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Il #lavoroinvisibile delle donne

12 maggio 2014

ARTICOLI


pari-opportunità

Nei paesi OCSE le mamme che lavorano dedicano mediamente 50% del tempo in più alla cura dei figli rispetto ai papà che non lavorano. Questo è solo uno dei dati, piuttosto significativi, emerso dal rapporto #LavoroInvisibile: “Verso l’ugualianza di genere nel lavoro di cura” presentato a Milano da Action Aid durante l’incontro pubblico con Valore D dal titolo “Pratiche di successo per un’italia che cura”. L’iniziativa aveva come finalità quella di “sensibilizzare l’opinione pubblica sul ruolo e i diritti della donna e chiedere risposte alle Istituzioni e al mondo delle imprese.”

Più che le parole, sono i dati poco confortanti ad accendere i riflettori su un quadro che ancora stenta a cambiare. Quando si parla di differenza di genere si tende spesso a confinare la questione ad un ambito di mera rivendicazione femminile e le tante e ricorrenti enunciazioni di principio o le raccomandazioni fatte dalle Istituzioni europe in merito non sembrano trovare una concreta attuazione. Perché a livello europeo, le politiche tese ad indirizzare le azioni degli Stati membri non hanno un carattere coercitivo. E questo spiega come l’evoluzione verso una parità di genere differisca molto a seconda dei paesi. Basti pensare a come è tutelata la maternità: nei paesi dove è stato raggiunto un buon livello di uguaglianza in ambito lavorativo, come nel caso della Svezia e della Finlandia, si è passati dalla tutela della maternità per le donne lavoratrici alla tutela della genitorialità. Con la conseguenza di mettere sullo stesso piano la figura materna e paterna, sia a livello di “doveri” che di diritti.

Per quanto riguarda invece i servizi di cura all’infanzia, gli Stati dove esiste una disponibilità maggiore di servizi all’infanzia sono quelli in cui l’obbligo per la loro fornitura è previsto per legge. Nel rapporto presentato da Action Aid si legge che “in Italia non vi è l’obbligo per lo Stato di fornire servizi all’infanzia per bambini di età inferiore ai 6 anni. L’UE ha fissato degli obiettivi sull’offerta di posti in asili nido negli Stati membri, pari al 33% dei bambini di età tra 0 e 3 anni e al 90% dei bambini tra i 3 anni e i 6 anni. Danimarca, Svezia, Olanda, Francia, Spagna, Portogallo, Slovenia, Belgio, Lussemburgo e Regno Unito risultano aver raggiunto il target relativo alla fascia di età 0-3 anni. L’Italia ha raggiunto solo l’obiettivo relativo alla fascia di età superiore ai 3 anni.”

Top ten dei paesi più virtuosi sull’uguaglianza di genere, 2013

1. Islanda

2. Finlandia

3. Norvegia

4. Svezia

5. Filippine.

6. Irlanda

7. Nuova Zelanda

8. Danimarca

9. Svizzera

10. Nicaragua

uguaglianzabf4Secondo il World Economic Forum, tra i 10 paesi più virtuosi in termini di uguaglianza di genere vi sono quattro membri dell’Unione europea. L’Italia si posiziona al 71° posto, alle spalle di Senegal, Tanzania, Uganda e Mozambico. Sulla cattiva performance incide soprattutto l’area delle opportunità a livello economico, in cui l’Italia ricopre addirittura il 97° posto sui 136 paesi analizzati.

Il lavoro domestico e di cura dei figli è purtroppo considerato ancora come un dovere delle donne. Ascritto com’è ad un ruolo che non necessita di riconoscimento economico perché percepito come la cosa “più naturale al mondo”. Questa visione è talmente radicata nel DNA della nostra società che siamo a un paradosso: oggi è molto più facile parlare di futuro, impresa, educazione che di conciliazione dei tempi di vita. Infatti è anche attraverso politiche attive con cui favorire la condivisione del lavoro familiare che può vedersi riconosciuta la parità di genere e il valore sociale ed economico del lavoro domestico.

Che non si costruisce certo con le quote rosa ma neppure e solo con pene più dure nei confronti di chi commette violenza fisica contro le donne. Abbandonare il proprio lavoro perché lo Sato non ti garantisce alternative durante il periodo della maternità è una violenza. Guadagnare, a parità di incarico, meno degli uomini è una violenza. Sfogliare ogni giorno i quotidiani e vedere solo volti di uomini, quelli che contano e quelli che non contano, e che contribuiscono a costruire, spesso male, il mondo che ci circonda, è una violenza. Ma anche vedere i troppo pochi volti di donne  legati per lo più a temi come la mercificazione del corpo, abusi sessuali o pubblicità di intimo costituisce una violenza.

E’ pur vero che i cambiamenti culturali richiedono tempo. E si sa,  una legislatura non è sufficiente a superare pregiudizi inconsci così fortemente radicati. Ma  l’auspicio è che in questo tempo di svolte facilmente annunciate, chi governa conduca una battaglia culturale seria sui temi della parità di genere. E che vada oltre gli slogan e i luoghi comuni. Contribuendo così allo sviluppo di una coscienza collettiva che abbracci il diritto delle donne ad affermare, prima ancora che i propri diritti, la propria umanità.

 


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