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Archive | 2015

Milano avrebbe bisogno solo di una bella lavatina…

30 dicembre 2015

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Sono cresciuta in un paese tropicale. E nei paesi tropicali è buona norma lavarsi spesso. Ma la gente di quei posti caldi, oltre a lavarsi molto, moltissimo, aveva e credo abbia ancora, l’abitudine di lavare per terra. Dentro e fuori casa. Perchè è così, quando si comincia a pulire, ci si fa prendere la mano. Ecco allora che la gente spazza e lava anche i marciapiedi. A volte, addirittura la strada di fronte casa. Una goduria, io l’ho provato da piccola qualche volta. Infradito ai piedi e via, acqua dappertutto!

Non vi dico che robaccia nera scorreva fino al tombino. Raccoglieva di tutto, quell’acqua. E raccoglieva pure le polveri sottili; le trascinava via fino a sottoterra, quelle maledette. Le domestiche se la raccontavano, quando ero piccola: “butta l’acqua che così non ci entra la polvere in casa…”. Già, già.

 Ora che vivo a Milano, devo fare i conti ogni anno con sta storia dell’inquinamento da polveri sottili. E se ne sentono di ogni a proposito: “ci sono troppe auto, c’è il riscaldamento che va a manetta, non piove, non nevica, non tira vento, colpa di quello, di quell’altro”… Ognuno, insomma, trova un colpevole. Ma a prescindere dalla causa, il problema è sempre lo stesso. Ma chissà, il rimedio più efficace forse è solo uno, che peraltro è a portata di falda: LAVARE I PAVIMENTI DI CASA NOSTRA.

Laviamo le strade, cribbio! Buttiamo acqua in terra, a fiotti, via, giù nei tombini milanesi tutte le stramaledette polveri sottili. E magari qualche altra schifezza pure. E per farlo, chiamiamo i pompieri, chessò, la protezione civile, perché no? Non siamo forse in emergenza? Proviamo a tirare in ballo mezzi straordinari che possano pompare l’acqua da sotto terra per poi spruzzarla come si deve per le strade. Perché bloccare il traffico o prendere provvedimenti politicamente scorretti? Tanto si sa, le polveri stanno sempre lì, ammassate. Milano è senza auto dalle 10 alle 16? E le polveri stan sempre lì, anche quelle dei giorni scorsi.Se ne fregano di tutto, quelle. Aspettano solamente che ci passi qualcuno sopra per riprendere quota e volare fin dentro i nostri polmoni. Vanno ANNEGATE. Subito.

Perché vedrete, tra pochi giorni arriverà la pioggia. E’ previsto, l’ho visto pure io sul meteo. E cosa diremo? Diremo che bastava una bella lavata alla città. Cosa che potevamo fare un mese fa.

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Avete un amico in Cina? Ecco il regalo perfetto…

18 dicembre 2015

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Se a Natale noi siam tutti più buoni, i cinesi sono tutti più inquinati. Quest’anno, poi, pare sia una catastrofe. Non che i milanesi siano messi meglio. Ma la notizia che mi hanno suggerito di commentare  (che poi, chissà come mai, quelle più assurde le vengono a spifferare tutte a me), è davvero surreale: un imprenditore canadese ha aperto una start-up che vende l’aria fresca delle Montagne rocciose; questo accadeva qualche tempo fa in una galassia lontana lontana. Scusate, mi sono fatta prendere la mano. Fatto sta che il tizio ha iniziato a esportare il proprio prodotto, che si chiama Vitality Air, in Cina. Furbacchione!

La cosa era cominciata un po’ per scherzo. Infatti, il tizio canadese, dal profetico nome Moses Lam, aveva già provato a  vendere su eBay la sua aria incontaminata in bottiglia, ricavando 50 centesimi per 8 litri.  Ma questo, in tempi non sospetti, quando i cinesi non erano ancora affogati nel loro smog. Ora, gli stessi otto litri di aria, proveniente dal parco naturale di Banff, costano al cliente inquinato circa 14 euro. Una cifra 50 volte superiore a quella necessaria per una bottiglia d’acqua minerale.

Una volta ogni due settimane Moses va fino a Banff e passa 10 ore ad imbottigliare l’aria. Si pensi che le prime 500 bottiglie contenenti aria fresca, sono andate a ruba in quattro giorni. Ed è stato appena prenotato un carico di oltre 4.000 bottiglie. Mors tua vita mea, come si suol dire. Peccato che si tratti di aria fritta, più che fresca. Perché alla  salute dei cinesi non serve a una cippa. E a guadagnarci è solo quel furbacchione di Moses. Ma siccome a Natale siam tutti più buoni, ai cinesi gli spetta il regalo più bello: l’illusione.

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Amazon apre la prima libreria fisica. Pazienza, doveva succedere, prima o poi.

13 novembre 2015

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Prima o poi doveva succedere. Ed infatti è successo: Amazon è scesa dall’etere e ha preso in mano assi e chiodi, mettendo in piedi la sua prima libreria fisica, la Amazon Books, a Seattle: uno spazio complessivo di circa 500 metri quadrati, che ospita, titolo più, titolo meno, 5000 libri, oltre ai prodotti Amazon come il Kindle, il Fire Tv, il Fire Tablet ed eccettera. I prezzi sono gli stessi dell’online e sono stati selezionati tenendo conto del comportamento degli utenti “amazzonici”. Così quel furbacchione di Bezos ha cucito la linea editoriale della Amazon Books addosso ai propri clienti, dopo aver raccolto i loro feedback,  interessi e  recensioni. Le quali, by the way, non sono per nulla affidabili. Tanto che Amazon ha dovuto cancellarne a migliaia  perché farlocche.  E una buona parte di queste, oltre a quelle scritte da mamme adoranti, mariti compassionevoli, parenti o colleghi di lavoro, è stata cassata a “caso” (tanto per scriverla in educatese) senza nessun criterio.  Si parla di diecimila recensioni eliminate.  Ho divagato, lo so, torno all’argomento del post.

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Una mossa, quella del negozio fisico, che sembra il colpo di grazia per quelle librerie attaccate alla bombola d’ossigeno. Sì, perché Bezos, così, non solo si accalappia gli utenti che ancora non hanno ceduto all’acquisto online, ma piazza pure i titoli della nuova “Amazon Publishing”, la casa editrice tutta self made che peraltro è già arrivata in Italia, con i primi testi tradotti dall’inglese all’italiano del marchio AmazonCrossing (un marchio specializzato in narrativa tradotta e lanciato nel 2010). Che mossa però, no?

Ma niente panico, dai. Ce n’è, per ora, solo una. Sta lontana e poi non è detto che dilaghi…o forse anche questa è della serie “prima o poi doveva succedere” e ci ritroveremo infestati da Amazon Books pure noi? Che per carità, meglio di tanti altri stores  che non servono a un kaiser. Tanto le librerie sono piene di robaccia, ormai. E temo che la politica amazzonica di scegliere i titoli in base al feed back dei propri clienti aumenti esponenzialmente il rischio di imbattersi in letture farlocche, come d’altronde lo sono le loro recensioni.  Chiudo con una nota di speranza. Che riguarda il particolare posizionamento dei testi nel nuovo negozio di Bezos: i titoli sono tutti esposti come lo erano i dvd di Blockbuster, ricordate? Con la copertina verso il cliente. Insomma, niente più torcicolli.

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Fabrizio Cosi, l’uomo che correva per gli altri

26 ottobre 2015

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L’uomo che correva per gli altri è morto pochi giorni fa, all’improvviso. Troppo giovane, troppo presto, troppo ingiustamente. E ha lasciato un buco enorme, tanto quanto lo era il suo animo. Si chiamava Fabrizio Cosi, ed era il fondatore e l’anima dei ‘Podisti da Marte’, un’associazione no profit che realizza progetti sociali per generare attivismo civico e solidale attraverso la corsa. Fabrizio era un appassionato di corsa all’aria aperta, ed era riuscito a coinvolgere, nella sua passione, centinaia di milanesi. Una associazione che non propone eventi di raccolta fondi, ma destina, ad ogni “missione marziana”,  una donazione di almeno 1000 euro alla no profit cui è dedicata la missione.

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Gli appuntamenti si svolgono una volta al mese, con partecipazione aperta a tutti: i Podisti da Marte si ritrovano  per correre e camminare assieme, adottando di volta in volta  un dress code  diverso per attirare l’attenzione dei passanti. Non è una gara, perciò ognuno asseconda il proprio ritmo, senza correre il rischio di restare soli perché  il gruppo si ferma spesso per aspettare l’ultimo e poi ripartire.

E così Fabrizio, conosciuto come “il Capitano”, è riuscito a portare la corsa ovunque. Attraverso una idea semplice, ha coinvolto sempre più persone, trascinando tutti con la sua passione, la sua allegria, la sua generosità.

Sei anni fa, mentre mi avviavo alla partenza della Stramilano, mi avvicinò uno strano figuro con le orecchie a sventola, per parlarmi di marziani che volevano cambiare il rapporto tra la fredda Milano ed i podisti, che correvano sorridendo ed offrendo fiori ai passanti. Lo stavo mandando a cagare ma lui era uno che di lavoro vendeva ghiaccioli agli eschimese ed alla fine, per mia fortuna, lo ascoltai.
Fu una delle scelte migliori della mia vita, perché lui era Fabrizio Cosi; il suo entusiasmo, il suo grande cuore, la sua carica, le idee che gli frullavano in testa a migliaia, la sua carica naturale di simpatia “terrona” hanno trasformato la mia vita. Sono entrato nel mondo dei Podisti da Marte, colorato, allegro, caciarone, generoso. Il Capitano “mi ha imparato” che correre per gli altri e con gli altri è più meglio !!!” 

Ora i suoi amici, che sono tantissimi, hanno lanciato una raccolta fondi per restituire a Fabrizio un poco di quanto ha dato a tutti. Hanno creato l’Associazione Amici di Fabrizio Cosi con l’unico scopo, per ora, di riuscire ad ottenere quanto necessario per garantire all’amatissimo figlio di Fabrizio, Vito – che non ha ancora due anni – il percorso di crescita che lui avrebbero voluto. Chiunque può donare e chiunque può partecipare. Alla prossima missione!Unknown

Grazie Capitano

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Problemi con le equazioni nell’era dei selfie? C’è Photomath! Punti, scatti e risolvi.

16 ottobre 2015

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Durante gli anni di scuola elementare ho avuto alcuni momenti  di scoramento didattico. Il peggiore forse è stato il difficile rapporto con la matematica. Indomabile fino al liceo, mi pareva solo uno scoglio inutile da sormontare, una medicina cattiva da prendere tappandomi il naso, una pratica da archiviare velocemente e senza causare troppi danni alla pagella e alla paghetta. Erano gli anni in cui frequentavo ancora la scuola brasiliana, che si ispirava ad un insegnamento “filoamericano” nelle discipline scientifiche. Che prescindeva dalla comprensione profonda dei concetti o delle relazioni matematiche, con la finalità di  inculcare negli alunni una visione puramente operativa della materia, gravitante attorno al calcolatore.

Poi il cambio di scuola, il liceo italiano e lui, il professore di matematica e fisica nuovo. Un illuminato che mi ha, a sua volta, illuminata. Uno che si presentava la mattina con la camicia piena di patacche di sugo e gli occhiali sporchi, la canottiera di lana grezza anche se lì ai tropici c’erano 40 gradi all’ombra. Uno “strano”, che parlava da solo e sorrideva tanto. Uno che riusciva a scovare gli errori nei libri ed era fissato con l’astrofisica. Che mi ha spiegato il concetto di limite di una funzione paragonandolo ad un tramonto. Un uomo senza un bricciolo di “cattiveria”, incapace di riversare sugli studenti le proprie frustrazioni. Lui rifuggiva la logica del sapere fine a se stesso, evitando di “travasare” meccanicamente dalla sua all’altrui testa. Il sapere lui lo donava. Non lo possedeva come un padrone geloso.
E dunque grazie a quel prof la matematica mi si è rivelata con tutta la magia di cui è capace. Me lo ricordo bene l’ultimo giorno di lezione. Mentre esponevo la mia tesina di fisica sul «Modello del Big Bang» e la conseguente fuga delle galassie, lui mi guardava con un sorriso divertito, lanciando le orbite oculari una di quà e una di là; andavano ognuna per conto proprio. Poi, sfregandosi le mani  ha spiatellato una domanda che è rimasta stampata a ferro nella mia memoria: “Carissima, e se questo Universo illimitato ma finito, in continua espansione, stesse invece correndo verso un punto? Un punto di implosione?”. Uhmamma.
Questa ipotesi un po’ catastrofica mi ha ribaltato il mondo. Non perché mi avesse aperto gli occhi su un’imminente implosione dellla Terra e dell’Universo intero (non ho voluto indagare oltre), ma perché ho capito subito che lui stava semplicemente provocando. Quel prof era in grado di storicizzare la matematica e la fisica, senza ridurle a  saperi che producono solo fatti, numeri, risultati. E portandole alla stregua di materie come la storia o l’italiano. Facendo cadere così il falso mito che vede il sapere umanistico storico-letterario come culla della cultura vera. Il ricordo di quel maestro mi ha accompagnata fino agli anni dell’università, dove gli esami scientifici erano fondamentali.
Infine cresci, ti scordi le equazioni, fai dei figli e arriva il momento anche per loro dell’incontro con la bestia nera della matematica. Cerchi di spiegare loro che la matematica è importante, che serve, che alla fine non è poi così difficile come sembra, basta stare attenti e blà blà blà…tanto non ti credono. Ora sputo il rospo: avevo cominciato a scrivere questo post per parlarvi di un’altra cosa, in verità. Di nuova App. Poi mi sono fatta prendere la mano, colpa forse della nuova veste “intimista” di Contronotizia, e vi ho tediato per ben quattro paragrafi con i fatti miei.
Recuperiamo velocemente, dovete solo resistere per qualche altro paragrafo, meno intimista, così vi racconto di Photomath. E’ una app sviluppata da MicroBLINK, una start-up che si occupa di tecnologie mobili per il riconoscimento visivo – e permette, attraverso una scansione tramite la fotocamera dello smartphone, di riconoscere le equazioni matematiche e di fornire il risultato sullo schermo. Ecco qui:
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Photomath è anche in grado di illustrare passo per passo l’intero procedimento. La funzione di Photomath viene paragonata a quella di un tutor virtuale, e pertanto, parandosi il culo (ops pardon),  gli ideatori dicono che possa essere “utile a chi ha difficoltà nella comprensione della matematica, disciplina spesso presentata in modo troppo ostico sui libri di testo, con definizioni astruse che ne complicano non poco l’apprendimento”. A me sembrerebbe più una scorciatoia, perché basta puntare l’obiettivo su espressioni aritmetiche, frazioni e decimali, photomath-675potenze, radici e semplici equazioni lineari (anche se per ora funziona solo se dattiloscritte), inquadrare l’esercizio et voilà, problema risolto. Semplice come scattare un selfie. Sono rimasta di stucco quando l’ho provata, perché funziona davvero. All’improvviso ho ricordato tutta la fatica fatta e ho pensato ai brandelli di cervello che ho perso dietro i calcoli durante gli anni di scuola.
Sono fotunati i nativi digitali? Per certi versi, sì. Per altri, scusatemi se scivolo nel banale, fortunato è chi trova per la sua strada un prof illuminato, con le orbite oculari girevoli e le patacche di sugo sulla camicia.
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Peeple, la App più agghiacciante della storia.

2 ottobre 2015

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Sì, agghiacciante. E’ l’unica definizione che mi è venuta in mente per Peeple. Comincio subito con i convenevoli spiegandovi cos’è. Cercherò di condensare tutto in un paragrafo facendo un semplice, spoetizzante ma efficace copia-incolla da qualcuno che si è preso la briga di studiarsela per bene (a parte i miei personalissimi commenti in corsivo che non vanno presi come oro colato). Lo potete trovare qui, se volete, l’articolo autorevole ed esaustivo. Ora leggiamo tutti insieme il testo incollato:

Peeple è (o sarà, ma speriam di no) una App per recensire le persone che permetterà agli utenti di assegnare una votazione e un commento ai conoscenti. Il sistema di punteggio si basa sulle celebri cinque stelline, mentre le categorie prese in considerazione sono quella lavorativa, personale e romantica. Il sistema prevede che un utente iscritto al servizio possa inviare la recensione di qualsiasi persona (quindi anche non iscritta e a cui non frega nulla esserlo) sulla faccia della terra, ma secondo alcune regole precise. Innanzitutto per scrivere una valutazione bisogna essere maggiorenni (ahbè, allora...), avere un profilo Facebook (ahbè, allora II..) e pubblicare ogni commento con il nome reale. Inoltre, nel caso in cui la persona che si va a giudicare non sia già presente nel sito, per aggiungerla bisogna dichiarare di conoscerla inserendo il suo numero di cellulare (alè, un’altro fubbbo escamotage per rimpolpare Big Data). Le recensioni positive vengono postate immediatamente; quelle negative invece vengono tenute da parte per 48 ore in caso ci siano dispute a riguardo (dispute??). I profili delle persone che non sono registrate al servizio, e quindi non possono contestare eventuali recensioni negative, mostrano solo le recensioni positive. Inoltre Peeple ha vietato una serie di cattivi comportamenti, inclusi volgarità, sessismo e le discussioni che riguardano malattie e in generale condizioni di salute (certo che se leggi cose del tipo “carina ma soffre di aerofagia, beh…).

Ok, ora provo a condensare in un  unico paragrafo due o tre considerazioni non banali, oltre a quelle scritte tra le parentesi. Il panorama apocalittico che si spalanca nel nostro futuro prossimo potrebbe essere il seguente. Prima di: uscirci a cena, concludere un affare, andarci a letto, andarci insieme al cinema, bere-il-caffè-la-mattina-alle-otto-fuori-da-scuola-quando-fuori-piove, condividere un gruppo, l’ennesimo, whatsapp, chiedere di prenderti il figlio perché sei incasinata e non arriverai in tempo, prestare due euro per il parcheggio, consigliare un libro, consigliare il parrucchiere di fiducia…insomma, prima di farci qualunque cosa con una persona, cercheremo conforto e certezze, come facciamo ora con TripAdvisor per gli hotel e quant’altro, consultando Peeple. E cioè, controlleremo il numero di stelline e di commenti più influenti sulla persona con cui ci dovremo relazionare. Seconda considerazione, meno scontata e non battuta dai pedagocisti e neuropsichiatri infantili (che già prevedono suicidi di massa per crollo autostima) è la faccia delle due fondatrici, Julia Cordray e Nicole McCollough. Non so quale sia Julia nè quale sia Nicole, ma tanto fa lo stesso perché l’ordine dei fattori, ahimè, non cambia il risultato. Eccole:

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“Siamo due imprenditrici empatiche che lavorano nel mondo della tecnologia: vogliamo diffondere amore e positività e operare con tatto”. E queste due, pensate,  con questa grandissima boiata,  hanno raccolto, per ora, investimenti per 7,6 milioni di dollari. C’è qualcos’altro da aggiungere? Direi di no.

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Caro Tenzin, viva la gnocca!

24 settembre 2015

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Ho sempre pensato che il Dalai Lama fosse un gran furbacchione. Con quella faccetta un po’ così, quegl’occhi piccoli e strizzati, le manine sempre giunte in petto. Con tutto il rispetto che merita. Vi dico questo perché è di oggi la notizia, riportata da alcune testate nostrane, che la massima carica spirituale buddista ha dichiarato, in una intervista alla BBC, che se il suo successore sarà una donna, allora dovrà essere «molto, molto attraente», altrimenti «non serve a molto». A parte i molto di troppo, c’è da dire che ha perfettamente ragione.

Sono lontani, ormai, i tempi in cui il discepolo Richard Gere assoldava seguaci per la causa buddista a suon di fascino hollywoodiano. E nemmeno il  libro “Lettera alle donne” (Rizzoli, 2009), dove il monaco dei monaci elogia il potenziale femminile, condannando le logiche culturali del potere maschilista, ha dato chissà quale contributo alla causa.  Allora ecco l’arma segreta: la gnocca. Che ha, da sempre, il potere di reclutare seguaci in ogni dove (qui in Italia di sicuro, tutti buddisti diventeremmo) e diffondere la pace nel mondo. Levata di scudi da parte del mondo femminista e non solo. Certo, l’intervista ha spiazzato un po’ tutti.

Ma andiamo, suvvia! Tenzin (Tenzin Gyatso si chiama all’anagrafe il nostro Dalai) è così, ve l’ho detto. Un gran furbone. Un po’ come papa Francesco,  che durante il discorso di presentazione da neoeletto ha esordito con un  “buonasera a tutti”. Grandi uomini di marketing i lider religiosi, altroché.  E il caro Tenzin ha compreso perfettamente che tira più un pelo di discepola che un carro di buoi. E’ il marketing, baby!

Sì, tutto qui.

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Cari followers vi scrivo, così ci conosciamo un po’

22 settembre 2015

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Essì, succede così.  Ogni tanto mi sveglio col bisogno di cambiare qualcosa. Allora, per evitare il rischio di andare dal parrucchiere e fare una grande cazzata, mi sfogo sul blog. Che poi non è proprio una voglia di cambiamento la mia, ma un bisogno di fare il punto. Chissenefrega direte voi, fallo senza coinvolgerci (noi stavamo bene anche così). Eh no, avete presente quei momenti di coppia, quando ti ritrovi a cena dopo anni di convivenza e chiedi all’altro “allora? chi sei? tutto bene? che c’hai in testa, che si faaa?”. Ecco, ho bisogno, senza troppi giri di parole e senza sforare il milione di battute, di dirvi due cosette. Cari i miei followers, non importa quanti siete, se due o duecento (che poi potreste anche battere un colpo ogni tanto e lasciare pure dei messaggi).

La prima è: di che scrive Contronotizia? Beh, non lo so. C’ una sorta di mischia francesca che nasce dal profondo del mio  ego – treccani aiutami tu –  ego non sta per egocentrico. Potrei scrivere di qualunque cosa, in qualsiasi modo.  Per intenderci: se dovessi scrivere di un libro che ho letto, non significa che lo stia recensendo – lavoro che lascio a quelli bravi – significa che sto scrivendo-di-quel-libro-che-ho-letto. A vostro rischio e pericolo, poi.

Sì, è vero, in passato sono caduta nel tranello del “famolo sul serio” e forse qualche aria da recensista o giornalista me la sono pure data. Ma che ci volete fare, sono cresciuta e con gli anni uno deve fare i conti con i propri limiti. Dunque preferisco chiarire bene le cose: sono una che scrive e si diverte a farlo, punto. Bene o male non lo so.

La seconda è che faccio anche altre cose, per questo il blog va a singhiozzo.  Intanto ho due figli che scarrozzo di qui e di lì, e il mio momento di gloria intellettuale si svolge dalle nove alle tredici. E non è detto che succeda, perché lavorando da casa mi interrompono di continuo (ma chi poi?) e devo ogni tanto fare le “commissioni”, come direbbe la mi nonna. Per il resto della giornata mi trasformo in un taxi senza tassametro. Poi, per non farmi mancare niente mi sono imbarcata nella stesura di un romanzo, con il quale spero finalmente di diventare molto famosa e di guadagnare un mucchio di soldi. Nel frattempo (ve ne sarete accorti se sieti miei amici di faisbuk) mi sono dedicata alla fotografia: mi sta regalando qualche piacevole soddisfazione anche se non credo mi porterà fama e soldi come il best seller in uscita, per ora i soldi me li ciuccia solamente.

Basta direi. Ora che siamo arrivati al dessert e ci conosciamo un pochino meglio, sappiate che d’ora in poi vi renderò più partecipi dei cazzi miei. E infatti, per finire in bellezza, vi comunico che mi dovrò mettere gli occhiali. Per questo se troverete refusi non è per ignoranza ma per principio di cecità (seguirà, ovviamente, un servizio fotografico).

Cari miei followers, scrivetemi. Dovete andare in fondo alla pagina. Su, op op op …

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