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Archive | febbraio, 2015

Il lato oscuro del presidente Jokowi

17 febbraio 2015

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Joko Widodo, attuale presidente dell’Indonesia, è stato colui che ha abolito – durante l’incarico come governatore di Giacarta nel 2014 – una crudele pratica: quella delle “topeng monyet”, ossia delle scimmie ballerine. Secondo questa pratica, le scimmie sono costrette a indossare vestiti da bambola, talvolta maschere e a ballare, guidare scooter e biciclette, persino a fumare. Tutto ciò per guadagnare soldi, “intrattenendo” i turisti. Ne avevo parlato tempo fa qui a Contronotizia. Di “Jokowi”, l’anti-casta dalla faccia pulita, poi, si dicevano grandi cose.

Nato in un piccolo villaggio e cresciuto in una famiglia modesta, Widodo aveva promesso di incarnare un elemento di rottura con il passato istituzionale, caratterizzato da regimi autoritari condotti da presidenti appartenenti all’élite militare o agli ambienti politici tradizionali. Ex commerciante – professione da cui ha imparato a rapportarsi in modo semplice e informale a persone di diversa estrazione sociale – Jokowi entra in politica nel 2005, quando viene eletto sindaco della sua città, Solo. Ricopre questo incarico per due mandati e, visti i lusinghieri risultati ottenuti, viene premiato come terzo migliore sindaco al mondo. Nel 2012 viene eletto sindaco di Giacarta e nel 2013 è nominato dalla rivista Foreign Policytra i “Leading Global Thinkers of 2013”. Inoltre la rivista Fortune lo indica l’anno dopo tra i “World’s 50 Greatest Leaders”.

Eletto alla presidenza del paese con il 53% di consensi, Widodo ha giocato la carta della irreprendibilità del suo governo, sottoponendo la lista dei suoi ministri in pectore al vaglio della Commissione per la Eradicazione della Corruzione. Scoprendo così che ben otto dei diciotto nomi proposti non erano idonei. Popolarissimo tra i giovani (è un fan della musica heavy metal), le sue campagne contro la corruzione gli sono valse la fama di politico indonesiano più onesto.

Recentemente è stato addirittura paragonato al presidente Obama: “Jokowi e Obama, presidenti gemelli” titolava il Corriere pochi JokowiTimeMagazine_TimeAdamFergusonmesi fa. Nell’articolo si legge che “il nuovo presidente indonesiano Joko Widodo e l’americano Barack Obama sono arrivati a guidare due grandi nazioni salendo dal niente, arrivando nella capitale da lontane province. Entrambi hanno promesso importanti riforme e sollevato grandi aspettative”.

Insomma, tutto faceva pensare che Widodo potesse essere un presidente illuminato. E che sarebbe stata presa in seria considerazione una revisione della pena capitale. La pena di morte in Indonesia è infatti tutt’ora prevista per una serie di reati tra cui omicidio, terrorismo, reati relativi alle armi illegali, alla droga e alla corruzione, rapina aggravata, tradimento, spionaggio ed una serie di reati militari.

A causa del forte aumento del consumo e spaccio di droghe in Indonesia – situazione, questa, definita dal governo di “emergenza”- Jokowi, appena insediato, aveva sottolineato che il Governo avrebbe potuto negare la grazia a di chi si è macchiato di delitti correlati all’ambito dei narcotici. E infatti sono arrivate puntuali, lo scorso 18 gennaio, le prime esecuzioni effettuate sotto la nuova Presidenza di Jokowi, che non ha voluto ascoltare tutti gli appelli internazionali alla clemenza.

Sono stati sei i condannati a morte per traffico di droga: cinque stranieri provenienti da Olanda, Brasile, Malawi, Vietnam e Nigeria e una cittadina indonesiana. Le condanne sono state eseguite contemporaneamente in sei penitenziari diversi. Olanda e Brasile, in segno di protesta, hanno richiamato i propri ambasciatori. E sono pure arrivate forti critiche da parte dei difensori dei Diritti Umani nel Paese, tanto che Rupert Abbott, direttore per la regione del Sud Est Asiatico di Amnesty International, si è così espresso: “Siamo di fronte ad una mossa molto triste e che fa arretrare l’Indonesia”. Ad Abbott ha fatto eco Ravina Shamdasani, portavoce dell’OHCHR, che ha spiegato come secondo la giurisprudenza internazionale dei diritti umani, la pena capitale potrebbe essere applicata solo al reato di omicidio o di uccisione intenzionale.

È evidente come le esecuzioni, riprese nel 2013 dopo 5 anni di sospensione, stridano con le aspettative che l’elezione di Widodo aveva alimentato. E che avevano fatto pronunciare frasi come questa: «Chiunque abbia a cuore i diritti umani e soprattutto la libertà religiosa dovrebbe sentirsi sollevato dall’elezione di Joko Widodo alla presidenza. Dopo una delle più combattute campagne elettorale nella storia indonesiana, e la più importante, l’Indonesia ha scelto come nuovo presidente un candidato che rappresenta il futuro, è impegnato a rafforzare la democrazia e ha una propensione nota verso la difesa del pluralismo religioso e la promozione dell’armonia». Sono le parole di Benedict Rogers, responsabile per l’Asia orientale di Christian Solidarity Worlwide, pubblicate su Avvenire poco dopo l’elezione di Widodo.

La linea dura voluta dal governo indonesiano sul fronte delle pene capitali rivela insomma un lato inaspettato e oscuro della nuova presidenza. Un lato che tradisce la speranza che Widodo potesse essere un politico davvero illuminato. 

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