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Paper e il futuro della (dis)informazione

11 aprile 2014

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“Facebook non è più un social network, è un distributore di notizie che ti interessano o di cui comunque la gente parla.” Una frase pescata a caso dal web, emblematica di come oggi si guarda all’informazione. La frase si riferisce infatti alle caratteristiche e potenzialità di Paper, la nuova applicazione di Facebook per iPhone, lanciata il 3 febbraio scorso negli USA: una App che dà la possibilità, in modo certamente smart, di organizzare e sfogliare i contenuti  pubblicati su Facebook dai propri amici e dalle pagine seguite. E che consente di essere aggiornati su temi di proprio interesse, come notizie di attualità dei più influenti quotidiani, lo sport, la tecnologia o la musica. Dodici in tutto le aree tematiche per creare il proprio “Paper”. E costruire così l’informazione personalizzata.

I contenuti proposti agli utenti sono selezionati grazie ad un algoritmo ed al lavoro di  curatorieditoriali in carne ed ossa, i cosiddetti “professionisti della comunicazione”, che passano al setaccio la rete per proporre le “storie migliori” per ciascun argomento. Chi siano esattamente questi redattori non è dato sapere. Quello che è noto, invece, è che dopo soli due mesi dal lancio, Paper si ritrova appena al  76° posto su una classifica di 965 social networking negli Stati Uniti. “Tutto normale” sostiene Jillian Stefanki, il portavoce di Facebook, “fin dall’inizio il nostro obiettivo non era quello di fare grandi numeri, piuttosto di avere un feedback positivo dalle persone che utilizzano Paper. Di fatto l’obiettivo è quello di fidelizzare gli utenti e di lavorare per migliorare il prodotto strada facendo.”

Paper avrebbe anche dovuto fare lo sgambetto a Flipboard, l’app sua concorrente più vicina. Questa, invece, ha rilanciato. Sborsando, per l’aggregatore di news Zite, 60 milioni di dollari – più del doppio della cifra pagata da Cnn nel 2011 –  e puntando così a inglobare la tecnologia di Zite per essere in condizione di distribuire informazioni in base agli interessi degli utenti e alla loro attività sui social network.

cb0ab7c57c70377bcd423fb854ae33d1,61,1I giganti dei Social Network duellano dunque in arene virtuali  a colpi di algoritmi e redattori ombra pronti a confezionare i migliori pacchetti  di news personalizzate. Il tutto avviene, poi,  nel bel mezzo di una crisi dell’informazione tradizionale senza precedenti, caratterizzata da un calo non solo di fiducia da parte dei lettori, ma anche di vendite di quotidiani, che toccano un fondo difficile da recuperare. Causato peraltro anche da uno scadimento qualitativo dell’informazione proposta, che è evidente.

Una situazione, questa, che va a tutto vantaggio dell’informazione digitale, che placa però la sete di notizie “ready made”, accuratamente selezionate, nonché omologate. Fatte a nostra misura e piacimento senza neppure scuotere di un millimetro gli spiriti critici. Per vedere così, sempre più affievolita, specie tra i giovani, l’esigenza di poter fruire di un’informazione approfondita, originale e coraggiosa, lontana dal sempre più diffuso fenomeno del “copia-incolla”.

Vi ricordate le parole di Jack Dorsey, creatore di Twitter, fondatore e amministratore delegato di Square? Il quale, durante una conferenza internazionale di qualche anno fa, disse che lui non guarda più il TG, ma apre Twitter (contento lui…)?  Stiamo rischiando sempre più di affidare l’informazione a media digitali algoritmizzati che penetrano solo in maniera virtuale. Perché purtroppo abbiamo ormai tutti l’illusione che questa sia la vera informazione: globale, condivisa e omologata.

 


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