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Archive | 2014

Contronotizia: gli articoli più letti nel 2014 (e sul perché li ho scritti).

23 dicembre 2014

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sme0004 L’avvicinarsi dell’anno nuovo porta con sè la voglia di fare bilanci. Inevitabilmente nella rete è tutto un fermento di top ten, top five, most popular, most shocking; film più visti, libri più letti, donne più cliccate, parole più ricercate. Si stilano così elenchi dei “più” di ogni cosa.

Per non essere da meno anche Contronotizia ha preparato un elenco dei suoi cinque più: i post più letti nel 2014. Che non sono stati necessariamente quelli più condivisi, né tantomeno quelli che secondo un mio personale punto di vista meritavano più successo. Ma si sa, non sempre un articolo che ci sta a a cuore, per come è stato scritto o per i suoi contenuti, viene accolto positivamente dai lettori. Questo è il bello della rete, che ti riserva sempre delle sorprese.

Un bravo blogger, poi, deve sapere coccolare i propri seguaci e perciò non deve lasciarli mai soli. E’ vero. Per questo molti consigliano la pubblicazione giornaliera di contenuti. Ma nel mio caso non è così. Non ne avrei il tempo, anche se sarebbe tanto bello riuscire a regalarvi un post al giorno. Tempo fa, una ragazza che ha lavorato con me in una redazione di un web magazine,  mi ha contattata per proporre alcuni pezzi a Contronotizia. “Ma quanti siete in redazione?” mi chiese. “Veramente ci sarei solo io…”. Pezzi, foto, impaginato, fotonotizie, vignette, idee geniali (e meno geniali). Tutto homemade.

Le notizie poi vanno scovate, lette, digerite per tentare di tirar fuori un punto di vista personale. A volte mi riesce bene, altre meno. Qualche volta non c’è nessun punto di vista, solo la notizia. Non voglio fare la fine di quelli che soffrono di ansia da pubblicazione e che mettono qualsiasi roba pur di riempire i vuoti: la fine peggiore per un blogger.E poi è anche vero che in giro è pieno di siti che scrivono tanto ma nulla dicono.

Allora eccoli qui i cinque post più letti. Tra un tortello e un’insalata di rinforzo, vale la pena rileggerli. Auguri a tutti.

5° – Gli UFO esistono. Perché non ce lo hanno detto prima?

Uno degli argomenti più affascinanti e forse una delle più misterisoe tra le grandi domande: siamo soli in questo universo o no? Poi, vista la mole di informazioni che si trova in rete e la quantità di persone che fanno ricerche sugli UFO, non è per nulla facile fare ordine. Tra bufale, storie inventate, fake, documenti segreti, documenti falsi, paura di sembrare ridicoli…insomma, non so voi ma io ci credo agli extraterrestri. Ci ho messo tanto a scriverlo, settimane credo. No ero affatto convinta di riuscire a produrre qualcosa di convincente. Poi ho pensato che non dovevo convincere la gente con il mio articolo, ma solamente elencare una serie di ragioni che hanno portato anche me a non avere troppi dubbi. Sono riuscita, tramite un caro amico appassionato di ufologia, a incontrare un pilota militare italiano che sotto anonimato mi ha raccontato la sua esperienza con gli UFO. Intervista molto interessante.

4° – Sapete cos’è una Cubomedusa?

Questo post è frutto dei vari documentari che mi sono guardata con i miei bambini. Eccola qui, la Chironex fleckeri: una medusa in grado di uccidere un uomo nel giro di due minutiMicidiale animaletto, questo. A detta di mio figlio piccolo tutti quanti lo dovevano sapere. “Mamma, scrivi qualcosa!! Devi dire a tutto il mondo quanto pericolosa è questa medusa”. E così ci siamo messi a quattro mani a sviscerare un argomento che andrebbe arricchito di molti particolari e foto. Ma purtroppo se scrivi post troppo lunghi non ti legge più nessuno. E in questo caso la difficoltà maggiore è stata scegliere (e non sceglievo io) cosa scrivere e cosa no. Avete presente no, “mamma, scrivi anche questo, metti quella descrizione, quelle foto, raccontiamo anche dello scorpione e del mamba nero?…Mi sono divertita moltissimo.

3° – Brasile, Mondiali 2014: il “reporter” danese che abbandona il campo;

Il 2014 è stato un anno importante per il Brasile. Le proteste di Rio e Sao Paulo hanno portato in piazza milioni di brasiliani (fenomeno peraltro nuovo nel Paese); poi ci sono stati i Mondiali di calcio e le elezioni presidenziali. Infatti, tra le parole più cercate su Google nel 2014 c’è “mondiali di calcio”. Tuttavia le informazioni che leggevo in questi mesi erano spesso incomplete e inesatte. In Brasile ci sono nata e ho vissuto a Sao Paulo fino ai diciannove anni. Tanti amici vivono ancora lì, e grazie anche a loro (alcuni sono giornalisti e blogger) riesco a “leggere” il paese fuori dal coro. Questo post è un esempio chiaro di come l’informazione facilmente si deformi e arrivi (almeno, qui da noi) distorta. Il caso di questo finto reporter è emblematico: quasi tutti abboccano. Tranelli dell’informazione fotocopia. Mai, mai e mai dare per scontate le notizie. In rete ce n’è di ogni e il rischio di fare figuracce è sempre alto.

2° –  Shezow, l’eroe mascherato da donna diventato transessuale;

Mi sono imbattuta in Shezow quasi per caso. Lo titolavano proprio come se fosse una minaccia per la società: “SheZow, il nuovo supereroe transessuale per bambini”. Un titolo che fa una gola tremenda a chi, come me, è sempre a caccia di controstorie. Poi diciamocelo, se metti parole come “sesso”, “gnocche”, transessuale”, “pedofilia” o “droghe”, stai sicuro che la gente ci si fionda. Il gusto del perverso imperversa sempre. Comunque non ho potuto resistere nemmeno io e mi sono guardata qualche puntata di Shezow. La serie doveva ancora sbarcare in Italia e il tamtam in rete era discreto. Personalmente ho sempre amato i cartoni dove c’è del trasformismo. Shezow , se vogliamo, rappresenta una novità: il personaggio, un ragazzino dodicenne fissato con le differenze tra maschile e femminile, ritrova un anello magico che lo trasforma in un supereroe femmina tutto di rosa vestito. Esilarante. Curioso poi il contrasto qui da noi. Abbiamo una Scuola che ancora non ha introdotto l’educazione sessuale per i ragazzini e bolliamo come diseducativo un cartone che, in fondo, sfata parecchi luoghi comuni. L’esperimento in casa mia è andato bene: Shezow è arrivato anche da noi e devo dire che i ragazzi si divertono parecchio con quel cartone. E non mi sembra che la loro sessualità si stia confondendo, come sostenevano i puritani americani.

And the winner is:

1° – Violetta, che insegna alle piccole come scegliere tra due amori. Uccidendo l’anticonformismo.

Violetta, un grazie speciale. Questo post  è sempre stato il più letto di tutti. In verità non mi aspettavo tanta popolarità, e soprattutto non immaginavo che le bambine potessero essere così “interattive” nella ricerca in rete. Evidentemente ho sottovalutato alcuni aspetti del fenomeno Violetta. Tante mamme mi hanno scritto per ringraziarmi, per dirmi quanto condividevano le mie idee, e come fosse difficile sviare l’attenzione delle loro figlie verso qualcosa di meno raccapricciante. Per contro, tante bambine mi hanno scritto per insultarmi e per dirmi quanto io non capisca “nulla di nulla” (ma chi lascia i dispositivi in mano a ragazzine così piccole??). Perché l’ho scritto? Per due motivi: il primo è il motivo per cui scrivo la maggior parte dei post: per comprendere un fenomeno che mi riguarda da vicino o che mi interessa. In questo caso interessava a mia figlia, o meglio, alla maggior parte delle femmine della sua età.  Anche se alla fine non se lo è mai filato. Mi sono immersa nel mondo delle V-Lovers  un pomeriggio intero e alla fine non ho trovato nulla da salvare. Pessima lei, troppo truccata, troppo leziosa e fintamente impegnata. Secondo me l’assunzione di Violetta in tenera età causa una precocizzazione malsana.  E dunque il mio antidoto è Mercoledì Adams; il successo di questo post lo devo in parte a loro: gli Adams. Un modello di famiglia, il loro,che purtroppo è caduto in disgrazia, fagocitato da una serie di falsi – e decisamente più colorati- miti.

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Le città che cresceranno di più entro il 2020.

21 dicembre 2014

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Il modello di metropoli che conosciamo oggi è il risultato delle grandi migrazioni che si sono verificate nel primo decennio di questo secolo, e che hanno portato migliaia di persone a trasferirsi dalle campagne alle aree urbane. Questi cambiamenti  sono cominciati subito dopo la seconda guerra mondiale e ora hanno raggiunto il loro apice: per la prima volta, più della metà della popolazione mondiale vive nelle città (51,3%). Ma quali sono le città che crescono più rapidamente?

La fine del 2014 si avvicina ed è tempo di tirare somme. Ma perché no, anche di fare previsioni. Come quelle che riguardano la crescita demografica urbana fino al 2020, ad esempio, costruite dal sito City Mayors (www.citymayors.com) specializzato negli studi sulle aree urbane. Nelle prime 100 posizioni si trovano molte città africane e dell’area India-Pakistan. Nessuna traccia, o quasi, di centri europei tra i primi 100; al 61° posto si trova la città di Bursa, in Turchia.

10. Chittagong, Bangladesh

Percentuale del tasso di crescita della popolazione 2006 – 2020: 4,29%

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Chittagong è il maggior porto e la seconda città del Bangladesh con i suoi 3.900.000 abitanti. È il centro dei commerci e la città che ospita le compagnie più grandi del Paese. Molto sviluppato tutto il comparto manifatturiero, con particolare riguardo alla lavorazione della pelle. Altre attività sviluppate riguardano la lavorazione della juta, i cibi surgelati, mentre tra le grandi industrie vanno segnalate quella automobilistica e quella chimico-farmaceutica. I commerci via mare riguardano soprattutto cotone, riso, spezie, zucchero e tabacco. Altra attività particolare legata al porto è quella della demolizione di grandi imbarcazioni, introdotta nel 1969. Attività condotta senza attrezzature adeguate e fonte di inquinamento a causa degli smaltimenti indiscriminati di varie sostanze, anche tossiche, nonché causa di sfruttamento di manodopera.

9. Dar es Salaam, Tanzania
Media della crescita di popolazione 2006 – 2020: 4,39%

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Questo porto si trova su un’importante rotta marina. Si tratta di una metropoli post-coloniale che è diventata il più importante centro commerciale della Tanzania. Il livello di industrializzazione è relativamente alto (a paragone di quello del resto del Paese). Per il porto di Dar es Salaam transitano merci di esportazione provenienti, oltre che dall’entroterra tanzaniano, anche da Zambia, Burundi, Malawi, Ruanda, Uganda, Zimbabwe.

8. Lagos, Nigeria
Percentuale del tasso di crescita della popolazione 2006 – 2020: 4,44%

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Costruita sulla terraferma e su una serie di isole che circondano la laguna omonima, Lagos è sempre stata una città molto importante nell’ambito del commercio atlantico. Infatti la sua posizione ne fa uno dei pochi porti naturali della costa atlantica e di conseguenza uno dei luoghi di maggior contatto con gli europei. Nell’ultimo secolo è stata oggetto di ingenti flussi migratori, che hanno portato la sua popolazione a crescere esponenzialmente. In particolare, oltre a cittadini provenienti da tutta la Nigeria, si sono insediati nella zona immigrati provenienti dalle altre nazioni dell’Africa occidentale, e molti ex-schiavi creoli provenienti da Freetown in Sierra Leone, dal Brasile e dalle Indie occidentali.

7. Faridabad, India
Percentuale del tasso di crescita della popolazione 2006 – 2020: 4,44%

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Faridabad, a soli 25km da Delhi, è un centro industriale nello stato dell’Haryana ed è famosa per la produzione di enné. Dovrebbe entrare a far parte del Delhi Mumbai Industrial Corridor.

6. Bamako, Mali
Percentuale del tasso di crescita della popolazione 2006 – 2020: 4,45%

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Buon porto fluviale e principale centro amministrativo e commerciale del Mali, di cui è anche capitale, è un centro attivo nella produzione di caucciù, resina e legname, così come nel tessile, nella lavorazione della carne, nella manifattura di oggetti in metallo e nel settore ittico. È scalo aereo internazionale.

5. Kabul, Afghanistan
Percentuale del tasso di crescita della popolazione 2006 – 2020: 4,74%

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I suoi prodotti principali comprendono: materiale militare, tessuti, mobili, e barbabietola da zucchero, anche se le guerre che si susseguono dal 1979 hanno limitato la produttività economica della città. Kabul resta una delle città più minate del mondo. Attualmente la ricostruzione della città sta attraendo milioni di dollari e numerosi investitori esteri, impegnati nel ripristino di vari servizi e attività, come trasporti pubblici, sistema alberghiero e finanziario.

4. Surat, India
Percentuale del tasso di crescita della popolazione 2006 – 2020: 4,99%

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Surat riveste grande importanza per le sue imprese tessili (è chiamata “la Manchester dell’India”) e della lavorazione dei diamanti. Si stima che il 90% dei diamanti commercializzati nel mondo siano lavorati a Surat. Surat ha anche uno dei più alti tassi di crescita del PIL in India (11,5% nel 2008).

3. Sana’a, Yemen
Percentuale del tasso di crescita della popolazione 2006 – 2020: 5%

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Sana’a è Patrimonio dell’Umanità UNESCO, tutto merito di Pasolini: nel 1970 girò a Sana’ alcune scene del film “Decameron”; l’ultimo giorno delle riprese, colpito dalle bellezze della città, iniziò a girare “Le mura di Sana’a”, un breve documentario in forma di appello all’UNESCO. Già capitale dello Yemen del Nord, dal 1990 è la capitale dello Yemen riunificato. Situata al centro di un vasto altopiano, è cinta da mura e con tipici palazzi yemeniti a più piani; centro commerciale, culturale ed economico del Paese. È divisa da mura interne in tre quartieri (arabo, turco ed ebraico). Secondo la tradizione la fondazione della città risale a tempi biblici; fu fondata da Sem, figlio maggiore di Noè e capostipite delle popolazioni semite.

2. Ghaziabad, India
Percentuale del tasso di crescita della popolazione 2006 – 2020: 5.20%

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Ghaziabad ha avuto un vero e proprio boom economico aiutato dalla vicinanza con Delhi, a soli 19km. Sono state trovate tracce di civiltà datate al 2500 a.C., ma ora la città corre spedita verso il futuro, con una nuova metro e grattacieli.

1. Beihai, Cina
Percentuale del tasso di crescita della popolazione 2006 – 2020: 10.58%

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La città che sta crescendo più velocemente al mondo è Beihai nella regione cinese di Guangxi. Questo porto si trovava sulla Via della Seta, ma ora la città è probabilmente più conosciuta per la sua Spiaggia d’Argento di 24km.  La sua posizione geografica, vicina al Vietnam, Hong Kong e Macao, ha aiutato lo sviluppo economico e del turismo.

 

 

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L’agribusiness e la morte dell’Amazzonia

12 dicembre 2014

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LA deforestazione nell’Amazzonia brasiliana ha ripreso a crescere. A settembre, secondo i dati satellitari forniti dall’organizzazione no profit Imazon, sono stati rasi al suolo ben 402 km quadrati di foresta, il 290% in più rispetto allo stesso mese del 2013, per destinare il terreno ad altro uso. A causare la distruzione delle aree forestali è l’espansione dell’agricoltura. In particolare negli stati di Para e Mato Grosso, dove è in corso un’espansione agricola senza precedenti. Ogni stato ha perso oltre 1.000 km quadrati di foreste in soli dodici mesi. Questo articolo è stato pubblicato recentemente da uno dei più importanti quotidiani del Brasile.

Leão Serra, Folha de S.Paulo, Brasile. Traduzione Consuelo Canducci.

E’ comune riscontrare nei discorsi degli uomini d’affari e dei politici brasiliani l’idea presuntuosa secondo cui il sistema agroalimentare sarebbe il non plus ultra, la produzione brasiliana “nutra il mondo” e il bestiame allevato sia “green”. E’ un approccio che richiama alla memoria la triste propaganda del passato “Grande Brasile”; quella stessa che tentava di nascondere la sporcizia sotto il tappeto. Di ciò gli stranieri hanno piena consapevolezza. Perchè lo sfruttamento agricolo del Brasile, soia in testa, ha già distrutto 4 ettari di suolo autoctono su 10. E di questo passo l’ecosistema si estinguerà in soli 20 anni.

Non c’è da stupirsi, anche considerando che il bestiame allevato ha il peggior rendimento del mondo: una mucca, per poter ingrassare, necessita di un ettaro di pascolo, ricavato rubando la foresta all’Amazzonia. Con la stessa quantità di suolo utilizzato per allevare una mucca, gli europei producono alimenti nobili, che sono peraltro venduti a prezzi elevati. Alimenti che servono a nutrire persone,diversamente da quanto accade per la soia brasiliana, data in pasto ai maiali della Cina.

Se ai danni irreversibili causati all’ambiente – sempre più compromesso dal disboscamento – aggiungiamo le sovvenzioni statali all’industria agroalimentare e i debiti dei grandi produttori, il risultato rivelerà di essere in presenza di un “agribusiness” insostenibile. Invece di nutrire il mondo e di rendere prosperi i propri cittadini, il sistema agroalimentare brasiliano si sta trasformando in una fucina distruttiva, nella quale si riversa una produzione di scarso valore economico.

Si tratta insomma di un modello che allontana (invece di garantire) l’obiettivo di raddoppiare la produzione alimentare mondiale dei prossimi 35 anni, capace di sfamare le 2 miliardi di nuove bocche. Il Brasile deve quindi cambiare radicalmente la prospettiva, abbandonando questa scandalosa cultura dello spreco, se intende “dare da mangiare” alla propria popolazione e guadagnare sulle produzioni agroalimentari. Esportando cibo per umani e non per i maiali!

Quando si tratta di coltivare per nutrire gli allevamenti di bestiame, il cosiddetto “tasso di conversione” è molto basso: una mucca fornisce tre calorie di carne in cambio di un centinaia di calorie di cibo che deve mangiare per poter ingrassare (3%); il maiale ne produce dieci di calorie, e il pollo 12 per ogni cento che consuma. Sarebbe dunque più appropriato allevare mucche da latte (40 calorie nel latte per ogni cento consumate) o galline ovaiole (12 calorie nell’uovo, per ogni cento consumate).

In altre parole, generare proteine animali è sempre un cattivo affare e nel caso del manzo, che rappresenta la produzione di punta in Brasile, l’affare diventa pessimo. Si pensi che la metà della produzione agricola brasiliana è utilizzata per l’alimentazione degli animali, con ritorni economici ridicoli. Per contro il Brasile importa i fagioli e altri alimenti che costano molto di più.

Il Brasile ha vissuto fino ad oggi nell’illusione che l’acqua e la terra fossero beni infiniti. Una visione, questa, che si scontra con una crisi idrica del Paese che ha raggiunto livelli allarmanti, causata anche  in parte dalla deforestazione indiscriminata dell’Amazzonia e della vegetazione autoctona.

In un paese dove l’acqua scarseggia, quasi il 70% delle risorse idriche viene utilizzato per irrigare le aree coltivate. E il bestiame è una sorta di carta assorbente: succhia l’11% della acqua disponibile, la stessa quantità che consumano 200 milioni di brasiliani. Deforestando in nome dei terreni pascolabili, tante risorse idriche vengono distrutte, con l’ulteriore conseguenza di provocare uno squilibrio sempre più marcato nelle precipitazioni atmosferiche. 

Il Brasile, in sostanza, consuma tantissima acqua per dissetare milioni di mucche e innaffiare soia che viene esportata a prezzi bassissimi, mentre la popolazione fa i conti con una pesante crisi idrica. E tutto ciò accade paradossalmente ad un paese che ha avuto “in regalo” acqua e terra in abbondanza.

fonte: Folha de S. Paulo 

 

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Idee geniali. Toshiba, dai floppy disc alle insalate biologiche.

5 dicembre 2014

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Toshiba sta impiegando le proprie conoscenze in campo tecnologico per coltivare orti industriali. E lo fa riconvertendo una fabbrica di floppy disc situata a sud ovest di Tokyo: la fabbrica Yokosuka,  un  impianto di ben 1.969 metri quadrati che si trova a circa 280 chilometri da Fukushima.

Lattuga, spinaci, mizuna (nota come senape giapponese) ed erbe varie (ogm free) sono coltivati con metodo biologico in una soluzione liquida arricchita di sostanze nutrienti. Il processo avviene all’interno di un ambiente completamente asettico, dove pressione e temperatura sono regolati meticolosamente e le piante crescono grazie a sistemi intelligenti di illuminazione ed irrigazione, senza l’utilizzo di terriccio. In questo modo si tengono lontani batteri e insetti. Le piante, inoltre,  mantengono tutte le caratteristiche nutrizionali e non è necessario ricorrere all’utilizzo di prodotti agrotossici. Una tecnologia che permette di far crescere in uno spazio di poco inferiore ai 2 mila metri quadrati, 3 milioni di insalate all’anno, cioè 200 tonnellate circa.

Questo orto industriale si avvale anche di altre tecnologie che sono state recuperate dalla precedente produzione: le luci fluorescenti ad onda lunga; il sistema di condizionamento d’aria che mantiene la temperatura e l’umidità a livelli fissi; il sistema di sorveglianza a infrarossi, che controlla le condizioni di coltivazione e infine il sistema di sanificazione che sterilizza l’imballaggio. Tutti necessari per la produzione di floppy disc ma anche per la coltivazione di insalata biologica.

Le piante vengono coltivate in piccoli contenitori distribuiti su scaffali alti anche nove piani, e dopo la fase di semina e crescita le insalate sono perfettamente imballate e pronte per il consumo:  il prodotto finale, dato che non ha alcun contatto con gli insetti o batteri, resite molto più a lungo, anche una settimana. Nendo, la nota agenzia creativa guidata da Oki Sato, ha creato un packaging e un’immagine integrata proprio per enfatizzare la freschezza del prodotto. Si chiamano appunto 1 Week Salad  e si tratta di ben 31 diversi contenitori per ognuno dei 31 giorni in un mese. Ciascuno utilizza diversi colori e tipi di carattere e alcuni diversi tipi di condimento.

Toshiba interpreta così l’idea di alimenti bio, anche per rispondere a una fortissima domanda interna esplosa dopo il disastro nucleare di Fukushima nel marzo 2011. Idea geniale.

 

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Famiglia Cristiana ai genitori: quando dare l’allarme Gender

25 novembre 2014

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“GENDER A SCUOLA, UN DECALOGO PER DIFENDERSI”. Non è uno scherzo, ma il titolo di un articolo pubblicato da Famiglia Cristiana lo scorso 14 novembre. L’articolo riprende il decalogo stilato dalle associazioni familiari dell’Umbria “a difesa della libertà d’educazione con alcune proposte concrete su cosa fare per evitare lezioni di gender in classe per i propri figli”.

Tema sempre caldo in Italia, quello dell’identità di genere,  purtroppo vittima di estremismi e sul quale regolarmente si concentrano gli strali di “militanti” cattolici, uniti nelle loro associazioni. Come sta accadendo in questa Settimana nazionale contro la violenza e le discriminazioni”, prevista appunto dal 24 al 30 novembre e indetta dal Ministero della Pubblica Istruzione, assieme al dipartimento per le “Pari Opportunità” (dipartimento della presidenza della Repubblica) e all’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali).

E in vista di ciò, alle scuole è stata inviata una circolare che invita i dirigenti scolastici a dedicare almeno “iniziative stabili” e una settimana nel corso dell’anno scolastico a progetti in tema di discriminazioni fondate sull’orientamento sessuale. Con riferimento specifico al tema della violenza di genere, la circ0lare specifica quanto il nuovo quadro normativo assegni alle istituzioni scolastiche un ruolo “determinante e irrinunciabile per la prevenzione e per il contrasto dei femminicidi e delle violenze sulle donne”.

Allo stesso tempo si sottolinea la necessità di promuovere, nell’ambito del Piano straordinario contro la violenza , “l’educazione alla relazione e contro la violenza e la discriminazione di genere nell’ambito dei programmi scolastici nelle scuole di ogni ordine e grado, al fine di sensibilizzare, informare, formare gli studenti e prevenire la violenza nei confronti delle donne e la discriminazione di genere, ma anche di contrastare tutte le forme di violenza e di razzismo”.

Questa lodevole iniziativa tuttavia correrebbe il rischio, secondo i fondamentalisti cattolici, di diventare veicolo di una  “Propaganda Gay”. E contro di essa si sono alzate le barricate del Vade Retro, tanto che le associazioni cattoliche e le associazioni che combattono per la “famiglia naturale” si stanno mobilitando e mettendo in guardia le famiglie, informando genitori ed alunni riguardo il pericolo di una deriva “gender”. Perché dietro questa iniziativa si leggerebbe una imposizione da parte dello Stato di questi nuovi progetti “non meglio specificati” che possono diventare veicolo di scuole di pensiero di stampo settario. Si teme dunque una infiltrazione nemica!

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“Il corpo insegnanti scelto per i progetti “Gender” (fonte: Famiglia Malsana)

E ora veniamo al decalogo per difendersi dal pericolo “Gender”, pubblicato, come detto, da Famiglia Cristiana. La prima cosa consigliata è di verificare i piani dell’offerta formativa e gli eventuali progetti educativi della scuola, per accertare “che non siano previsti contenuti mutuati dalla teoria del gender”. Le parole chiave da tenere sotto controllo sarebbero: “educazione alla affettività, educazione sessualeomofobia, superamento degli stereotipi, relazione tra i generi o cose simili: tutti nomi sotto i quali spesso si nasconde l’indottrinamento del Gender”.

L’articolo prosegue elencando una serie di azioni che ogni buon genitore dovrebbe adottare per respingere l’attacco Gender-nemico: dalla verifica giornaliera del contenuto delle lezioni, alla scelta dei rappresentanti di classe (che devono condividere le vostre posizioni in materia), al controllo sul sito internet della scuola “per verificare che il gender non passi attraverso ulteriori lezioni extracurricolari”, fino a un plateale “Date l’allarme” nel caso la scuola organizzi lezioni o interventi sul Gender per gli studenti.Le “10 regole d’oro” del decalogo terminano con l’invito ai genitori a custodire i propri figli, ad allearsi con loro , a fornire loro fin da subito “un adeguato supporto formativo e scientifico in base alla loro età così da proteggerli e prepararli a fronteggiare la teoria del gender”.

I nostri figli correrebbero quindi il rischio di diventare gay o pervertiti, o in ogni caso unti dal “Gender”, non più a causa di una “patologia” – come si è cercato di sostenere in passato -, ma a causa di un indottrinamento culturale o ideologico?  Chissà, magari la prossima teoria visionaria includerà pure la farina tipo “00” tra i fattori di rischio. Scherzi a parte, è triste pensare che la questione di genere si trasformi in un demone che sembra aver preso le sembianze di un essere antropoformo che ha conquistato politici e intellettuali, assediando il diritto naturale in nome del matrimonio gay.

C’è un grande equivoco (o meglio, una  visione paranoica) di fondo che arriva a contaminare l’approccio a varie questioni che toccano il tema del genere. E’ l’idea pazzesca secondo cui in materia di contrasto all’omofobia, di registri delle coppie di fatto, di educazione sessuale nelle scuole – dove si è arrivati addirittura a puntare il dito contro l’OMS, rea di imporre “ai bambini, fin dalla nascita, una educazione che prevede la scoperta del corpo e che include pratiche di masturbazione precoce (dai 0 ai 4 anni) ed altre strategie di informazione sessuale” – saremmo in presenza di un grande complotto gender, ordito dal movimento LGBT, che avrebbe trovato una sponda nell’attuale Governo. E il decreto “sblocca-Gender” sarebbe la riprova di questo strampalato teorema

E pensare invece che questa famigerata “teoria del gender” non esiste nemmeno, è solo una invenzione degli estremisti cattolici, alimentata da articoli come quello pubblicato da Famiglia Cristiana. Esistono, semmai, gli “studi di genere”, che cercano di comprendere quanto l’identità e la differenza femminile non dipendano dal dato biologico, ma da un’elaborazione simbolica e culturale:  riflessioni che sono nate dalla presa di consapevolezza che l’immagine della donna, e il suo posto nella società, sono determinati da una cultura a predominanza maschile che perpretua un’idea d’inferiorità e una pratica di subordinazione della donna. Dominazione degli uomini e subordinazione delle donne sarebbero, dunque, nati da primitivi schemi di comportamento, che hanno portato e portano il sesso “forte” a controllare l’accesso alle risorse di quello “debole”. Questa separazione ha portato a conseguenze di natura profonda in quasi tutti gli ambiti della vita,  alcune, come ben sappiamo, disastrose. .

Quanto la differenza tra i sessi è biologicamente determinata e quanto invece è  costruita nella e dalla società e perpetuata nella pratica quotidiana dagli individui e dalle istituzioni? Forse una riflessione la possiamo fare partendo da questa immagine:

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Expo Gate, che sempre più “divide et impera”

18 novembre 2014

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copertina

Largo Cairoli, anni 50

Il dibattito su Expo Gate è acceso, sempre di più. Ma purtroppo sembra che l’animata discussione stia prendendo la stessa piega di quella sulle scie chimiche, che vede da un lato i “complottisti ignoranti”e dall’altro quelli che la-sanno-lunga. O come quella sugli OGM, combattuta a colpi di ignoranza dagli “ostacolisti” ma spronati da quelli che sposano la causa del progresso.

Per Expo Gate si sta profilando in parte lo stesso schema: o ti piace e lo accetti – e dunque stai con “la Milano che cambia” -, oppure lo rigetti e quindi non sei in grado di dialogare con la cultura contemporanea. Un po’ come a dire che sei “out” e non capisci una mazza di architettura nè di accostamenti antico/moderno.

Ieri mattina, proprio all’interno di una delle due strutture in piazza Beltrami, ho potuto assistere ad un incontro-dibattito (anche se sarebbe meglio chiamarlo monologo) tra Matteo Gatto, direttore delle Aree Tematiche e Masterplan di Expo 2015, i ragazzi di Urban File e noi presenti, quattro (di numero) gatti presenti in sala.

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L’incontro verteva appunto sul destino dei padiglioni espositivi dopo la conclusione dell’ Expo.Quale migliore occasione per chiarirsi le idee? Matteo Gatto ha esordito citando un articolo da lui definito “molto bello”, uscito ieri mattina sulla nuova piattaforma social-informativa Gli Stati Generali. L’articolo, a firma di un tal Diego Terna, prendeva di mira la famosa petizione popolare promossa  dal circolo PD Città-Mondo, rivolta all’amministrazione Comunale, che ha lanciato una raccolta firme online per richiedere “che venga preso pubblicamente l’impegno, alla fine di EXPO, di spostare immediatamente le strutture a cuspide dalla zona di Piazza Castello, ripristinando la piazza come in origine e inglobandola nei progetti di sistemazione dell’area pedonale”.

Gatto, in linea col tenore dell’articolo, ha enfatizzato il grande bisogno che Milano avrebbe di interventi pubblici, “al di là che piaccia o no”, e quanto il caso Porta Nuova sia emblematico della fatica e difficoltà che hanno i milanesi ad accettare il nuovo, il diverso. Poi ha continuato, sulla scia dell’articolo di Diego Terna, citando l’esempio della Tour Eiffel, “che forse, in effetti, non è proprio paragonabile, ma ci sta”.

Il dibattito-monologo si è quindi soffermato sul destino dei padiglioni.  Che appare assai incerto, considerando che è ignoto quale sia il modello di business su cui queste strutture possano reggersi.  Gatto ha citato l’unico esempio di padiglione costruito per restare, il Padiglione Italia, e ha fatto riferimento anche a quelli di Coca-Cola, Ferrero e Slow Food, che hanno messo a budget il riciclo delle loro strutture (Coca Cola sarà smontato e donato per ricoprire campi di basket in città, Ferrero sarà trasportato in Africa e trasformato in scuole e ospedali e quelli di Slow Food trasformati in capanni per attrezzi di agricoltura in Africa e Italia).

Dopo un mesto “ci sono altre domande? io avrei finito?” ho chiesto che fine avrebbe fatto, allora, Expo Gate. Del quale non si era fino a quel punto minimamente parlato. Fatto quanto mai singolare, questo, visto che Expo Gate è da settimane nell’occhio del ciclone. La risposta di Gatti al mio quesito è stata vaga. A conferma del fatto che il futuro di quella struttura è incerto. L’unica informazione data ha riguardato la riciclabilità delle due piramidi, che è pari all’85%.

Al pari, credo, di tanti milanesi, anche io non vorrei essere classificata come “incapace di dialogare con la cultura contemporanea”, o poco incline ad accettare i cambiamenti e una supposta modernità intrinseca nell’Expo Gate. Allo stesso tempo non desidero essere ascritta alla schiera di chi prende per moderno il primo ammasso di ferro e vetro che mi mettono davanti agl’occhi.

È comprensibile che le opinioni divergenti possano dare fastidio. Ma il sale della dialettica prevede, appunto, che ognuno abbia il diritto di esprimere un’opinione. Arrivando, perché no, ad affermare che l’Expo Gate “fa schifo”, benché privo di una minima cultura di base in materia.  E senza con ciò, come suggerisce invece  Diego Terna nel suo post, dover tornare sui banchi di scuola, “ad alcuni fondamentali, come la scuola, dove l’insegnamento dell’arte e dell’architettura non può fermarsi, al massimo, all’Ottocento”.

Terna, nel suo post, ha citato inoltre il Centre Pompidou come esempio di “elemento strutturale modulare, insistito, ricorda i backstage dei palchi da concerto, strutture flessibili che possono accogliere molti allestimenti differenti, così che la città stessa sia platea e promotrice, contemporaneamente, di eventi […] nel quale l’esibizione della struttura e degli impianti è necessaria per evidenziare la neutralità di uno spazio interno che possa accettare diversissimi usi ed adattarsi alle modifiche nel tempo.” Va però detto che il Centre Pompidou, a differenza di Expo Gate, è nato con uno scopo ben preciso, come “istituzione culturale all’insegna della multidisciplinarità, interamente dedicata all’arte moderna”. E non già come struttura provvisoria del cui destino nulla si è dato sapere.

I cittadini non sono ignoranti. Sono, come talvolta accade, mal informati. Perché, se è vero che Expo Gate sarà rimosso, allora si pone un problema di riassetto definitivo della piazza. E su questo punto Gatto è stato evasivo. E’ dunque dentro un brodo fatto di vuoti comunicativi, mancanze progettuali, complessi di superiorità di alcune cricche di intellettualoidi, informazione deviante che per giunta la butta in politica, nell’inettitudine istituzionale che nascono e crescono dubbi, voci, petizioni “senza fondamento”, rigetti per partito preso.

Innovativo sarebbe stato poter scegliere all’interno di una rosa di proposte progettuali, attraverso una votazione popolare. Innovativo sarebbe stato evitare di rinchiudere la discussione dentro lo schema della scelta tra il passato e il futuro. Come ha fatto Gatto, chiedendosi retoricamente: “preferivate forse le tre file di taxi della piazza come era prima forse? O le panchine di ghisa, quelle che piacciono tanto alle borghesi del centro?” Perché tra quella inutile e poco ospitale piazza che era un tempo, piena di autobus e file di taxi e quello che c’è oggi, ci passano infiniti tomi e manuali di buona architettura.

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La Buona Scuola? La propone Daniele Novara a Matteo Renzi in una lettera aperta

13 novembre 2014

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Daniele Novara, pedagogista, consulente e formatore, dirige dal 1989 il Centro Psicopedagogico per la pace e la gestione dei conflitti (CPP) di Piacenza. Autore di numerosi libri e pubblicazioni, ha ideato diversi strumenti pedagogici interattivi e segue progetti anche a livello internazionale. Lavora presso alcuni sportelli di consulenza pedagogica dedicati ai genitori. Ecco la sua lettera aperta al Presidente del Consiglio per una buona scuola (mentre io vorrei Novara come Ministro dell’Istruzione).

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Caro Presidente Matteo Renzi,
aver messo in agenda, con il dovuto rilievo, la necessità di una buona scuola è un passo importante per invertire la tendenza governativa degli ultimi anni volta a mortificare la qualità del sistema scolastico italiano.
Le conseguenze di questi ultimi anni sono sotto gli occhi di tutti, bastano tre dati per rendersi conto della tragedia della scuola italiana:

l’abbandono scolastico non è mai arretrato stabilizzandosi su percentuali comunque elevatissime

ogni anno aumenta la diagnostica medico sanitaria degli alunni (le classi elementari con un bambino su tre diagnosticato sono ormai nella norma)

la drastica diminuzione dei numeri dei laureati italiani in assoluta controtendenza europea.

O la scuola è di qualità o è dannosa. Purtroppo non ci sono mezze misure. Senz’altro la buona scuola non la fanno le nuove tecnologie. La didattica digitale sembra più l’invenzione del marketing che una vera necessità scolastica. Specialmente i bambini, per tutta l’infanzia, hanno bisogno di esperienze concrete, sensoriali e anche motorie.
Per loro è meglio un gesso alla lavagna che un ennesimo video schermo in forma di LIM, meglio un quaderno dove passare il segno della biro piuttosto che una tastiera dove pigiare un unico dito, meglio un libro da sfogliare che un tablet su cui trascinare un pollice.
Le ricerche scientifiche hanno abbondantemente fatto piazza pulita di queste mitologie degli estremisti della new economy. Se vuole può leggersi il libro del neuro scienziato tedesco Manfred Spitzer Demenza digitale, ma non guasta ricordarle che lo stesso Steve Jobs aveva interdetto ai suoi bambini l’uso del computer in famiglia.

Non è certo nostalgia del passato ma la consapevolezza scientifica che ogni età ha le sue necessità evolutive e nell’infanzia si impara di più nell’esperienza concreta e tangibile piuttosto che davanti a uno schermo. Perlomeno mettiamoci misura e rispetto. La furia digitale non produrrà mai un vero miglioramento della scuola.
Insista viceversa sulla formazione pedagogica degli insegnanti che comprenda le metodologie didattiche, la relazione educativa, le conoscenze psicoevolutive degli alunni. Tutte le ricerche internazionali continuano a dimostrare che una buona scuola vuol dire buoni insegnanti preparati non solo nelle discipline ma specialmente nei metodi di apprendimento, nella capacità di sviluppare e liberare le risorse degli alunni piuttosto che imbrigliarle in sterili e precoci valutazioni.
 
Qualcosa si può fare subito e anche a costo zero:

togliere i voti numerici nella scuola dell’obbligo, ripristinati disgraziatamente 3 anni fa

rendere effettiva la co-titolarità dell’insegnante di sostegno sulla classe in modo da rafforzare il lavoro d’equipe e la condivisione dei processi educativi fra gli insegnanti

sospendere le prove Invalsi: non garantiscono in nessun modo una vera valutazione in quanto fotografano semplicemente l’alunno sulla base di una risposta esatta, uno dei metodi più arcaici e discutibili per verificare gli apprendimenti

tornare a considerare la scuola un’istituzione educativa che pertanto non può essere arbitrariamente sottoposta a norme sanitarie e di sicurezza che interferiscono sul normale funzionamento delle attività didattiche (disposizione dei banchi, allestimento delle pareti dell’aula, utilizzo degli spazi comuni per l’intervallo, ecc…)

Condivido con lei che un sistema formativo di qualità può essere il volano di una vera ripresa e comunque di un’Italia migliore.
Saper fare le mosse giuste e cogliere le priorità è compito della politica.
La buona scuola ha bisogno pertanto di una buona politica!
 
Daniele Novara, pedagogista
Direttore CPP (Centro Psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti)
[email protected]

 
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Accedere a Facebook dal Deep Web: tra pedofili, spacciatori e dissidenti

12 novembre 2014

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Facebook è come una malattia infettiva, dicono alcuni, tanto per fare un parallelismo calzante di questi tempi. E dunque, come tale, potrebbe anche sgonfiarsi nel giro di pochi anni. Uno scenario, questo, evocato anche di recente dai media. Causato dalla concorrenza spietata? O dalla perdita di appeal nei confronti dei più giovani, costretti a condividere la piazza virtuale con genitori e parenti che si fingono discreti ma in verità diventano dei “controllori”?

Baggianate frutto degli allarmisti e dei titolisti. Perché  i dati sono tutt’altro che negativi: Facebook ha registrato nel terzo trimestre 2014  un utile netto di 806 milioni di dollari (30 centesimi per azione), in crescita del 90% rispetto ai 425 milioni (17 centesimi per azione) di un anno fa. Inoltre gli utenti mensili attivi “sono cresciuti costantemente raggiungendo nell’ultimo trimestre quota 1,35 miliardi, contro 1,32 miliardi del secondo trimestre e 1,19 miliardi di un anno fa”. 

E questo grazie anche all’aumento dei ricavi pubblicitari da dispositivi mobili, che sono passati dal 62% del secondo trimestre (erano il 49% un anno fa) al 66%. Secondo eMarketer, infatti, entro la fine dell’anno, Facebook controllerà il 20%  del mercato della raccolta pubblicitaria via internet su dispositivi mobili. E a pagarne le conseguenze è Google, il maggior concorrente, che vede ridimensionata la sua quota di mercato, passata dal 50% di due anni fa al 45% attuale. Dunque la creatura di Zuckerberg cresce e gode di ottima salute.

E infatti  la mole di innovazioni che Mark Zuckerberg e il suo team stanno sviluppando cresce inesorabile. Suggellata dal passaggio, lo scorso giugno, del CEO di PayPal, David Marcus, alla corte di Zuckerberg. Basti pensare al fatto che Messenger è diventato di fatto obbligatorio da utilizzare se si vuole leggere un messaggio privato su Facebook. Scelta non casuale, considerate le voci secondo cui Messenger Facebook, tra non molto, potrebbe permettere di effettuare i pagamenti on line. Facendo così concorrenza spietata ad ApplePay. Altro esempio della “rivoluzione” in atto in casa Zuckerberg è il testing per l’inserimento del Buy Button direttamente dentro Facebook. La strategia, anche in questo caso, è chiara: potenziare il settore della comunicazione mobile, che è il motore attraverso il quale realizzare l’ambizioso progetto di Facebook di collegare tutto il mondo.

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E per collegare proprio tutti, anche quelli che subiscono la censura da parte di governi autoritari (vedi Cina, Iran, Corea del Nord, Vietnam e tutti quei paesi dotati di cyber-polizia che controllano le pagine e video, censurandone una parte) Facebook ha deciso di tuffarsi nel Deep Web. Si tratta di quella parte di internet inaccessibile ai comuni strumenti che usiamo per navigare e che non può essere indicizzata dai motori di ricerca come Google. Facebook apre così le porte alla rete dell’anonimato, diventando il primo sito legalmente riconosciuto a lanciare una URL ad hoc per il browser Tor.

Scaricare TOR  è una operazione estremamente facile. Io stessa ho impiegato pochissimi minuti a farla e in questo momento sto navigando in assoluto anonimato. Perché TOR, un acronimo di The Onion Router, è un sistema di anonimizzazione che permette di nascondere, gratuitamente, il proprio indirizzo IP e la propria identità in Rete. Questo è possibile grazie alle deviazioni  del traffico, che viene fatto rimbalzare da da vari computer sparsi nel mondo. Rendendo in tal modo la connessione molto più difficile da rintracciare e creando così le condizioni per aggirare la censura e la sorveglianza.

Questo giochetto ha permesso a siti come «Freedom Hosting» – chiuso a seguito di un “blitz” dell’FBI e considerato «il più grande distributore di pornografia infantile del pianeta» – di farsi bellamente i comodi propri.  Ed è dei giorni scorsi la notizia dell’arresto a San Francisco di Ross William Ulbricht, 26 anni, presunto amministratore di Silk road 2.0, la piattaforma del Deep Web che aveva sostituito Silk Road e che permetteva di comprare illegalmente armi e droga, per un giro d’affari da 8 milioni di dollari al mese e 150 mila utenti attivi.

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Al di là degli abusi, il tuffo di Zuckerberg nel Deep Web, oltre agli evidenti incrementi di utenti per Facebook, potrebbe permettere a milioni di persone sotto lo scacco della censura di denunciare ingiustizie e soprusi perpetrati dai rispettivi paesi.  Zuckerberg sostiene, infatti, che sono principalmente motivi di sicurezza e privacy che hanno portato ad aprire le porte alla rete dell’anonimato.

E chi si serve di falsi profili, invadendo la rete di porcherie varie come il phishing, le truffe, il furto di identità,  i vari spam, l’abuso di file-sharing, la diffusione di contenuti inappropriati e la pedofilia? Tranquilli, ora accedendo a Facebook tramite TOR (facebookcorewwwi.onion),  si sentirà  molto più al sicuro.

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