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La violenza sulle donne non ha frontiere

2 aprile 2014

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1 a 3 violencia domestica contra mulheres

I risultati di ricerche condotte in altri paesi non suscitano grande interesse e pare non ci riguardino. Perché viviamo nell’illusione che le distanze geografiche siano linee di confine invalicabili da abitudini, tendenze, usi e costumi di altri popoli. Ma non è esattamente così, perché quando si tratta di atti di violenza sulle donne, e quindi di violazione dei diritti umani, si configura una responsabilità collettiva e per ciò stesso l’impossibilità di  relegare il tema alla sfera individuale o ad una questione privata di un singolo paese.

E’ di pochi giorni fa la pubblicazione dei risultati di una ricerca condotta in Brasile dall’Ipea (Istituto de Pesquisa Econômica Aplicada), dal titolo “Tolleranza sociale della violenza sulle donne”. Sono state coinvolte 3810 persone (di cui il 66,5% donne) di 212 città diverse. Gli intervistati dovevano rispondere a 25 domande sui temi della violenza fisica e psicologica sulle donne, nonché sui ruoli svolti dall’uomo e dalla donna all’interno della società.

Sono emersi dati poco confortanti e profondamente contrastanti tra loro. Di seguito vi elenco solo le domande più significative, con le relative risposte:

“L’uomo che picchia la propria moglie deve andare in prigione”

78,1%  totalmente d’accordo
13,3% parzialmente d’accordo
5%  totalmente contrari
2% parzialmente contrari
1,6% si dichiarano neutri

“I casi di violenza domestica devono essere discussi soltanto tra i membri della famiglia”

33,3%  totalmente d’accordo
29,7%  parzialmente d’accordo
25,2%  totalmente contrari
9,3%   parzialmente contrari
2,5%   si dichiarano neutri

“L’uomo può offendere e urlare a sua moglie”

3,9% totalmente d’accordo
4,9% parcialmente d’accordo
76,4%  totalmente contrari
12,8%  parzialmente contrari
2%  si dichiarano neutri

“Una donna sposata deve soddisfare sessualmente il proprio marito anche quando non ha voglia”

14%  totalmente d’accordo
13,2% parzialmente d’accordo
54%  totalmente contrari
11,3% parzialmente contrari
7%  indifferenti

“Ci sono donne da sposare e donne da portare a letto”

34,6%  totalmente d’accordo
20,3% parzialmente d’accordo
26,4% totalmente contrari
8,9% parzialmente contrari
9,5% indifferenti

Lo studio dimostra anche che il 65,1 % è totalmente (42,7%) o parzialmente d’accordo con l’affermazione secondo cui “le donne che indossano vestiti succinti meritano di essere aggredite” e che il 58,5% è totalmente (35,3%) o parzialmente d’accordo con la seguente asserzione: “se le donne si sapessero comportare ci sarebbero meno stupri”.

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Dall’indagine emerge che esiste sì una scarsa tolleranza alla violenza fisica e verbale –  la quasi totalità degli intervistati è d’accordo sul fatto che gli uomini che esercitano violenza sulle donne debbano andare in prigione -, tuttavia fa riflettere come poco meno della metà del campione (42%)  ritenga che sia la donna a “provocare” gli uomini. Questo perché è radicata la triste e pericolosa convinzione che gli uomini non riescano a controllare i propri appetiti sessuali, e che le donne debbano soddisfare gli uomini a letto, anche controvoglia.

Si tratta insomma della conferma di quanto  la società sia ancora fortemente intrisa di una cultura maschilista, dove l’uomo è considerato alla stregua di un padre-padrone.  E nella quale le donne sono ritenute ancora colpevoli del fatto di provocare comportamenti violenti da parte degli uomini. Di qui la necessità di lavorare per ribaltare paradigmi sotto-culturalicome quelli brasiliani. Perché si tende ancora, quando si parla di violenza da parte degli uomini, a utilizzare terminologie devianti. Ad esempio ascrivendo in modo riduttivo la violenza al “gesto del folle” o al “raptus violento”. Ed evitando in tal modo di affrontare i veri nodi da sciogliere, che sono le dinamiche di potere all’interno della famiglia, i modelli culturali sottesi e le fragilità degli uomini.


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