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Archive | novembre, 2014

Famiglia Cristiana ai genitori: quando dare l’allarme Gender

25 novembre 2014

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“GENDER A SCUOLA, UN DECALOGO PER DIFENDERSI”. Non è uno scherzo, ma il titolo di un articolo pubblicato da Famiglia Cristiana lo scorso 14 novembre. L’articolo riprende il decalogo stilato dalle associazioni familiari dell’Umbria “a difesa della libertà d’educazione con alcune proposte concrete su cosa fare per evitare lezioni di gender in classe per i propri figli”.

Tema sempre caldo in Italia, quello dell’identità di genere,  purtroppo vittima di estremismi e sul quale regolarmente si concentrano gli strali di “militanti” cattolici, uniti nelle loro associazioni. Come sta accadendo in questa Settimana nazionale contro la violenza e le discriminazioni”, prevista appunto dal 24 al 30 novembre e indetta dal Ministero della Pubblica Istruzione, assieme al dipartimento per le “Pari Opportunità” (dipartimento della presidenza della Repubblica) e all’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali).

E in vista di ciò, alle scuole è stata inviata una circolare che invita i dirigenti scolastici a dedicare almeno “iniziative stabili” e una settimana nel corso dell’anno scolastico a progetti in tema di discriminazioni fondate sull’orientamento sessuale. Con riferimento specifico al tema della violenza di genere, la circ0lare specifica quanto il nuovo quadro normativo assegni alle istituzioni scolastiche un ruolo “determinante e irrinunciabile per la prevenzione e per il contrasto dei femminicidi e delle violenze sulle donne”.

Allo stesso tempo si sottolinea la necessità di promuovere, nell’ambito del Piano straordinario contro la violenza , “l’educazione alla relazione e contro la violenza e la discriminazione di genere nell’ambito dei programmi scolastici nelle scuole di ogni ordine e grado, al fine di sensibilizzare, informare, formare gli studenti e prevenire la violenza nei confronti delle donne e la discriminazione di genere, ma anche di contrastare tutte le forme di violenza e di razzismo”.

Questa lodevole iniziativa tuttavia correrebbe il rischio, secondo i fondamentalisti cattolici, di diventare veicolo di una  “Propaganda Gay”. E contro di essa si sono alzate le barricate del Vade Retro, tanto che le associazioni cattoliche e le associazioni che combattono per la “famiglia naturale” si stanno mobilitando e mettendo in guardia le famiglie, informando genitori ed alunni riguardo il pericolo di una deriva “gender”. Perché dietro questa iniziativa si leggerebbe una imposizione da parte dello Stato di questi nuovi progetti “non meglio specificati” che possono diventare veicolo di scuole di pensiero di stampo settario. Si teme dunque una infiltrazione nemica!

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“Il corpo insegnanti scelto per i progetti “Gender” (fonte: Famiglia Malsana)

E ora veniamo al decalogo per difendersi dal pericolo “Gender”, pubblicato, come detto, da Famiglia Cristiana. La prima cosa consigliata è di verificare i piani dell’offerta formativa e gli eventuali progetti educativi della scuola, per accertare “che non siano previsti contenuti mutuati dalla teoria del gender”. Le parole chiave da tenere sotto controllo sarebbero: “educazione alla affettività, educazione sessualeomofobia, superamento degli stereotipi, relazione tra i generi o cose simili: tutti nomi sotto i quali spesso si nasconde l’indottrinamento del Gender”.

L’articolo prosegue elencando una serie di azioni che ogni buon genitore dovrebbe adottare per respingere l’attacco Gender-nemico: dalla verifica giornaliera del contenuto delle lezioni, alla scelta dei rappresentanti di classe (che devono condividere le vostre posizioni in materia), al controllo sul sito internet della scuola “per verificare che il gender non passi attraverso ulteriori lezioni extracurricolari”, fino a un plateale “Date l’allarme” nel caso la scuola organizzi lezioni o interventi sul Gender per gli studenti.Le “10 regole d’oro” del decalogo terminano con l’invito ai genitori a custodire i propri figli, ad allearsi con loro , a fornire loro fin da subito “un adeguato supporto formativo e scientifico in base alla loro età così da proteggerli e prepararli a fronteggiare la teoria del gender”.

I nostri figli correrebbero quindi il rischio di diventare gay o pervertiti, o in ogni caso unti dal “Gender”, non più a causa di una “patologia” – come si è cercato di sostenere in passato -, ma a causa di un indottrinamento culturale o ideologico?  Chissà, magari la prossima teoria visionaria includerà pure la farina tipo “00” tra i fattori di rischio. Scherzi a parte, è triste pensare che la questione di genere si trasformi in un demone che sembra aver preso le sembianze di un essere antropoformo che ha conquistato politici e intellettuali, assediando il diritto naturale in nome del matrimonio gay.

C’è un grande equivoco (o meglio, una  visione paranoica) di fondo che arriva a contaminare l’approccio a varie questioni che toccano il tema del genere. E’ l’idea pazzesca secondo cui in materia di contrasto all’omofobia, di registri delle coppie di fatto, di educazione sessuale nelle scuole – dove si è arrivati addirittura a puntare il dito contro l’OMS, rea di imporre “ai bambini, fin dalla nascita, una educazione che prevede la scoperta del corpo e che include pratiche di masturbazione precoce (dai 0 ai 4 anni) ed altre strategie di informazione sessuale” – saremmo in presenza di un grande complotto gender, ordito dal movimento LGBT, che avrebbe trovato una sponda nell’attuale Governo. E il decreto “sblocca-Gender” sarebbe la riprova di questo strampalato teorema

E pensare invece che questa famigerata “teoria del gender” non esiste nemmeno, è solo una invenzione degli estremisti cattolici, alimentata da articoli come quello pubblicato da Famiglia Cristiana. Esistono, semmai, gli “studi di genere”, che cercano di comprendere quanto l’identità e la differenza femminile non dipendano dal dato biologico, ma da un’elaborazione simbolica e culturale:  riflessioni che sono nate dalla presa di consapevolezza che l’immagine della donna, e il suo posto nella società, sono determinati da una cultura a predominanza maschile che perpretua un’idea d’inferiorità e una pratica di subordinazione della donna. Dominazione degli uomini e subordinazione delle donne sarebbero, dunque, nati da primitivi schemi di comportamento, che hanno portato e portano il sesso “forte” a controllare l’accesso alle risorse di quello “debole”. Questa separazione ha portato a conseguenze di natura profonda in quasi tutti gli ambiti della vita,  alcune, come ben sappiamo, disastrose. .

Quanto la differenza tra i sessi è biologicamente determinata e quanto invece è  costruita nella e dalla società e perpetuata nella pratica quotidiana dagli individui e dalle istituzioni? Forse una riflessione la possiamo fare partendo da questa immagine:

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Expo Gate, che sempre più “divide et impera”

18 novembre 2014

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Largo Cairoli, anni 50

Il dibattito su Expo Gate è acceso, sempre di più. Ma purtroppo sembra che l’animata discussione stia prendendo la stessa piega di quella sulle scie chimiche, che vede da un lato i “complottisti ignoranti”e dall’altro quelli che la-sanno-lunga. O come quella sugli OGM, combattuta a colpi di ignoranza dagli “ostacolisti” ma spronati da quelli che sposano la causa del progresso.

Per Expo Gate si sta profilando in parte lo stesso schema: o ti piace e lo accetti – e dunque stai con “la Milano che cambia” -, oppure lo rigetti e quindi non sei in grado di dialogare con la cultura contemporanea. Un po’ come a dire che sei “out” e non capisci una mazza di architettura nè di accostamenti antico/moderno.

Ieri mattina, proprio all’interno di una delle due strutture in piazza Beltrami, ho potuto assistere ad un incontro-dibattito (anche se sarebbe meglio chiamarlo monologo) tra Matteo Gatto, direttore delle Aree Tematiche e Masterplan di Expo 2015, i ragazzi di Urban File e noi presenti, quattro (di numero) gatti presenti in sala.

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L’incontro verteva appunto sul destino dei padiglioni espositivi dopo la conclusione dell’ Expo.Quale migliore occasione per chiarirsi le idee? Matteo Gatto ha esordito citando un articolo da lui definito “molto bello”, uscito ieri mattina sulla nuova piattaforma social-informativa Gli Stati Generali. L’articolo, a firma di un tal Diego Terna, prendeva di mira la famosa petizione popolare promossa  dal circolo PD Città-Mondo, rivolta all’amministrazione Comunale, che ha lanciato una raccolta firme online per richiedere “che venga preso pubblicamente l’impegno, alla fine di EXPO, di spostare immediatamente le strutture a cuspide dalla zona di Piazza Castello, ripristinando la piazza come in origine e inglobandola nei progetti di sistemazione dell’area pedonale”.

Gatto, in linea col tenore dell’articolo, ha enfatizzato il grande bisogno che Milano avrebbe di interventi pubblici, “al di là che piaccia o no”, e quanto il caso Porta Nuova sia emblematico della fatica e difficoltà che hanno i milanesi ad accettare il nuovo, il diverso. Poi ha continuato, sulla scia dell’articolo di Diego Terna, citando l’esempio della Tour Eiffel, “che forse, in effetti, non è proprio paragonabile, ma ci sta”.

Il dibattito-monologo si è quindi soffermato sul destino dei padiglioni.  Che appare assai incerto, considerando che è ignoto quale sia il modello di business su cui queste strutture possano reggersi.  Gatto ha citato l’unico esempio di padiglione costruito per restare, il Padiglione Italia, e ha fatto riferimento anche a quelli di Coca-Cola, Ferrero e Slow Food, che hanno messo a budget il riciclo delle loro strutture (Coca Cola sarà smontato e donato per ricoprire campi di basket in città, Ferrero sarà trasportato in Africa e trasformato in scuole e ospedali e quelli di Slow Food trasformati in capanni per attrezzi di agricoltura in Africa e Italia).

Dopo un mesto “ci sono altre domande? io avrei finito?” ho chiesto che fine avrebbe fatto, allora, Expo Gate. Del quale non si era fino a quel punto minimamente parlato. Fatto quanto mai singolare, questo, visto che Expo Gate è da settimane nell’occhio del ciclone. La risposta di Gatti al mio quesito è stata vaga. A conferma del fatto che il futuro di quella struttura è incerto. L’unica informazione data ha riguardato la riciclabilità delle due piramidi, che è pari all’85%.

Al pari, credo, di tanti milanesi, anche io non vorrei essere classificata come “incapace di dialogare con la cultura contemporanea”, o poco incline ad accettare i cambiamenti e una supposta modernità intrinseca nell’Expo Gate. Allo stesso tempo non desidero essere ascritta alla schiera di chi prende per moderno il primo ammasso di ferro e vetro che mi mettono davanti agl’occhi.

È comprensibile che le opinioni divergenti possano dare fastidio. Ma il sale della dialettica prevede, appunto, che ognuno abbia il diritto di esprimere un’opinione. Arrivando, perché no, ad affermare che l’Expo Gate “fa schifo”, benché privo di una minima cultura di base in materia.  E senza con ciò, come suggerisce invece  Diego Terna nel suo post, dover tornare sui banchi di scuola, “ad alcuni fondamentali, come la scuola, dove l’insegnamento dell’arte e dell’architettura non può fermarsi, al massimo, all’Ottocento”.

Terna, nel suo post, ha citato inoltre il Centre Pompidou come esempio di “elemento strutturale modulare, insistito, ricorda i backstage dei palchi da concerto, strutture flessibili che possono accogliere molti allestimenti differenti, così che la città stessa sia platea e promotrice, contemporaneamente, di eventi […] nel quale l’esibizione della struttura e degli impianti è necessaria per evidenziare la neutralità di uno spazio interno che possa accettare diversissimi usi ed adattarsi alle modifiche nel tempo.” Va però detto che il Centre Pompidou, a differenza di Expo Gate, è nato con uno scopo ben preciso, come “istituzione culturale all’insegna della multidisciplinarità, interamente dedicata all’arte moderna”. E non già come struttura provvisoria del cui destino nulla si è dato sapere.

I cittadini non sono ignoranti. Sono, come talvolta accade, mal informati. Perché, se è vero che Expo Gate sarà rimosso, allora si pone un problema di riassetto definitivo della piazza. E su questo punto Gatto è stato evasivo. E’ dunque dentro un brodo fatto di vuoti comunicativi, mancanze progettuali, complessi di superiorità di alcune cricche di intellettualoidi, informazione deviante che per giunta la butta in politica, nell’inettitudine istituzionale che nascono e crescono dubbi, voci, petizioni “senza fondamento”, rigetti per partito preso.

Innovativo sarebbe stato poter scegliere all’interno di una rosa di proposte progettuali, attraverso una votazione popolare. Innovativo sarebbe stato evitare di rinchiudere la discussione dentro lo schema della scelta tra il passato e il futuro. Come ha fatto Gatto, chiedendosi retoricamente: “preferivate forse le tre file di taxi della piazza come era prima forse? O le panchine di ghisa, quelle che piacciono tanto alle borghesi del centro?” Perché tra quella inutile e poco ospitale piazza che era un tempo, piena di autobus e file di taxi e quello che c’è oggi, ci passano infiniti tomi e manuali di buona architettura.

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La Buona Scuola? La propone Daniele Novara a Matteo Renzi in una lettera aperta

13 novembre 2014

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Daniele Novara, pedagogista, consulente e formatore, dirige dal 1989 il Centro Psicopedagogico per la pace e la gestione dei conflitti (CPP) di Piacenza. Autore di numerosi libri e pubblicazioni, ha ideato diversi strumenti pedagogici interattivi e segue progetti anche a livello internazionale. Lavora presso alcuni sportelli di consulenza pedagogica dedicati ai genitori. Ecco la sua lettera aperta al Presidente del Consiglio per una buona scuola (mentre io vorrei Novara come Ministro dell’Istruzione).

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Caro Presidente Matteo Renzi,
aver messo in agenda, con il dovuto rilievo, la necessità di una buona scuola è un passo importante per invertire la tendenza governativa degli ultimi anni volta a mortificare la qualità del sistema scolastico italiano.
Le conseguenze di questi ultimi anni sono sotto gli occhi di tutti, bastano tre dati per rendersi conto della tragedia della scuola italiana:

l’abbandono scolastico non è mai arretrato stabilizzandosi su percentuali comunque elevatissime

ogni anno aumenta la diagnostica medico sanitaria degli alunni (le classi elementari con un bambino su tre diagnosticato sono ormai nella norma)

la drastica diminuzione dei numeri dei laureati italiani in assoluta controtendenza europea.

O la scuola è di qualità o è dannosa. Purtroppo non ci sono mezze misure. Senz’altro la buona scuola non la fanno le nuove tecnologie. La didattica digitale sembra più l’invenzione del marketing che una vera necessità scolastica. Specialmente i bambini, per tutta l’infanzia, hanno bisogno di esperienze concrete, sensoriali e anche motorie.
Per loro è meglio un gesso alla lavagna che un ennesimo video schermo in forma di LIM, meglio un quaderno dove passare il segno della biro piuttosto che una tastiera dove pigiare un unico dito, meglio un libro da sfogliare che un tablet su cui trascinare un pollice.
Le ricerche scientifiche hanno abbondantemente fatto piazza pulita di queste mitologie degli estremisti della new economy. Se vuole può leggersi il libro del neuro scienziato tedesco Manfred Spitzer Demenza digitale, ma non guasta ricordarle che lo stesso Steve Jobs aveva interdetto ai suoi bambini l’uso del computer in famiglia.

Non è certo nostalgia del passato ma la consapevolezza scientifica che ogni età ha le sue necessità evolutive e nell’infanzia si impara di più nell’esperienza concreta e tangibile piuttosto che davanti a uno schermo. Perlomeno mettiamoci misura e rispetto. La furia digitale non produrrà mai un vero miglioramento della scuola.
Insista viceversa sulla formazione pedagogica degli insegnanti che comprenda le metodologie didattiche, la relazione educativa, le conoscenze psicoevolutive degli alunni. Tutte le ricerche internazionali continuano a dimostrare che una buona scuola vuol dire buoni insegnanti preparati non solo nelle discipline ma specialmente nei metodi di apprendimento, nella capacità di sviluppare e liberare le risorse degli alunni piuttosto che imbrigliarle in sterili e precoci valutazioni.
 
Qualcosa si può fare subito e anche a costo zero:

togliere i voti numerici nella scuola dell’obbligo, ripristinati disgraziatamente 3 anni fa

rendere effettiva la co-titolarità dell’insegnante di sostegno sulla classe in modo da rafforzare il lavoro d’equipe e la condivisione dei processi educativi fra gli insegnanti

sospendere le prove Invalsi: non garantiscono in nessun modo una vera valutazione in quanto fotografano semplicemente l’alunno sulla base di una risposta esatta, uno dei metodi più arcaici e discutibili per verificare gli apprendimenti

tornare a considerare la scuola un’istituzione educativa che pertanto non può essere arbitrariamente sottoposta a norme sanitarie e di sicurezza che interferiscono sul normale funzionamento delle attività didattiche (disposizione dei banchi, allestimento delle pareti dell’aula, utilizzo degli spazi comuni per l’intervallo, ecc…)

Condivido con lei che un sistema formativo di qualità può essere il volano di una vera ripresa e comunque di un’Italia migliore.
Saper fare le mosse giuste e cogliere le priorità è compito della politica.
La buona scuola ha bisogno pertanto di una buona politica!
 
Daniele Novara, pedagogista
Direttore CPP (Centro Psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti)
[email protected]

 
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Accedere a Facebook dal Deep Web: tra pedofili, spacciatori e dissidenti

12 novembre 2014

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Facebook è come una malattia infettiva, dicono alcuni, tanto per fare un parallelismo calzante di questi tempi. E dunque, come tale, potrebbe anche sgonfiarsi nel giro di pochi anni. Uno scenario, questo, evocato anche di recente dai media. Causato dalla concorrenza spietata? O dalla perdita di appeal nei confronti dei più giovani, costretti a condividere la piazza virtuale con genitori e parenti che si fingono discreti ma in verità diventano dei “controllori”?

Baggianate frutto degli allarmisti e dei titolisti. Perché  i dati sono tutt’altro che negativi: Facebook ha registrato nel terzo trimestre 2014  un utile netto di 806 milioni di dollari (30 centesimi per azione), in crescita del 90% rispetto ai 425 milioni (17 centesimi per azione) di un anno fa. Inoltre gli utenti mensili attivi “sono cresciuti costantemente raggiungendo nell’ultimo trimestre quota 1,35 miliardi, contro 1,32 miliardi del secondo trimestre e 1,19 miliardi di un anno fa”. 

E questo grazie anche all’aumento dei ricavi pubblicitari da dispositivi mobili, che sono passati dal 62% del secondo trimestre (erano il 49% un anno fa) al 66%. Secondo eMarketer, infatti, entro la fine dell’anno, Facebook controllerà il 20%  del mercato della raccolta pubblicitaria via internet su dispositivi mobili. E a pagarne le conseguenze è Google, il maggior concorrente, che vede ridimensionata la sua quota di mercato, passata dal 50% di due anni fa al 45% attuale. Dunque la creatura di Zuckerberg cresce e gode di ottima salute.

E infatti  la mole di innovazioni che Mark Zuckerberg e il suo team stanno sviluppando cresce inesorabile. Suggellata dal passaggio, lo scorso giugno, del CEO di PayPal, David Marcus, alla corte di Zuckerberg. Basti pensare al fatto che Messenger è diventato di fatto obbligatorio da utilizzare se si vuole leggere un messaggio privato su Facebook. Scelta non casuale, considerate le voci secondo cui Messenger Facebook, tra non molto, potrebbe permettere di effettuare i pagamenti on line. Facendo così concorrenza spietata ad ApplePay. Altro esempio della “rivoluzione” in atto in casa Zuckerberg è il testing per l’inserimento del Buy Button direttamente dentro Facebook. La strategia, anche in questo caso, è chiara: potenziare il settore della comunicazione mobile, che è il motore attraverso il quale realizzare l’ambizioso progetto di Facebook di collegare tutto il mondo.

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E per collegare proprio tutti, anche quelli che subiscono la censura da parte di governi autoritari (vedi Cina, Iran, Corea del Nord, Vietnam e tutti quei paesi dotati di cyber-polizia che controllano le pagine e video, censurandone una parte) Facebook ha deciso di tuffarsi nel Deep Web. Si tratta di quella parte di internet inaccessibile ai comuni strumenti che usiamo per navigare e che non può essere indicizzata dai motori di ricerca come Google. Facebook apre così le porte alla rete dell’anonimato, diventando il primo sito legalmente riconosciuto a lanciare una URL ad hoc per il browser Tor.

Scaricare TOR  è una operazione estremamente facile. Io stessa ho impiegato pochissimi minuti a farla e in questo momento sto navigando in assoluto anonimato. Perché TOR, un acronimo di The Onion Router, è un sistema di anonimizzazione che permette di nascondere, gratuitamente, il proprio indirizzo IP e la propria identità in Rete. Questo è possibile grazie alle deviazioni  del traffico, che viene fatto rimbalzare da da vari computer sparsi nel mondo. Rendendo in tal modo la connessione molto più difficile da rintracciare e creando così le condizioni per aggirare la censura e la sorveglianza.

Questo giochetto ha permesso a siti come «Freedom Hosting» – chiuso a seguito di un “blitz” dell’FBI e considerato «il più grande distributore di pornografia infantile del pianeta» – di farsi bellamente i comodi propri.  Ed è dei giorni scorsi la notizia dell’arresto a San Francisco di Ross William Ulbricht, 26 anni, presunto amministratore di Silk road 2.0, la piattaforma del Deep Web che aveva sostituito Silk Road e che permetteva di comprare illegalmente armi e droga, per un giro d’affari da 8 milioni di dollari al mese e 150 mila utenti attivi.

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Al di là degli abusi, il tuffo di Zuckerberg nel Deep Web, oltre agli evidenti incrementi di utenti per Facebook, potrebbe permettere a milioni di persone sotto lo scacco della censura di denunciare ingiustizie e soprusi perpetrati dai rispettivi paesi.  Zuckerberg sostiene, infatti, che sono principalmente motivi di sicurezza e privacy che hanno portato ad aprire le porte alla rete dell’anonimato.

E chi si serve di falsi profili, invadendo la rete di porcherie varie come il phishing, le truffe, il furto di identità,  i vari spam, l’abuso di file-sharing, la diffusione di contenuti inappropriati e la pedofilia? Tranquilli, ora accedendo a Facebook tramite TOR (facebookcorewwwi.onion),  si sentirà  molto più al sicuro.

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Justus, che sopravvive al genocidio in Ruanda e arriva ad Harvard

7 novembre 2014

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Foto: © Sebastião Salgado (Exodus) – campo rifugiati in Ruanda
Sempre di più i social media assomigliano a un fiume liquamoso che raccoglie lungo il suo tragitto il peggio dell’umanità. E’ vero che a pelo d’acqua galleggiano alcune perle, perché la rete offre anche informazione di altissima qualità. Grazie alla quale ci vengono aperte finestre su nuovi mondi da scoprire.
Ma purtroppo sotto questo sottile strato di eccellenza scorre prevalentemente uno strato di merda. Passatemi il termine non proprio elegante. Perché qui siamo di fronte a manifestazioni di bestialità umana, quella che ama condividere solo ciò che grida, che fa notizia e che troppo spesso distorce e falsifica in modo volgare la realtà. Lo fa senza porsi domande e senza filtrare nulla. Così, tanto per farlo. Forse con lo scopo di sembrare più cool, di apparire informati?  Oppure per incuria intellettuale o più semplicemente per stupidità?
In questo modo finiamo per nutrirci di tutta questa sciatteria: parole, immagini, espressioni, emozioni. Insomma, input che ci attraversano costantemente. Allora, dato che facciamo tutti parte di una grande e unica energia globale, vale la pena di raccontare e condividere anche le belle storie. Quelle capaci di inoculare nuova fiducia nei confronti di un mondo che sembra andare a rammengo. Come la storia di Justus UwayesuUwayesu, che rappresenta una goccia nel fiume letamoso di informazioni, ma è una bellissima storia. E noi abbiamo bisogno di belle storie.
Foto: © Sebastião Salgado (Exodus)

Foto: © Sebastião Salgado (Exodus)

Justus è uno dei tanti orfani di guerra. I suoi genitori sono stati vittime del massacro in Ruanda compiuto vent’anni fa, e che ha causato la morte di 800mila persone in soli cento giorni. La maggior parte  è stata uccisa a colpi di machete, ed in quei terribili giorni  decine di migliaia di donne vennero stuprate e uccise e tanti bambini arruolati come soldati.  Justus aveva tre anni e fino ai nove ha vissuto in una discarica alle porte di Kigali, la capitale del Ruanda. Dormiva dentro una vecchia macchina incendiata, parcheggiata all’interno della discarica. ”Non avevo la possibilità di lavarmi”, racconta. Per un anno intero non si è mai lavato. Più volte ha rischiato di essere travolto dai buldozer che operavano tra i rifiuti.  “E’ stato un momento buio perché non riuscivo ad immaginare un futuro”, ha detto Justus, che era uno dei tanti “nayibobo”, letteralmente “bambini dimenticati”.

Poi, nel 2000, è arrivata la svolta. Clare Effiong, fondatrice dell’organizzazione benefica Esther’s Aid, andò in missione nel Ruanda, con l’obiettivo di aiutare il maggior numero di bambini possibile. E così Clare si fece portare fino alla discarica, e lì vide l’immensa miseria in cui vivevano gli orfani. La donna si offrì di portare i bambini al sicuro, per dar loro la possibilità di nutrirsi, dormire sotto un tetto e lavarsi. Ma i bambini, già troppo traumatizzati, non si fidarono:  scapparono tutti. Tutti tranne Justus. “Solo lui rimase lì, fermo”, ricorda Clare. “Gli chiesi perché, e lui mi rispose così: “voglio andare a scuola”.
Clare  portò Justus in un orfanotrofio gestito dall’associazione, dove fece il primo bagno dopo mesi. Ebbe dei vestiti nuovi e potè nutrirsi senza dover attingere dalla spazzatura. Alla fine del primo anno di scuola, era il primo della classe. E la stessa cosa successe negli anni a venire. Justus ha studiato per tredici anni, ha imparato l’inglese, il francese, lo  Swahili e Lingala.  Durante gli studi  ha lavorato nell’ambito dell’associazione Esther’s Aid, curando programmi di tutoraggio degli studenti del suo liceo. Ha anche contribuito alla diffusione sul territorio di opere di carità.
Dopo le superiori, ha vinto un posto al programma Bridge2Rwanda- gestito da un ente di beneficenza a Little Rock, noticia_94696Arkansas, che prepara gli studenti talentuosi al processo di application al college negli USA. Ora a circa 22 anni (non si ha certezza su quale sia la sua vera età) Justus è iscritto alla  Harvard University del Massachusetts grazie a una borsa di studio a copertura totale. Studierà matematica, economia e diritti umani. Come lui ci sono altri tre studenti originari del Ruanda e che a loro volta hanno vinto una borsa di studio ad Harvard. Pochi, ma ci sono. Tra questi Juliette Musabeyezu, che ha scelto come immagine del profilo della sua pagina facebook,  proprio una fotografia che la ritrae con Justus e i suoi compagni di viaggio. Un viaggio cominciato nelle discariche di Kigali.
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La petizione per rimuovere Expo Gate a fine evento

1 novembre 2014

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La maestosa struttura dell’Expo Gate in Piazza Castello a Milano, che molti preferiscono definire mastodontica, continua ad essere al centro di accesi dibattiti. Che la causa sia la sua forma o la sua ragion di esistere poco importa, fatto sta che non piace proprio ai milanesi. Le due piramidi di vetro, progettate dall’architetto Alessandro Scandurra e costate quasi 5 milioni di euro, fungono da soglia tra Milano e l’’Esposizione Universale. Nascono come edifici provvisori, e come tali dovranno essere smontati dopo l’Expo 2015.

Su questo aspetto l’assessore al Commercio di Milano, Franco D’Alfonso, in occasione della presentazione a palazzo Marino delle iniziative del Comune per il futuro dell’area pedonale di piazza Castello, aveva affermato”che si tratta di una struttura provvisoria, fatta per essere smontata dopo l’Expo. Ed in merito all’eventuale trasferimento dell’Expo Gate in un altro sito, D’Alfonso aveva aggiunto che “prima di quel termine si valuterà cosa fare, capendo se la struttura può avere una funzione in piazza Castello o altrove”. Va ricordato poi che l’area di via Beltrami occupata dove sorge l’ Expo Gate è in concessione d’uso fino al 31 dicembre 2015 alla società Expo.

Questa ipotetica “funzione in piazza Castello” delle due gabbie trapezoidali crea non poca preoccupazione e insinua un dubbio: esiste dunque una possibilità che le strutture dell’Expo Gate diventino stabili? Secondo Stefano Boeri, ex assessore alla Cultura del Comune con delega a Expo, sì.

Ed è per questo motivo che il Circolo PD Città Mondo – sezione fondata da Boeri, – ha lanciato una raccolta firme on line sul sito di Change.org, per chiedere a sindaco e giunta «che venga preso pubblicamente l’impegno, alla fine di Expo, di spostare immediatamente le strutture a cuspide da piazza Castello, ripristinando la piazza come in origine e inglobandola nei progetti di sistemazione dell’area pedonale». Questa preoccupazione è alimentata anche dal fatto che “mentre era già in corso il cantiere, si è deciso di costruire due vere e proprie “fondazioni” per le strutture di piazza Castello. Investendo soldi per renderle stabili e rendendo dunque costosissimo il loro smontaggio”.

Nella storia delle esposizioni universali sono tanti gli esempi di installazioni o edifici che si sono rivelati molto più che luoghi “provvisori”. Divenendo veri e propri simboli delle città che li ospitano, come ad esempio la Tour Eiffel a Parigi. Certo è che se l’Expo Gate dovesse rimanere definitivamente in piazza Castello, non avrebbe di certo l’allure dell’Acquario Civico di Milano, costruito in occasione della esposizione del 1906 e considerato come una delle espressioni più significative del liberty milanese.

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