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Un nuovo Maracanã per la “torcida” di sempre. Privatizzato e tirato a lucido. Ma piace davvero ai brasiliani?


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Il Maracanã è tornato alla ribalta dopo due anni e mezzo di lavori di ristrutturazione. Era necessaria una remise en forme in previsione della Confederation Cup 2013, della finale dei mondiali 2014 e delle Olimpiadi del 2016. “O estadio dos reis” ora ha un tetto ellittico di 50mila metri quadri ricoperto di pannelli fotovoltaici, 230 bagni che riciclano l’acqua piovana, 60 bar, 360 telecamere di sicurezza, poltroncine super comode, oltre ad un settore per la stampa completamente rifatto e in grado di ospitare fino a 3mila giornalisti. A diminuire sono i posti, che passano dai 200 mila (il record storico di presenze fu nel 1950 durante la partita Brasile – Ecuador) a circa 78 mila.  Anche l’area urbana attorno allo stadio ha subito notevoli cambiamenti. Con la demolizione del Parco Acquatico Julio De Lamare e dello Stadio di Atletica Célio de Barros, entrambe annessi al complesso sportivo del Maracanã, nonché della Scuola Comunale Friedenreich.

L’obiettivo della profonda ristrutturazione era di aumentare la visibilità da parte del pubblico e più complessivamente di trasformare il tempio del calcio brasiliano in uno stadio ancorato al modello europeo. Tutto nuovo, dunque. E tutti contenti. In realtà non proprio tutti, visto che la tifoseria ha espresso in merito diverse riserve. Innanzitutto sulla cifra spesa, che ha raggiunto quota 400 milioni di euro. Ma a far arrabbiare la tifoseria è in particolare la nuova proposta di condotta. Il Consorzio Maracanã infatti ha redatto un documento di “buona condotta” che proibirebbe ai tifosi di portare le aste di bambù per reggere le bandiere e gli strumenti musicali. Sarebbe anche previsto il divieto di levarsi le magliette durante le partite. I tifosi, inoltre, dovrebbero stare seduti  per tutta la durata degli incontri. Insomma, andare a vedere una partita di calcio sarà un po’ come andare a teatro.

UnknownNon si capisce poi dove origini questa svolta “perbenista” col conseguente divieto di togliersi la maglietta, che peraltro non è previsto in alcuno stadio europeo. Sta di fatto che il popolo verde oro è insorto di fronte a tale prospettiva, accusando il Consorzio Maracanã di voler derubare i brasiliani della loro torcida. Di voler, peraltro, “cacciare” i poveri dallo stadio con il conseguente aumento dei biglietti per assistere alle partite. Ma soprattuto di far morire l’anima del Maracanã, che i cariocas considerano loro. O “maior dos maiores” (il più grande tra i grandi) fa parte della cultura, della storia, del vissuto calcistico di un intero popolo. Costringere un brasiliano nel pieno delirio da gol a stare seduto è come chiedere ad un bambino affamato di non rubare la marmellata. Impedire alla torcida di non esprimere la gioia incontenibile con una batucada è come cercare di frenare un cavallo in corsa.

La motivazione ufficiale di un così radicale cambio di rotta starebbe nel fatto di voler contenere la violenza. Resta il fatto che imporre con la costrizione, non pare, anche in questo caso, la strada giusta per “educare”. Perché i brasiliani, nel Maracanã tirato a lucido, si sentono un po’ così, costretti. Oltreché esclusi. È per questo che le nuove “regole di comportamento” non piacciono e non convincono. Perchè cancellano, con la scusa della ristrutturazione, una tradizione piena di storia, di fede, intrisa di lacrime e gioia calcistica. A far stare seduti i brasiliani durante una partita ce ne vorrà, statene certi. E neppure l’adesivo più potente in circolazione servirebbe a contenere l’esplosione di gioia della torcida del Maracanã.


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