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Archive | aprile, 2014

Se lo Yoga arrivasse (finalmente) nelle scuole

29 aprile 2014

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“Ma come fanno i tuoi figli a fare Yoga? Cioè, voglio dire, come fanno a stare fermi? Figurati, il mio non riuscirebbe nemmeno a sedersi a gambe incrociate per qualche secondo!”.

“Ma no, guarda, in fondo è solo una questione di ascolto…”

“Ascolto? Appunto, lui non ascolta me, figurati una maestra di Yoga che gli chiede di stare fermo!”

Noi adulti  difficilmente confidiamo nelle potenzialità dei bambini, soprattutto quando si tratta di praticare il silenzio e l’ascolto. Forse perché nemmeno noi sappiamo ascoltarci o ascoltare quello che dicono gli altri. Ragionando sul presupposto di avere già le nostre risposte, figlie di convinzioni radicate.  E facciamo di tutto per colmare i vuoti, gli spazi e i silenzi, spesso scomodi. Nel caso dei bambini, lo facciamo anche riempiendo le loro giornate di corsi, amichetti, impegni e attività di ogni genere. Credendo così di soddisfare i loro e i nostri bisogni, e vivendo in una costante accelerazione che travolge noi e loro come un vero rullo compressore.

yoga-bambiniL’epilogo normale di un percorso di questo tipo è che i bambini, una volta diventati adolescenti, si scoprono incapaci di riconoscere le proprie emozioni. E così ci ritroviamo tutti, adulti compresi, in balia dei turbamenti che la pubertà porta con sé senza avere gli strumenti per comprendere e governare al meglio un passaggio cruciale nella maturazione dei nostri figli. Ma c’è un aspetto che noi genitori, al pari di educatori e di tutti coloro i quali  hanno a che fare con lo sviluppo della persona, dimentichiamo: la dimensione del corpo. Perché tutto ciò che riguarda la sfera emotiva passa inevitabilmente attraverso di esso.

Nella  cultura dominante si tende ad associare la padronanza di sé con la perfetta forma fisica. E a differenza di quanto avviene nella cultura orientale, nella nostra società il nostro è considerato un corpo macchina. Allenato esclusivamente al raggiungimento di una vittoria, di un significato o riconoscimento fuori dal prorio Io . Ecco perché tendiamo a far praticare attività fisica ai bambini, nella convinzione che crescano più sani e più forti e che lo sport possa disciplinare la loro mente. Questo aspetto è in totale contrapposizione con la cultura orientale, che vede nell’esercizio fisico anche un mezzo per arrivare all’essenza del proprio essere.

Il senso della pratica dello Yoga nelle scuole è allora quello di  avvicinare i bambini, fin da piccoli, al silenzio e all’ascolto. Favorendo il ricongiungimento tra corpo, mente e cuore. I bambini sono perfettamente in grado di praticare Yoga quando è calibrato e adattato al loro mondo. La pratica può aiutarli a prendere coscienza della relazione con sé stessi e con gli altri, lavora sul corpo sciogliendo le tensioni , li porta gradualmente a percepire il respiro e la sua relazione con le emozioni. Il respiro è un veicolo straordinario, soprattutto nei momenti di rilassamento e di concentrazione, di cui  i bambini oggi, tempestati come sono di sollecitazioni di ogni tipo, avrebbero un gran bisogno. Anche perché crescono plasmati da una cultura dell’immagine, che contempla il corpo su un piano prevalentemente estetico, separandolo dalla sfera spirituale. E per questo associano, erroneamente, la padronanza del Sé con la perfetta forma fisica.

L’insegnamento della pratica dello Yoga nelle scuole, fin dalla materna, potrebbe infondere nei ragazzi l’idea di un unico corpo, costituito da mente, spirito e materia, aiutandoli peraltro a recuperare quella lentezza di cui ormai non sono più capaci. Perché la pratica costante è un cammino di crescita interiore, che arricchisce e permette di adattarsi al meglio alle situazioni, per accettare se stessi e gli altri. Così come sono.

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Idee geniali: Wello, quando l’acqua non pesa

27 aprile 2014

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Quando ero bambina e vivevo ancora in Brasile, canticchiavo spesso un vecchio samba di carnevale. Il suo ritornello, tradotto letteralmente, fa così: “Con la tanica sulla testa…se ne va Maria, se ne va Maria…Sale il pendio e non si stanca, se ne va Maria…”. Ovviamente Maria vive in una favela costruita sulle colline attorno alla città di Rio. Lì le stradine si aggrappano ai pendii con unghie e denti, e tante donne come Maria, più volte al giorno, quelle stradine le percorrono con le taniche d’acqua in testa. Ma quella Maria del ritornello credo sia l’unica a non stancarsi.
 
Nel mondo una persona su sei deve fare ore di cammino per l’approvvigionamento dell’acqua. Ma non solo, deve anche passare ore in fila, spesso sotto un sole cocente, e farsi il ritorno con litri e litri d’acqua in testa. A volte idee semplicissime sono in grado di cambiare anche di molto la vita di persone come queste. Infatti Wello, una società americana, ne ha avuta una geniale per la sua semplicità ed efficacia: si tratta di  WaterWheel, un recipiente da 50 litri che si trasporta senza fatica e permette di raccogliere molta più acqua, risparmiando così i viaggi.
 
Cynthia Koenig, fondatrice di Wello, sostiene che in questo modo le donne possano utilizzare meglio il loro tempo. Magari dedicandolo ai figli o ad altre attività remunerative. In effetti il tempo utilizzato per il trasporto delle taniche di acqua  è enorme. E la fatica altrettanta. Piccole cose che possono aiutare a cambiare il mondo, perché no?
 
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Brasile, Mondiali 2014: il “reporter” danese che abbandona il campo

17 aprile 2014

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Nei media brasiliani gira da qualche giorno la notizia che “Mikkel Jensen, un reporter danese inviato in Brasile aseguire i preparativi per i Mondiali di Calcio , abbia battuto indignato in ritirata”. Non è specificato per quale testata facesse l’inviato. Pare che Jensen, trasferitosi lì circa sei mesi fa, intendesse scavare dietro le quinte dei lavori in corso e renderne pubblici i problemi: ritardi nella consegna degli impianti, morti nei cantieri degli stadi, costi spropositati.

L’indignazione del danese sarebbe però stata causata non già dalle scoperte legate ai lavori preparatori dei mondiali di calcio, bensì dai gravi problemi sociali nei quali si sarebbe imbattuto.

Mikkel arriva a Fortaleza all’inizio del 2014, considerata dall’ONU la città più violenta tra quelle che ospiteranno le partite. E lì giunge alla conclusione, come lui stesso ha scritto, che la Coppa è “una grande illusione preparata apposta per gli stranieri. Tutti i progetti e i cambiamenti sono fatti per quelli come me e per la stampa internazionale”. 

La notizia ha fatto un certo scalpore ed è diventata subito virale. Al punto che pure in Europa comincia a circolare in queste ore. E sicuramente un titolo simile a questo – “Mondiale nasconde violenze: reporter lascia il Brasile”– invaderà anche il nostro spazio etereo.

Le cose, in realtà, non stanno proprio così. E’ bastato compiere qualche verifica per arrivare a ricostruire con maggiore precisione la notizia. Ma si sa, purtroppo nella corsa emulativa dei media che ha come fine ultimo quello di fare più Like possibili, le notizie vere  si perdono per strada.

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Cominciamo allora col dire che la carriera da giornalista di Mikkel Jensen consiste solamente in una collaborazione con il Pladepressen. Il Pladepressen altro non è che  un piccolo sito dedicato alla musica danese, probabilmente fondato da Keldorf stesso, visto che ha chiuso i battenti poco prima della partenza per il Brasile. Dal 2012 Mikkel pubblica alcuni pezzi qua e  (ossia, due) prima di lanciarsi nell’avventura di lavorare come reporter indipendente dei Mondiali. Tuttavia ciò non significa che lui non possa realizzare un buon reportage.

Da ciò che circola in rete, si evince che Mikkel avrebbe compiuto un’operazione di vero e proprio giornalismo d’inchiesta: “ha scoperto, indagando a fondo, la corruzione dilagante, la disumanità degli sfratti e la fine di tanti progetti sociali all’interno delle comunità. E così ha cercato di dare voce alle ingiustizie provando a intervistare le persone per le strade, soprattutto bambini.” E nel suo “reportage” di pochi paragrafi scrive:

A Fortaleza ho incontrato Allison, 13 anni, che vive per le strade della città. Un ragazzino con una vita molto dura. Lui non possedeva nulla – solo un pacchetto di noccioline. Quando ci siamo incontrati mi ha offerto tutto ciò che aveva, ossia, le noccioline. Quel tizio nulla tenente ha dato l’unica cosa di valore che possedeva a uno straniero, il quale portava con sé una apparecchiatura costosissima e una Mastercard in tasca. Incredibile. Ma la vita di quel ragazzino è in pericolo a causa di quelli come me. Lui sta correndo il rischio di trasformarsi nella prossima vittima della pulizia che stanno attuando a Fortaleza.”

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Il reporter danese fa riferimento a una vera repressione, attuata con violenza soprattutto nei confronti dei bambini di strada: ”Alcuni spariscono, altri sono uccisi quando dormono di notte in aree con alta concentrazione di turisti”, ha affermato. Per questo la decisione: ”Per non contribuire a questo show disgustoso, torno in Danimarca oggi stesso e dico addio al Brasile”.

Nessuno vuole discutere sulla veridicità del quadro raccontato da Mikkel. Che lui lo abbia toccato con mano o no, è noto che, non solo nella regione di Fortaleza, la disumanità con cui vengono condotte le operazioni di “pulizia” è all’ordine del giorno. Ma il punto vero è un altro. Mikkel, volendo fare notizia, si è scordato della sostanza. Ed ha perso  una occasione per raccontare, anche con immagini, la violenza con cui vengono attuati gli sfratti.

Perché in vista dei Mondiali sono state rimosse intere comunità: si stima che ad oggi siano circa 170 mila le persone sfrattate a causa dei lavori collegati ai Mondiali e ai giochi Olimpici 2016. Nel dossier “Megaeventos e Violações de Direitos Humanos no Brasil” sono pubblicati i dati e le informazioni sull’impatto che avranno lavori e le trasformazioni urbanistiche realizzati per i due megaeventi.

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I bambini della comunità di Servluz, Fortaleza

Infine Mikkel avrebbe potuto dare voce al caso delle famiglie, circa duemila, che abitavano nelle vicinanze del Porto di Mucuripe, nello stato del Cearà. Le case attorno al porto, in parte costruite abusivamente, costituivano, per il Governo, un impedimento ai lavori di ristrutturazione e sviluppo di tutta la zona costati 65 milioni di euro.

Cosicché una mattina, senza preavviso, sono arrivate le ruspe, che hanno raso al suolo tutte le abitazioni. Quella mattina è ricordata dai brasiliani privati così barbaramente della propria dimora come il “giorno della disperazione”. Una disperazione fatta anche di paura per i gravi rischi sociali a cui saranno esposti bambini ed adolescenti.

Narrare vicende come queste avrebbe avuto un senso. Invece Mikkel ha preferito ricercare in modo rapido e goffo la notorietà mondiale, usando come notizia la sua fuga indignata e le noccioline del bambino Allison.

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Paper e il futuro della (dis)informazione

11 aprile 2014

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“Facebook non è più un social network, è un distributore di notizie che ti interessano o di cui comunque la gente parla.” Una frase pescata a caso dal web, emblematica di come oggi si guarda all’informazione. La frase si riferisce infatti alle caratteristiche e potenzialità di Paper, la nuova applicazione di Facebook per iPhone, lanciata il 3 febbraio scorso negli USA: una App che dà la possibilità, in modo certamente smart, di organizzare e sfogliare i contenuti  pubblicati su Facebook dai propri amici e dalle pagine seguite. E che consente di essere aggiornati su temi di proprio interesse, come notizie di attualità dei più influenti quotidiani, lo sport, la tecnologia o la musica. Dodici in tutto le aree tematiche per creare il proprio “Paper”. E costruire così l’informazione personalizzata.

I contenuti proposti agli utenti sono selezionati grazie ad un algoritmo ed al lavoro di  curatorieditoriali in carne ed ossa, i cosiddetti “professionisti della comunicazione”, che passano al setaccio la rete per proporre le “storie migliori” per ciascun argomento. Chi siano esattamente questi redattori non è dato sapere. Quello che è noto, invece, è che dopo soli due mesi dal lancio, Paper si ritrova appena al  76° posto su una classifica di 965 social networking negli Stati Uniti. “Tutto normale” sostiene Jillian Stefanki, il portavoce di Facebook, “fin dall’inizio il nostro obiettivo non era quello di fare grandi numeri, piuttosto di avere un feedback positivo dalle persone che utilizzano Paper. Di fatto l’obiettivo è quello di fidelizzare gli utenti e di lavorare per migliorare il prodotto strada facendo.”

Paper avrebbe anche dovuto fare lo sgambetto a Flipboard, l’app sua concorrente più vicina. Questa, invece, ha rilanciato. Sborsando, per l’aggregatore di news Zite, 60 milioni di dollari – più del doppio della cifra pagata da Cnn nel 2011 –  e puntando così a inglobare la tecnologia di Zite per essere in condizione di distribuire informazioni in base agli interessi degli utenti e alla loro attività sui social network.

cb0ab7c57c70377bcd423fb854ae33d1,61,1I giganti dei Social Network duellano dunque in arene virtuali  a colpi di algoritmi e redattori ombra pronti a confezionare i migliori pacchetti  di news personalizzate. Il tutto avviene, poi,  nel bel mezzo di una crisi dell’informazione tradizionale senza precedenti, caratterizzata da un calo non solo di fiducia da parte dei lettori, ma anche di vendite di quotidiani, che toccano un fondo difficile da recuperare. Causato peraltro anche da uno scadimento qualitativo dell’informazione proposta, che è evidente.

Una situazione, questa, che va a tutto vantaggio dell’informazione digitale, che placa però la sete di notizie “ready made”, accuratamente selezionate, nonché omologate. Fatte a nostra misura e piacimento senza neppure scuotere di un millimetro gli spiriti critici. Per vedere così, sempre più affievolita, specie tra i giovani, l’esigenza di poter fruire di un’informazione approfondita, originale e coraggiosa, lontana dal sempre più diffuso fenomeno del “copia-incolla”.

Vi ricordate le parole di Jack Dorsey, creatore di Twitter, fondatore e amministratore delegato di Square? Il quale, durante una conferenza internazionale di qualche anno fa, disse che lui non guarda più il TG, ma apre Twitter (contento lui…)?  Stiamo rischiando sempre più di affidare l’informazione a media digitali algoritmizzati che penetrano solo in maniera virtuale. Perché purtroppo abbiamo ormai tutti l’illusione che questa sia la vera informazione: globale, condivisa e omologata.

 

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IDEE GENIALI: Firefly Upsee, il camminatore per bambini affetti da paralisi cerebrale

3 aprile 2014

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I bambini affetti da paralisi cerebrale, un disturbo persistente ma non progressivo della postura e del movimento, vivono con pesanti limitazioni fisiche. Le forme di paralisi cerebrale variano da grado moderato a grave, con segni fisici che includono debolezza e flaccidità muscolare, oppure spasticità e rigidità. Le manifestazioni della malattia non sono fisse, poiché i sintomi possono mutare nel corso del tempo. Alcuni casi meno gravi possono beneficiare di un trattamento di tipo riabilitativo.

paralisia3Debby Alnatan, madre un bambino affetto da paralisi cerebrale, ha inventato una sorta di marsupio che permette a questi bambini di compiere i movimenti più complessi, come quelli della camminata. Il sistema, chaiamto Firefly Upsee, funziona come un supporto che va legato alle gambe dell’adulto e che avvolge il bambino. In questo modo e grazie anche all’utilizzo di speciali sandaletti, il bambino ha l’impressione di camminare. Un’idea geniale che non funge da mero pagliativo ma è in grado di stimolare lo sviluppo della corteccia cerebrale, limitato dalla malattia. I sorrisi dei bambini, poi, dicono tutto.

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La violenza sulle donne non ha frontiere

2 aprile 2014

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I risultati di ricerche condotte in altri paesi non suscitano grande interesse e pare non ci riguardino. Perché viviamo nell’illusione che le distanze geografiche siano linee di confine invalicabili da abitudini, tendenze, usi e costumi di altri popoli. Ma non è esattamente così, perché quando si tratta di atti di violenza sulle donne, e quindi di violazione dei diritti umani, si configura una responsabilità collettiva e per ciò stesso l’impossibilità di  relegare il tema alla sfera individuale o ad una questione privata di un singolo paese.

E’ di pochi giorni fa la pubblicazione dei risultati di una ricerca condotta in Brasile dall’Ipea (Istituto de Pesquisa Econômica Aplicada), dal titolo “Tolleranza sociale della violenza sulle donne”. Sono state coinvolte 3810 persone (di cui il 66,5% donne) di 212 città diverse. Gli intervistati dovevano rispondere a 25 domande sui temi della violenza fisica e psicologica sulle donne, nonché sui ruoli svolti dall’uomo e dalla donna all’interno della società.

Sono emersi dati poco confortanti e profondamente contrastanti tra loro. Di seguito vi elenco solo le domande più significative, con le relative risposte:

“L’uomo che picchia la propria moglie deve andare in prigione”

78,1%  totalmente d’accordo
13,3% parzialmente d’accordo
5%  totalmente contrari
2% parzialmente contrari
1,6% si dichiarano neutri

“I casi di violenza domestica devono essere discussi soltanto tra i membri della famiglia”

33,3%  totalmente d’accordo
29,7%  parzialmente d’accordo
25,2%  totalmente contrari
9,3%   parzialmente contrari
2,5%   si dichiarano neutri

“L’uomo può offendere e urlare a sua moglie”

3,9% totalmente d’accordo
4,9% parcialmente d’accordo
76,4%  totalmente contrari
12,8%  parzialmente contrari
2%  si dichiarano neutri

“Una donna sposata deve soddisfare sessualmente il proprio marito anche quando non ha voglia”

14%  totalmente d’accordo
13,2% parzialmente d’accordo
54%  totalmente contrari
11,3% parzialmente contrari
7%  indifferenti

“Ci sono donne da sposare e donne da portare a letto”

34,6%  totalmente d’accordo
20,3% parzialmente d’accordo
26,4% totalmente contrari
8,9% parzialmente contrari
9,5% indifferenti

Lo studio dimostra anche che il 65,1 % è totalmente (42,7%) o parzialmente d’accordo con l’affermazione secondo cui “le donne che indossano vestiti succinti meritano di essere aggredite” e che il 58,5% è totalmente (35,3%) o parzialmente d’accordo con la seguente asserzione: “se le donne si sapessero comportare ci sarebbero meno stupri”.

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Dall’indagine emerge che esiste sì una scarsa tolleranza alla violenza fisica e verbale –  la quasi totalità degli intervistati è d’accordo sul fatto che gli uomini che esercitano violenza sulle donne debbano andare in prigione -, tuttavia fa riflettere come poco meno della metà del campione (42%)  ritenga che sia la donna a “provocare” gli uomini. Questo perché è radicata la triste e pericolosa convinzione che gli uomini non riescano a controllare i propri appetiti sessuali, e che le donne debbano soddisfare gli uomini a letto, anche controvoglia.

Si tratta insomma della conferma di quanto  la società sia ancora fortemente intrisa di una cultura maschilista, dove l’uomo è considerato alla stregua di un padre-padrone.  E nella quale le donne sono ritenute ancora colpevoli del fatto di provocare comportamenti violenti da parte degli uomini. Di qui la necessità di lavorare per ribaltare paradigmi sotto-culturalicome quelli brasiliani. Perché si tende ancora, quando si parla di violenza da parte degli uomini, a utilizzare terminologie devianti. Ad esempio ascrivendo in modo riduttivo la violenza al “gesto del folle” o al “raptus violento”. Ed evitando in tal modo di affrontare i veri nodi da sciogliere, che sono le dinamiche di potere all’interno della famiglia, i modelli culturali sottesi e le fragilità degli uomini.

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