Quel silenzio che è in fondo il maggior complice della violenza stessa.

 

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Spegnere le luci per inquinare meno e vivere meglio. In Francia lo hanno fatto. E noi?

4 luglio 2013

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Dal primo luglio in Francia è entrata in vigore la legge che obbliga a spegnere, durante le ore notturne, le luci non indispensabili delle città. Tagliando l’illuminazione di tutte le costruzioni non residenziali, siano essi monumenti, palazzi di uffici, negozi o insegne pubblicitarie, dall’1 alle 7 del mattino (le facciate dei monumenti pubblici dovranno essere illuminate solo dal tramonto fino all’una). Lo scopo dell’iniziativa è evidentemente quello di risparmiare sui costi dell’energia elettrica, di limitare i danni all’ecosistema e di ridurre la quantità di anidride carbonica liberata nell’atmosfera dalla combustione del petrolio, uno dei modi per produrre energia elettrica. Lo spegnimento di sei ore non riguarda le abitazioni private e nemmeno l’illuminazione delle strade, delle stazioni e dei luoghi di pubblica utilità.

La legge è stata varata dall’ormai ex ministro francese dell’Ambiente Delphine Batho, licenziata in tronco negli scorsi giorni per aver criticato apertamente il bilancio 2014 con i suoi forti tagli alle politiche ecologiche ed in particolare per aver definito la manovra un “brutto” documento. Il provvedimento dell’ex Ministro permetterà di risparmiare ogni anno energia elettrica pari al consumo di 750.000 abitazioni, alleggerirà le bollette di 200 milioni di euro ed eviterà l’immissione nell’atmosfera di 250.000 tonnellate di anidride carbonica. “L’illuminazione, quando non è indispensabile diventa inquinamento – aveva detto la Batho al momento dell’approvazione della legge.

 

In Italia invece l’illuminazione pare sia sempre indispensabile. Perché abbiamo paura del buio, come ha peraltro evidenziato una ricerca ISTAT: oltre il 27% degli italiani ritiene di abitare in una zona insufficientemente illuminata mentre il 29% circa non si sente abbastanza sicuro quando esce da solo ed è buio. Siamo convinti, insomma, che se illuminassimo a giorno le nostre città, le aggressioni, i furti, gli scippi e gli omicidi diminuirebbero. Peccato che non sia così. Quello che avremmo è una percezione di sicurezza maggiore, che però non è corrispondente alla consistenza reale di sicurezza urbana. La quale dipende invece dall’uniformità dell’illuminazione. Pensate ad una piazza illuminata a giorno: le zone circostanti finiscono col sembrare buie e dunque sono percepite come luoghi insicuri, quando in realtà sono illuminate anch’esse, ma non a giorno. 

 

RISPARMIO-ENERGETICO-PORTOGALLO-640x448Qualcosa di simile ai provvedimenti francesi era stato pensato anche in Italia, inserendo la norma “Cieli Bui”  nel testo della Legge di Stabilità del Governo Monti. Prevedeva la razionalizzazione e l’ammodernamento delle fonti di illuminazione in ambienti pubblici, con l’obiettivo di un risparmio fino a 1 miliardo di euro per gli enti locali. Come taluni ricorderanno, tale norma è però saltata come una lampadina vecchia, cancellata nel corso dell’esame del ddl alla Camera.  La sua bocciatura è figlia del timore italico per il buio, ma anche, in realtà, della paura per le conseguenze elettorali che avrebbe potuto sortire l’applicazione delle disposizioni previste. Cosicché, alla fine, la mediazione del Governo è risultata molto vaga, il tema è stato rimesso al libero arbitrio degli enti locali, che sono così rimasti liberi di optare per una riduzione dell’illuminazione pubblica tesa a tagliare i costi della bolletta. In tutto ciò, peraltro, è mancato ogni sforzo di spiegare la differenza tra percezione di sicurezza e sicurezza reale. E come spesso accade da noi, anche questa delicata materia, è rimasta ostaggio della demagogia. Con la conseguenza che la mancata approvazione della norma “Cieli Bui” è stata l’ennesima occasione mancata per il nostro paese.

 

L’operazione “Cieli Bui” era nata dalle indicazioni formulate al governo da due associazioni nazionali, Cielobuio Light-is, formate da tecnici, astronomi, scienziati e appassionati di astronomia, che studiano da tempo l’inquinamento luminoso ed i modi per porvi rimedio, facendo leva su due semplici criteri: illuminare meglio e solo dove serve (con lo spegnimento dell’illuminazione ovvero suo affievolimento, anche automatico, attraverso appositi dispositivi, durante tutte o parte delle ore notturne) ed individuare le modalità di ammodernamento degli impianti o dispositivi di illuminazione.  L’Associazione Cielo Buio aveva anche denunciato le cifre folli della spesa annua dei comuni italiani per l’illuminazione pubblica: oltre 1 miliardo di euro, costi delle manutenzioni esclusi. 

 

Ed in effetti il provvedimento “Cieli Bui” avanzava proposte reali e di buon senso, che avrebbe potuto portare ad una consistente riduzione di sprechi e dunque di costi per la collettività, nonché ad aumentare il benessere e la stessa sicurezza dei cittadini. Ora il governo Letta, con il «decreto del fare», ha previsto  un taglio di 550 milioni sulla bolletta elettrica che, tradotto su base annuale, equivale ad appena 5 euro di risparmio a famiglia. Una cifra, questa, assolutamente ininfluente sulle tasche dei cittadini. Ma, al di là dell’esiguo risparmio generato per i consumatori, nel decreto del fare non ci sono i presupposti per reimpostare strutturalmente, con coraggio la politica energetica del nostro Paese nella sua complessità. 

 

Va poi detto che gioca a favore dello scarso coraggio della nostra classe politica il fatto che l’inquinamento luminoso non si tocca con mano. Eppure sarebbe sufficiente osservare gli alberi in città e notare che sui rami più vicini ai lampioni le foglie tardano a ingiallire d’autunno, o ascoltare i piccioni tubare nottetempo, confusi dalla luce delle strade, per capire che l’inquinamento luminoso è sì silenzioso, inodore e rischia così di passare inosservato. Ma sta contribuendo ad alterare definitivamente, tanto quanto l’inquinamento dei gas di scarico, il ciclo vitale di piante e di animali.

 

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Margherita Hack

1 luglio 2013

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“L’astronomia ci ha insegnato che non siamo il centro dell’universo, come si è pensato a lungo e come qualcuno ci vuol far pensare anche oggi. Siamo solo un minuscolo pianeta attorno a una stella molto comune. Noi stessi, esseri intelligenti, siamo il risultato dell’evoluzione stellare, siamo fatti della materia degli astri”.

Margherita Hack (1922 – 2013)

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