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CAMBOGIA: muore Ieng Sary, leader dei Khmer Rossi

14 marzo 2013

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Chi era Ieng Sary? Probabilmente pochi di voi lo sanno. Contronotizia, giusto per ricordarlo, parla di persone, fatti o notizie che meritano una riflessione, e meritano anche spazio, non perché più importanti di altre, solamente per il fatto che riguardano tutti noi, nessuno escluso. Ieng Sary è stato uno dei leader del regime dei Khmer Rossi. Lui e gli altri tre leader erano e, quelli vivi lo sono tutt’ora, detenuti e sotto processo per la morte di un milione 700 mila cambogiani tra il 17 aprile 1975 e il 7 gennaio 1979.

I Khmer Rossi erano gli aderenti al Partito Comunista di Kampuchea, il partito politico comunista cambogiano fondato nel 1951, che governò la Cambogia dal 17 aprile 1975 al 9 gennaio 1979.  Fu uno dei regimi più violenti del XX secolo ed è stato il regime con la più alta percentuale tra popolazione e numero di morti: un quarto della popolazione è stata sterminata. Questo genocidio è forse uno dei meno noti in Occidente. Il 17 Aprile 1975 i Khmer Rossi, guidati da Pol Pot (nome originario: Saloth Sar), prendono possesso della capitale, Phnom Penh, mettendo fine alla precedente “Repubblica dei Khmer”. Prende subito piede l’ala più estremista del movimento, che intende instaurare un egualitarismo rurale attraverso lo spopolamento di tutte le città e la deportazione in “campi di rieducazione” e prigioni terrificanti dove eliminare il “nemico”. Nel 1978 avviene l’invasione da parte del Vietnam che costringe i khmer rossi alla fuga nelle montagne.

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I leader del partito hanno appreso il loro ateismo a Parigi, innamorandosi della rivoluzione francese,  quindi dopo aver imposto l’ateismo di Stato, fecero bruciare libri, religiosi e non, fotografie e ricordi personali perché scomparisse letteralmente il ricordo del mondo precedente al comunismo. Tutte le forme religiose vennero abolite ed era espressamente vietato credere a Dio, proibito ogni segno di affetto in pubblico, proibito utilizzare le parole “padre” e “madre”, anche per i bambini. Durante quel periodo buio, chiunque avesse una laurea, parlasse qualche lingua straniera, o esercitasse una libera professione (medico, avvocato…) doveva essere eliminato. Il “nemico” finì per essere quasi l’intero popolo: i detenuti nelle prigioni venivano torturati continuamente fino allo svenimento in modo da ottenere i nomi dei presunti traditori – ogni persona denunciava altri nomi, conoscenti, chiunque, pur di non essere più torturato. Le confessioni estorte ai prigionieri erano quasi sempre invenzioni fatte per soddisfare i vertici del partito. Alle guardie (che spesso erano bambini o ragazzini indottrinati) veniva detto che il partito non sbagliava mai nell’arrestare un nemico e se il traditore era un padre, tutta la sua famiglia andava arrestata con lui.

Ieng Sary lo chiamavano “Fratello numero tre”, in linea gerarchica lo precedevano solo il Numero Uno, Pol Pot, morto nel ’98, e il “Fratello numero due” Nuon Chea, 77 anni, ideologo del regime e oggi tranquillo pensionato residente nella cittadina di Pailin, un borgo nelle foreste tropicali ai confini con la Thailandia.

A pagare per tutti sono stati solo in due, il “macellaio” Ta Mok, e il direttore del carcere di Tuol Sleng, dove morirono 17 mila uomini, donne e bambini dopo anni di torture e malnutrizione – Ta Mok rilascia nel 1997 una rara intervista al Far Eastern Economic Review, in cui ammette il massacro di “qualche centinaio di migliaia di persone”, attribuendone però ogni responsabilità a Pol Pot.

Con la sua morte, purtroppo, l’ex ministro degli esteri Ieng Sary si porta nella tomba molti dei segreti sul regime. Lui, che non aveva mai mostrato segnali di pentimento davanti ai giudici,resta impunito, un simbolo delle procedure macchinose, rese impossibili per la carenza di fondi, per il disinteresse quasi totale della comunità internazionale, un simbolo del fallimento della giustizia.

 


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