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Il gioco dimenticato e l’ingegno

19 febbraio 2013

ARTICOLI, INTERVISTE


 

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Sfido qualcuno ad andare in un parco urbano e trovare ragazzini che giocano in gruppi, magari alle biglie o alla campana, oppure armati di fionde che cercano di centrare lattine. Eggià, non è facile trovarne, perché sono (quasi) tutti a tennis o a calcio, a danza o a casa a giocare alla play, alla Wii, cercando di colmare ore pomeridiane e scacciare la “noia” per rendere libere mamme affaccendate e tate non da meno.

Inventiva, manualità, curiosità e socialità. Sono tante le possibilità che offre il gioco, ma lo spazio e il tempo (forse anche il clima invernale con temperature rigide?) sembra non permettere più aggregazioni di bambini e ragazzi. Senza voler demonizzare i giochi elettronici nè tantomeno la TV, il recupero del gioco tradizionale rappresenterebbe la riscoperta della propria storia, oltre che un’enorme risorsa che pare ormai estinta: lo sviluppo dell’ingegno. La definizione della parola ingegno è la seguente: intelligenza intesa come principio di creatività o come capacità inventiva volta alla risoluzione di problemi pratici. I bimbi di oggi sono svegli, è vero, ma forse sono poco ingegnosi, depongono presto le armi se non trovano una via d’uscita facile. Si avvicinano al mondo degli adulti attraverso tutt’altro genere di stimolo ed esempio. Una volta, invece, si adattavano alla società dei grandi in maniera più naturale.

Ci sono persone che lo sanno, e sanno anche che ai bambini piace sempre giocare così. Bisogna solamente proporglielo e insegnarglielo. Giorgio Reali è una di queste persone, inventore di giochi e progettista di spazi verdi idonei a giochi “senza strutture fisse”, è il fondatore dell’Accademia del Gioco Dimenticato (dentro la Fabbrica del Vapore a Milano) e dello spazio Oca Giocosa (dove si svolgono nel weekend  laboratori di costruzione dei giochi) alle Officine Creative Ansaldo. Reali ha pubblicato inoltre “Il giardino dei giochi dimenticati” e “Nonno libro”, due manuali ad uso di grandi e piccoli, oltre a pubblicazioni e collaborazioni.

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 Nell’Accademia del gioco dimenticato c’è poco spazio per altro che non sia la  passione di creare e giocare. Giorgio Reali mi accoglie parlando un sacco, mangiandosi le parole, non capisco se per la fretta ( ma dubito) o se per l’accelerazione delle idee che precede la voce. Ha i capelli arrufati e lo sguardo liquido, vigile. Trovare un posto dove sedersi mi sembra un’impresa, più grande dell’intervista stessa. Mi accomodo su uno sgabello sbilenco e nel cercare fogli, registratore e poggiare la borsa, Giorgio si è alzato e seduto tre volte.

Giorgio, come mai questa passione per il gioco?

La mia passione è nata da bambino. Mia madre era settima di quattordici figli, e su quattordici capisci che non tutti possono venire bene. Uno di questi era sordo muto e faceva il calzolaio. Lavorava tanto ed io ero sempre lì da lui dopo la scuola. Avevo una grande attrazione verso scampoli di pelle, colle, materiali vari. Questo mio zio era anche il factotum della parrocchia, e tutte le domeniche pomeriggio intratteneva i bambini facendoli giocare con le biglie, gli elastici, la carta, ogni volta creava ed organizzava giochi bellissimi. Una volta al mese andava a Trento per giocare con  i bambini sordo muti ed io lo sostituivo in parrocchia. Da sempre ho mantenuto il contatto con bambini e ragazzi. Ho sempre fatto mestieri che mi hanno portato ad insegnare qualcosa. Ho fatto anche l’istruttore di scuola guida!

E l’Accademia del Gioco Dimenticato quando è nata?

L’Accademia è nata tanto tempo fa, in verità c’è sempre stata come idea. Quando vivevo a Milano lavoravo come giudice delle gare di braccio di ferro. Sì, lo so, un mestire che sembra appartenere al mondo del cinema, ma una volta c’era anche questo “gioco”! Bene, sono stato chiamato per una gara all’Officina della Birra e lì trovai un annuncio dove cercavano persone creative per progetti del comune in vari ambiti. Uno di questi riguardava i bambini. Ho presentato il mio e sono stato selezionato tra tanti. Era il 2000 e quattro anni dopo è partito il progetto nella Fabbrica del Vapore.

Perché i bambini non giocano più? Sono irrecuperabili ormai?

Ai bambini di oggi manca l’input e l’esempio, non vedono altri bambini più grandi giocare come facevamo noi una volta. Di conseguenza per loro questi giochi non esistono. Pensa che quando vado nelle scuole e chiedo alle classi se giocano a uno due tre stella o alla campana, su venticinque bambini, ad alzare la mano sono in due o tre, è assurdo! Le maestre, poi, non aiutano. Durante la ricreazione se ne stanno sedute sulle panchine a guardare i bambini e non propongono niente. C’è chi scambia figurine, chi chiacchera, al massimo trovi una corda per saltare. lI bambini si recuperano, e sono sicuro che si divertono se proponi le cose giuste. Come fai a resistere ad una gara di macchinine a vento costruite a scuola? Fare un gioco come questo significa divertirsi, creare, immaginare ed usare i polmoni per soffiare!

La responsabilità è anche delle famiglie immagino.

Certo, ci sono i genitori che non hanno voglia, tempo ed entusiasmo. Chi è padre o madre oggi, ed ha circa quarant’anni, quando ne aveva dieci probabilmente non giocava più in questo modo. I genitori riempiono il tempo di questi bambini con corsi di ogni genere e non lasciano spazio per altro, le agende sono piene come quelle dei manager. Hanno forse paura che si annoino, che ne so, o che non utilizzino il tempo “prezioso” per la loro formazione, senza pensare che, alla fine, il tempo più utile è quello rubato alla noia.

Qual’è il valore aggiunto del gioco di una volta rispetto ai giochi elettronici o altro?

Innanzitutto il gioco spontaneo rende i bambini tutti uguali. Non ci sono ultimi modelli da mettere a confronto e i bambini hanno tutti un ruolo che li rende indispensabili. Spesso devono costruirlo il gioco, e questo coinvolge la loro capacità di immaginare e creare, caratteristiche importanti per tanti altri aspetti della vita. Infine, altro aspetto, è l’utilizzo del corpo e della fisicità per alcuni di questi giochi: corsa, salto, coordinazione, ritmo sono fondamentali non solo per la salute.

E i ragazzi?

I ragazzi ormai non li becchi più. A me piacerebbe molto lavorare con i quindicenni per esempio, ma non me la sento di combattere contro i mulini a vento. Ormai la fascia di età che va dai dieci ai quindici anni pensa ai tablet e smarthphone. Io credo che possano convivere i due generi di gioco, il problema è che ad oggi viene proposta solamente una alternativa. Io sono sicuro che se raduni alcuni ragazzini di dodici o quattordici anni al parco e costruisci delle fionde loro si divertono come i matti a giocare al tiro. Pensa quanto è bello costruire una piste delle biglie, si divertono i grandi, è impensabile credere che dei ragazzi non si divertano!

Finisco l’intervista e Giorgio mi ringrazia in tutta fretta perché ha una festa di compleanno che sta per iniziare. Mi porta a vedere la stanza dove ha allestito e preparato i giochi, tutti costruiti con materiali di recupero. C’è un piccolo anticipatario seduto a terra che guarda affascinato tutto intorno. Mi siedo in un angolo con la macchina fotografica e aspetto qualche minuto. Il bambino si gira, mi guarda, sorride e poi chiede: “Vuoi giocare?”

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