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Archive | febbraio, 2014

Il piccolo comune che conia una moneta e rilancia l’economia

28 febbraio 2014

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São João do Arraial è un comune di 7.022 abitanti nello Stato del Piauí, in Brasile. Per indicarlo sulla mappa serve la punta di uno spillo, tanto si vede piccolo. E’ lontano da tutto e da tutti, talmente isolato che addirittura non ha una banca. Per trovarne una o per fare, ad esempio, un semplice prelievo, bisogna raggiungere un’altra città, Esperantina, a 20 km di distanza. La popolazione, stufa di dover continuamente spostarsi e di vedere le attività commerciali frenate da questa situazione (infatti anche per trovare molti prodotti di prima necessità era necessario spostarsi in altre città) ha deciso di fare da sé. E si sa, chi fa da sé, fa per tre.

E così a São João do Arraial è nata nel 2007 una banca, il “Banco dos Cocais”. Partecipata dagli abitanti di São João, dalla 280px-Piaui_Municip_SaoJoaodoArraial.svgprefettura e da altri soggetti ed istituzioni locali (tra cui sindacati, assessori, Chiesa, Associazione delle donne impiegate nella lavorazione delle palme da cocco), il “Banco dos Cocais” ha coniato una moneta propria, il “Cocal”. Riconosciuto dal Banco Central do Brasil, il Cocal può circolare solamente all’interno della città di  São João do Arraial, ed ha pari valore del Real brasiliano.

Nei primi due anni di vita la nuova moneta è riuscita a dare un nuovo impulso all’economia della città, creando posti di lavoro, rafforzando le imprese artigiane e il commercio, facilitando soprattutto la vita agli abitanti, in tal modo non più costretti a spostarsi di molti chilometri anche solo per fare un bancomat. La banca dos Cocais, dalla sua nascita ad oggi, ha infatti registrato una movimentazione di circa R$ 3 milioni in Cocais, che rappresenta il 25% dei R$ 12 milioni movimentati in tutto il municipio. “Ad oggi sappiamo che circolano almeno 25 milioni di Cocais a São João do Arraial”, afferma Mauro Rodrigues, uno dei coordinatori della banca.

Gli amministratori comunali, inoltre, hanno approvato una legge che fissa a 25% la quota degli stipendi pubblici da erogare in Cocais. Questo per favorire la crescita dell’economia locale ed evitare che i soldi siano spesi fuori da São João. “La nostra banca è stata in grado di dare nuovo impulso all’economia anche perché la moneta ha valore solo all’interno del municipio di São João”, ha dichiarato recentemente il prefetto Adriano Ramos; “inoltre, con l’utilizzo del Cocal e l’istituzione bancaria, la prefettura può usufruire di un microcredito che va a beneficio delle imprese e dei nuovi negozi”.  Inizialmente scettici, oggi i cittadini e commercianti di São João preferiscono ricevere i pagamenti in Cocais. Molti ritengono, infatti, che sia più sicuro utilizzare questa moneta, che non ha valore al di fuori della città. Infatti, da quando è stata immessa nel mercato, sono calate le rapine.

img_5019L’unico neo è rappresentato  dal costo per ogni Cocal emesso, pari a R$ 0,15.  “Per emettere dieci mila banconote in Cocais, il costo sale a 15 mila Reais. Un esborso ancora troppo elevato, su cui pesa anche per il fatto di dover stampare moneta a Fortaleza, presso l’Istituto Palmas, che è il gestore e certificatore delle banche comunitarie del Brasile. “Inoltre sono da coprire anche i costi del trasporto. Se la moneta fosse invece stampata dalla “Casa da Moeda” avremmo una riduzione dei costi. L’avanzo in questo caso sarebbe enorme, sia da un punto di vista istituzionale che finanziario”, afferma Mauro Rodrigues.

Secondo i dati della Banca Centrale del Brasile, dei 5,6 mila municipi di tutto il paese, sono 233 (di cui 68 solo nello stato del Piauí) quelli ancora sprovvisti di agenzie bancarie, nonché di sportelli elettronici. Tuttavia dei municipi dotati di agenzie , 1900 non offrono un servizio al pubblico.

E il resto della popolazione del Brasile come vede l’iniziativa? A detta di molti brasiliani, che nutrono da sempre un certosentimento di razzismo nei confronti degli abitanti dello stato del Piauí, la moneta è frutto di una volontà separatista. Altri la ritengono una iniziativa incostituzionale. Chissà, forse l’idea di coniare una propria moneta è nata come reazione alla tanto nota quanto indelicata affermazione del presidente della Philips America Latina, Paulo Zottolo, che nel 2007 disse “Se il Piauí non dovesse esistere più, nessuno se la prenderebbe”.

Certo è che il Piauí, assieme ad altri stati,   è di fatto dimenticato dal Governo Federale. In quella regione del Brasile, molti municipi devono fare i conti con gravi carenze, dalle infrastrutture ai servizi di base per i cittadini. E i “piauiensi”, definiti “svogliati discendenti degli indios “, hanno invece dimostrato, coniando il Cocal,  oltre che intraprendenza, che è possibile rimettere in moto un’economia locale data per morta in partenza.

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IDEE GENIALI (USA): Kenguru, veicolo per disabili

24 febbraio 2014

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Kenguru è un veicolo elettrico studiato apposta per chi è costretto in sedia a rotelle. La genialità sta nel fatto che il veicolo evita alle persone disabili di doversi spostare dalla sedia a rotelle ogni volta che devono entrare in macchina. Questo significa meno fatica e meno tempo perso.  La Kenguru è realizzata in fibra di vetro ed è lunga poco più di 2 metri e alta 1,5. E’ dotata di due batterie elettriche che le permettono di raggiungere una velocità massima di 45 chilometri orari con un’autonomia tra i 70 e i 110 km. Attualmente Kenguru è in vendita solo negli Stati Uniti al costo di $25,000. Una idea da prendere al volo…

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La grande vera bellezza

20 febbraio 2014

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La donna nella fotografia si chiama Jacky O’Shaughnessy, ha 62 anni e non si è mai sottoposta ad alcun intervento di chirurgia plastica. Jacky ha posato come modella – sì, modella – per il catalogo di lingerie di American Apparel, un marchio noto per le sue campagne pubblicitarie fuori dagli schemi. Guardate attentamente la foto e vi sarà chiaro che l’immagine non è stata nemmeno photoshoppata. Questo significa che, oltre quel pò di trucco che c’è ma non inganna, l’effetto è assolutamente naturale.

L’immagine è  in forte contrapposizione con i messaggi che le campagne pubblicitarie normalmente veicolano attraverso i prodotti destinati al pubblico femminile. Anche per questo, e non solo per l’età della donna immortalata, questa fotografia ha in sé una forte carica di audacia.

american_apparel_jackyParlo di audacia perché questa immagine è come uno schiaffo in faccia a una società dominata da canoni di bellezza stereotipati, nei quali chirurgia e ritocchi sono ingredienti ormai normali. La bellezza è infatti imprigionata dentro l’idea di pelli lisce e finte perfezioni ottenute dall’abuso di photoshop. Artifici che diventano con il tempo trappole per le insicurezze delle donne. E che non fanno altro che alimentare un senso forte di inadeguatezza per il fatto di non sentirsi mai completamente all’altezza di un giudizio collettivo fondato su quanto giovani e belli riusciamo ad apparire.

Parlo di audacia anche perché quella fotografia è decisamente più efficace dei vacui richiami della politica, anche di quelli recenti del presidente della Camera, contro una dilagante omologazione estetica.

Datemi allora campagne pubblicitarie come quella di American Apparel. Regalate a mia figlia l’idea che la sua mamma, la sua nonna, e tutte le donne che hanno il viso segnato e i capelli bianchi hanno la stessa forza comunicativa e portatrice di armonia e bellezza.

Quante volte ho sentito la frase: “Caspita li porti bene i tuoi anni. Sembri molto più giovane !”. Uffff, sospiro. Quanti equivoci contiene una frase del genere! Si dà per scontato che l’avvicinamento ai quaranta, cinquanta, sessanta e il loro superamento tolga qualcosa alla bellezza, ne rappresenti l’inesorabile declino. Non ci servono rassicurazioni circa la resistenza al tempo di “quella” bellezza. E purtroppo l’idea  è ancora quella che la donna, passata una “data di scadenza”,  automaticamente si dimentichi del sesso, del piacere, della voglia di vivere e stupire. E che questa voglia, come per una sorta di transfert malriuscito, passi all’uomo in maniera del tutto deviata, rafforzando peraltro l’errata idea che sia la carenza di ormoni a spegnere i desideri. In ciò alimentando il solco tra due mondi sempre più lontani.

L’età non porta via la bellezza. La dovrebbe, invece, liberare dai clichè e dagli schemi ingessati. Per non farci sentire più  condizionate da immagini che in fondo non ci appartengono e che ci allontanano dalla profonda ricerca di noi stesse. La vera bellezza, invece, ci spinge a  volere di più, a cercare il piacere nella vita, a coltivare le passioni autentiche. Come ridere, mangiare e bere. O stare in silenzio ore ed ore senza paura. Ballare nude per casa. Mandare a quel paese chi se lo merita, più volte. Usare lingerie rosa e fucsia, anche a settant’anni. Regalare tutte le tonalità del rosso alle labbra. Osare. E fare tutto questo ed altro con un corpo che vive e un viso segnato da rughe, come è il cielo costellato di stelle che non temono il tempo.

Un volta le donne così venivano bruciate al rogo. Oggi il rogo non esiste più. Al suo posto c’è un braciere che ci consuma lentamente, spegnendo la magia del nostro animo. C’è lo sguardo implacabile di una società guidata per lo più da uomini ciechi. Che non vedono più la vera bellezza.

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IDEE GENIALI – La candela autorigenerante

19 febbraio 2014

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Ideata da Benjamin Shine (e che dire, con un nome così…), questa candela autorigenerante richiede solo l’inserimento di uno stoppino nuovo ogni volta che “rinasce”. Non durerà all’infinito dato che ogni volta si perde un pò di cera. Certo è che se la userete per un incontro romantico l’effetto lume di candela è garantito per tutta la durata della cena e del dopocena. E per mesi a venire.

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Levitazione acustica: un’antica “tecnologia” ritrovata?

17 febbraio 2014

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Nel mare d’informazioni in cui ci troviamo immersi e nel quale spesso annaspiamo, ci sono notizie straordinarie che passano in secondo piano con una facilità estrema. Come è successo, ad esempio, con la scoperta di un nuovo metodo di levitazione acustica “in movimento”. L’esperimento, descritto sulla rivista dell’Accademia delle Scienze degli Stati Uniti, Pnas, è stato sviluppato dal gruppo di ricerca del Politecnico di Zurigo, guidato dall’italiano ventinovenne Daniele Foresti.

Le proprietà del suono, come la pressione esercitata dalle onde acustiche, erano già state sfruttate per mantenere in aria piccoli oggetti , ma si è sempre trattato di levitazione statica. Daniele Foresti, invece, è riuscito a manipolare e muovere piccole quantità di oggetti solidi e  liquidi, senza alcun tipo di contatto con altri strumenti. Evitando così interazioni o contaminazioni come quelle che avvengono in chimica e nella produzione di farmaci. Per “muovere” gli oggetti sospesi il ricercatore italiano ha utilizzato “tanti levitatori, l’uno vicino all’altro,  come per far passare la palla da uno all’altro, guidando in questo modo il movimento di un oggetto”.

Sfruttando le vibrazioni del suono è dunque possibile levitare, trasportare in aria e ruotare oggetti di qualsiasi materiale con una sezione fino a 7 millimetri, senza limiti di lunghezza. Il levitatore può muovere gocce di leghe metalliche fuse, che possono essere mescolate insieme per formare nuovi materiali oppure per l’incapsulamento del solido-liquido. Oppure si può eseguire la trasfezione del DNA  (inserimento di materiale genetico nelle cellule) evitando in questo modo  problematiche che insorgono con le tecniche tradizionali.

“La levitazione acustica non l’abbiamo di certo inventata noi, – afferma Daniele Foresti– strumenti per la levitazione acustica, ossia l’utilizzo di onde sonore per mantenere in aria piccoli oggetti, esistevano da decenni”. E’ possible allora che fin dai tempi più remoti la levitazione acustica fosse conosciuta e sperimentata?

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I monaci tibetani e il progetto di costruzione delle mura attraverso la scelta degli strumenti, le specifiche distanze e gli angoli, il posizionamento dei blocchi di pietra

Già nella Bibbia in effetti si narra che gli ebrei, dopo aver girato per una settimana intera attorno alle mura della città di Gerico, suonando le loro trombe, fecero crollare le ciclopiche mura della città. Anche uno dei complessi di templi Maya più misteriosi, quello di Uxmal,  sarebbe stato realizzato sfruttando le levitazione acustica. Una leggenda maya narra che “il lavoro di costruzione era facile, non dovevano far altro che un fischio e le pesanti pietre andavano al loro posto”. Anche i mistero che circonda gli antichi Egizi e la costruzione delle piramidi, considerate dei giganteschi diapason, rimanda al concetto di levitazione sonora. I sacerdoti egizi erano depositari delle “Parole del Potere” che, se pronunciate correttamente, producevano un modello tridimensionale in risonanza con l’Etere, generando l’effetto desiderato o un’ energia in grado di spostare gli oggetti.

Anche in India e Tibet la levitazione è ancora oggi praticata dagli yogi e dai monaci buddisti . Si narra che nel 527 A.D., il fondatore Hindu del Buddhismo Zen, Bodhidharma, visitò il Monastero Tibetano Shaolin e insegnò ai monaci a controllare l’energia del corpo allo scopo di praticare la levitazione. Anche Santa Teresa D’Avila fu soggetta a fenomeni di levitazione, alcuni di essi documentati ( duecentotrenta sacerdoti cattolici l’hanno vista volare) e descritti nel volume “Libro de Su Vida”. La santa ha descritto così il fenomeno: “la levitazione arriva come un colpo, improvvisamente e chiaramente, prima di raccogliere i pensieri e prenderne coscienza, ti senti portare via da una nuvola e una grande aquila…sapevo di essere in aria…devo dire che quando finiva la levitazione, mi sentivo stranamente leggera nel corpo come se non avessi peso.”

Fino ad oggi la scienza moderna ha ottenuto la levitazione attraverso diversi principi fisici, soprattutto magnetici, elettrostatici e ottici, in grado di contrastare la forza di gravità. Tuttavia l’aspetto affascinate di questo nuovo esperimento di levitazione acustica è che la manipolazione non dipende dal materiale con cui sono costituiti gli oggetti. E questo può aprire la strada a varie applicazioni nel campo della gestione di materiali tossici, pericolosi o radioattivi. Ma esperimenti come questo ci ricordano anche che le leggende del passato sono meno misteriose di quanto immaginavamo. E che la scienza, spiegando e dimostrando quei fenomeni cosiddetti “inspiegabili”, può divenire uno strumento in grado di collegarci con la parte più divina che è in noi.

 

 

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#sfigatochisinasconde

12 febbraio 2014

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Quanti di noi si ricordano il nome dell’ultimo adolescente morto suicida? E quanti giorni credete che durerà l’indignazione per il suicidio della ragazza quattordicenne di Padova? Sì, quella che si è buttata da un palazzo abbandonato Domenica scorsa. Quella che andava male a scuola. Quella che era stata mollata dal fidanzato. Proprio quella, malinconica ragazza amante dei libri. Quella come tante altre. Quella, che come altri 60 milioni di utenti, era iscritta al sito Ask.fm.

Forse per i media la “questione” è già chiusa dato che la Procura di Padova ha deciso di non aprire un fascicolo d’inchiesta sulla vicenda. Secondo il magistrato di turno “non vi sarebbero nemmeno gli estremi per procedere sull’ipotesi di «istigazione al suicidio», dopo che sui social network frequentati dall’adolescente, in particolare «Ask.fm», sono state scoperte frasi in cui la teenager veniva offesa pesantemente da coetanei, alcuni dei quali, leggendo dei suoi impulsi autolesionistici, le auguravano la morte”. Fatto sta che non si può restare fermi con le mani in mano ad aspettare che altri ragazzi finiscano nella rete in quel modo. Ogni genitore la sente quella morsa allo stomaco a immaginare il proprio figlio volare giù da un tetto perché “perseguitato anonimamente dai cyberbulli”.

Il fatto è che nel sito Ask.fm,  frequentato da ragazzi tra i dodici e i diciotto anni, la libertà è un concetto assolutamente distorto. Si è liberi di offendere, di insultare e minacciare, così come di mantenere l’anonimato. La stupidità è come un fungo infestante, e siti inutili come questo non possono essere chiusi per il semplice fatto che ne spunterebbero altri. Serve piuttosto armare i bambini fin da subito. Perché dicano no,  pensino con la propria testa e riescano a riconoscere ciò che è bene, ciò che è utile. Semplicemente a conoscere i mezzi che utilizzano. E a difendersi da essi.

La libertà di espressione è talmente preziosa che andrebbe trattata con grande cura, insegnata, perché le parole sono armi potenti che in mano ad adolescenti fragili diventano letali. Tocca a noi, genitori, educatori e adulti prendere per mano i ragazzi e accompagnarli nelle terre, seppur virtuali, dove regna quel genere “libertà”. Se è vero che la conoscenza rende un uomo libero, cosa aspettiamo ad organizzare una sorta di task force tra scuola e famiglie in grado di attrezzare meglio i nostri figli? Per ribaltare l’immagine di questi social network inutili, mettendo all’angolo chi li usa in modo inadeguato. Insegnando prima di tutto loro a metterci la faccia. Senza l’oppio dell’anonimato. Rendendo sfigato che si nasconde. Perché è più efficace l’azione che una censura inutile:

#sfigatochisinasconde

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Le scimmie di Giacarta

12 febbraio 2014

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Settecento dollari al mese. Questa è la cifra che i mendicanti di Giacarta riuscivano a raccogliere sfruttando le scimmie ammaestrate ai fini dell’accattonaggio. Gli animali, imprigionati e obbligati ad esibirsi per le strade con le catene al collo  travestiti da bambini, erano anche costretti ad indossare teste di bambole, che rendevano ancora più macabra questa pratica, conosciuta come “topeng monyet“. Queste scimmie, inoltre, subivano maltrattamenti e sevizie inimmaginabili.  Le venivano infatti strappati i denti per evitare che mordessero i padroni,  appese a testa in giù e tenute a digiuno per lunghi periodi al fine di piegare la loro volontà. Molte  morivano durante questo atroce addestramento.

Del tema ne parlo al passato perché,  grazie all’intervento del governatore di Giacarta, Joko Widodo, da quest’anno è stato sancito il divieto di esibizione per le scimmie nelle strade della città. Il Comune comprerà tutti i macachi usati dai musicisti di strada per circa 90 dollari ciascuno e li ospiterà in una riserva di circa un ettaro all’interno dello zoo Ragunan di Giacarta. Gli animalisti di tutto il mondo avevano da tempo denunciato il maltrattamento delle scimmie, ed ora tirano un gran sospiro di sollievo. Ora tocca agli altri paesi, dove la pratica è ancora consentita,  vietare una tale atrocità.

 

foto copertina: Perttu Saska “A Kind of You” 2013

 

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Grand Hotel favela: il Brasile si prepara ai mondiali di calcio facendo pulizia. E nascondendo la sporcizia sotto il tappeto

7 febbraio 2014

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Mancano ormai pochi mesi all’inizio dei Mondiali di Calcio 2014 e il Brasile si prepara ad una sfida che va ben oltre quella calcistica. Il gigante dei Brics, infatti, non dovrà solo offrire condizioni strutturali adatte ad ospitare un evento sportivo di portata mondiale, che contemplino il rifacimento degli stadi di calcio, tirati a lucido sulla pelle di molti operai morti durante i lavori, o la evoluzione del sistema di collegamento con gli stadi. Il Brasile dovrà dimostrare al mondo di essere davvero il paese che viene descritto sui media esteri, ossia nel pieno di un processo di modernizzazione rivoluzionario.

I problemi non mancano e lo sanno bene i brasiliani, che hanno portato nelle piazze la rabbia per le gravi carenze di strutture e servizi pubblici adeguati per i cittadini, il malcontento per i costi esorbitanti dei lavori e per la dilagante corruzione che orbita attorno al mega evento. A questi cittadini, poi, poco importa delle linee di collegamento tra le città e gli stadi calcistici quando i trasporti pubblici per raggiungere ogni giorno i posti di lavoro e scuole vanno sovente in tilt.

Ci sono tuttavia altri fattori che potrebbero innescare polemiche e malcontenti. Il Governo dello Stato di Rio de Concorso-TropadeeliteJaneiro ha infatti investito oltre 200 milioni di euro nella pacificazione delle favelas”, una politica di rinnovamento della città, che sta generando forti e aspre discussioni. Si tratta di una sorta di “pulizia” delle favelas dai narcotrafficanti e di liberazione di esse dalla morsa della violenza imposta dai trafficanti di droga.

Create nel 2008, le UPP, Unità di Polizia Pacificatrice, hanno lo scopo di “vegliare giorno e notte per assicurare ordine e pace, affinché per le strade non si vedano più né armi né trafficanti di droga”.  In sostanza gruppi scelti dei corpi militari presiedono in modo permanente la zona, creando le condizioni perché nelle favelas possano essere realizzati  progetti sociali in ambito educativo e legati alla salute pubblica. In alcuni casi le relative ricadute sono state positive anche se la popolazione nutre ancora forti dubbi sulla efficacia delle politiche di “pacificazione”, visto l’atteggiamento violento e corrotto della polizia.

Ma un ulteriore elemento critico è rappresentato dall’ampiezza delle aree su cui le UPP dovrebbero operare. Si pensi che nella sola Rio de Janeiro sono presenti più di mille favelas, e secondo l’ex capo della Polizia di Rio, Manoel Vidal, il progetto delle UPP non sarà in grado di bonificare un numero così elevato di quartieri. Viene allora da chiedersi quanto potrebbe durare il processo di pacificazione delle favelas e quanto verrebbe a costare una tale operazione prolungata nel tempo. E se possa essere davvero uno strumento per sconfiggere i cartelli della droga o sia invece solo una soluzione tampone.

22favela-slide-N1IH-articleLargeLa realtà, dunque, è ben diversa dal quadro che i media esteri raffigurano. Viene da sorridere a vedere addirittura  il New York Times pubblicare un lungo articolo nel quale, in maniera del tutto superficiale, è indicata la via economica e radical chic per soggiornare in Brasile durante i mondiali di calcio: gli hotel e i bed and breakfast che stanno sorgendo all’interno delle favelas, dato che gli alberghi nelle città brasiliane che ospiteranno le partite hanno aumentato sensibilmente i prezzi in vista dei mondiali. E registrano il tutto esaurito. Le stime parlano di 300 mila turisti e oltre in arrivo nella sola città di Rio a fronte di una capacità ricettiva di 55 mila posti letto.

Allora l’ingegno carioca si è messo in moto e sono cominciate a spuntare in ogni angolo di città stanze e posti letto. Anche, appunto, all’interno delle stesse favelas che il NYT descrive come “luoghi tranquilli e sicuri, dove si possono trovare ostelli, b&b e ristoranti.” In ciò fornendo un quadro accattivante e al contempo rassicurante.

Nel web peraltro pullulano da tempo siti turistici che offrono pacchetti con tanto di tour all’interno delle favelas. Tra tutti spicca il sito Favelaexperience, che offre in chiave molto glamour ospitalità a prezzi accessibili durante i mondiali di calcio. Le tariffe competitive vengono giustificate, nell’articolo del NYT,  con il rischio di beccarsi una pallottola vagante, o con la possibilità di ritrovarsi faccia a faccia con una banda di criminali minorenni armati fino ai denti. Ma tutto, come si sa, ha un prezzo.

Quello che il New York Times avrebbe potuto aggiungere è che si è di fronte ad una colossale operazione di 13186774facciata. E che esiste anche un accordo tra le parti: le UPP “invadono” le favelas, senza però sradicare come dovrebbero il traffico di droghe. Caso strano, nessun boss è mai stato catturato da queste unità speciali. Cosicché il traffico continua indisturbato a prosperare, per giunta con l’appoggio di poliziotti corrotti. In tal senso è emblematico  il caso di un poliziotto sorpreso nella favela di Santa Teresa, qualche mese dopo l’istituzione delle UPP, con 5 mila euro in tasca, ricevuti da una banda locale.

La realtà è che la polizia ha occupato solamente alcune di queste favelas, forse quelle con la vista panoramica migliore, catturando e uccidendo talvolta anche innocenti. Evocando e dando così in pasto ai media scenari tipici di set cinematografici, capaci di offrire un quadro edulcorato delle condizioni di vita reale e dei problemi del Brasile. Come quello del diritto alla casa, più che mai sotto i riflettori, con un  mercato immobiliare che addirittura potrebbe subire una impennata  di prezzi a causa di speculazioni incontrollate, anche in zone poverissime come quelle delle favelas.

246463_240996889339574_1896463369_nCon il rischio che si ripeta ciò che è accaduto in occasione di altri grandi eventi. D’altra parte lo stesso inviato speciale delle Nazioni Unite per il diritto alla casa, l’urbanista brasiliana Raquel Rolnik, ha affermato recentemente che “i grandi appuntamenti sportivi possono essere un’opportunità per migliorare le condizioni abitative della popolazione, ad esempio con l’ammodernamento dei sistemi di trasporto o con l’introduzione di soluzioni più avanzate sul fronte ambientale. Tuttavia, le esperienze del passato ci hanno dimostrato che i lavori per questi eventi spesso portano a sfratti forzosi, trasferimenti di massa, operazioni contro i senzatetto e a un generale aumento dei costi per alloggi adeguati”.

Hanno ripulito le favelas che confinano con le zone lussuose per regalare a questi turisti in cerca di “calore umano e autenticità” una vista mozzafiato sulla baia più bella del mondo a 50 dollari a notte, nascondendo temporaneamente armi e trafficanti dietro all’angolo. Ma una volta spenti i riflettori e calato il sipario?

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