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Cosa comunica l’uomo di oggi?

11 aprile 2013

ARTICOLI


 

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Costantemente pronto a comunicare, e al tempo stesso incapace di farlo. Esprimere le proprie emozioni pare non sia così ovvio nella società dove tutto si dice. Dove tutto si “posta”. Dove tutto si può dire. Già, si è arrivati al paradosso. Lo strumento maestro per la comunicazione, ovvero, la scrittura, sembra aver perso la propria funzione. Quella di far scorrere da dentro il flusso delle emozioni. Le emozioni che scaturiscono dal rapporto con gli altri.

Siamo tutti in vetrina. E con noi, in vetrina, ci finiscono piccole porzioni mal espresse di noi stessi. Facebook, twitter, blog, diari, whatsapp, skype, e i riassunti delle nostre vite che questi strumenti racchiudono. I social network ci danno la possibilità di condividere con il mondo pensieri e stati d’animo. E siamo convinti di farlo. Immagini di quello che vorremmo essere. Frasi dette per esprimere pensieri non nostri. Sentimenti sbiaditi. Emozioni false. Idoli. Appiccicati su di noi per creare un personaggio. Un avatar.

La letteratura ne è la cartina tornasole. La rivista PLOS ONE  ha fatto un’approfondita analisi statistica sull’uso delle parole che veicolano stati emozionali, relativa ai libri pubblicati nel XX secolo. Così, analizzando la produzione letteraria, è emersa la frequenza (pare scarsa) delle parole legate ai sentimenti che compaiono nei libri pubblicati nel secolo scorso. Milioni dei quali sono oggi disponibili in forma digitale (circa cinque milioni di libri). E la tecnologia, in questi casi aiuta. Sono stati presi in considerazione i libri pubblicati in Gran Bretagna e negli Stati Uniti fra il 1900 e il 2000 sfruttando il database Ngram di Google. E il fiume immenso di parole in essi contenuto.

Si è passati così alla ricerca di parole classificabili in categorie come rabbia, disgusto, paura, gioia, tristezza e sorpresa. I primi dati rispecchiano  stati d’animo dell’uomo legati a precisi momenti storici: euforia espressiva degli anni venti del Novecento, seguito da un picco di manifestazioni di tristezza in coincidenza con la grande depressione e con la seconda guerra mondiale, e poi un ritorno della felicità durante gli anni sessanta del baby boom.

Il dato più sorprendente è la diminuzione generale, sempre più netta e progressiva, dell’uso di parole relative a stati d’animo. Tra queste poche parole, la “paura” sarebbe in aumento. Il “disgusto”, invece, sembra decisamente fuori moda. Tuttavia la questione è un’altra. Le espressioni di contenuto emozionale appaiono sempre meno. E sono improntate a un intimismo dai toni egocentrici. E narcisistici. Come dimostra un maggior utilizzo dei pronomi di prima persona singolare, a scapito di parole che indicano interazioni sociali (come “amico”, “parlare”, “noi”, “bambino”).

Questo ci riconduce alla ormai folle dimensione pubblica di noi stessi. E la dimensione pubblica sembra fagocitare la nostra anima. E la nostra anima si esprime ormai con un analfabetismo emotivo confinato in parole e faccine. “A cosa stai pensando” ci chiede Facebook. E noi postiamo. Postiamo quello che crediamo di provare. E che vogliamo far credere ai nostri tanti followers.

 

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