Crea sito

Archive | settembre, 2014

Milano, la magnolia salvata in extremis. Ma non grazie a Pisapia.

28 settembre 2014

1 Comment

magnolia

La magnolia di largo Cairoli durante la fioritura primaverile 

Nei giorni scorsi il tentativo di salvataggio della magnolia di Largo Cairoli a Milano ha fatto notizia.  La pianta doveva essere sradicata per la realizzazione del progetto che prevede il restringimento del terrapieno e il passaggio di una pista ciclabile.  E per fare tutto ciò doveva essere rimossa la magnolia che in primavera fa fermare turisti e cittadini, rubando la scena al più monumentale Castello Sforzesco.

In difesa dell’albero si sono schierati i comitati Cairoli-Buonaparte e Castello, con i portavoce magnolia 5Cesare Del Moro e Barbara Bianchi Bonomi: in pochi giorni le firme raccolte dai residenti  sono state migliaia. E così, venerdì scorso, sono arrivati sul luogo una serie di esponenti politici locali e Luca Gibillini, consigliere comunale di Sel, si è così espresso: “non la faremo tagliare”.

Ora che il caso è scoppiato, tutti quanti si danno un gran da fare per  accollarsi i meriti di salvatori delle magnolie. Pierfrancesco Maran, assessore alla mobilità di Milano, al TGR Lombardia ha dichiarato che la magnolia resta. E che “se si collabora con i cittadini le soluzioni migliori si possono sempre trovare”. Sulla stessa lunghezza d’onda il sindaco Pisapia, che sulla sua pagina di Fb così si esprime: “il progetto della pista ciclabile di Largo Cairoli a Milano risale al 2007 e quindi alle scorse amministrazioni. Sto lavorando da tempo con i miei assessori per trovare una soluzione alternativa che possa evitare il taglio della magnolia.
Ne abbiamo parlato anche in questi giorni e sono convinto che troveremo una soluzione positiva.” 

cantiere magnoliaLe cose, in realtà, sono andate diversamente. Le piante, infatti, si sono salvate non tanto grazie al dialogo che Maran sostiene di aver attivato con i cittadini o grazie a un “rinsavimento” progettuale degli assessori preposti. E nemmeno grazie al sindaco di Milano, che “da tempo” cerca una soluzione per la sistemazione della magnolia. Se la magnolia dai fiori rosa è ancora lì, dobbiamo ringraziare chi quella mattina ha fermato le ruspe che scavavano la terra. E i comitati che si sono attivati in tempo reale, organizzando subito un presidio davanti ai due alberi e avviando uno scambio di corrispondenza via mail con i responsabili per capire come modificare il progetto e salvare gli alberi.

Mi chiedo con quale coraggio l’amministrazione ora cerchi di prendersi i meriti di un salvataggio eroico del verde pubblico. Se noi residenti ed i comitati non ci fossimo subito mobilitati in difesa della magnolia ed avessimo prontamente avviato la raccolta di firme sulla strada, a quest’ora gli alberi sarebbero già stati tagliati. Ancora non è certa la soluzione che si adotterà. Deciderà, a quanto ci è stato dato da capire, l’agronomo che nei prossimi giorni farà il sopralluogo. Peccato che a ciò l’Amministrazione comunale non abbia pensato prima, già in fase progettuale. E che quel “dialogo” con i cittadini sia nato solo quando il Sindaco è dovuto correre ai ripari per evitare che scoppiasse  la bomba delle proteste.

magnolia 2 

Continue reading...

Chi ci guadagna con il BikeMi?

16 settembre 2014

1 Comment

 

Bike_mi_@_Milano

A Milano il numero dei ciclisti è in costante aumento, in controtendenza con le statistiche nazionali, crescono gli utilizzatori delle due ruote. Un dato confermato anche dall’incremento dei noleggi del Bike sharing che dall’inizio del servizio a oggi ha registrato il top dei prelievi giornalieri nel mese di settembre 2012 11.573 utilizzi. La maggior frequenza dei noleggi nei giorni feriali rivela la tendenza a servirsi della bicicletta per gli spostamenti lavorativi e non solo per il tempo libero.” (“Il Ciclista Urbano”, dal sito del Comune di Milano)

Se è vero che il numero di ciclisti è in costante aumento anche grazie al Bike sharing, è anche vero che ad oggi le ciclabili sono assolutamente insufficienti e in molti casi inadeguate, anche perché mal progettate. Questo è lo stato di cose con cui chi come me usa la bicicletta fa i conti. A Milano accade spesso di vedere ciclisti che vanno contromano per evitare di affondare nelle rotaie del tram o di schiantarsi nei “crateri” di malconce strade. Con il corredo di giusti  insulti, da parte degli automobilisti.

Se poi al seguito dell’adulto c’è una cordata di bambini su due ruote, l’unico modo per viaggiare sicuri è di invadere i marciapiedi. In tal caso sono i pedoni a insultare! Ma quali sono le alternative? Un ciclista dovrebbe valere come una macchina in meno e non come un rompicoglioni del traffico in più. E dovrebbe  avere semplicemente un percorso dedicato, come accade in tante capitali europee.

Come se non bastasse, quest’estate è scoppiato il caso del “controsenso ciclabile”,  ovvero la IMG_1350possibilità per le biciclette di procedere in senso contrario nelle strade a senso unico. Che la commissione trasporti della Camera ha bocciato. E allora apriti il firmamento dei dibattiti! Che dire? Il problema originale, almeno a mio modesto parere, rimane sempre lo stesso: la mancanza di piste ciclabili. In Italia i ciclisti morti nel 2012 sono stati 289, quasi uno al giorno, mentre i ciclisti feriti, 16.611. Inoltre il rapporto Aci-Istat del 2012 sottolinea che: “sulle strade urbane si conta il 75% degli incidenti con il 42% delle vittime e il 72% dei feriti”.

Nel grande dibattito sul tema i pedoni, ciclisti, motociclistici e automobilisti si trovano a difendere le proprie ragioni senza avere una benchè minima idea del senso civico che ci dovrebbe accumunare tutti. Perché prima di ogni cosa manca il rispetto reciproco. Macchine che se ne fregano delle ciclabili, pedoni che attraversano le strade fuori dalle striscie pedonali senza nemmeno guardarsi attorno (magari mentre mandano un sms), ciclisti che scampanellano sui marciapiedi.

Molti sostengono che non servano nuove piste ciclabili ma bensì la messa in sicurezza di quelle esistenti. Ma il punto è che le piste ciclabili mancano proprio nelle arterie di collegamento della città, come le circonvallazioni e le vie  radiali che partono dal centro storico, nel caso milanese. Passare un pennello e dipingere una ciclabile peraltro in zone pedonali non serve. Se si tratta di “educare” i cittadini all’uso della bicicletta per andare in ufficio tutti i giorni (partendo anche dalle zone più periferiche) è necessario progettare un sistema di ciclovie minimamente capillare. Mancano forse i soldi?

BikeShareSystem_rafaa_1

concept sul tema bike-sharing elaborato dal designer svizzero Rafael Schmidt

Proviamo a fare due conti in tasca al Bike sharing, uno dei cavalli di battaglia del nostro assesssorato alla mobilità. Le spese che il Comune di Milano ha dovuto sostenere, ben evidenziate da Giorgio Demurtas nel suo blog, tra investimento iniziale (attorno ai 25 milioni di euro) e quello della gestione e manutenzione (solo i danni per atti di vandalismo e furto costano 100 mila euro all’anno) basterebbero a “tappezzare” la città di ciclovie: “una pista ciclabile su strada esistente costa circa 10 €/m per senso di marcia, 100 €/m costa una pista larga 2,5 m realizzata in sede indipendente (realizzando da zero anche la fondazione stradale e la pavimentazione in conglomerato bituminoso). Se ipotizziamo un costo di 50 €/m per la realizzazione di nuove ciclabili a Milano, appare evidente che con i costi del BikeMi avremmo potuto usufruire di 500 km di piste ciclabili.”

Ma gli interessi in ballo sono troppo grossi. E non solo da parte del Comune di Milano che prevede di invadere la città di stazioni BikeMe con l’obiettivo di arrivare a superare le 4.000 unità e guadagnando non poco con gli abbonamenti. C’è anche Clear Channel, la società che si è aggiudicata le gare di bike sharing delle città di Milano e Verona. E che fronte di un contributo da  parte di ATM e del supporto di tutti i costi di gestione e manutenzione, riceve in cambio per ogni singola stazione 30 mq di spazio pubblicitario da rivendere al proprio portafoglio commerciale e i ricavi degli abbonamenti. Fatico a credere nella buona fede di questa “corsa” alle due ruote perché c’è troppo odore di truffa. Perché non basta aumentare il numero delle biciclette pubbliche, insistendo  sull’implementazione del bike sharing. Anche la cultura della bicicletta si costruisce partendo dall’insegnamento dell’educazione civica, che forse manca più delle ciclabili.

Continue reading...

Non opprimere i figli con l’idea della scuola

15 settembre 2014

Commenti disabilitati su Non opprimere i figli con l’idea della scuola

natalia252520ginzburg252520001252520pic-preview255b1255d

Non opprimere i figli con l’idea della scuola (di Natalia Ginzburg)

“Al rendimento scolastico dei nostri figli, siamo soliti dare un’importanza che è del tutto infondata. E anche questo non è se non rispetto per la piccola virtù del successo. Dovrebbe bastarci che non restassero troppo indietro agli altri, che non si facessero bocciare agli esami; ma noi non ci accontentiamo di questo; vogliamo, da loro, il successo, vogliamo che diano delle soddisfazioni al nostro orgoglio.Se vanno male a scuola, o semplicemente non così bene come noi pretendiamo, subito innalziamo fra loro e noi la bandiera del malcontento costante; prendiamo con loro il tono di voce imbronciato e piagnucoloso di chi lamenta un’offesa. Allora i nostri figli, tediati, s’allontanano da noi. Oppure li assecondiamo nelle loro proteste contro i maestri che non li hanno capiti, ci atteggiamo, insieme con loro, a vittime d’una ingiustizia. E ogni giorno gli correggiamo i compiti, anzi ci sediamo accanto a loro quando fanno i compiti, studiamo con loro le lezioni.In verità la scuola dovrebbe essere fin dal principio, per un ragazzo, la prima battaglia da affrontare da solo, senza di noi; fin dal principio dovrebbe esser chiaro che quello è un suo campo di battaglia, dove noi non possiamo dargli che un soccorso del tutto occasionale e illusorio. E se là subisce ingiustizie o viene incompreso, è necessario lasciargli intendere che non c’è nulla di strano, perché nella vita dobbiamo aspettarci d’esser continuamente incompresi e misconosciuti, e di essere vittime d’ingiustizia: e la sola cosa che importa è non commettere ingiustizia noi stessi.

I successi o insuccessi dei nostri figli, noi li dividiamo con loro perché gli vogliamo bene, ma allo stesso modo e in egual misura come essi dividono, a mano a mano che diventano grandi, i nostri successi o insuccessi, le nostre contentezze o preoccupazioni. È falso che essi abbiano il dovere, di fronte a noi, d’esser bravi a scuola e di dare allo studio il meglio del loro ingegno. Il loro dovere di fronte a noi è puramente quello, visto che li abbiamo avviati agli studi, di andare avanti.

Se il meglio del loro ingegno vogliono spenderlo non nella scuola, ma in altra cosa che li appassioni, raccolta di coleotteri o studio della lingua turca, sono fatti loro e non abbiamo nessun diritto di rimproverarli, di mostrarci offesi nell’orgoglio, frustrati d’una soddisfazione.

Se il meglio del loro ingegno non hanno l’aria di volerlo spendere per ora in nulla, e passano le giornate al tavolino masticando una penna, neppure in tal caso abbiamo il diritto di sgridarli molto: chissà, forse quello che a noi sembra ozio è in realtà fantasticheria e riflessione, che, domani, daranno frutti.

Se il meglio delle loro energie e del loro ingegno sembra che lo sprechino, buttati in fondo a un divano a leggere romanzi stupidi, o scatenati in un prato a giocare a football, ancora una volta non possiamo sapere se veramente si tratti di spreco dell’energia e dell’impegno, o se anche questo, domani, in qualche forma che ora ignoriamo, darà frutti. Perché infinite sono le possibilità dello spirito.

Ma non dobbiamo lasciarci prendere, noi, i genitori, dal panico dell’insuccesso. I nostri rimproveri debbono essere come raffiche di vento o di temporale: violenti, ma subito dimenticati; nulla che possa oscurare la natura dei nostri rapporti coi nostri figli, intorbidarne la limpidità e la pace. I nostri figli, noi siamo là per consolarli, se un insuccesso li ha addolorati; siamo là per fargli coraggio, se un insuccesso li ha mortificati. Siamo anche là per fargli abbassare la cresta, se un successo li ha insuperbiti. Siamo per ridurre la scuola nei suoi umili ed angusti confini; nulla che possa ipotecare il futuro; una semplice offerta di strumenti, fra i quali forse è possibile sceglierne uno di cui giovarsi domani.

Quello che deve starci a cuore, nell’educazione, è che nei nostri figli non venga mai meno l’amore per la vita, né oppresso dalla paura di vivere, ma semplicemente in stato d’attesa, intento a preparare se stesso alla propria vocazione. E che cos’è la vocazione di un essere umano, se non la più alta espressione del suo amore per la vita?”

(Natalia Ginzburg, Le piccole virtù, pubblicato originariamente su “Nuovi Argomenti” nel 1960)

 

Continue reading...

Educare alla violenza

7 settembre 2014

Commenti disabilitati su Educare alla violenza

child-watching-execution
Credere che i bambini siano meno sensibili alle esperienze traumatiche di noi adulti è un gravissimo errore. Tra i luoghi comuni sull’universo infantile c’è la convinzione, sbagliata, che la tenera età non faccia comprendere gli esatti contorni di ciò che accade nella realtà circostante. Molti di noi credono poi che i bimbi abbiano più tempo per elaborare traumi ed eventi catastrofici e quindi si tende a fare questo ragionamento: “fa niente se assistono ad atti di violenza, tanto hanno il tempo dalla loro parte”. Ma purtroppo non è così. I bambini sono per natura molto suscettibili di essere influenzati da ciò che vedono e sentono. La loro mente, in continuo sviluppo, assorbe costantemente informazioni dall’esterno che, se non filtrate correttamente, possono segnare in maniera indelebile l’equilibrio emotivo durante la vita adulta. Con conseguenze devastanti anche dal punto di vista psicologico, fisico e sociale. Gli eventi vissuti nell’età dell’infanzia e dell’adolescenza, inoltre, sono quelli che maggiormente ricordiamo e che ci portiamo dietro come dei mattoncini che costituiranno in futura la nostra personalità.
india-hanging-1

La violenza alla quale i bambini o i giovani assistono quali testimoni può assumere le forme del vedere, dell’udire o del sentire. Perché anche se non sono presenti dove la violenza ha luogo, i bambini percepiscono  ciò che sta succedendo grazie alla  capacità di cogliere ogni emozione delle persone a loro vicine.

E’ inevitabile che i bambini messi costantemente di fronte ad atti di violenza –  all’interno delle mura domestiche, nei teatri di guerra o in società dove la giustizia contempla le esecuzioni capitali, ad esempio –  costruiscano la propria personalità alzando un muro di “insensibilità” pericolosa e rischiando di divenire assuefatti alla violenza e al dolore. E la riproduzione dei comportamenti violenti ne è la conseguenza. Una società che non capisce quanto sia fondamentale preservare  l’infanzia da contaminazioni di violenza sotto le forme più diverse, sarà il terreno ideale dove far crescere generazioni traumatizzate e cariche di rabbia e rancore.
article-2658858-1ED7D03700000578-63_964x538-1

Le nostre generazioni sono già troppo turbate da ciò che vedono in tv, da come interagiscono con il mondo virtuale dei video giochi  in generale. Potete immaginare quale sia l’effetto devastante della realtà? Se è ovvio che la guerra educa alla violenza è altrettanto certo che le future possibilità di pace, stabilità e comprensione sono già compromesse. A cosa servono i trattati di pace allora? Nel mondo sono ancora troppi  i bambini che assistono a punizioni corporali, impicaggioni pubbliche e atti di vendetta spacciati per atti di giustizia dello stato. Bambini ai quali si insegna che è più facile uccidere il prossimo o privarlo della sua dignità di essere umano piuttosto che trovare la via del perdono e della comprensione.
Perché tendiamo, purtroppo, ad accettare la violenza come un aspetto inevitabile della vita.
Continue reading...