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Pacific Trash Vortex: la plastica inghiottirà pure noi

19 maggio 2013

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Immaginate un ammasso enorme di rifiuti di plastica di ogni genere. Che si accumula dagli anni cinquanta, indisturbato, nel mare. Fino a trasformarsi in un continente fatto di spazzatura. La grande isola che non c’è. Solamente perché non è segnalata nelle cartine e nelle mappe. E non è nemmeno visibile dal satellite, in quanto sarebbe collocata appena al di sotto della superficie marina, fino a 10 metri di profondità.

Pacific Trash Vortex, nota anche come grande chiazza di immondizia del Pacifico, però, esiste eccome. E’ stata scoperta alla fine degli anni ’80 dalla National Oceanic and Atmospheric Administration (Noaa). Si è formata grazie alla North Pacific Subtropical Gyre, una lenta corrente oceanica che si muove in senso orario a spirale, prodotta da un sistema di correnti ad alta pressione. Che raccoglie l’immondizia e la raduna in due grandi blocchi: uno a circa 500 miglia marine dalle coste californiane, ed uno al largo di quelle giapponesi.

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La sua estensione non è nota con precisione: le stime parlano di una dimensione che potrebbe essere compresa tra 700.000 kmq e più di 10 milioni di km q , cioè da un’area più grande della Penisola Iberica a un’area più estesa della superficie degli Stati Uniti. Questo minestrone di spazzatura è indicato tra i peggiori disastri ambientali della storia, ed è, di fatto, la più grande discarica a “mare” aperto del Pianeta. I numeri sono sempre più efficaci delle parole quando si tratta di disastri: si calcola che l’ammontare complessivo della sola plastica dell’area sia pari a circa 3 milioni di tonnellate. I detriti in generale sarebbero quantificabili in più di 100 milioni di tonnellate.

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Va detto che questo grande blob silenzioso si frammenta e si disintegra in  pezzi   sempre più piccoli. Questi minuscoli pezzettini sono il risultato di una  fotodegradazione, tanto lenta quanto dannosa. Perché  non si vedono ma  ci sono, e si confondono con il plancton marino di cui si nutrono i pesci e le meduse.Fino a costituire così un subdolo veleno che entra nella catena alimentare. Una grande schifezza, insomma. L’oceanografo Curtis Ebbesmeyer, che si occupa del problema della dispersione della plastica nei mari, paragona l’ammasso di spazzatura a un organismo vivente: “Si divincola come un grosso animale senza guinzaglio. Quando questa “bestia” si avvicina alla terraferma, come è accaduto alle Hawaii, le conseguenze sono gravissimeLa massa di rifiuti rigurgita pezzi e le spiagge si coprono di un tappeto di plastica”.

Ma il Pacific Trash Vortex non è un caso isolato. Attorno a lui, in ordine sparso nei mari e nelle coste, si distribuisce una quantità di plastica e rifiuti di ogni genere. Molti di questi provengono dai container caduti dalle navi cargo, altri sono una gentil concessione della nostra (poca) civiltà. Il mare è insomma asfissiato. E noi ci stiamo avvelenando. Mattoncini Lego, scarpe, bottiglie PET , kayak , palloni, giocattoli e milioni di sacchetti di plastica usa e getta.

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A proposito di sacchetti usa e getta. In Italia si stima che vengano prodotte ogni anno circa 300.000 tonnellate di sacchetti di plastica, pari a 430.000 tonnellate di petrolio. Con una conseguente emissione di CO2 in atmosfera di circa 200.000 tonnellate. Un sacchetto di plastica in polietilene disperso nell’ambiente impiega oltre 400 anni a smaltirsi. Con il sì definitivo del Senato al DL Ambiente sono state definite le caratteristiche tecniche delle bioshopper e dei sacchetti biodegradabili per la spesa. Cosicché gli unici sacchetti per l’asporto merci che possono circolare sono di due tipi: monouso biodegradabili e compostabili, oppure riutilizzabili con maniglia esterna di spessore superiore a 200 micron (uso alimentare) e 100 micron (altri usi), o con maniglia interna e spessore superiore ai 100 micron (uso alimentare) e 60 micron (altri usi).

Parallelamente è stato previsto anche un corrispondente apparato sanzionatorio. Dal 1° gennaio 2013 la commercializzazione dei sacchetti non conformi alla norma  armonizzata UNI EN 13432 del 2002, viene punita con multe da 2.500 euro a 25.000 euro, il cui ammontare, in determinati casi, può anche essere quadruplicato. Tutto ciò nell’auspicio del legislatore che siano disincentivati i conferimenti in discarica ed incoraggiate politiche di prevenzione e riciclaggio.

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Una rete da pesca verde all’interno di un pesce spada

Da quest’anno anche in Mauritania, e’ entrata in vigore la legge che vieta la produzione e l’uso dei sacchetti di plastica. Lì, come del resto in tanti paesi in via di sviluppo, la maggior parte dei sacchetti di plastica viene abbandonata nell’ambiente naturale, terrestre e marino. Gli shopper sono ritenuti ”importante causa di mortalita’ per il bestiame e le specie marine”.  Nella capitale, Nouakchott, l’80% dei bovini uccisi o abbattuti, hanno sacchetti di plastica nello stomaco.

Unknown-2Senza considerare altri casi ben noti. Come ad esempio le tartarughe marine che hanno da tempo incluso nella loro dieta le buste di plastica, convinte che siano meduse. O gli Albatros che scambiano pezzi di plastica per cibo, dandoli addirittura ai propri piccoli.  Lo zooplancton, alla base della catena alimentare oceanica ha a sua volta ingerito nanoparticelle di plastica. Le stime, al momento, raccontano di cifre allarmanti: l’86% circa delle tartarughe marine, il 44% degli uccelli acquatici, il 43% dei mammiferi marini sarebbero toccati da questo inquinamento da plastica.

Chiudo con una riflessione. Che forse mi colpisce allo “stomaco” più che qualsiasi dato. Perché è sotto gli occhi di tutti quando facciamo la spesa. Noi non ingeriamo plastica solo attraverso la catena alimentare. Ci pensa l’industria del packaging aggressivo a impacchettare con la plastica ogni ben di Dio ed a proporre sul mercato  porzioni singole sempre più “plastificate”e altamente inquinanti. Sarà ora che si prenda coscienza del problema, e, forti di una indignazione collettiva, si lavori per modificare i propri comportamenti e le proprie abitudini.

 

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