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Armi stampate: permesso all’uomo tra i quindici più pericolosi al mondo

25 marzo 2013

ARTICOLI


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Il mercato della stampa 3D prende piede, neanche tanto lentamente, e si sente parlare sempre più spesso di artigiani digitali, i makers: una nuova generazione di creativi che potrebbe rivoluzionare oggetti e mercato, ribaltando le logiche del mercato e facendo tremare le economie di scala.

Probabilmente nell’immaginario collettivo, sentir parlare di stampa 3d fa venire in mente  un’unica possibilità di utilizzo: quello di realizzare dei pupazzetti di materiale sintetico da collezionare. Ma non è così. Dalla prototipazione alla produzione in serie il passo è stato veloce. Nella prima rivoluzione industriale è stata la macchina a vapore a innescare il cambiamento. In questo caso c’è di mezzo una macchina che “stampa” oggetti come stamperebbe un foglio.

Non è una novità, se vogliamo,  da trent’anni esistono strumenti simili nelle fabbriche. Ma tutto è cambiato quando nel 2009 Bre Prettis, 38 anni, hacker con la passione dei robot, ne ha realizzata una da circa mille dollari. Invece di 100 e passa mila. Prettis è ceo e cofondatore della MakerBot,  startup di Brooklyn (finanziata recentemente con dieci milioni di dollari), marchio leader nel nascente mercato della stampa 3D di largo consumo.

Non voglio fare un trattato sui vari tipi di stampanti e su cosa riescono a fare, rischierei di annoiarvi a morte. Per le specifiche tecniche ci sono svariati siti che ne parlano. Le implicazioni che interessano a questo blog sono diverse. Ora le stampanti 3D consentono a chiunque di produrre un singolo oggetto a costi bassissimi. Alcuni spunti per riflettere?

  • acquisto degli oggetti on-line senza farceli neanche spedire. Si acquista il progetto così da farlo realizzare alla tua stampante;
  • molteplici possibilità di personalizzazione, non solo nell’aspetto, ma anche nella forma e nei materiali;
  • progettare e prototipare strumenti e accessori e testarne direttamente il funzionamento e l’effettiva funzionalità per poi brevettarli e/o metterli in commercio.
  • miliardi di opportunità imprenditoriali a disposizione delle persone creative e brillanti.

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Usando questi congegni, gli smanettoni con la passione per la robotica, ma anche designers e artigiani stampano di tutto: dalle tazzine da caffè antropomorfiche alle copie di plastica degli orinatoi di Duchamp, gioielli, vestiti. Un architetto italiano, Enrico Dini, stampa addirittura case o barriere coralline artificiali per emiri arabi. Ti si rompe una maniglia della porta? Che problema c’è, se hai una di queste stampanti a casa, te la fai tu. Quello che ha fatto più scalpore è stato un violino, prodotto un anno fa da una società tedesca.

Ma la notizia che fa discutere è: “Ti serve una pistola? Stampatela” 

Il progetto è di Cody Wilson, uno studente di legge anarchico e autodidatta, creatore del sito Defense Distributedun progetto open source per fabbricare armi assemblando componenti ottenuti mediante stampa 3D. Pistole e fucili d’assalto, all’apparenza dei plasticoni, in realtà armi funzionanti, fabbricate in casa. Tuttavia, fatte in questo modo, cioè, totalmente in plastica, sparavano un solo colpo, dopodiché si fondevano. Pistole metal-free, non visibili al metal detector degli aeroporti. E quindi illegali.Ora l’azienda, che è pure una no-profit (e pare riceva finanziamenti in Bitcoin), ha sviluppato diversi prototipi, tra cui una semi-automatica in grado di sparare più di 600 colpi (la stessa arma utilizzata nella strage di Newtown). C’è da dire che non tutta l’arma testata è stata stampata. Il calcio, la canna con l’otturatore e le munizioni facevano parte di un’arma prodotta con metodi normali. La parte di arma che contiene il grilletto e il percussore è stato stampato (che dal punto di vista tecnico e legale rappresenta l’arma vera e propria).Per intenderci, qualcosa del genere:

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Nel sito si legge la mission: «difendere la libertà dell’accesso alle armi garantiti dalla Costituzione degli Stati Uniti facilitando l’accesso globale e la produzione e la conoscenza relativa alla stampa 3D di armi da fuoco e di pubblicare e distribuire, senza costi per il pubblico, queste informazioni nel pubblico interesse».

Ma tutto questo, in qualche modo, ha fatto già notizia. Il punto davvero inquietante è che da pochi giorni l’ufficio del Bureau of Alcohol, Tobacco, and Firearms statunitense,  ha concesso la tanto desiderata licenza ad hoc alla Defense Distributed, cioè, di fabbricare e vendere armi da fuoco con i tipici processi della stampa tridimensionale. “Ora possiamo distribuire alcuni dei pezzi che già abbiamo realizzato – dice Wilson alla stampa – Con questa licenza posso sostenere transazioni e trasporto di armi da fuoco”. Sul sito defcad.org, il gruppo ha già caricato i progetti 3D dei vari componenti per armi che possono essere liberamente scaricati e utilizzati.

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C’è da dire che i criminali riescono ad avere già adesso un accesso più o meno facile alle armi, senza bisogno di comprarsi una stampante 3D e imparare ad usarla. Ma si sa, la tecnologia corre, i costi si abbassano. Il punto è che la licenza appena ottenuta da Cody Wilson per la sua Defense Distributed rende l’azienda un produttore e un venditore di armi negli Stati Uniti, e quindi del tutto legali le sue operazioni – mentre finora c’era una certa ambiguità legale a riguardo: poteva distribuire i progetti, ma non il prodotto finito.

Ultima considerazione, non meno importante.  Sapevate che Cody Wilson è stato citato dalla rivista Wired come una delle quindici persone più pericolose al mondo? Forse Cody tra qualche hanno non sarà solamente una Contronotizia…

incorporato da Embedded Video

 


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3 Responses to “Armi stampate: permesso all’uomo tra i quindici più pericolosi al mondo”

  1. Alberto Says:

    Complimenti! Ci hai illuminato su una contronotizia, di cui nessuno ha mai parlato sui media. Certo ora siamo un po’ allarmati…

    • consuelo canducci Says:

      Caro Alberto, sono felice di illuminare il mondo con Contronotizie, spero questa rimanga tale…

      • Calibro Says:

        Ma come fai a scovare queste notizie? Io mi occupo da anni di armi, come forse avrai capito dal mio nome e, nonostante importi pezzi anche dagli USA, non ero al corrente di questa notevole opportunità. Sperando di non approfittare della tua gentilezza, non è che hai i riferimenti di questo Cody Wilson? Mi interesserebbe molto contattarlo per provare a proporgli una partnership tesa a importare la sua idea in Italia.
        Grazie per l’ottima lettura, ma soprattutto per lo spunto fornito…sai, di questi tempi, anche il mercato delle armi non tira più come una volta ed allora bisogna arrabattarsi per provare ad abbattere i prezzi