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Archive | settembre, 2013

Gli UFO esistono. Perché non ce lo hanno detto prima?

28 settembre 2013

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Parlare di UFO non è semplice. Ho deciso di prendere in mano la materia, andandomi a spulciare per settimane documenti di ogni tipo.  L’obiettivo non è quello di fornire una mia chiave di volta che confermi l’esistenza di forme di vita al di fuori della nostra. Per questo la rete ci fornisce già una serie di prove, che vale la pena di consultare.  Certo bisogna scremare fotografie e filmati falsi, evitare testimonianze di piloti in cerca di notorietà e articoli di invasati cresciuti a pane e Star Trek.  Al di là di ciò, sono davvero numerosi gli avvistamenti accertati e le investigazioni fatte. Quella che potrebbe essere la prima investigazione sul fenomeno UFO risale addirittura al 1235. Durante la notte del 24 Settembre, in Giappone, mentre il generale Yoritsume era accampato col suo esercito, vennero osservate strane luci nel cielo. Luci che furono osservate a Sudovest per molte ore girare in circolo, ondeggiare e fare disegni a cappio in cielo.

L’argomento UFO è stato affrontato nel corso della storia da personaggi autorevoli. Come ad esempio Edgar Mitchell, ex astronauta dell’Apollo 14, che non solo sconfessò la versione ufficiale del famoso crash di Roswell, avvenuto nel 1947 e accreditato dal governo statunitense come lo schianto di un banale pallone meteorologico. Mitchell infatti dichiarò in un’intervista radiofonica del 2008 pure di essere venuto a conoscenza, da ambienti militari e governativi, del fatto che il fenomeno UFO è reale. “E’ ora di dire la verità sulla presenza in mezzo a noi degli Alieni” tuonò l’ex astronauta.

Sulla stessa lunghezza d’onda Nick Pope, ex direttore della sezione A2 del dipartimento della sicurezza aerea del ministero della Difesa britannica, che nel 1995 affermò: “esiste una moltitudine di evidenti testimonianze a proposito dell’imminente invasione del nostro pianeta da parte degli extraterrestri che però vengono appositamente ignorate”.

E persino uomini di Chiesa si sono imbattuti nel tema. Come  Padre Balducci, della Congregazione per l’evangelizzazione dei Popoli e amico personale del Pontefice, che nel  1998 affermò al Times: “ci sono troppe evidenze dell’esistenza degli extra terrestri e dei dischi volanti per negarne l’esistenza”.

In effetti le segnalazioni Ufo in tutto il mondo sono aumentate. Il che dimostra pure come i testimoni abbiano meno timore a raccontare le proprie esperienze anche di fronte ai mezzi di informazione.

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IL CLAMOROSO AVVISTAMENTO UFO SOPRA IL CAMPIDOGLIO, NEL 1952

Come L., da 7 anni pilota civile di una compagnia europea, con al proprio attivo circa 4000 ore di volo, che mi ha concesso, in forma anonima, un’intervista. E ciò che segue ne rappresenta una sintesi.

E’ la prima volta che ha un avvistamento?

Sì, anche se mi è capitato di sentire tanti racconti di avvistamenti, come quello di mio padre, ad esempio, comandante pilota. Nel caso specifico l’avvistamento è avvenuto durante un volo diurno. Mio padre era nella cabina di comando e ha visto davanti a lui un oggetto, a distanza molto ravvicinata, che sembrava una sfera metallica di circa 6 metri di diametro, perfettamente sferico. Si muoveva molto velocemente. E’ rimasto di fronte a lui per circa 30 secondi e poi è sparito nel nulla.

Nel suo caso invece cosa è avvenuto?

E’ successo circa un anno fa.  Eravamo decollati da Bergamo con destinazione Cagliari. Essendo un volo postale, a bordo eravamo presenti solo io e il comandante. Erano le 12:45 di notte e ci trovavamo ad una altitudine di 33 mila piedi circa. Le condizioni climatiche erano ottimali, non c’erano nuvole e il cielo era molto terso.  E’ stato il comandante a farmi notare una luce proprio di fronte al nostro velivolo.

Cosa ha pensato a quel punto?

Ho pensato fosse un aereo con le landing lights accese, anche se, a quella altitudine – la luce si trovava alla nostra stessa quota – le luci di atterraggio non si accendono. Il velivolo non si spostava, era davanti a noi. Emanava una luce forte e si muoveva orizzontalmente da una parte all’altra. Un movimento che già di per sé è insolito per un velivolo, militare o civile che sia. Questo oggetto non identificato ha continuato a muoversi per due o tre minuti, finché ci siamo accorti che veniva verso di noi. Pensando fosse un velivolo militare, ho controllato subito il TCAS (un sistema di allerta del traffico ed elusione di collisione), ma non c’era segnalato nulla.

Ha contattato anche la torre di controllo?

Sì, l’ho contattata per capire se vedessero del traffico aereo sulla nostra rotta, ma la risposta da terra, sorprendente, è stata negativa. Nessun traffico aereo, a parte noi, era segnalato in quella zona. A quel punto sono stati loro a chiederci se vedevamo qualcosa, ma, sotto consiglio del comandante, non ho riferito nulla. La luce tuttavia continuava a compiere parabole sopra di noi, prima a forma di zeta, dopodiché ci è passata molto vicina, a circa 300 metri per poi sparire nel nulla.

I Droni come ad esempio il Neuron (un prototipo di robot-killer volante) sono invisibili ai radar. Cosa le fa credere che non sia stato un velivolo sperimentale?

Semplicemente per le manovre che ho visto compiere. Noi eravamo a una velocità di 700 km orari circa e il velivolo non identificato faceva parabole e poi si fermava all’improvviso. Non mi sembrava tanto possibile, neppure per i droni che conosco. Un Drone peraltro non sparisce nel nulla. Magari esiste anche un velivolo sperimentale o Drone capace di andare contro le leggi della fisica, ma già questo per noi piloti è alquanto inusuale.  Velivoli che spariscono nel nulla mi sembrano poco “terrestri”.

Tra voi piloti come si affronta l’argomento?

Con i colleghi mi sono confrontato qualche volta. Ma si tende a parlare solo con chi condividi un rapporto molto confidenziale. Parlarne può essere fonte di problemi, perché ancora si tende a “patologizzare” gli avvistamenti: abbiamo una visita medica da fare annualmente, e un avvistamento potrebbe avere conseguenze negative. Ancora oggi la testimonianza di un avvistamento può condizionare la carriera di un pilota. Perché automaticamente partono una serie di test psicologici, psichiatrici, tossicologici con la conseguente possibile sospensione dei permessi di lavoro. Il problema poi sta anche nel protocollo durante il volo. Se io dovessi segnalare la presenza di un oggetto non identificato a quel punto dovrebbe intervenire la difesa aerea che comporta il dispiegamento di aerei militari.

Si è chiesto perché i governi non ammettono esplicitamente l’esistenza di altre forme di vita?

Personalmente credo che le ragioni siano collegate alla quiete pubblica. Ammettere l’esistenza di altre forme di vita potrebbe far vacillare religioni, fedi, e rompere un equilibrio fin troppo precario.

3Pare evidente ormai che i governi di tutto il mondo sappiano perfettamente che esiste una attività aliena sulla Terra. Basta pensare al contributo del Disclosure Project, con la declassificazione degli archivi segreti su UFO e alieni da parte di numerosi governi. Oppure del Citizen Hearing on Disclosure, evento storico tenutosi quest’anno e che ha ospitato ricercatori, attivisti, leader politici ed ex membri dei servizi militari e di agenzie governative in rappresentanza di dieci paesi. I quali, davanti a sei ex membri del Congresso degli Stati Uniti, hanno testimoniato quanto segue: “dato il dispiegarsi della comprensione scientifica del numero di pianeti potenzialmente in grado di sostenere la vita all’interno della galassia che ospita la Terra, sarebbe l’apice dell’arroganza affermare che gli esseri umani siano gli unici esseri senzienti all’interno di questa stessa galassia; testimoni credibili hanno portato avanti schiaccianti prove scientifiche che documentano la presenza attuale di mezzi aerei non identificati e inspiegabili, che molti credono riflettere una intelligenza extraterrestre”.

Ma allora quale è il senso di tutto il silenzio e il voluto black out ufficiale in materia di UFO? Forse la risposta si trova nelle parole pronunciate nel lontano 1917 da John Dewey, professore di filosofia alla Columbia University: “qualcuno ha fatto notare che il miglior modo per unire tutte le nazioni su questo globo sarebbe un attacco da qualche altro pianeta. Nell’affrontare tale nemico alieno, i popoli reagirebbero con un senso di unità per il loro interesse e scopo“.

In qualunque modo si giudichi l’atteggiamento dei governi, è comunque evidente che la conferma “ufficiale” dell’esistenza di Alieni provocherebbe caos sociale, panico, nonché la perdita di credibilità delle istituzioni e delle fedi religiose. Ma imporrebbe soprattutto una profonda ricerca umanistica sul senso della nostra esistenza. E forse questo fa più paura di ogni altra cosa.

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Tour 13: l’edificio-galleria dei graffiti nel cuore di Parigi che attende la demolizione

22 settembre 2013

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La facciata lato Senna della Tour Paris 13

Nell’immaginario collettivo i graffiti e i murales abitano le zone selvagge delle nostre città e sono considerati qualcosa che sporca e che sciupa gli spazi urbani. Qualcosa che non si deve fare, un atto di puro vandalismo.  Peraltro la street art è un’arte effimera e i segni sui muri durano poco, e questo contribuisce a rendere il lavoro dei writers ancora più “inutile”. Questi artisti utilizzano di solito i mezzi pubblici o edifici di interesse storico e artistico come tele. Ora, se capitate dalle parti di Parigi nelle prossime settimane, dovete assolutamente  visitare “Tours 13”, il grande palazzo-galleria d’arte. Perché tra poco più di un mese sarà demolito: 9 piani per 4500 metri quadri trasformati, grazie all’idea della Galerie Itinerrance – specializzata in graffiti e al lavoro di oltre 100 street artist provenienti da 16 nazioni differenti, in una grande opera collettiva. Street e graffiti artist attivi a livello internazionale hanno lasciato il loro segno nelle stanze del palazzo dagli inizi di marzo 2013 ed hanno così fatto rivivere le case popolari in attesa di demolizione e risistemazione.

L’Italia è fra le nazioni più presenti con il progetto “Il Piano”, curato da Christian Omodeo con il sostegno dell’agenzia Le Grand Jeu.  Il Piano è il terzo piano della torre nel quale sono intervenuti 15 street artist italiani. Lo scopo è di riuscire a dare alla Street Art in Italia la stessa riconoscibilità che le viene riconosciuta in altri paesi. Quindici gli artisti selezionati che hanno dipinto i 4 appartamenti del piano italiano: 108, Agostino Iacurci, Awer, Dado, Etnik, Hogre, Hopnn, JBRock, Joys, Moneyless, MP5, Orticanoodles, Peeta, Senso e Tellas.

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“Ho voluto portare il meglio della scena della street art a Parigi, e con questa mossa credo possa ritornare ad essere la capitale dell’avanguardia, come era prima della seconda guerra mondiale” dice Mehdi Ben Cheikh di Galerie Itinerrance.

Il 1° ottobre 2013 La Tour Paris 13 aprirà al pubblico, dopodiché sarà tutto demolito. L’unica testimonianza sarà quella di un video “ufficiale” che ne immortalerà il contenuto artistico. Un’iniziativa che stimola i cittadini a riconsiderare la vera essenza del writing, figlia della componente artistica piuttosto che di quella vandalica. Sarebbe bello se le città trovassero spazi adatti da trasformare in un work in progress del graffitismo e creare delle jam di writers. Anche per evitare  che gli artisti si esprimano illegalmente e a scopo vandalico.

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Il venditore ambulante di giochi che non fa sognare

16 settembre 2013

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Ero seduta su una panchina del parco e in mano tenevo un quotidiano che non riuscivo a sfogliare. Forse i colori di settembre me lo impedivano perchè si rubavano di continuo il mio sguardo. Anche un venditore ambulante di giochi catturava la mia attenzione quel giorno. Era un uomo pakistano che aveva un viso attento e l’aria ammiccante. Uno che ci sapeva fare con i bambini. Lo si capiva dai larghi sorrisi che apriva a comando. Faceva anche dei fischietti con la bocca che sembravano richiami per anatre, con lo scopo, evidente, di catturare le piccole prede. Sul tappeto steso a terra, una sfilza di plasticoni e plastichini di vario genere.

Come me, il cui sguardo era rapito dai colori tersi di una natura mutevole, anche i bambini erano attratti dai colori fluo dei plasticoni. Pinguini, spade, palloni, macchinine, bambolette dal viso disperato, e altri oggetti di uso non identificato erano stesi sul tappeto come trappole per topini. Qualcuno ci cascava, qualcun’altro, per fortuna, no. Allora mi è partito un trip. Mi sono immaginata che al posto del pakistano ci fosse un venditore illuminato  capace di utilizzare armi di unconvetional marketing. Quindi, come la fata turchina, ho trasformato a colpi di bacchetta tutti i plasticoni fluo in giochi tradizionali. Mi sono immaginata anche  il pakistano vestito diversamente, con calzoncini corti, una coppola in testa e le bretelle colorate.

A quel punto si è compiuta la magia. Spariti i giochi di plastica tossica, sono apparse le biglie di vetro, le trottole di legno, macchine di latta, bambole di pezza e tanti altri oggetti costruiti con materiali facilmente reperibili. La magia vera, però, è stata trasformare il venditore statico in un compagno di giochi, in uno stimolo nuovo e, perchè no, in un educatore inconsapevole. Che invece di starsene lì impalato sperando di addescare i bambini, giocava con loro. Costruiva la pista per le biglie di vetro, inventava un percoso per le macchine di latta, metteva a sedere le bambole di pezza per farle conversare tra loro, faceva girare le trottole a più non posso. Attirando infine l’attenzione dei bambini con i suoni dei giochi e con le parole, o forse con un sorriso spontaneo, senza richiami banalizzanti. Ho immaginato allora il brulichio di bambini attorno all’uomo, tutti a giocare come i matti, e ho immaginato anche le mamme, più disposte a sborsare qualcosa in più per acquistare quei meravigliosi giochi. Ho pensato, infine, che il pakistano stesse sbagliando tutto, non solo perchè stava alimentando un commercio malato, ma perchè stava semplicemente togliendo ai bambini tante possibilità.

Dopo un tempo indefinito la magia era finita. Tranne quella della natura. I colori di settembre stavano ancora mutando e le ombre si stavano allungando. L’azzurro del cielo si addolciva, e le sfumature del verde si scaldavano. Il giornale era rimasto chiuso e i colori fluo dei plasticoni, però, erano rimasti tali. I bambini se ne erano andati e il pakistano, a quel punto, ha racimolato i suoi plasticoni e li ha messi dentro un grande sacco. Tranne un orsetto gonfiabile che, essendosi bucato, è stato gettato in terra, senza cura e senza amore.

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“Non c’è niente di più serio e più coinvolgente del gioco per un bambino. E in questa sua serietà è molto simile ad un artista intento al suo lavoro. Come l’artista, anche il bambino giocando trasforma la realtà, la reinventa, la rappresenta in modo simbolico, creando un mondo immaginario che riflette i suoi sogni a occhi aperti aperti, le sue fantasie, i suoi desideri”

                                                                                                                                                                                                       (Silvia Vegetti Finzi)

Consuelo Canducci

 

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Arrivano le “Case dell’acqua”. Ma non bastavano le vedovelle?

11 settembre 2013

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Il Comune di Milano il 1 marzo scorso ha inaugurato le prime “Case dell’acqua”, ovvero, distributori di acqua pubblica. Per ora sono cinque gli impianti installati. Erogano la stessa acqua che sgorga dai rubinetti delle nostre case, ma con la possibilità di scegliere tra liscia e gassata. Il servizio si attiva mediante la Carta regionale dei Servizi della Lombardia, ed è consentita l’erogazione di sei litri di acqua al giorno per persona.

acqua4533Nel sito del Comune di  Milano si legge: “Ogni distributore ha un piano d’appoggio per le bottiglie con una vaschetta raccogligocce collegata direttamente allo scarico, per evitare la fuoriuscita d’acqua che, d’inverno, potrebbe ghiacciare. Una lampada UV battericida sul beccuccio di erogazione garantisce la protezione da retro contaminazioni. Ogni macchina, inoltre, è a norma di legge per le persone con disabilità ed è dotata di un impianto di illuminazione notturna a LED con basso consumo elettrico. Ci sono quattro telecamere per la sicurezza, ma anche per la registrazione di atti vandalici.” 

Sul tema Stefano Cetti, direttore generale di Metropolitana Milanese Spa –   società  che gestisce il servizio idrico integrato della città dal giugno 2003 e che ha progettato e realizzato  gli impianti – ha evidenziato come si tratti di “un ulteriore servizio che diamo ai cittadini in totale continuità con la nostra missione, continuando a garantire la qualità dell’acqua di Milano che dallo scorso dicembre, prima in Italia, ha il marchio Milano Blu”.  Ed è proprio MilanoBlu, portale nato come spin off del sito istituzionale di Metropolitana Milanese, che ha certificato la qualità dell’acqua del sindaco Pisapia come buona, sicura, gratuita e a km zero.

Ma allora viene da chiedersi: se l’acqua che sgorga dai distributori è la stessa dell’acquedotto, perché non utilizzare quella che abbiamo a casa, o quantomeno quella che sgorga dalle varie vedovelle sparse per la città? Peraltro basterebbe aprire il proprio rubinetto di casa per fare risparmiare una famiglia media fino a 500 euro all’anno. E poi, dato che le case dell’acqua rappresentano, a detta del Comune, “un gesto di sensibilità verso i temi ambientali”, non sarebbe meglio mettere in atto un piano di azione teso ad evitare sprechi di acqua lungo le condutture degli acquedotti, piuttosto che usare i soldi pubblici per costruire ed impiantare erogatori “patinati”? Per la cui realizzazione la Regione Lombardia ha stanziato 800mila, visto che ogni distributore può arrivare a costare fino a 40 mila euro.

Forse con questi soldi si sarebbero potute arginare le perdite sicuramente presenti nelle condutture dell’acquedotto milanese. A tale proposito, si pensi che gli acquedotti italiani perdono in media tra il 30 e 40% dell’acqua che trasportano. Il che equivale a circa 2,6 miliardi di metri cubi di quella immersa in rete. Uno spreco che, ogni anno, produce un danno economico collettivo pari a circa 226 milioni di euro.

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Il distributore d’acqua pubblica di Via Morgagni a Milano installato affianco alla vedovella

Incuriosita, sono andata in via Morgagni, a Milano, dove è stato installato uno dei cinque distributori di acqua. Innanzitutto sono rimasta molto sorpresa nel vedere il distributore messo affianco ad una fontanella pubblica. Ma ancor di più mi hanno fatto riflettere le seguenti istruzioni riportate dietro il distributore: “Per ragioni igieniche si consiglia di consumare l’acqua entro 48 ore dal prelevamento. L’acqua prelevata non deve essere conservata in luoghi esposti alla luce e al caldo”. Ho chiesto poi ai pensionati presenti perché non prendessero l’acqua dalla fontanella pubblica, quella affianco al distributore. Mi hanno risposto che “questa esce refrigerata, e poi l’acqua è trattata ed è più buona“. Ma come, dico io, c’è scritto che è uguale! “E dov’è scritto?” mi chiede un pensionato. Proprio qui dietro, sul retro del distributore, rispondo io. Si crea quindi il capannello attorno alle istruzioni e, con un filo di imbarazzo, mi viene detto: “Eh sciura, ma questa esce refrigerata…”

C’è da dire che la distribuzione di acqua potabile tramite le «case dell’acqua» è una modalità di offerta nuova. Che ha lo scopo di stimolare le persone all’uso dell’acqua che scorre negli acquedotti e di diminuire l’uso della plastica e del trasporto su ruote delle bottiglie. Certo, tutte finalità condivisibili e nobili. Ma resta il fatto che i cittadini godono già della possibilità di bere l’acqua pulita che scorre negli acquedotti, per la quale pagano regolarmente una bolletta. A cui però sarà aggiunto il costo delle risorse pubbliche riversate dalla Regione sul progetto-case dell’acqua, senza che la gran parte dei cittadini stessi ne benefici o ne abbia fatto richiesta.

Credo anche sia ambiguo il modo con cui viene presentata l’acqua in questi distributori, visto che non viene rimarcata la differenza tra le proprietà dell’acqua alla spina rispetto a quelle minerali. Con il risultato che molti pensionati come quelli che ho incontrato credono che quella erogata dalla macchina sia “più buona” rispetto a quella della fontanella. A me pare che l’iniziativa nasconda un tentativo di commercializzare anche l’acqua pubblica, seppur facendola in prospettiva  pagare anche pochi centesimi. Come stanno facendo alcuni comuni dove le casette esistono già da anni e come vorrebbe fare ad esempio il sindaco di Pioltello, quando afferma che “molti usano il distributore per lavarsi le mani o come un lavatoio, nonostante i divieti siano ben segnalati. Per controllare l’acqua stiamo pensando a diverse soluzioni. Dalla tessera sanitaria con limiti settimanali oppure, invece di distribuirla gratis, di farla pagare pochi centesimi”. In ciò dunque tradendo l’obiettivo originario di questo servizio: valorizzare l’importanza dell’acqua come bene comune.

Intanto nelle prossime settimane Metropolitana milanese pubblicherà un bando per la fornitura e l’installazione degli erogatori. Staremo a vedere chi si aggiudicherà questo ghiotto boccone, considerando che in vista dell’Expo 2015  Metropolitana milanese, Cap Holding Amiacque hanno sottoscritto un protocollo di intesa che prevede la realizzazione sull’area dell’Expo di una serie di Case dell’Acqua, finalizzate a dissetare  (gratuitamente?) i visitatori con l’acqua di rete del territorio lombardo.

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Anche nella disabilità il diritto al sesso è solo maschio

2 settembre 2013

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Parlare di “sesso” nel nostro paese equivale il più delle volte a banalizzarne il significato. La parola sesso evoca soprattutto nella sfera maschile due generi di pensieri, figli di una mentalità bigotta fortemente radicata nella nostra società fallocentrica.  Il primo, frutto di condizionamenti sociali e culturali, riconduce il sesso ad una soddisfazione “meccanica” di un proprio istinto. Il secondo, anche conseguenza del primo, che spacca (e vuole) l’universo femminile in due categorie: una formata da donne “rispettabili” che vivono una sessualità “normale” o tale in apparenza,e l’altra costituita da donne l”libertine” e per questo considerate “troie”. Dalle nostre parti trattare argomenti che toccano il sesso è ancora più complicato quando si parla della sessualità di un disabile.

Alcuni giorni fa ho letto con molto interesse la notizia della madre di un ragazzo disabile che ha deciso di ricorrere ad una prostituta per soddisfare le normali pulsioni sessuali di suo figlio. La prostituta ha accettato di fare sesso con il figlio, chiedendo una cifra che si aggira attorno ai 500 euro a incontro. Una cifra insostenibile per la donna. Dai qui la sua provocatoria richiesta, resa pubblica, di riaprire le case chiuse in Italia. “Penso sia fondamentale riaprire le case chiuse, magari organizzate in modo diverso ma sicure e con prezzi controllati”, ha detto la mamma del ragazzo

Dopodiché nel web si è scatenato un putiferio. Certo, l’argomento è delicato, ma la donna, mettendo in piazza il proprio problema, ha fatto comunque emergere un tema importante, di cui in Italia non ci si azzarda a discutere: quello del diritto, anche per i disabili, ad avere una propria “vita” sessuale. Che in paesi più civili del nostro viene garantita attraverso l’assistente sessuale.

incorporato da Embedded Video

L’assistente sessuale è una figura formata, debitamente preparata – e per questo riconosciuta da sistemi sanitari di altre nazioni – , che permette alle persone disabili non in grado di interagire fisicamente col proprio corpo o con un partner consenziente di vedere soddisfatto il proprio istinto sessuale. E ciò avviene attraverso l’esplorazione manuale, l’accarezzamento e il massaggio.

In Italia l’assistenza sessuale verrebbe ascritta all’acquisto di una prestazione sessuale e dunque sarebbe una pratica illegale. Anche per superare un quadro normativo assurdo, Maximiliano Ulivieri – 39 anni, affetto da distrofia muscolare fin da piccolo e ideatore del progetto “Diversamente Agibile” – ha promosso una petizione per legalizzare l’assistenza sessualeChe sembra un miraggio davvero lontano, in un paese come il nostro, carente com’è di infrastrutture a favore dei disabili. Ma soprattutto di quell’attenzione di fondo che è in primo luogo un atto di civiltà nei confronti di chi ha più bisogno. “Abbiamo cose più importanti da fare”, ha commentato qualcuno in calce al video linkato. Ciò a conferma del fatto che troppo spesso facciamo i conti con un diffuso atteggiamento, attraverso il quale si nega la rilevanza di temi come questo. Il che spiega pure come dell’assistenza sessuale ai disabili non si parli, se non in modo strumentale e l’argomento affiori solamente quando qualcuno urla forte. Come la mamma del ragazzo disabile. Ma di quell’urlo, ahimè, nemmeno l’eco sopravvive.

loveability-232x300E comunque, anche quando si apre il dibattito non solo in Italia, la sua impostazione è figlia di questa società, così fortemente imperniata sulle necessità del genere maschile. E quindi pare che il problema di come appagare le pulsioni sessuali dei disabili riguardi solo gli uomini. Da noi poi sarebbe inimmaginabile una discussione su come assistere sessualmente una donna disabile. Apriti cielo, in un paese dove il bigottismo è così stratificato, se parlassimo di uomini che soddisfano donne disabili! Cambierebbe anche il modo di definire l’assistente sessuale. Che da prostituta diverrebbe più gentilmente gigolo. Tutto ciò è triste e grave. Perché anche nella disabilità le donne rischiano di rimanere in un cono d’ombra ancora più irraggiungibile.

 

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