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Archive | gennaio, 2015

Cosa li accomuna veramente?

30 gennaio 2015

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Probabilmente in queste ultime settimane sta succedendo troppo di tutto nel mondo. Le notizie sgomitano per arrivare in prima pagina e allora capita che alcune chicche rimangano senza una degna collocazione. Chicche del calibro di questa:

pisello-sfilata5E’ un fermo-immagine tratto dalla sfilata parigina di Rick Owens, noto stilista americano che ama far parlare di sè. E che stavolta è arrivato addirittura al punto di far uscire i suoi modelli in passerella, in occasione delle ultime sfilate autunno/inverno 2015, così come li vedete: nudi.

Non completamente nudi, ma coperti con dei “sacchi” che gli intenditori chiamano “tuniche”, “giacche decostruite” o “cappe”.  I sacchi, come si può notare, sono dodati di tattiche finestrelle, dalle quali si affacciano dondolanti allegri (chi più chi meno) peni maschili. Tutti portati con estrema naturalezza.  “Ma no!”, mi dice una amica che di moda capisce qualcosa, “quei capi sono stati studiati apposta al contrario! In modo tale che la manica si trovi dietro la schiena, la cerniera sulle spalle, ad esempio, e che pezzi di corpo si intravedano”.

Cosicché il buco per il collo diventi una finestra sul pisello?, penso io. “Ma sì, in fondo sono solo piselli, no?”, risponde lei.

Premesso che di avanguardie nella moda comprendo poco o niente, il primo pensiero – malizioso – che ha fatto capolino nella mia mente è che il signor Owens abbia poca dimestichezza con ago e filo. Che sia, insomma, una capra come stilista. E che i suoi escamotage per far parlare di sè si riducano a suscitare scandalo nel pubblico. Sempre che pisellini e piselloni siano capaci di scandalizzare nell’ambiente dei modaioli.

Ma la sfilata di Owen non mira allo scandalo. Toglie piuttosto quell’allure di supremazia al pisello, anche se il risultato finale personalmente risulta un filo stomachevole. Ve la ricordate, immagino (come dimenticare), la gigantografia di David Beckham che lo ritraeva in slip molto, molto aderenti?  Che più di ogni farfallina scuoteva animi e corpi?

Un risultato “positivo” l’azzardo di Owens, però, lo consegue: grazie agli oblò del sacco, che consentono una visione più reale del membro maschile, i pene-centrici potranno comprendere finalmente che il loro pisello altro non è che una semplice parte del corpo. Per giunta floscia per la maggior parte del tempo.

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Quali sono i morti che impattano di più?

23 gennaio 2015

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Qualche tempo fa, all’uscita del cinema:

“Certo che in Rwanda c’è stato un vero massacro… 1.174.000 persone uccise in soli 100 giorni… il che vuol dire 10.000 morti al giorno, 400 ogni ora, 7 al minuto…Roba da matti”. Si poteva udire il mumble mumble delle testoline in coda mentre uscivano dalla sala.

Alcuni si asciugavano le lacrime, altri dicevano sottovoce “un pugno nello stomaco sto film, oh”. Il film in questione era “Il Sale della Terra”, film documentario del 2014 scritto e diretto da Juliano Ribeiro Salgado e Wim Wenders, che ritrae le opere del fotografo brasiliano Sebastião Salgado. Tra queste, appunto, il fotoreportage del genocidio commesso in Ruanda nel 1994.

Il film è stato per molti uno strappo dalla comfort zone emotiva: improvvisamente si sono ricordati che là, in quel Rwanda là, sono morte amazzate più di un milione di persone. Ma, e dei morti causati dal massacro di Dili durante l’occupazione indonesiana di Timor-Est nel 1991? Forse è troppo indietro nel tempo e non ci ricordiamo più nulla? O magari la copertura mediatica non è stata efficace e dunque poco si è saputo. E poi nessun famoso ci ha fatto un film documentario. Nemmeno una mostra di foto. Non c’era neppure feisbuc per poter condividere. Nulla, dimenticatoio.

Proviamo con un’altra: 16 dicembre 2014, Peshawar. I Taliban attaccano una scuola per figli di militari in Pakistan: 141 i morti di cui 132 studenti, la gran parte bambini, 124 i feriti. Forse questo episodio è più fresco nella memoria collettiva e poi ci sono i bambini di mezzo… “Lo abbiamo fatto per farvi soffrire”, sono frasi che rimangono ben impresse.

Infine aggiungiamoci tutti gli ostaggi decapitati o sgozzati…quelli ce li ricordiamo bene. Le loro facce. “Caspita”, mi aveva detto una tizia che conosco il giorno che avevano ammazzato Alan Henning, “quello là sembrava proprio un mio zio che vive a Palermo, Armando, sapessi che effetto mi ha fatto!”. O ancora,  quando hanno tagliato la gola a James Foley, tra i commenti agli articoli usciti on line c’era anche un “povero…quel figaccione assomigliava pure a Brad Pitt”. Provate ad immaginare migliaia di James Foley accatastati uno sull’altro, morti, come questi:

gente

Quanti giornali evitano di pubblicare immagini terribili per non “urtare le sensibilità”? Urtare le sensibilità o scuotere le coscienze? Quanto interesse può suscitare, nell’opinione pubblica europea, la vita di una nera che passa le sue giornate a trasportare acqua avanti e indietro per chilometri e chilometri? Cosa abbiamo in comune con lei? Nulla? Quasi nulla? Dipende? E sì, da cosa? Perché i morti a New York, Parigi o Londra provocano un maggior impatto emotivo di quelli in Centro America o in Asia? Sarà perché, banalità, sono più “vicini” a noi? Sono cresciuti nello stesso brodo culturale nostro, sappiamo come vivono, come lavorano, quali parolacce urlano se qualcuno gli frega il parcheggio? A volte indossano la stessa giacca nostra, quella acquistata con i saldi di fine inverno.

La condivisione genera empatia. Noi ci proiettiamo sugli altri, vivi o morti che siano. Riusciamo a sentire il loro dolore e la loro paura. Il terrore nello sguardo di un reporter che vive nella city di Londra è molto più tangibile del dolore di un ribelle povero e “senza cultura”. In nome dei “nostri” morti le istituzioni urlano: “Chiunque sia stato, pagherà”. I morti altri, invece, si meritano un fotocopiabilissimo ““Incidente tragico e scioccante”.

Proviamo a  traslare un episodio di questi in una delle nostre città. Una caso, che ne so, Milano: “Attacco terrorista alla Scuola Secondaria di Primo Grado G.B.Tiepolo a Milano, morti 124 ragazzini”. Caspita, proprio la scuola  dove vanno due amici di mia figlia…

Che ci piaccia o no i morti non sono tutti uguali. Quanto, ad esempio, la notizia del riscatto di 150 schiavi, tenuti prigionieri per anni in (pardon) un buco di culo del mondo come la Cina o L’Amazzonia, a produrre oggetti di cui non conoscono nemmeno l’utilità, ci tocca nel profondo? Quanto vale la vita di due volontarie italiane rapite contro quella di due congolesi?

Nella teoria, la Dichiarazione Universale dei diritti umani ci insegna che tutti noi abbiamo diritto alla dignità. Nella pratica, però, la vita dei bianchi vale di più della vita dei negri. E la vita dei ricchi vale di più di quella dei poveri. La morte in diretta del fotoreporter sgozzato, quello che somiglia a Brad Pitt, sì, quello figo con gli occhiali da sole, è più impattante di quella di un uomo senza volto. E’ così.

Allora, proviamo ogni tanto a cercare più informazioni in rete. Scoveremo fonti diverse, che forniscono punti di vista diamentralmente opposti a quelli della massa. Alcuni media possono apparire come indipendenti perché parlano con voci diverse dagli altri. In realtà, semplicemente ridicono la stessa cosa. Questo perché offrono un’informazione limitata agli interessi da coprire: i 12 morti di Parigi valgono molto di più dei duemila morti in Nigeria per mano di Boko Haram. Lo scarto temporale tra i due episodi era nullo.

Dobbiamo tirarci fuori dalla comfort zone informativa, perché alla lunga appiattisce e omologa il pensiero. Ci fa dimenticare tante piccole e grandi guerre e fa retrocedere un evento a discapito di un altro. E rende i morti diversi tra loro.

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Ô Amazon Air Water? On the rocks, please.

22 gennaio 2015

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Immaginate di essere un appassionato di acque minerali. Un idro-sommelier, per esempio (si dirà così?). Uno di quelli che di acque prelibate se ne intende, e sa come farle flirtare con l’alta cucina. Uno che riesce a distinguere il bouquet di una minerale, che consiglia l’abbinamento perfetto dell’acqua da servire durante una cena a base di pesce e riesce ad andare ben oltre al surclassato slogan “liscia, gasata o Ferrarelle?”. Perché nel mondo delle acque gourmet c’è molto, molto di più.

C’è chi è disposto a pagare  402 dollari per 750 ml di Kona Nigari, un’acqua in bottiglia venduta in Giappone che viene raccolta da una sorgente a circa 2mila metri sotto la superficie del mare al largo dell’isola di Hawaii. Oppure c’è chi farebbe carte false per una Tasmanian Rain – $5 per 750 ml – proveniente appunto dalla Tasmania e  raccolta in bottiglia direttamente dalla sua caduta – senza toccare terra dunque – dal cielo.

E di esempi come questi ce ne sono molti altri. La più cara attualmente in commercio è la SuperNariwa, giapponese e pregiatissima anche lei,  sgorga dalla sorgente creata milioni di anni fa nella roccia magnetica da una tempesta di meteoriti e dall’eruzione di un vulcano marino (sti capperi). Secondo i suoi produttori, SuperNariwa sarebbe in grado di aiutare il corpo a difendersi dalle malattie e di rallentare il processo di invecchiamento. Prezzo si aggiorna intorno ai 7500 euro al litro. Meglio non avere troppa sete.

Già, c’è gente che guadagna imbottigliando acque di rara fonte, che sgorgano cristalline dalle rocce incontaminate, o arrivano via cometa dallo spazio intergalattico. Tra non molto, per il piacere delle papille gustative degli wateraddicted, arriverà anche Ô Amazon Air Water, pura acqua ottenuta dalla condensazione dell’aria umida della foresta Amazzonica e imbottigliata per il mercato del lusso europeo.

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Il processo sarà fatto da macchine in grado di catturare l’umidità dell’aria e farla passare attraverso dei filtri e procedimenti di osmosi e mineralizzazione. Simile a quello che fa l’aria condizionata, che togliendo umidità all’aria isola l’acqua. In questo caso, però, si genera acqua potabile. Una unica macchina, costruita per questo scopo in Cina, produrrà 5 mila litri di acqua al giorno.

L’idea è nata nel 2010, quando Cal Junior e Paulo Ferreira, imprenditori di São Paulo, hanno creato la A2BR, Aguas do Ar do Brasi, società che finanzia la ricerca della tecnologia AWR (Atmosferic Water Generator). Per il progetto di imbottigliamento dell’acqua hanno investito finora 6,5 milioni di euro. Altri 3 milioni saranno investiti fino a metà marzo, quando inizierà la produzione. “Speriamo in un ritorno di circa 35 milioni di euro in dieci anni” afferma Ricardo Rozgrin, socio e direttore finanziario del progetto  Ô Amazon Air Water.

La produzione averrà a Barcelos, città sulle sponde del Rio Negro, che ha concesso alla A2BR,  timthumb.php l’usufrutto di un terreno di 1,75 milioni di metri quadrati. Il processo funzionerà a energia solare e non causerà alcun impatto ambientale nella zona, sostengono gli ideatori.

Tutto molto interessante. Lodevole anche il fatto di dare impiego (120 posti di lavoro) in una zona così povera del paese come il comune di Barcelos. Peccato solo che questo progetto strida per l’infelice tempismo: São Paolo, città di origine della startup A2BR, è al collasso a causa della siccità e attinge ormai da molti giorni alla seconda delle tre riserve di emergenza (106 miliardi di litri), per evitare una crisi dopo che i serbatoi hanno raggiunto livelli critici.

Alcuni amici che vivono a São Paulo mi raccontano di docce fatte con solo un bicchiere d’acqua, di ristoranti e locali che non possono lavare i piatti, di interi quartieri che non sanno come lavare i vestiti. Il peggior incubo ora riguarda l’acqua potabile: molti abitanti della città temono addirittura di rimmanere senza sufficiente acqua da bere. La prospettiva è reale e se le piogge non arriveranno – e in attesa che che il governo proceda alla costruzione di nuovi serbatoi – tra due mesi l’arsura raggiungerà anche le gole. Mentre, sempre tra due mesi circa, Ô Amazon Air Water arriverà nei negozi, di lusso, a 6,5 euro al litro.

 

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“Sai cosa succede, quando invecchiano, alle donne che hanno trascorso tutta la loro vita esercitando la prostituzione?”

19 gennaio 2015

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“Dopo i vent’anni ho partorito sei volte, tutti maschi, e il fatto è che nella prostituzione una perde le cautele, resta incinta e poi ai miei tempi bevevo molto, non sapevo mai di chi era il bebè. La mia famiglia non esisteva, non c’era affetto, mancava la comprensione del padre e della madre e c’erano solo problemi e violenza, per questo me ne sono andata così”.

Sessanta, ottantamila, chi può dirlo ormai. Il numero di morti in Messico a causa delle violenze collegate al traffico di droga non si contano più. Ma la violenza, purtroppo, non avviene solo per mano dei cartelli. Padri, fratelli, sconosciuti e amici. Troppi uomini ancora maltrattano e uccidono le donne. Sei al giorno, dicono le stime. Tant’è che il femminicidio in messico è stato definito una vera e propria”pandemia”.  Rapimenti, stupri e corpi abbandonati in cassonetti. Tra queste vittime ci sono figlie, sorelle, mogli, amiche e prostitute, considerate corpi senza anima, carne da macello da torturare, seviziare o mutilare. Tuttavia, in questo inferno, dove regnano maschilismo e l’omertà, riesce a fare breccia anche una profonda umanità.

E’ il caso di  Casa Xochiquetzal, un vecchio edificio che nasce nel cuore di Tepito, il quartiere popolare più famoso e, forse, pericoloso dell’America Latina.  E’ un esempio unico al mondo per il suo genere, perché ospita ex prostitute in difficoltá economiche o psicologiche e senza casa. Donne che hanno passato una vita intera per le strade di Città del Messico a vendere piacere. Donne che hanno subito violenze inaudite e si sono ritrovate sole come cani randagi.

Questa singolare casa di riposo è stata fondata nel 2006 ospita oltre 200 donne al di sopra dei 55 anni. Molte lavorano ancora, non hanno famiglia (o la famiglia nella maggior parte dei casi le ha dimenticate e ripudiate) e hanno scelto di non vivere più per le strade, senza assistenza sanitaria, rischiando la vita e senza nessuna dignità. Il comune ha messo a disposizione l’edificio e fornisce il vitto, mentre il resto delle spese è sostenuto dalle donazioni e  dal lavoro di associazioni come Mujeres de Xochiquetzal e Semillas, dai volontari che collaborano al mantenimento, come artiste e intellettuali. 

“Per una scelta della direzione di questa specialissima casa di riposo la discrezione e il rispetto delle inquiline sono d’obbligo. Non ci sono targhe all’esterno del palazzo, né citofoni o cassette delle lettere. L’enorme portone di legno dell’entrata è l’unico elemento distintivo, un varco che fa sparire magicamente i rumori e ferma il tempo. L’oasi è fatta per introdurvici lentamente, per calpestarla in silenzio senza troppi scatti fotografici o parole al vento”. (Tratto dall’articolo pubblicato sul numero 20 della rivista IL REPORTAGE)

Casa Xochiquetzal offre a queste donne vitto, alloggio e cure sanitarie, oltre a corsi e altre attività. Offre soprattutto condivisione e senso di appartenenza. “Già verso il 2001 nasce l’idea di creare una casa di riposo di questo tipo ed è Carmen Múñoz, leader delle sexo-servidoras della zona, a lanciare la proposta con alcune militanti femministe e con la scrittrice Elena Poniatowska” spiega  la direttrice, Jessica Vargas. Le storie sono tante, drammatiche. Come quella di Carmelita, mancata due anni fa, all’età di 76 anni. Aveva cresciuto i suoi due figli grazie al lavoro da prostituta. Da qualche tempo si dedicava a vendere dolci per la strada per racimolare qualche soldo e un giorno, mentre lavorava, fu investita da una macchina che le fratturò il bacino. Il primogenito la curò per sei mesi, ma quando fu il turno del figlio minore, questi si tirò indietro. Scaricando la colpa sulla moglie che, a suo dire, aveva minacciato di lasciarlo, abbandonò sua madre a una fermata della metro, come fosse un cane. Dopo essere sopravvissuta tra stenti e carità per qualche settimana in una stazione degli autobus, Carmelita fu accolta nella Casa Xochiquetzal, solo per un po’, prima di morire lontana dalla famiglia ma vicina alle compagne di Casa Xochiquetzal.

amorosas15364141e4f3b1“Sai cosa succede, quando invecchiano, alle donne che hanno trascorso tutta la loro vita esercitando la prostituzione?”. Partendo da questa domanda, all’inizio del 2014 è stato pubblicato un libro –  Las amorosas más bravas – frutto del lavoro durato 5 anni della fotografa francese Bénédicte Desrus e della giornalista messicana Celia Gómez. Di seguito alcuni scatti che rivelano la drammaticità e la forza vitale di queste donne.

fotografie Benedicte Desrus

 

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Libertà di riflessione

13 gennaio 2015

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Inauguro questo 2015 con una riflessione libera, poco costruita, un po’ giocosa. Forse buttata lì  a caso, nata random dopo giorni di bombardamento mediatico sul tema della libertà di espressione. La libertà d’espressione è affare serio, riguarda tutti noi. Perché l’elenco di situazioni riportato qui sotto si ripete ogni giorno, ora più, ora meno, sui nostri mezzi di comunicazione stampa.

– non farti licenziare solo perché hai deciso – in maniera del tutto rispettosa – di non seguire la linea editoriale;

–  non utilizzare la frase “ma lo sai con chi stai parlando?” durante una riunione di redazione;

– se scoprite che l’inchiesta che sta per uscire riguarda proprio l’amico della Proprietà,  pubblicala lo stesso (se non te la passano fallo nel blog sotto pseudonimo*);

– non farti licenziare solo perché il tuo articolo “offende” con amare verità l’uomo di finanza;

– non mentire solo perché lavori in un giornale schierato;

– non accettare che il tuo pezzo sia modificato al punto tale da dover cambiare la firma;

– non subire e non accettare previa censura;

– leggi gli altri e fai decantare;

– non farti espellere solo perché l’analisi economica va verso orizzonti opposti a quelli voluti dal governo per il quieto vivere;

– non creare un falso account solo per commentare il pezzo di un collega;

– non farti monitorare e giudicare sui social network dalla tua testata (e da chicchessia);

– non perdere l’occasione di esprimere dissenso solamente perché sei negro o negra;

– non subire o farti condizionare dall’ ignoranza e dai preconcetti solamente perché sei musulmano;

* se dovessi mai riscontrare una o più situazioni simili nella tua redazione, come ultima spiaggia fonda un blog sotto pseudonimo (oppure invia tutto a Contronotizia!) e spara sul bersaglio.

buon inizio.

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Out of desk

5 gennaio 2015

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imageL’autrice di questo blog e’ momentaneamente fuori ufficio. Ora si trova  nella Malesia insulare, Borneo, a caccia di foto per la sezione “ho scattato una foto”.

Contronotizia riprenderà la sua attività dal 15 gennaio. 🙂

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