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E se fossero i boschi a scaldarci?

13 gennaio 2014

ARTICOLI


 

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Il fascino della fiamma che arde in un camino si è affievolito nel tempo. Nel nostro immaginario, la stufa a legna è spesso considerato un sistema di approvvigionamento energetico antiquato, inquinante e poco economico. Ma, complice la crisi economica e l’aumento  del prezzo dei carburanti fossili, pare che la vendita di stufe e camini abbia avuto un vero boom negli ultimi anni. Da una analisi della Coldiretti sulla base dei dati Istat relativi ai primi sette mesi del 2013, emerge che vi è stato un aumento del 15% delle importazioni di legna da ardere rispetto al 2011.

A tale riguardo, vi è innanzitutto da dire che di antiquato e inquinante il legno ha ben poco. Basti pensare che la biomassa ricavata da questo materiale può essere trasformata in combustibile ecologico, pulito e a CO2 neutro. Questo perché l’anidride carbonica emessa durante la combustione è quella che è stata assorbita durante la crescita della pianta. E la combustione del legname può essere incompleta e non ottimizzata, e di conseguenza inquinante, solo se avviene nelle vecchie caldaie o stufe. Insomma, con le moderne caldaie ad alta tecnologia, sarebbe possibile sostituire completamente il gasolio e il metano. Utilizzando una stufa da 7kw, ideale per scaldare un ambiente di 60 mq, si consumano circa 3,70€ al giorno per un totale di 111€ al mese.

Dunque se paragoniamo i combustibili fossili al pellet (materiale combustibile ricavato dalla segatura essiccata e poi compressa in forma di piccoli cilindri), quest’ultimo, a parità di calore prodotto ha notevoli vantaggi. Innanzittutto costa meno dei combustibili normalmente usati e non risente delle oscillazioni di prezzo tipiche del gas o del petrolio. Poi è una risorsa rinnovabile e può essere ricavato anche da materiale di scarto proveniente dalla lavorazione del legname.

Dissesto-idrogeologicoInoltre, l’utilizzo del legno come fonte di energia – oltre al pellet e cippato ricavati dal legno si possono utilizzare il mais, arbusti, vegetali ricchi di zucchero- potrebbe avere ricadute  molto positive sul territorio perché imporrebbe una attenta manutenzione dei territori di “estrazione”. Con la conseguenza di incrementare e ripristinare aree boschive, sviluppandone le capacità rigenerative nel rispetto dei tempi di ricrescita delle piante. E con l’effetto di evitare il disboscamento prevenendo così fenomeni  di dissesto idrogeologico con cui il nostro Paese sempre più spesso deve fare i conti.  A tale proposito si pensi che 6.600 Comuni nel nostro paese, l’82 per cento del totale, sono in aree ad elevato rischio idrogeologico.

Certo, ipotizzare l’utilizzo di un sistema di produzione energetica fondato su cippato o pellet di legno richiede valutazioni più precise con particolare riguardo all’intero ciclo di vita del combustibile. E poi vi  è da tenere presente l’importanza del concetto di filiera corta: la biomassa dovrebbe provenire entro un raggio di 70 km dall’impianto. Per garantire la migliore combinazione tra sostenibilità ambientale ed efficienza energetica. Anche per questo, ma soprattutto per i  limiti strutturali imposti dalle modalità radicate su cui poggia la produzione energetica, sarebbe quindi impensabile o ancora utopistico estendere alle nostre città un modello imperniato sul legno. Che invece potrebbe essere sperimentabile in piccole realtà territoriali o in aree industriali poste non distanti da aree boschive o aree destinabili alla produzione di legno.

L’utilizzo delle biomasse avrebbe anche riflessi positivi sull’occupazione,  incentivando nuove forme di economia locale. Si tratterebbe insomma di una strada capace di coniugare benefici ambientali, ricadute occupazionali e risanamento dei nostri territori. Territori martoriati da un processo di cementificazione selvaggia, che ogni cinque mesi devasta una superficie pari a quella occupata dal comune di Napoli e che hanno dunque un tremendo bisogno di radici.


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