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Il venditore ambulante di giochi che non fa sognare

16 settembre 2013

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Ero seduta su una panchina del parco e in mano tenevo un quotidiano che non riuscivo a sfogliare. Forse i colori di settembre me lo impedivano perchè si rubavano di continuo il mio sguardo. Anche un venditore ambulante di giochi catturava la mia attenzione quel giorno. Era un uomo pakistano che aveva un viso attento e l’aria ammiccante. Uno che ci sapeva fare con i bambini. Lo si capiva dai larghi sorrisi che apriva a comando. Faceva anche dei fischietti con la bocca che sembravano richiami per anatre, con lo scopo, evidente, di catturare le piccole prede. Sul tappeto steso a terra, una sfilza di plasticoni e plastichini di vario genere.

Come me, il cui sguardo era rapito dai colori tersi di una natura mutevole, anche i bambini erano attratti dai colori fluo dei plasticoni. Pinguini, spade, palloni, macchinine, bambolette dal viso disperato, e altri oggetti di uso non identificato erano stesi sul tappeto come trappole per topini. Qualcuno ci cascava, qualcun’altro, per fortuna, no. Allora mi è partito un trip. Mi sono immaginata che al posto del pakistano ci fosse un venditore illuminato  capace di utilizzare armi di unconvetional marketing. Quindi, come la fata turchina, ho trasformato a colpi di bacchetta tutti i plasticoni fluo in giochi tradizionali. Mi sono immaginata anche  il pakistano vestito diversamente, con calzoncini corti, una coppola in testa e le bretelle colorate.

A quel punto si è compiuta la magia. Spariti i giochi di plastica tossica, sono apparse le biglie di vetro, le trottole di legno, macchine di latta, bambole di pezza e tanti altri oggetti costruiti con materiali facilmente reperibili. La magia vera, però, è stata trasformare il venditore statico in un compagno di giochi, in uno stimolo nuovo e, perchè no, in un educatore inconsapevole. Che invece di starsene lì impalato sperando di addescare i bambini, giocava con loro. Costruiva la pista per le biglie di vetro, inventava un percoso per le macchine di latta, metteva a sedere le bambole di pezza per farle conversare tra loro, faceva girare le trottole a più non posso. Attirando infine l’attenzione dei bambini con i suoni dei giochi e con le parole, o forse con un sorriso spontaneo, senza richiami banalizzanti. Ho immaginato allora il brulichio di bambini attorno all’uomo, tutti a giocare come i matti, e ho immaginato anche le mamme, più disposte a sborsare qualcosa in più per acquistare quei meravigliosi giochi. Ho pensato, infine, che il pakistano stesse sbagliando tutto, non solo perchè stava alimentando un commercio malato, ma perchè stava semplicemente togliendo ai bambini tante possibilità.

Dopo un tempo indefinito la magia era finita. Tranne quella della natura. I colori di settembre stavano ancora mutando e le ombre si stavano allungando. L’azzurro del cielo si addolciva, e le sfumature del verde si scaldavano. Il giornale era rimasto chiuso e i colori fluo dei plasticoni, però, erano rimasti tali. I bambini se ne erano andati e il pakistano, a quel punto, ha racimolato i suoi plasticoni e li ha messi dentro un grande sacco. Tranne un orsetto gonfiabile che, essendosi bucato, è stato gettato in terra, senza cura e senza amore.

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“Non c’è niente di più serio e più coinvolgente del gioco per un bambino. E in questa sua serietà è molto simile ad un artista intento al suo lavoro. Come l’artista, anche il bambino giocando trasforma la realtà, la reinventa, la rappresenta in modo simbolico, creando un mondo immaginario che riflette i suoi sogni a occhi aperti aperti, le sue fantasie, i suoi desideri”

                                                                                                                                                                                                       (Silvia Vegetti Finzi)

Consuelo Canducci

 


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