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La “ristrutturazione” di Lhasa segna la fine della cultura millenaria tibetana

26 maggio 2013

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Come è noto da anni le autorità cinesi stanno attuando un sistematico piano di distruzione della identità del popolo  tibetano, divenuto ormai straniero nella propria terra. Ora più che mai, avere notizie dal Tibet è molto difficile. Perché la “blindatura” del Tibet è pressoché totale.  Sono state chiuse strade, scuole, università. Continuano i sequestri di persone. Monasteri e città sono circondati da migliaia di soldati e la paura delle autoimmolazioni è forte. Non sanno come fermarle. Al punto che, per impedirle, le autorità hanno addirittura utilizzato cecchini sui tetti.

Lhasa, capitale della Regione Autonoma del Tibet, il tetto di Dio dei tibetani lentamente si sta trasformando in una succursale  cinese. Violentata anche dal punto di vista urbanistico. Aree della parte più antica di Lhasa, risalenti al settimo secolo, saranno infatti distrutte e ricostruite sull’impronta di un parco tematico per i turisti. Quartieri di inestimabile valore artistico e culturale, ora rischiano così di perdere l’anima. Si tratta insomma di un’operazione di turismo coloniale. Uno scempio. Inacettabile.

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L’ultimo grido d’allarme è stato lanciato dalla poetessa Tsering Woeser. Che per raccontare quello che sta accadendo al suo popolo ha aperto un blog ed è così diventata una nemica dello Stato. Oggi la Woeser non può uscire da Pechino. E  dalle pagine del suo blog, ha lanciato un appello disperato: “Fermiamo la distruzione di Lhasa”. Affinché sia risparmiata da una “spaventosa modernizzazione, un’imperdonabile e incalcolabile crimine contro l’antica città, la cultura umana e l’ambiente”. In una petizione pubblicata sulla rete cinese Wiebo, e subito censurata dalle autorità, la scrittrice ha denunciato il progetto di costruzione di un centro commerciale nel cuore della città vecchia. Progetto che comporterà la totale distruzione dell’area del Barkhor, attorno al più sacro dei templi di Lhasa, il Jokhang. Il centro si chiama “Barkhor Shopping Mall”, coprirà un’area di 150.000 metri quadrati e sarà in grado di ospitare, nel suo parcheggio sotterraneo, oltre 1000 automobili. L’idea è quella di inserire i venditori ambulanti all’interno del centro commerciale e di trasferire gli abitanti dei quartieri demoliti nella periferia occidentale di Lhasa.

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Pellegrini tra le demolizioni

L’area di Barkhor, che ha un enorme significato religioso, diventerà interamente vocata al turismo. Con il risultato che a causa di questi lavori di “ristrutturazione”, la strada principale non sarà più utilizzata dai pellegrini buddisti e tibetani. Ma servirà  solo come attrattiva per i turisti.

Le autorità cinesi hanno beffardamente definito i lavori un grande “piano di conservazione” per la città vecchia di Lhasa. E, anche recentemente, non hanno esitato a smentire le critiche.Infatti, la risposta ufficiale del governo, si legge su Renminbao, il Quotidiano del Popolo. Fornendo argomentazioni di questo tenore e che si commentano da sé: Lo scopo centrale del piano è una migliore salvaguardia dell’aspetto della città vecchia di Lhasa; i lavori di tutela e restauro includono la protezione di edifici di interesse storico e il restauro delle costruzioni tradizionali, la ristrutturazione di nuovi edifici e l’installazione di porte e finestre a risparmio energetico nelle case dei residenti». Wang Jian, architetto capo dell’Istituto di design architettonico e valutazione immobiliare della Municipalità di Tianjin, sostiene che il Dipartimento per la pianificazione ha condotto un vasto numero di sopralluoghi negli edifici della città vecchia, invitando contemporaneamente molti esperti di architettura tibetani a guidare a più riprese i lavori, per ottenere un restauro veramente fedele alle forme originarie.”
Siamo di fronte, insomma, ad un puntiglioso lavoro di censura e dissuasione alla critica.  Come solamente le autorità cinesi sanno fare, da sempre.La questione poi ruota anche attorno allo sfruttamento delle potenzialità turistiche di Lhasa. Si pensi che nel 2011 i visitatori, soprattutto cinesi, sono stati quasi 10 milioni,. Ed allora si comprende come il turismo del Tibet sia una torta assai appetibile da un punto di vista economico.

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Inaugurazione di un centro commerciale a Lhasa con tanto di gonfiabili...

Inaugurazione di un centro commerciale a Lhasa con tanto di gonfiabili…

«Oggi ho realizzato quali sono i veri obiettivi a Lhasa: costruire una città turistica con vizi e bagordi, in stile Lijiang. Tutti gli ambulanti, le pensioni e gli altri servizi di bassa fascia spariranno dalla città antica e saranno rimpiazzati da grandi alberghi e negozi di arte e antiquariato di fascia alta. Inoltre,le case della vecchia Lhasa avranno tutte le stesse facciate e le stesse insegne. È mai possibile che l’unico modo per ristrutturare le città cinesi sia questa chirurgia plastica di merda?». Sono considerazioni, queste, lasciate su Weibo da un turista dopo aver visitato Lhasa e che forniscono con ancora maggiore efficacia il quadro dello scempio in via di realizzazione. Perché il rischio concreto è che questa via verso la modernizzazione del Tibet porti con sé, nonostante le rassicuranti parole della propaganda cinese, un annientamento di storia, cultura e tradizioni millenarie.

Anche per tale motivo è stata promossa e lanciata da Londra la petizione internazionale “STOP ALLA DISTRUZIONE DI LHASA”, le cui firme saranno consegnate a Kishore Rao, direttore dell’UNESCO, nonché a William Hague, segretario agli esteri del Governo britannico.

Focus sulla questione tibetana

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Nel 1950 la Repubblica Popolare Cinese invase il Tibet. Un inequivocabile atto di aggressione e violazione della legge internazionale. Il Dalai Lama, capo politico e spirituale del Tibet, tentò una pacifica convivenza con i cinesi, ma le mire colonialiste della Cina diventarono sempre più evidenti. Il 10 Marzo 1959 il risentimento dei tibetani sfociò in un’aperta rivolta nazionale.

L’Esercito di Liberazione Popolare Cinese stroncò l’insurrezione con estrema brutalità uccidendo, tra il marzo e l’ottobre di quell’anno, nel solo Tibet centrale, più di 87.000 civili. Il Dalai Lama, seguito da circa 100.000 tibetani, fu costretto a fuggire dal Tibet. Si rifugiò in India dove chiese asilo politico. Attualmente, il numero dei rifugiati supera le 135.000 unità e l’afflusso dei profughi che lasciano il paese per sfuggire alle persecuzioni cinesi non conosce sosta.

In Tibet, a dispetto delle severe punizioni, la resistenza continua.

  • Il diritto del popolo tibetano alla libertà di parola è sistematicamente violato;
  • Migliaia di tibetani sono tutt’ora imprigionati, torturati e condannati senza processo. Le condizioni delle carceri sono disumane;
  • Le donne tibetane sono costrette a subire involontariamente la sterilizzazione e l’aborto;
  • I tibetani sono perseguitati per il loro credo religioso;
  • Monaci e monache sono costretti a sottostare a sessioni di rieducazione patriottica, a denunciare il Dalai Lama e a dichiarare obbedienza al Partito Comunista;
  • Oltre un milione di tibetani sono morti a causa dell’occupazione cinese;

E’ necessario informare. Il mondo deve sapere cosa succede in Tibet. I media non ne parlano mai abbastanza e l’informazione a riguardo è spesso parziale. 

 

 

 


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