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La crisi e l’arte della manutenzione delle cose

15 novembre 2013

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Tutti noi utilizziamo oggetti dall’obsolescenza programmata. E l’idea che si guastino non ci tange più di tanto, perché siamo ormai abituati a disfarcene senza prima verificarne la possibile riparazione. Si rompe un piccolo ingranaggio? Fa niente, buttiamo l’intero dispositivo e ne compriamo un altro. Calzino bucato? Via, nessuno più sa neanche rammendare!

Vi ricordate quando ascoltavamo la musica con i mangianastri? Poteva capitare ogni tanto che le bobine girassero al rallentatore oppure che il suono uscisse sporco. Allora si puliva la “testina” per farlo funzionare meglio. Era una goduria vedere quel cotton fioc tutto nero.

Il concetto di manutenzione, purtroppo, l’abbiamo progressivamente accantonato. Nella nostra testa si è fatta largo la convinzione per cui il prodotto, nel suo percorso di vita, attraversi sostanzialmente tre fasi: la produzione, l’utilizzo, la dismissione. E quando va bene si aggiunge il riciclo. Ma in tanti casi, prima di buttare al macero il prodotto guasto,  potrebbe esistere uno stadio, quello della manutenzione appunto. Che ci viene negato, o quantomeno nascosto. Certo sappiamo tutti che, una volta acquistato un prodotto, scatta il conto alla rovescia per la sua autodistruzione: dal forno auto pulente, alle automobili con spie incorporate (che poi non si accendono quasi mai e si passa così  direttamente all’irreparabile), ai giochi. Tutto viene buttato via con una facilità disarmante.

Pensate banalmente anche alle scarpe. Scovare un calzolaio nellerrotto3 nostre città è come andare alla ricerca del Santo Graal. Pensare di trovare un aggiustatutto, neanche a parlarne. E quando lo trovi, ti rendi conto che è pieno zeppo di lavoro. Perché la gente, senza più soldi, ha più a cuore il salvataggio degli oggetti. Che così, invece di essere condannati senza appello alla morte, vengono restituiti alla vita.

Ridare vita, in fondo, è come fare una magia. Peraltro aggiustare le cose porta con sé, oltre al beneficio economico, la conoscenza: aggiustando una cosa, imparo a conoscerla. Scopro come è fatta nei suoi dettagli, come si assembla e come ci viene proposta. Tutto questo può contribuire a renderci, almeno in parte, liberi da gioghi consumistici ed a farci uscire da una crisi esistenziale, prima ancora che economica. Lo sanno bene i makers, che con la cultura del “fare e costruire” stanno generando un impulso nuovo nella società. Perché a rendere felici le persone è la “possibilità di avere il controllo su un progetto, quando fai un’attività dall’inizio alla fine mettendo le tue idee in pratica, per poi esserne fiero e condividerlo”.

Senza arrivare a tanto, prendere in mano un oggetto per capire come è fatto e dargli una nuova vita senza aspettare una sostituzione scontata è una strada che tutti noi dovremmo provare a percorrere. A cominciare dalle scarpe, perché no.


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