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Venezia, l’acqua alta e la pasticceria che rischiava di annegare

6 novembre 2012

ARTICOLI


 

“Guarda che ci sarà l’acqua alta!”

“Sì, lo so, ho sentito. Tanto abbiamo le galoches…”

Così il primo novembre a Venezia iniziò con lo svuotamento delle mie galoches dall’acqua. Mi sembrava di svuotare due brocche. Sì, erano troppo basse. Anzi, no, era l’acqua ad essere alta, troppo alta. Erano anni, pare, che non saliva così.

Il confine tra i canali e le vie erano spariti. Le case parevano galleggiare assieme alle barche. Era tutto chiuso, ovvero, quasi tutto. Alcuni commercianti tenevano la porta aperta per permettere alle macchine di pompare fuori l’acqua dai negozi, altri attendevano con posata e matura pazienza che l’acqua calasse di qualche centrimetro per cominciare a pulire e sistemare tutto.

Lo spettacolo che avevo di fronte era particolare. Da un lato Venezia, così bella e surreale in quella veste. Sembrava una signora immobile e un pò scocciata per essersi bagnata le scarpe di vernice. Dall’altro, i cittadini, irrequieti, dignitosi e operosi come formichine che rimettevano tutto a posto per permettere ai turisti di cenare a lume di candele anche quando poche ore prima i ristoranti erano colmi come acquari.

Tra tutti questi negozi disagiati ce n’era uno in particolare. Quando ho incollato il naso nella sua piccola vetrina (a dir poco meravigliosa), sbirciando dentro, ho visto un signore che sistemava minuscoli pulcini, tutti in fila, uno ad uno, con una delicatezza tale che solamente chi ha una grande cura e nutre vero amore per quello che fa può avere. Mi sembrava un bambino intento a ricostruire una torre di mattoncini caduta per l’ennesima volta. E per l’ennesima volta, con pazienza, la rimetteva in piedi. Più bella di prima, peraltro.

“Quello è Nono Colussi” dice la mia amica, “un pasticciere bravissimo, lo conoscono tutti qui a Venezia.”

“Davvero?”

Sarà stata la camminata, o l’ora, non so, ma mi ci sono fiondata. Mi accolgono due occhi chiari, vispi e limpidi. E un grande sorriso. Nono Colussi mi sembrava un uomo d’altri tempi, così come le sue macchine per impastare, ancora funzionanti anche se “vecchie” di cinquant’anni. E poi tutt’intorno erano appesi stampi antichi per uova di pasqua, torte e biscotti. A quel punto mi si era scatenata una fame golosa tale che non ho potuto fare a meno di acquistare alcune delle sue specialità.

“Lo sai che Nono Colussi chiuderà?” dice la mia amica appena fuori

“Come chiuderà??”

“Eh, non ha eredi, nessuno vuole prendere in mano la sua pasticceria. Hai visto l’articolo del corriere appeso al muro?”

“No. Ma come? I figli?” chiedo mentre assaggio un boccone della famosa Fugassa, una sorta di Pandoro mille volte più genuina e buona, soffice come un cuscino di piuma.

“No, non vogliono”

“Caspita, che peccato…” dico io con la Fugassa sciolta in bocca.

E così ho passato il resto dei miei giorni veneziani con un pensiero fisso, che andava e veniva come la marea quei giorni: Nono Colussi non può chiudere un posto come quello, capace di creare delle meraviglie di alta pasticceria. E che diamine, già qui tutto affonda, la gente se ne va, a chi rimane questa città?? Ai pesci? Chiaccherando un pò con la gente scopro che non c’era solo una pasticceria Colussi una volta, ma una dinastia di panifici e pasticcerie. C’erano negozi sparsi in tutti i sestieri di Venezia e perfino al Lido, gestiti da diversi membri di questa grande famiglia con un’unica vocazione. Perfino l’industria Colussi (quella dei biscotti Gran Turchese) apparteneva ad un ramo della stessa. E tutti mi confermavano la stessa cosa: Il Nono chiuderà bottega… lo dicono anche gli articoli usciti negli ultimi anni sui giornali…

L’ultimo giorno decido di ritornare in pasticceria per fare acquisti. Nono Colussi era sempre lì, chino sul bancone a sistemare dolcetti sui vassoi. Lo osservo per qualche minuto mentre lui, conscio della mia presenza, continua a poggiare i suoi biscottini sul vassoio come fossero di cristallo. Mi guardo un pò intorno senza fretta e vedo i ritagli dei giornali appesi quà e là:

“Vendesi al miglior offerente”, “Nono Colussi cerca edere”, “Colussi lascia, anche lui cede il passo al turismo”

Leggo e rileggo e mi sale l’ansia. Al che, proprio perché penso che alla fine sia un’ingiustizia, come la nave crociera che ho visto solcare il Canale della Giudecca, butto lì la domanda:

“L’ha trovato un erede o ancora no, signor Colussi?”

Lui mi guarda da sotto gli occhiali con aria divertita, spalanca un sorriso che sa di tempi perduti e dice con sorpresa:

“Sì! Mia nipote, ha vent’anni e ha molta voglia di imparare. E’ brava, sa? Lì vede quei pulcini lì? Li ha fatti lei, ne prenda uno!”

Meno male…


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