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Archive | giugno, 2014

IDEE GENIALI – Solar Roadways

28 giugno 2014

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L’idea geniale è di Scott Brusaw, un’ingegnere americano specializzato nell’elettronica e nell’elettrotecnica che dal 2006 lavora al progetto delle “Solar Roadways”. Si tratta di carreggiate  pavimentate con esagoni modulari fotovoltaici di 2 m x 2 m, costituiti da tre strati: il primo, quello superiore, è composto da una lega di vetro speciale che riesce a sopportare grandi pesi, resistere a pessime condizioni ambientali ma soprattutto permette ai raggi solari di attraversare questo primo strato e “colpire” le celle dello strato centrale. Queste, dotate di led, possono illuminare la strada durante le ore di buio con qualsiasi tipo di segnale. L’ultimo strato, quello inferiore, è composto da un materiale impermeabile impiegato per l’istallazione dei cavi per la distribuzione dell’energia prodotta.

Solar Roadways panelsInoltre, questa tecnologia è in grado di immagazzinare l’energia prodotta tramite l’impiego di piccole batterie poste al livello centrale, che alimentano un dispositivo di auto riscaldamento con lo scopo di sciogliere eventuali strati di ghiaccio sulla strada. Questo vero e proprio asfalto solare può essere anche utilizzato in prossimità di parcheggi, scuole e strade locali.

Si pensi che per ogni miglio di Solar Panel Road installato, ci sarebbe la possibilità di soddisfare il fabbisogno di 500 famiglie con energia green. Il progetto a dir poco ambizioso è riuscito in poco tempo, attraverso un’azione di crowdfounding su IndieGoGo, a raccogliere la bellezza di un milione di dollari.

Fantascienza o futuro?

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In Mondadori le dimensioni contano

20 giugno 2014

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“Datemi retta, le dimensioni contano!”

“Ma dai, non contano. Lo sanno tutte!”

“A me comunque sembra piccolo…”

“Ma tu l’hai provato?”

“Ma certo!! E’ più comodo di uno normale, costa meno ed entra pure in borsetta!”

Perchè le dimensioni contano!

Provo un profondo avvilimento a leggere dialoghi così, che giocano sull’equivoco allusivo. Perché in casi come questo mi sembra che la nostra società, nel goffo tentativo di sbandierare in modo fuorviante l’emancipazione femminile, faccia due passi avanti e quattro indietro. Questa volta è toccato a Mondadori inserire la retro e andare molto, troppo indietro. Perché siamo di fronte all’ennesimo stereotipo di genere. Che vede, in questo caso, quattro donne dagli sguardi famelici che si incontrano in un lounge bar e che sono alle prese con le dimensioni di un oggetto misterioso. E il dialogo che apre questo post, breve e molto carico di doppi, scontati e banali sensi, altro non è che la pubblicità di un libro. Già, un libro. Flipback si chiama, ed è un tascabile dal “formato innovativo, che si legge in verticale e si sfoglia con una sola mano, dal basso verso l’alto”. Eh? Quel genio del Copywriter…

Senza entrare nel merito del prodotto (c’è chi lo trova comodo e maneggevole, c’è chi crede che questa sia la strada giusta per far risorgere dalle ceneri un mercato fagocitato dai formati digitali, c’è chi invece lo trova inutile), credo che questo spot sia TERRIFICANTE. Per il tenore delle battute, come detto, ma anche perché “sessificare” un libro appare davvero troppo.

Ora  trasliamo la scena ed immaginiamoci un classico in salsa maschile: quattro operai bellocci, eroticamente strizzati dentro t-shirt logore e macchiate di grasso, testosterone che cola qui e lì, tutti peli e sudore, si siedono sul ciglio della strada durante una pausa nel lavoro. Improvvisamente gli sguardi si alzano e seguono una donna – che non si vede, si vedono solo i tacchi e il polpacci tondetti –  e che passa davanti a loro. Ecco lo scambio perfetto di battute scontate:

“Tu come la preferisci?”

“A me piace bionda, sempre.”

“Lo dici perché non hai mai provato le rosse! Red flavour mio caro”

“No, io invece preferisco quelle scure, hanno un sapore unico. Roba da intenditori”.

“Fidatevi di me, le bionde vanno bene sempre!”

Poi la scena si conclude con la classica zoommata sulle mani sporche dei modelli prestati al cantiere, che aprono lattine di birra ghiacciata. Ahhh, godimento totale.  Certo, se per loro la partita si gioca su una qualità estetica, per noi donne emancipate è tutta una questione di dimensioni. E in tal modo avremmo raggiunto la parità di genere? Ma sì, grazie Mondadori!

Va poi detto che per questo insulso spot ci hanno pure investito più del dovuto. Girato ad Alessandria, è stato diretto da Angelo Licata, prodotto e montato da Fabrizio Rizzolo. Le attrici alle prese con l’oggetto sconosciuto, “duttile e maneggevole”, sono Claudia Zanella, Veronika Logan, Giorgia Cardaci e Giorgia Masseroni. Lo spot ha i formati da 30 e 15 secondi  e, come racconta Rizzolo a Today Pubblicità Italia,  gioca su “le dimensioni che contano e porta a scoprire il nuovo oggetto in modo divertente”.

Mondadori, come si legge nei comunicati stampa, “nella stagione della smaterializzazione del libro riporta la carta al centro dell’esperienza di lettura”. E così, in soli 30 secondi, riesce, nella stagione della smaterializzazione della cultura, ad offendere la dignità dell’intero genere femminile.

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La storia di Raimundo

15 giugno 2014

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Raimundo abitava in quella dimora da più di trent’anni. Non si ricorda nemmeno più come era fatta quella vecchia. Gli anni avevano cancellato ogni traccia del suo passato e ne avevano sbiadito le immagini. La sua famiglia si era perduta nei meandri del tempo, assieme ad una parte di lui. Ma Raimundo, tutto sommato, ora non stava male. Aveva un posto tutto suo. E poi la vista della città da quel punto era magnifica. Nessun litigio col vicinato, spese condominiali inesistenti. Nemmeno le bollette gravavano sul bilancio domestico. Era stato davvero fortunato a trovare quella abitazione.

La mattina si svegliava molto presto a causa dellla luce che filtrava da ogni dove e si precipitava giù dal letto senza esitazione. Aveva sempre fretta e doveva usicre entro una cert’ora perché altrimenti sarebbero stati guai. Il suo lavoro non ammetteva ritardi. Fortunatamente lui aveva sviluppato una tecnica veloce ed efficace e riusciva, in pochi minuti, a lavarsi ed uscire. Certo, il trambusto della città strideva con il suo stato assonnato, ma bastava girare l’angolo e l’odore delle frittelle del bar di Tomàs gli faceva tornare subito il sorriso. Tomàs era una garanzia. Ogni mattina poteva contare su di lui. D’altronde Raimundo non poteva perdere tempo a farsi il caffè a casa. In realtà non ci aveva mai pensato. Già, non ci aveva mai pensato.

Il fatto è che Raimundo poteva contare sull’aiuto di tante persone. Certo, uno scapolo fa sempre tenerezza. E così un piatto di minestra non mancava mai. Solitamente era  Maria, la moglie del giornalaio, a preparargli dei manicaretti per cena. Glieli portava direttamente a casa, visto che ogni giorno doveva passare dalle sue parti. E poi, ogni tanto, gli faceva anche il bucato.

Il pranzo, invece, lo consumava nella mensa, assieme ai suoi colleghi di ufficio. Un branco di alienati come lui. Certo, quel lavoro non era ciò che avrebbe sperato di avere nella vita: ogni giorno la stessa cosa. Le giornate passavano sopra l’animo di Raimundo come un rullo compressore sulle briciole. Polverizzava letteralmente tutto di lui.

E forse la nota peggiore era la consapevolezza del tempo. Lui, il passare del tempo, lo percepiva diversamente dagli altri. Si guardava intorno e invece di vedere la gente invecchiare, vedeva la città trasformarsi. Poteva scorgere i cambiamenti del mondo intero attorno a lui. Eppure il mondo non si accorgeva di lui. Ma Raimundo aveva un rifugio segreto nella sua mente. E ogni giorno tirava fuori un vecchio taccuino e scriveva. Una poesia al giorno. Ha fatto questo per trent’anni.

Potete immaginare quanti scritti, quanti pensieri, quanto amore e dolore l’inchiostro abbia fissato su quei fogli ingialliti. Ecco, quella era la sua gioia. Anche se aveva ormai perso la speranza di diventare un poeta o uno scrittore, quello gli bastava. Scrivere per non farsi inghiottire dal vuoto e dalla solitudine.

La cosa che più lo addolorava era l’indifferenza della gente. Erano pochi quelli che avevano potuto leggere nelle pieghe del suo animo e guardare dentro il nero dei suoi occhi. Erano così neri, che davano l’idea di un pozzo senza fine. Senza fondo.

La storia di Raimundo è una storia da raccontare. E non solo perché è una storia a lieto fine. Per tutti quegl’anni in cui lui aveva scritto poesie una donna lo aveva osservato. Chissà come mai lei avesse aspettato così tanto ad andare da lui. Ecco, quella donna ha scoperto un talento. Ma prima ancora ha scoperto un uomo. E ora lui riceve tante proposte dalle case editrici per pubblicare una raccolta di poesie. Ha anche una pagina facebook! Ora Raimundo non vive più sotto un ponte.

Io me lo ricordo Raimundo. Abitava non lontano da casa mia, a São Paulo. Viveva per strada come altri milioni di uomini. Sì, uomini,  non barboni.

La storia di Raimundo:

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Wifi: chi le adotta le precauzioni?

5 giugno 2014

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La questione è amletica: il wifi nuoce o no alla salute? La risposta ancora non esiste. O almeno questo è ciò che ci vogliono far credere. Sta di fatto che ad oggi nessuno è ancora riuscito a fare luce attorno agli effetti biologici delle radiazioni di microonde a basso livello, l’WiFi appunto. Sul tema poi, l’opinione pubblica sembra essersi spaccata in due: da un lato quelli che si oppongono in maniera radicale senza se e senza ma al dilagare di onde nello spazio aereo pubblico e tentano una crociata sempre più solitaria. Dall’altro lato quelli che ritengono che non esista alcun pericolo per la salute pubblica e che accusano chi ostacola la diffusione capillare del wifi, nelle scuole e negli uffici pubblici, di essere solo un complottista ancorato al medioevo più profondo. Infine, in mezzo, ci finiscono quelli come me, che si ritrovano ben sedici reti wireless altrui in casa e cercano una risposta.

Sì, perché purtroppo è così, siamo ormai tutti “irretiti”. Basta fare un giro con il proprio smartphone per capire che ogni metro percorso si accende una rete diversa. E confesso, in certi momenti, questo accerchiamento magnetico mi rende piuttosto inquieta. Ma io non ho intenzione di convincere nessuno che le reti wireless fanno male. O che non hanno alcun effetto su di noi, per quello che ne sappiamo. L’unica certezza che ho è che le reti interagiscono con il nostro corpo. E su questo punto direi che non ci debbano essere tanti dubbi, poiché gli studi ormai sono tanti e autorevoli. Come quello, ad esempio, del dott. Fiorenzo Marinelli, responsabile dell’Istituto di Genetica Molecolare del Cnr di Bologna, autore di uno scomodo rapporto condotto nelle scuole sugli effetti genetici dei campi elettromagnetici ambientali su cellule in coltura: un nuovo metodo per valutare l’entità dell’esposizione, tanto per intenderci, lo stesso adottato anche dalla Procura di Lanusei nel dimostrare il danno alla salute causato dai radar di Quirra (Ogliastra) poi sequestrati.

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Come apparirebbe il Wi-fi se fosse visibile a occhio nudo: l’artista americano Nickolay Lamm, in collaborazione con un astrobiologo della Nasa, ha cercato di dare una risposta a questo interessante quesito analizzando la questione dal punto di vista scientifico.

Si pensi che la stessa Organizzazione mondiale della Sanità è dovuta tornare sui propri passi,  dopo avere dichiarato per anni che non esistevano evidenze che i campi elettromagnetici a radiofrequenza potessero aumentare il rischio di tumori. Tanto che in una conferenza stampa del 2011, convocata a Lione presso l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (www.iarc.fr), l’Oms si è fatta portavoce del «cambio di classificazione» deciso dallo Iarc. Dichiarando che “l’uso dei telefoni cellulari e di altri apparati di comunicazioni wireless” potrebbe causare il cancro negli esseri umani.

E non a caso molti paesi europei stanno facendo inversione di marcia. Come la Francia, ad  esempio, che ha dato vita a ”Grenelle des ondes” a Parigi, un progetto governativo mirante alla rimessa in discussione del problema della telefonia mobile, del wifi, e dei potenziali pericoli ad essi collegati. Addirittura la municipalità  di Hérouville-Saint-Clair ha deciso di togliere l’internet senza fili nelle scuole. “Noi applichiamo il principio di precauzione. Il nostro ruolo è quello di proteggere la salute della gente”, ha detto il sindaco Rodolphe Thomas.

E noi? Considerati da sempre il fanalino di coda  nell’uso delle nuove tecnologie, dobbiamo in qualche modo correre ai ripari per colmare il gap tecnologico. E infatti, Renato Brunetta, l’ex ministro per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione, annunciò nel 2011 che “10 mila scuole italiane potranno fin da ora prenotarsi per avere installato il Wi-Fi. Questa tecnologia sarà la dotazione di tutti gli istituti italiani”. Brunetta era talmente entusiasta del progetto Wi-Fi nelle scuole che disse: “Il mio sogno è di rendere possibile il Wi-Fi a tutti i bambini delle elementari, ma non ho ancora trovato i soldi”.

A questo proposito, lo scorso 7 novembre 2013, è stato approvato in Parlamento il decreto legge ”L’istruzione riparte”. Tra i principali contenuti di questo pacchetto-scuola c’è il potenziamento della connettività wireless nelle scuole secondarie, con priorità a quelle di secondo grado. I fondi dovrebbero servire per realizzare o ampliare infrastrutture di rete. Obiettivo principale, ”incrementare l’uso di contenuti digitali in aula da parte degli insegnanti e, soprattutto, degli studenti per innovare e rendere più interattiva la didattica”. Si tratta di 15 milioni (5 per il 2013 e 10 per il 2014) spendibili subito per la connettività wireless nelle scuole secondarie, con priorità per quelle di secondo grado.

E così in Italia si sta alimentando l’idea che la scuola del futuro debba essere a tutti i costi connessa senza fili. Facendo così passare in secondo piano la strutturale carenza di servizi di base, la fatiscenza e scarsa sicurezza degli edifici, i deficit formativi degli insegnanti e addirittura la mancanza di sapone e carta igienica.

Se pensiamo poi che i contraenti di servizi di telefonia mobile nel mondo sono oltre sei miliardi, allora è facile capire perché su questo tema nessuno voglia fare tanta chiarezza. L’unica cosa auspicabile sarebbe l’applicazione, da parte di tutti, del principio di precauzione. Cercando responsabilmente di instaurare un dialogo tra i diversi stakeholders – istituzioni, scuole, mondo della ricerca, genitori e medici – al fine di trovare soluzioni condivise e tali comunque da evitare che una dose sovrabbondante di onde interagisca con i nostri corpi e con quelli dei nostri figli.

In tutto ciò il mondo dei media potrebbe fare molto di più, assicurando alla popolazione una corretta informazione sui rischi più o meno consistenti sulla salute e spronando le Istituzioni ad utilizzare per il bene collettivo e non come bandiera elettorale uno strumento come l’wifi.

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