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Archive | ottobre, 2013

Violetta, che insegna alle piccole come scegliere tra due amori. Uccidendo l’anticonformismo.

28 ottobre 2013

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Mesi fa mia figlia, che ha nove anni, mi ha fatto la seguente domanda: “Mamma, posso guardare Violetta?” Prima che il  quesito accendesse la mia curiosità, non sapevo che Violetta fosse il fenomeno tv dell’anno. Questo, nonostante non sia un cartone. Cominciamo a chiamare le cose con il loro giusto nome. Violetta è una telenovela. Che narra le vicende di una teenager, Violetta appunto, che torna nella sua città natale, Buenos Aires, dopo aver passato qualche anno in Europa. La protagonista aspira a diventare una cantante e gli episodi ruotano attorno a balli, spettacoli e canzoni.

Prodotta in Argentina dalla Disney Channel America Latina, la telenovela ha realizzato in poco tempo record di ascolti. Basti pensare al successo che la serie ha riscosso quando è stata portata nei cinema italiani: 275 mila mamme e bambine, o come le definiscono, le V-Lovers,  biglietti esauriti in un’ora dalla messa in vendita e 2 milioni di euro di incassi. Anche il magazine, Violetta – Il mio Diario, non scherza, visto che vende 40 mila copie tutti i mesi. Per non parlare dei quattro libri dedicati al personaggio, tutti ai primi posti fra i best-seller per ragazzi.

L’immagine della protagonista, trasformata ormai in una diva di dimensioni planetarie, è stata riprodotta su ogni genere di oggetto: matite, astucci, righelli, borse, t-shirt, fazzoletti per il naso, party-gadgets e quant’altro. La novità che più di tutte sembra promettere incassi esorbitanti, specie in vista del Natale, è la bambola di Violetta.  Capace, immagino, di oscurare per sempre il fascino erotico delle ormai “vecchie” e nostrane Winxs.

Inoltre, come recita Wikipedia, dato che la  trama delle telenovelas si basa su “faide famigliari, tradimenti, ingiustizie, amori contrastati, 99-264459-000057fughe, agguati e travestimenti, figli illegittimi, conflitti generazionali e di classe, e figure femminili di grande spessore“, Violetta non se ne fa mancare neanche una di queste caratteristiche. Le ripropone tutte in chiave adolescenziale. Con la conseguenza evidente di fornire alle bambine un modello davvero distorto della realtà.

Violetta è infatti un pacchetto di ormoni preconfezionati che pare fatto apposta per alimentare la convinzione di dover piacere a tutti i costi ai maschi. Come se l’obiettivo della vita, oltre a diventare delle star, fosse solo quello.E allora via a chili di trucco, look da bomboniera, capelli boccolosi o stirati – basta che siano scolpiti da un professionista – sguardi ammiccanti anche quando le protagoniste discutono di “alta filosofia” e, come se non bastasse, le figure maschili di questa ” soap” sembrano uscite da una boy band e sono in balia costante degli alti e bassi umorali delle nostre principesse tutte rosa cipria e lacrime.

1zf2c15Ora a una come me, nata in un paese come il Brasile, dove la popolazione cresce a pane e telenovelas, sale un profondo orrore a vedere un prodotto come Violetta. Che ritengo sia una sorta di deviazione genetica, un mutante televisivo che colpisce con subdola precisione un target specifico: le bambine piccole, ossia quelle con un’età compresa tra tra i 4 e i 10 anni, che di adolescenziale hanno ancora ben poco. Basti pensare che nelle prime 20 emissioni della seconda stagione, c’è stata una media di ascolti pari a 266.800 persone nel target 4+, 160.400 ragazzi dai 4 ai 14 e 131.500 ragazze con 8-14 anni. E anche dai racconti di varie persone che hanno figlie adolescenti, emerge che Violetta “è roba per piccole”.  E noi adulti, svogliati e senza il tempo necessario per capire e valutare in quale razza di fenomeni del marketing spinto sono risucchiati i nostri figli, assecondiamo tutto.

Anche io da piccola guardavo le telenovelas, e mi ricordo che si fermava un paese intero durante le puntate “più calde”. Le famiglie si riunivano senza distinzione di classe o genere. Ma quello che guardavamo tutti noi, bambini e adulti, erano le vicende di vita vera. Le poche bambine del cast, quando c’erano, non sembravano bambole scolpite. Per non parlare delle aspirazioni e dei modi di gestire le questioni sentimentali. Dubbi del calibro di questo: “Chi sceglierà Violetta tra Leon e Diego?” non ci attanagliavano di certo l’esistenza. Riguardavano semmai i grandi e rimanevano confinate al loro ambito. Una volta finita la puntata, noi tornavamo a giocare nel nostro mondo. E nessuna tempesta ormonale ci assaliva quando, ad esempio, la schiava Isaura cercava di allontanare il suo padroncino, Leoncio, ardente di desiderio per lei. Certo, l’immaginazione volava alta, ma era quel genere di trasporto che toccava corde ben diverse da quelle suonate continuamente oggi.

  A casa mia non si guarda Violetta.  Fortunatamente, senza aver dovuto molto insistere, abbiamo scoperto il fascino tenebroso della Famiglia Addams. Lì, se non altro, il buonismo esasperato delle bambole rosa che sognano di cavalcare i palcoscenici del mondo tenendo per mano un principe ben pettinato, non c’è. I valori degli Addams sono forti, assoluti, ben delineati. E poi c’è la funerea e sagace Mercoledì,  grande allevatrice di ragni e incredibilmente intelligente per la sua età, capace di mettere in imbarazzo gli adulti con le sue battute geniali e pungenti. E che a dodici anni non se ne va in giro dispensando costanti sorrisi e lacrime, vestita come se fosse una velina e truccata come una showgirl. Piuttosto gioca a ghigliottinare la sua bambola di Maria Antonietta. Col risultato che mia figlia ride come una matta. Perchè in fondo, i bambini intuiscono perfettamente il fascino dell’anticonformismo, e ne rimangono compiaciuti oltreché affascinati. Basta dare a loro un’alternativa.

Consuelo Canducci

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Fassino: “Io sullo yacht off-shore con Bazoli? Falso”.

23 ottobre 2013

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Fassino ha negato. Era stato pubblicato da Contronotizia  lo “scoop” estivo che ha visto il sindaco di Torino andar per acque greche, ospite insieme al presidente di Intesa Sanpaolo Giovanni Bazoli, su un lussuoso yacht di 40 metri . Il Fatto Quotidiano ha rivelato, in seguito, l’identità del proprietario della barca a vela Electa: si trattava di Giorgio Fantoni, editore italiano con residenza a Montecarlo.

Lo scorso 23 settembre, Piero Fassino, durante la riunione dell’ufficio di presidenza dell’Anci, ha respinto il cronista del Fatto Quotidiano che gli ricordava “le critiche mosse a suo carico dopo che una blogger lo aveva beccato a bordo dell’Electa, il panfilo di Fantoni”. E dopo la fatidica domanda: “Non era in vacanza con Bazoli?”, Fassino ha risposto così:

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La mancata messa a fuoco sulle donne di domani

15 ottobre 2013

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Sulle donne e sul loro ruolo nelle istituzioni e nella società civile i media sono pieni di stereotipi. Penso agli spot con le mamme che servono la famiglia o il corpo femminile usato per promuovere viaggi e computer.” Queste le parole usate da Laura Boldrini, per criticare anche gli spot che utilizzano la figura della mamma che serve la famiglia a tavola. Sono donna anch’io,  ed essendo pure mamma, spesso cucino, servo a tavola (a volte con il sorriso come negli spot, a volte senza), calandomi così nello stereotipo tanto criticato dalla nostra Presidente della Camera.

Tuttavia manca, nel j’accuse della Boldrini, cosí come in prese di posizione analoghe, una messa a fuoco importante. thylane-sulla-copertina-di-cadeauxQuella sulle donne di domani: le bambine. Perché esiste un esercito silenzioso e anonimo che alimenta la precocizzazione della sessualità, falsa i desideri, cambia il modo di consumare e agire. E distorce finanche la percezione che le bambine e ragazzine hanno dei loro corpi.

Mi vengono in mente le dichiarazioni aberranti di un politico brasiliano a proposito dello sfruttamento sessuale di minori in Brasile: “Nessuno può negare la bellezza delle donne del nostro paese. Oggi, poi, le ragazzine si riempiono di silicone, mostrando meravigliosi sederi e curve mozzafiato che poi esibiscono provocatoriamente per le strade e nei locali. Alla fine per forza gli uomini non resitono. E cosa fanno? Le scopano! E devono andare in galera? Suvvia… le ragazze non sono mica costrette a farlo…E poi il turista che colpa ne ha? Non sarà mica un crimine avere buon gusto!”

Parole che si giudicano da sè e che sono emblematiche della dilagante tendenza a trasformare bambini e adolescenti in bocconi perfetti del consumismo. Lingerie, trucchi, pose, ammicamenti, tutto fa brodo come si dice. Ricordo ancora la domanda di mia figlia, di fronte al megaposter che ritraeva Belén Rodriguez in lingerie (la quale, non contenta, tirava ulteriormente giù le mutandine oltre il rasopelo): “Mamma, ma quella lì, è una donna o una bambina? Perché non ha i peli sulla patatina?

Si converrà allora come sia prioritario evitare che le bambine siano bombardate di simili messaggi fuorvianti. Il cui impatto è ben più pesante di quello degli spot “sessisti” in tv presi di mira dalla Boldrini. Perché a mio avviso le mamme tradizionali, servili e “stereotipate” sono tanto innocue quanto i papà che fanno gli aggiustatutto in casa.

p9Intanto c’è chi è passato dalle parole di condanna all’azione. Come la Francia, dove il Senato ha approvato la proposta di bandire i concorsi di bellezza dedicati alle  under 16. Proposta che  diventerà legge dopo l’approvazione dell’Assemblea nazionale francese.  “Contro l’ipersessualizzazione: una nuova lotta per l’uguaglianza” recita il resoconto parlamentare dell’ex ministro dello Sport Chantal Jouann, che aveva chiesto anche di bandire i vestiti da adulto commercializzati a misura di bambina, come i reggiseni imbottiti e le scarpe con il tacco.La protesta era nata da una copertina di Vogue che mostrava immagini provocanti di Thylane Loubry Blondeau, una ragazzina francese di 10 anni.

In tutto ciò credo che Laura Boldrini avrebbe fatto una gran bella figura se, invece di scagliarsi contro gli spot con protagoniste femminili “antiquate”, avesse lanciato una proposta di legge come quella francese. E magari l’avesse fatto in una data simbolica, ossia lo scorso 11 ottobre, proclamata  Giornata Internazionale delle bambine. Dando così almeno l’idea di voler passare dalle prediche ai fatti.

 

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Momenti di trascurabile felicità – Libri

14 ottobre 2013

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Momenti di trascurabile felicità – Francesco Piccolo    

                                                                                                                                                        recensione di Marzia Di Dino

 

Se vi chiedessi a bruciapelo: <<Ma tu, sei felice?>>.

Tutti, tranne chi si è appena svegliato con un sorriso da orecchia a orecchia, accanto al meraviglioso partner conosciuto ieri sera, rimarrebbero esitanti, perplessi e comincerebbero a raccogliere i pensieri in ordine sparso. Come quando si raccolgono i calzini e gli abiti appoggiati qua e là in casa, all’arrivo di un ospite inatteso. E la risposta, ad ospite andato via, non sarebbe poi forse molto dissimile dall’immagine che abbiamo riaprendo il primo cassetto, quello in cui abbiamo ficcato tutto alla rinfusa, per fare ordine velocemente: calzini appallottolati, magliette ciancicate, jeans con cintura e mutande ancora infilate. Un gran guazzabuglio insensato di emozioni e pensieri. Eh sì, la domandona sulla felicità presuppone anche che si sappia con chiarezza di cosa stiamo parlando.

Quando penso alla felicità, mi viene subito in mente l’immagine della strip dei fumetti dove, in una vignetta, c’è il protagonista che corre e, nella seguente, solo dei trattini orizzontali e l’inseguitore del protagonista. Quando pensiamo alla felicità lei è già scappata da un bel po’ e a noi, per descriverla, non restano che quegli insulsi trattini orizzontali e …la sua assenza.

Francesco Piccolo, in queste pagine edite da Einaudi, stila un elenco esilarante di felicità squisitamente trascurabili. E ci porta, attraverso il suo personalissimo obiettivo puntato sulla quotidianità, a dare un volto a questo stato d’animo. Ci porta anche a non fornire a noi stessi risposte preconfezionate sulla felicità, che spesso ci confondono, lasciandoci la sensazione che questa sia un’emozione rara da trovare nella nostra vita. Ma non lo è. A guardare bene non è rara…è solo sfuggente.

Spazzato via il concetto che un momento felice possa essere, che so: “il giorno in cui è nato mio figlio”…ma dai, figurati…durante il travaglio ti senti come se avessero arato le tue budella, sei la trasfigurazione del dolore…semmai la felicità arriva dopoo prima… Oppure un’altra risposta che salta fuori dal cassetto è: “il giorno del mio matrimonio”…che? Incravattato e imbustato nel vestito (…che hai pure dovuto perdere qualche chilo per infilartelo) a mettere in palco la tua intimità sotto gli occhi vigili dei presenti che commentano:<<guarda, le prende la mano…ora la bacia…che carini, si vede proprio che si vogliono bene…>> … e ti credo che le vuole bene, guarda cosa è disposto a fare…

Anche qui direi, allora, che la felicità arriva “dopo”, nella vignetta seguente, a festa finita.O no? Dunque, spazzate le risposte “ready to use” sulla felicità, possiamo cercare nella nostra vita tutte quelle che sono “trascurabili” secondo la definizione di Piccolo. Ma che sono reali, nostre, personalissime. Piccolo ci racconta le sue in questo libro che, in un certo senso, è azzardato. Proprio perché “personalissimo” e in molte di queste felicità il lettore non si identificherà affatto.

Tuttavia, quello che ritengo effettivamente geniale, è lo spunto che il libro offre: l’idea di fare un elenco di piccoli, impalpabili, spesso ridicoli ma irresistibili momenti di felicità. Quelli che ci strappano un sorriso interiore di momentaneo, genuino, piacere. Tipo: “Arrancare nell’esatto momento in cui scatta il verde al semaforo, fregando in velocità, tutti quelli dietro in coda che già hanno la mano pronta sul clacson” (Goduria idiota la mia, lo so, ma reale). “Mancare ad una cena dove il nostro compagno è invece andato e poi, la mattina dopo, ricevere una pioggerellina di messaggi dalle amiche con scritto: <<Ieri sera ti ha nominato almeno cento volte>> (Yesssss, quando hai conosciuto il tuo partner, non la sera prima ma da un po’ di anni, è un vero piacere, ammettiamolo). “Quando arrivi in ritardo, trafelata, con la matita ancora in mezzo ai capelli che li regge a chignon e tuo figlio è da solo sulle scale davanti la scuola, con la maestra che ti squadra con quell’espressione da Miss Rottermeier e lui ti dice con un sorriso ampio e benevolo, fissandoti con occhi vispi:<<Mamma, sei la solita…>>. (E ti senti tu il bambino e lui l’adulto e questo … ti scioglie letteralmente il cuore di felicità).

O come i momenti raccontati da Piccolo che sottoscrivo pienamente:

Scoprire che un’opera di bene è deducibile.”

Quelli che ti danno un passaggio, e non ti lasciano da qualche parte: all’angolo; vicino alla metro; alla fermata del taxi. Ma ti accompagnano fino a casa.

Continuare le discussioni, a lungo, riprendendole anche il giorno dopo: <<e comunque, volevo dire…>>.

Le grandi librerie, perché puoi girare, toccare, sfogliare, senza che nessuno ti voglia dare un consiglio.”

Lo scaffale dei biscotti Bahlsen.”

E anche quando mi sveglio in un posto che non è casa mia, quell’attimo in cui non capisco ancora dove sono. E anche quando poi lo capisco.”

Se, dopo aver letto il libro, proverete a fare la vostra lista, scoprirete col tempo anche il piacere sottile di non dover necessariamente raccattare da terra i vestiti buttati in giro la sera prima. Perché sono i trattini di una felicità appena scappata via. Vi faranno sorridere, più che sentire a disagio.

 

Piccolo

Momenti di trascurabile felicità – Francesco Piccolo –  2010  L’Arcipelago Einaudi,  pp. 136 

 

 

 

 

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“Mamelodi for a Month”. Ovvero vivere come i poveri.

11 ottobre 2013

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Una ricca famiglia sudafricana si é trasferita per un mese a Mamelodi, il quartiere più povero di Pretoria, città nella parte settentrionale della provincia di Gauteng. Ena, suo marito Julian ed i propri figli hanno voluto fare questo “esperimento” per ampliare gli orizzonti cercando di comprendere come vive l’altra metà della popolazione di quella zona. Abbandonati quindi agi e spogliatisi di ogni bene, inclusi i giochi delle bambine ( Julia di 4 anni e Jessica di 2), sono andati ad abitare in una delle tante case container. Come vicina, la loro domestica Leah Nkambule, che si è detta onorata e commossa dal gesto della famiglia.

I quattro hanno vissuto durante tutto il mese di agosto di quest’anno in condizioni di estrema povertà, senza acqua potabile nè luce. L’esperienza è narrata nel blog di famiglia, Mamelodi for a Month, dove i coniugi Hewitts hanno espresso la convinzione che questa esperienza abbia cambiato molto il loro approccio alla vita e che i momenti belli abbiano prevalso su quelli difficili.

mamelodi_630L'”esperienza di vita” non ha mancato di suscitare polemiche e vere e proprie stroncature. Ena e Julian sono stati infatti anche accusati di mancato rispetto per chi vive in simili condizioni, nonché di ostentamento plateale della povertà. Tuttavia le critiche maggiori hanno preso le mosse dagli effetti che questa parentesi potrebbe avere sulle bambine: “E’ evidente che i genitori hanno preso questa decisione a fin di bene, illusi di poter dare dei valori diversi alle figlie, ma non credo che bambini di 2 e 4 anni possano trarre dei benefici da una esperienza simile”, ha affermato la psicologa del Child Mind Institute Jamie Howard. Che ha argomentato le proprie perplessità sostenendo che i bambini piccoli necessitano di una routine prevedibile, e che l’interruzione della quotidianità possa causare disorientamento e rabbia, nonché paure, come la perdita improvvisa della propria casa.

In tal senso è emblematica la routine del dormire tutti insieme, che a Mamelodi diventa una necessità a causa dello spazio ridotto e dell’assenza di riscaldamento dei container. Gli psicologi sono dell’avviso che anche la condivisione del letto può sembrare un momento di grande affetto. Ma può risultare deviante, se prolungata nel tempo, perché toglie l’intimità alla coppia e non contribuisce alla sana crescita dei bambini.

Anche Sendhil Mullainathan – professore di economia ad Harvard e coautore del libro“Scarcity: While Having Too Little Means So Much” – , pur dichiarando come sia difficile attaccare qualcuno che porta alla luce le differenze sociali in questo modo, ha individuato un punto debole nell’esperienza vissuta dalla famiglia Hewitts: il fatto che l’esperienza stessa non possa essere considerata totalmente reale, a causa del breve lasso di tempo in cui è stata vissuta. Perché non è la stessa cosa – e non sono uguali gli effetti anche psicologici che ne derivano – rinunciare per un mese invece che per un anno a beni di prima necessità, alla proprie sicurezze e vivere in una condizione di paura a causa, ad esempio, del rischio di essere derubati tipico dell’area dove si è svolto l”esperimento”.

In tutto ciò mi torna alla memoria un proverbio africano assai calzante e condivisibile, che recita più o meno così: “per capire 676x380un uomo devi prima camminare con le sue scarpe”. Immergersi in una condizione di estrema povertà materiale può certo contribuire a capire il senso della vita, facendo emergere le vere ricchezze immateriali e mettendo in luce taluni meccanismi distorti della nostra condizione di benessere. Ma forse ciò non è sufficiente per rendersi conto di cosa conta davvero nella vita, se prima non ci si spoglia del proprio soggettivismo, così da compiere una ricerca di povertà più esistenziale. Condizione necessaria per modificare il nostro modo di porci e di rapportarci con ciò che ci circonda.

Forse se ci scambiassimo più spesso i ruoli, provando a vivere vite diverse dalle nostre, in contesti che non ci appartengono per cultura, educazione e provenienza, potremmo renderci conto di chi abbiamo veramente di fronte. San Francesco d’Assisi  denunciò il pericolo di una ideologizzazione della povertà, richiamando i frati a non criticare “coloro che vivono in morbide vesti”. Perché prendersi cura dell’altro significa avere uno sguardo sulla persona, povero o ricco che sia.

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Bacio gay tra la folla: il pastore Feliciano ordina l’arresto

7 ottobre 2013

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Quando una religione si rifiuta di accettare le differenze diventa intolleranza. E quando viene usata come fonte di reddito personale è pura espressione di avidità. Del pastore evangelico Marco Feliciano mi ero già occupata qui a Contronotizia. Per rinfrescarvi la memoria: Marco Feliciano è il pastore evangelico più ricco del Brasile, nonché presidente della Commissione Diritti Umani e Minoranze della Camera dei Deputati. Nel caso di Feliciano insomma, religione e politica si sono fuse in un solo soggetto. Peraltro accusato di omofobia: ha presentato la proposta di “Cura Gay”,  scatenando un mare di polemiche e pesanti critiche in tutto il mondo.

Il 15 settembre scorso, durante l’evento evangelico Glorifica Litoral nella città di São Sebastião, a nord dello Stato di San Paolo, il pastore Feliciano ha fatto arrestare due attiviste di #beijogay, il movimento che ne chiede la revoca dal CDHM. Yunka Mihura di 20 anni e Joana Palhares di 18, si sono scambiate un bacio provocatorio durante l’evento. Il pastore aveva appena pronunciato le seguenti parole: ”Trovate una persona bella vicino a voi e fatele un sorriso” . Le due ragazze sono andate ben oltre facendosi sollevare e baciandosi a lungo davanti a 70 mila persone.

“La polizia militare qui presente dia una sistemata a quelle due ragazze che si stanno baciando durante un culto, quelle due ragazze devono uscire di qui in manette, la guardia civile per favore…non scappate… questa è la casa di Dio, non un bordello”, ha detto minaccioso Marco Feliciano dal palco. In ciò debordando in un vero e proprio linciaggio morale, che per poco non é degenerato in un massacro da parte della folla presente. Questo a conferma di quanto siano pericolosi messaggi violenti resi in pubblico come quelli enunciati da Feliciano. Che rimane, anche per questo, un uomo assai temibile. Un personaggio capace di trascinare le masse, di strumentalizzare la parola di Dio, di fare pubbliche affermazioni di questo calibro: “gli africani discendono da un ancestrale maledetto da Noè. Questo è un fatto”(via twitter il 31 marzo 2011).

Nel caso delle due ragazze che si sono platealmente baciate, l’accusa di Feliciano é stata di mancato rispetto durante il culto religioso. Un’accusa davvero singolare, visto che il suo “show” non può certo essere considerato esercizio di culto. L’evento organizzato dalla prefettura di Sao Sebastiao in un luogo aperto, per di più con soldi pubblici, si inserisce nel contesto della Glorifica Litoral, considerato un evento socio culturale.

Lo stesso pastore ha umiliato le ragazze dicendo: ”chissà se il padre e la madre di queste due ragazze conoscono l’amore e la felicità con delle figlie simili, capaci di fare queste cose in piazza pubblica“. Affermazioni come queste sono sconcertanti ed evidenziano una tensione  omofoba a dir poco vergognosa. Quanto é accaduto appare incredibile, che ad un pessimo politico travestito da santone, davanti una folla di decine di migliaia di credenti, venga permesso di commettere un abuso di potere simile. Ed è sconcertante che la polizia abbia eseguito l’ordine di arresto.

Non pago, Marco Feliciano ha poi detto alla stampa: “E’ impossibile protestare contro di me senza protestare contro la mia religione, perché io difendo ciò che la mia religione difende”. E a quale religione si riferirebbe il “buon” pastore?

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Google festeggia il suo 15esimo compleanno potenziando il proprio cervello: e il nostro che fine farà?

1 ottobre 2013

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Google ha compiuto 15 anni venerdì scorso.  È stato un po’ come un fulmine a ciel sereno apprendere la notizia. Perché quindici anni, in questo caso, appaiono davvero un lasso di tempo molto breve per l’effetto rivoluzionario che Google ha avuto sulle nostre vite. In effetti il gigante dei motori di ricerca è entrato a far parte della nostra esistenza in maniera così dirompente che sembra ci accompagni da sempre. La televisione ha impiegato decenni per cambiare le nostre abitudini e condizionare  le dinamiche all’interno delle mura domestiche e nei comportamenti sociali. Invece Google, in soli 15 anni, ha modificato radicalmente il modo in cui conosciamo le cose, come pensiamo, lavoriamo e comunichiamo. Fino a  cambiare addirittura la percezione che abbiamo di noi stessi.

Chiunque usi la rete per diffondere informazioni di qualsiasi natura rischia di cadere nella trappola della vanità e soffrire di ansia da prestazione. E ciò contribuisce a falsare gran parte di quello che facciamo. Chi di noi non ha creato un Google Alert con il proprio nome? Chi di noi non cerca di carpire come ci vedono gli altri o cosa si dice sul nostro conto? E chi di noi non si è mai sentito “in obbligo” di commentare pezzi o affermazioni altrui, facendo leva sul proprio ego piuttosto che stare all’oggetto del dibattito?

Dai, sputiamo il rospo. Anche i più distaccati in fondo sono vittime di questi meccanismi. Misuriamo ormai la qualità dei nostri interventi con il sensazionalismo verbale. Quindici anni fa per ottenere una discreta popolarità bisognava puntare alla qualità, senza mutilare gli argomenti o falsare pensieri.

Poi per “farsi una cultura” ormai, sembra di per sé sufficiente inserire la parola chiave nel motore di ricerca, cosicché Google ci offra un ventaglio smisurato di possibilità di esplorazione. Ma c’è una grande differenza tra le informazioni su misura confezionate da Google e la conoscenza approfondita. Credo risieda non tanto nel risultato finale della nostra ricerca, bensì nell’illusione che tale approccio genera. Crediamo  in tal modo di avere a portata di click il controllo del mondo che ci circonda, ma alla fine, intorno a noi, regna sempre più sovrano il caos. E non ci rendiamo conto di essere a nostra volta controllati e guidati nelle scelte. La natura umana è così ridotta a preferenze e abitudini. Digitiamo parole chiave per ogni cosa, impoverendo  il significato profondo della natura umana.

intelligenza-emotiva_Per ovviare a questo limite, Google che fa? Migliora l’algoritmo con l’obiettivo di “riuscire a rispondere velocemente e in modo esauriente alle nostre richieste sempre più complesse, lunghe, articolate”. Pare che i cervelloni di Google stiano infatti lavorando affinché l’algoritmo “capisca il linguaggio umano nella sua espressione spontanea, naturale, anche ambigua o confusa”. Che “bello”, ci toglieranno anche la fatica di trovare l’associazione di parole più adatta per individuare la risposta più attinente. Un giochino che mi è sempre piaciuto fare. In poche parole, parleremo con Google come parliamo con la nostra vicina di casa: “senti Betta, dove posso trovare un negozio che venda ortaggi cinesi e che non stia in una zona centrale della città?”

Tutto ciò in nome della facilitazione. Cosicché, dopo aver carpito tonnellate di informazioni sul nostro conto, orde di App ci renderanno tutto più facile e veloce. Che bello avere un telefono che mi accompagna passo a passo e mi guida l’esistenza. E che magari, mentre vado a scuola a prendere i miei figli, mi dice di svoltare a destra, percorrere duecento metri e raggiungere la libreria, quella che, guarda caso, ha proprio il genere letterario che amo.

Saremo, così, telecomandati. La magra consolazione è rappresentata dal fatto che i canali scelti saranno i nostri preferiti. Grazie cervelloni di Google, state lavorando per noi! Affinché i nostri cervellini rimangano tali e, magari, quelli delle nuove generazioni crescano abituati a non fare neppure la fatica di imparare a leggere un indice.

Google ha inoculato nella società un sentimento dominante:  ciò che non può essere “Googlato” non ha valore ed è considerato una fonte inaffidabile. Così facendo ha quantificato la nostra vita interiore e preparato il terreno per la computerizzazione della nostra intelligenza emotiva.

 

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