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Archive | luglio, 2016

Quali sono i terroristi che minacciano Rio?

27 luglio 2016

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In Brasile sono state arrestate dieci persone sospettate di pianificare degli attacchi terroristici durante le Olimpiadi a Rio de Janeiro. Le autorità affermano che i sospettati – tutti di nazionalità brasiliana – non sono membri dello Stato Islamico, non fanno parte di una “cellula organizzata”, ma in passato avevano provato a mettersi in contatto con il gruppo. Gli arresti sono avvenuti negli stati di San Paolo e Paranà.

Possiamo dire che in Brasile non si ha la più pallida idea di cosa sia il terrorismo islamico, almeno per ora? E che gli arresti dei giorni scorsi non sono altro che una messa in scena per dimostrare a tutti il contrario? E che forse questi arresti sono solo di una manovra di “distrazione” da parte del presidente ad interim Michel Temer, per sviare l’attenzione dal groviglio di corruzione che intrappola la politica brasiliana e non ultimo, lui.

Certo che non si esclude la possibilità di un vero attacco durante i giochi. E’ una possibilità. Ma la certezza, per ora, è che a Rio si muore ogni giorno per mano della delinquenza, o della polizia. Il lato oscuro della “cidade maravilhosa” è fatto di sparatorie, esecuzioni, omicidi, sgozzamenti, corpi torturati e buttati per strada come sacchi vuoti. Ecco un rapporto sulla “normale”attività della polizia di Rio durante il week end del 1° luglio. Una 48 ore di ordinaria violenza.

Venerdì 1 luglio ore 20:45

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São Gonçalo, Rio. In una strada buia un corpo giace a terra in una posizione innaturale. I rivoli di sangue ne disegnano i contorni. Antonio Oliveira sembra un gigante dormiente. E’ stato ucciso a colpi di pistola da un uomo che ha tentato di rubargli l’auto. Per arrotondare lo stipendio, Antonio aveva acquistato una Voyager nuova e si era iscritto a Uber. Aveva 42 anni ed era un comandante dei Vigili del Fuoco. Lascia una moglie incinta e due figlie. A Rio, ogni quattro minuti avviene una rapina. Gli omidici conseguenti a rapine sono stati 89 tra gennaio e maggio, il 37% in più dello stesso periodo del 2015.

Sabato 2 luglio ore 9:00

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A Rio si uccide anche di giorno. Una videocamera di sorveglianza ha registrato l’esecuzione di Sergio de Almeida Junior, 37 anni, candidato assessore della zona di Baixada Fluminense. Mentre entrava nella sua auto, due uomini incappucciati e armati si sono avvicinati e lo hanno ucciso con 21 colpi di arma da fuoco. La videocamera ha registrato anche la reazione disperata di sua moglie quando l’ha trovato sull’uscio di casa, morto. Sergio de Almeida è stato il decimo candidato alle elezioni 2016 a essere ucciso in quella zona di Rio, ostaggio dei trafficanti e della corruzione. Le forze dell’ordine, lì, sono pressoché assenti. A pattugliare l’area si conta un poliziotto ogni 2500 abitanti, quando l’ideale sarebbe 1 ogni 250.

Sabato ore 13:30

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Secondo un rapporto dell’ONG Human Rights Watch, la polizia di Rio è la più violenta del Brasile. Ha ucciso, negli ultimi dieci anni, più di 8000 persone. Tra questi c’è Jhona, 16 anni. Era andato a casa della sua vicina a prendere i pop corn appena fatti. Al suo rientro a casa, il ragazzo è stato avvicinato dalla polizia che faceva la ronda: era convinta che quel sacchetto contenesse della droga. Secondo il racconto di un testimone, Jhona ha alzato le mani e la polizia gli ha sparato un colpo in testa.

Sabato ore 16:00

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Due bambini osservano un corpo inerme. Sembrano a loro agio, abituati a vedere scene simili. Il sole è forte e si mettono le mani sugli occhi per guardare meglio. La vittima, Anderson Patricio, 39 anni, stava lavorando in un’auto lavaggio quando due uomini in motocicletta lo hanno freddato con 11 colpi di pistola. Quando la polizia è arrivata sul luogo dell’uccisione, molte persone, in un bar a pochi metri, continuavano a bere birra come se nulla fosse accaduto. La vita va avanti così, in una città dove, solo nel 2015, sono state uccise 1202 persone. A Chicago, la capitale dell’omicidio degli Stati Uniti, nello stesso anno ha contato “solo” 470 vittime.

Sabato ore 19:00

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Corpi solitari, perforati, violentati e massacrati, tutti in cerca di un nome, costellano il territorio di una città bellissima in una notte di luglio. Diego, 29 anni era uno studente come tanti. Viveva all’interno del campus dell’università UFRJ, dove studiava lettere. La polizia pensa si sia trattato di un omicidio a sfondo omofobo, perché Diego era un “negro omosessuale”. I ragazzi che hanno ritrovato il corpo hanno detto alla polizia: “E’ normale dalle nostre parti, questa è una zona abbandonata da tutti”. L’università UFRJ, tra le migliori del paese, confina con il Complexo da Maré, una della più grandi favelas di Rio de Janeiro, che conta 130mila abitanti. Una sorta di bunker per narcotrafficanti e balordi.

Sabato ore 22:50

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L’arrastão è una tattica di furto collettivo nata a Rio negli anni ottanta. Un gruppo organizzato o spontaneo di malintenzionati si riversa su una spiaggia, o una strada, e ruba tutto quello che riesce: orologi, soldi, vestiti, oggetti di valore. Può accadere in qualsiasi momento, a qualsiasi ora del giorno. Investe la popolazione come un’onda umana, generando caos e terrore. Sabato 2 luglio, il tunnel di una nota strada che collega due zone della città, è stato preso d’assalto da un cospicuo numero di balordi. Gli automobilisti si sono visti intrappolati e derubati. Gli abitanti di Rio sanno che in questi casi l’unica possibilità è la fuga a piedi. Solo nel week end del 2 luglio sono stati 7 gli arrastões a Rio.

Domenica 3 luglio ore 1:45

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Alexandre Pinheiro, 40 anni, arriva all’ospedale del centro di Rio urlando di dolore. E’ ricoperto di ferite, dalla testa ai piedi. Cinque uomini, racconta lui, nel tentativo di rubargli il portafoglio, lo hanno aggredito e torturato con bastoni chiodati e buttato in mezzo ad una via. Alexandre è stato investito da un’auto.

Domenica 3 luglio ore 4:30

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Rio de Janeiro ha un primato: i suoi medici sono i migliori al mondo per quanto riguarda la cura delle ferite per arma da fuoco. Secondo i dati del Ministero della Salute, da gennaio 2015 a oggi, gli ospedali hanno accolto 4053 vittime di proiettili, e la media che ne viene fuori è impressionante: 7,4 proiettili al giorno. Nella movimentata notte di Domenica 3 luglio, Wellerson Rocha, 18 anni, è arrivato al pronto soccorso con una gamba ferita. Lo sparo è partito da un fucile della polizia. Il direttore sanitario dell’ospedale Salgado Filho, durante un’intervista alla stampa locale, ha detto che il loro lavoro non è diverso da quello dei medici nelle zone di guerra. “Abbiamo l’esperienza necessaria per lavorare in qualsiasi zona di conflitto”.

Domenica 7:30

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La Domenica è cominciata come tante altre: alcuni narcotrafficanti hanno attaccato una caserma di polizia di UPP (la polizia che dovrebbe bonificare le zone più violente della città). Il confronto armato è durato due ore. Alla fine il bilancio è stato di un poliziotto ferito e due trafficanti uccisi. La politica di pulizia avviata dal governo per tentare di “bonificare” le zone più pericolose della megalopoli, in vista della Coppa del mondo di calcio 2014 e dei Giochi olimpici del 2016, è fallita. La violenza è riesplosa, tanto che in certe zone delle favelas la polizia entra solo con mezzi blindati.

Domenica ore 16:30

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Wendel da Silva, poliziotto di 38 anni, è stato ucciso a seguito di un arrastão. Nel tentativo di fuggire, ha inserito la retro andando a sbattere contro un’auto. Raggiunto dai banditi armati, è stato giustiziato di fronte alla figlia di 10 anni, solo perché era un poliziotto. Gli scontri di arma da fuoco sono talmente comuni che è stata creata un’App per segnalare in tempo reale le sparatorie. Si chiama “Fogo Cruzado” (Fuoco Incrociato).

 

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Quando è una giornalista a fare body shaming

21 luglio 2016

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Carlotta Quadri, fino a qualche minuto fa, non sapevo chi fosse. Ora lo so: lei è una giornalista, autrice e speaker radiofonica, e scrive su VanityFair.it. Sono finita a leggere un suo post, ahimè. O ahilei, dipende dai punti di vista. Stavo per chiudere, spegnere e andare a letto, ma avevo un tarlino nella testa. Era il titolo: “Perché usi gli shorts se sembri uscita da un quadro di Botero?”

soldoutLa signorina Quadri (nella foto), che non ho googlato e non so ancora bene chi sia ma poco importa (che mi son bastate le 58 righe che ha vomitato),  scrive: “(…) Ad ogni modo, è quasi impossibile non aver notato che quest’anno è il turno degli shorts. Presi pressoché alla lettera da intere orde di donne in giro per lo stivale: corti. Cortissimi. Quasi inesistenti. Della grandezza di una fascia per capelli. Ora, questo non sarebbe un problema se risiedesse in ognuno di noi della sana autocritica. L’abuso del micro pantaloncino con annessa cellulite è ormai all’ordine del giorno.

“(…) Questo però non significa che tutti possiamo permetterci qualsiasi tipo di abbigliamento. Questo non solo perché sarebbe come immaginare Syusy Bladi in giro con gli stivali al ginocchio di Julia Roberts in “Pretty woman” ma soprattutto perché si deve avere una bella corazza per non lasciarsi scalfire dallo sconforto che possono regalare certi sguardi e commenti inappropriati.

Ahhhhh, cara la mia Carlotta. Intanto Syusy Bladi ha talento da vendere, mentre tu sei una totale delusione. Perché non puoi permetterti di fare body shaming e passarla impunemente. Sei una giornalista, sei letta dalle donne, molte delle quali giovanissime. E, dulcis in fundo, sei una di noi. Io, sfiga doppia tua, sono madre di una figlia quasi adolescente, una ragazza come tante che può imbattersi nelle grandi cazzate che scrivi da un momento all’altro. Il messaggio che passi è dannoso, lo sai. Le ragazze sono piene di fragilità, e tu, così, tiri un calcio alla loro autostima.

Le “shorts compulsive”, come le chiami tu, non sono altro che donne che se ne fregano degli stereotipi che la moda e gente come te alimenta. Le “shorts compulsive” portano in giro la loro cellulite, le loro gambone e i loro culoni sì, non perché affette da una sorta di “follia narcisistica”, ma perché si sentono libere di farlo, grazie a Dio. E si piacciono così.

Magari tu devi reggere il personaggio, catturare una manciata di like in più, che ne so. Ma non usare il corpo delle donne per questo. Cara la mia Carlotta. Che domani ti farò leggere da mia figlia quasi adolescente. E le spiegherò due cosette. La prima, che il suo corpo appartiene solo a lei e non a quelli come te, cara la mia Carlotta.

nota a margine del 22/7: l’articolo della cara Carlotta, stranamente, è stato rimosso da VanityFair.it.

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La demenza digitale dei sudcoreani

8 luglio 2016

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In Corea del Sud ci abitano 50 milioni di persone, mille più, cento meno. Di queste cinquanta milioni, oltre l’80% possiede uno smartphone (quasi il 90 per cento se si considerano solo i giovani a partire dai 6 anni).  Questa moltitudine di coreani iperconnessi trascorre in media 4 ore al giorno a chattare, navigare o fare giochini lobotomizzanti.

Tant’è che nella popolazione sudcoreana è ormai conclamata una dilagante dipendenza dai dispositivi; si parla addirittura di demenza digitale.  Insomma, tutti stressed out.  Il problema più grave riguarda la dipendenza da giochi elettronici. I tornei fra professionisti di videogames vengono trasmetti in diretta tv e raggiungono picchi di ascolto simili a quelli di una finale di Champions League in Europa.

Le autorità di Seoul sono un tantino preoccupate per il rischio di collasso psico-emotivo di massa. Per darvi un’idea del grado di rincoglionimento della popolazione, il governo, al fianco della polizia nazionale, ha sviluppato un progetto pilota per i pedoni che camminano con lo sguardo fisso sullo smartphone. Si tratta di segnali stradali digitali: (uno di divieto e l’altro di pericolo) che mettono in guardia i cittadini dai pericoli in cui incorrono quando camminano usando il telefono:

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Allora,  col fine di promuovere una vita libera da stress e sovraccarico di informazioni, decidono di promuovere una gara di rilassamento . Un evento lanciato nel 2014 dall’artista WoopsYang , lo “Space Out Competition” e ammette solo una sessantina di partecipanti tra circa 2000 volontari che si presentano alle selezioni. E in cosa consiste la gara? Nel fare nulla. Devono stare seduti per 90 minuti senza mangiare, parlare, dormire e soprattutto usare dispositivi elettronici. Non possono nemmeno guardare l’orologio. Le loro frequenze cardiache sono controllate da sensori e chi possiede quella più stabile e coerente viene eletto campione.

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Quest’anno il vincitore è stato un rapper, Shin Hyo-Seob, il cui pseudonimo è Crush. Dice Crush: ““Ero così esausto fisicamente e mentalmente durante la preparazione del mio nuovo album che volevo solo rilassarmi per un po’. Questo evento è altamente raccomandato per coloro che hanno emicranie o pensieri complicati”. Evabè.

E’ incredibile come gli orientali in genere riescano a sostituire la socializzazione con lo “stare in mezzo”. Trasformando, in questo caso, anche il rilassamento in un evento da condividere. Ma io so a cosa state pensando. E vi dico una cosa. Sono giorni che vado al mare. In spiaggia, per la precisione. Ci sono i lettini, gli ombrelloni, il bar, e durante la settimana quasi nessuno in giro. Per ora. C’è, insomma, tutto quello che serve per ritagliarsi momenti di grande relax. Se mi guardo intorno, vedo una bella fetta di bagnanti che smanetta sul proprio smartphone. Me compresa, per carità.

Tuttavia voglio essere ottimista. Voglio pensare che un evento simile non possa mai attecchire qui da noi. Perché fondamentalmente è una stronzata galattica. Ma se consideriamo che in Corea del Sud la velocità media di connessione è di 20,5 megabit – mentre noi siamo fermi a 5,4 mega – non sarà che, più che una profonda differenza socioculturale tra noi e loro, per ora c’è solo il gap tecnologico a tenerci alla larga dal rischio di demenza digitale?

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