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Cina: le baby box sono una pratica condannabile o un diritto alla vita?

30 ottobre 2014

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La politica del figlio unico, introdotta in Cina nel 1979  in conseguenza delle politiche di pianificazione delle nascite, rappresenta uno dei più imponenti fenomeni di controllo di massa di tutti i tempi messi in atto da un regime. Nata per contrastare l’esponenziale aumento demografico della fine degli anni sessanta, la politica del figlio unico ha obbligato circa un terzo della popolazione cinese a rinunciare ad avere più di un bambino. La legge, infatti, costringeva gran parte delle coppie dei centri urbani ad avere un solo figlio, mentre permetteva alle coppie delle campagne di avere due figli, se il primo figlio era femmina.

I metodi utilizzati per mettere in atto il controllo sono stati a dir poco aberranti. Calpestando i più basilari diritti umani, sono state favorite pratiche come l’aborto forzato, applicate sterilizzazioni di massa, commessi infanticidi e torture. Tutto ciò in nome dello sviluppo economico del paese. Le cifre ufficiali del ministero della Salute di Pechino parlano di 336 milioni di aborti avvenuti dal 1979 e di 196 milioni di uomini e donne sterilizzati.

La politica di controllo delle nascite ha però avuto effetti “collaterali”: più che diminuire il numero di abitanti, ha causato forti alterazioni nell’equilibrio demografico. Una di queste è rappresentato dall’invecchiamento della popolazione: secondo le proiezioni, nel 2050 oltre il 25% del miliardo e 300 milioni di cinesi avrà più di 65 anni. E un individuo in età lavorativa sarà potenzialmente responsabile – anche economicamente – per sei anziani, la coppia di genitori e le due di nonni.

Per invertire questo trend che potrebbe determinare, per un’economia emergente come quella cinese, una scarsità di manodopera che soddisfi la richiesta interna, nel 2013 il comitato centrale del Partito Comunista Cinese (PCC) ha approvato e dato avvio ad una riforma della politica demografica del figlio unico. Ora è così consentito alle coppie urbane in seno alle quali uno dei genitori non abbia fratelli né sorelle, di avere più di un figlio senza incorrere nel pagamento di sanzioni.

Si tratta solo di un allentamento della politica di pianificazione delle nascite, che alla fine non riguarderà in realtà un numero consistente di persone. Zhai Zhenwu, sociologo alla Renmin University of China, ha stimato che la misura riguarderà non più di 20 milioni di coppie. Numero che, se rapportato al miliardo e mezzo di abitanti della Cina suona come una goccia nel mare.

C’è poi da considerare che la politica del figlio unico ha determinato uno squilibrio tra il numero della popolazione maschile e femminile: secondo le stime ufficiali, nel 1982 la sex ratio (il rapporto tra numero di nascite maschili e femminili, ndr) in Cina si attestava a 108.5 (108,5 maschi per 100 femmine). Oggi, in alcune aree, il rapporto oscilla tra 130 e 140. In altre, supera addirittura quota 150.  Ciò, in conseguenza dei milioni di occultamenti di nascite di figlie femmine, moltissime delle quali sono state abbandonate.

parents-give-up-children-to-baby-hatches-in-charity-house-04-600x399Un fenomeno, quello degli abbandoni, che non riguarda solo le bambine, ma anche disabili o bambini malati. Secondo fonti ufficiali, solo nel 2012 in Cina sono stati abbandonati 570mila bambini. Tanto che, per far fronte a questa situazione e garantire cure più appropriate ai piccoli, nel luglio 2011 la Repubblica cinese ha deciso di sperimentare le “baby box”. Si tratta in sostanza di uno spazio di pochi metri quadrati collocato lungo le strade, con all’interno una incubatrice dotata di allarme. Una volta lasciato il neonato, ai genitori non resta che attivare l’allarme, che in realtà entra in funzione con un certo ritardo. Ciò per dare ai genitori il tempo necessario di scomparire nell’anonimato. Gli stessi genitori possono poi annotare sul “libro dei visitatori” un messaggio al proprio bambino o altre informazioni come la data di nascita o eventuali malattie contratte e vaccini fatti.

Insomma la “baby box” non sembra così dissimile dalla ruota degli esposti, presente in Europa fino ai primi del Novecento. Purtroppo, però, le strutture preposte all’accudimento di questi bambini salvati nelle baby box hanno una capacità di accoglimento limitata: dei 570 mila bambini abbandonati ogni anno solo 100 mila vengono assistiti e dei restanti 470mila si perdono le tracce. Molti di questi “nidi”, dunque, spesso sono costretti a chiudere per lunghi periodi perché raggiungono il limite di capienza. Un ospedale pubblico della ricca capitale del Guangdong è arrivato al punto di non accettare più bambini abbandonati: “Non abbiamo più soldi e i letti sono tutti pieni. Speriamo in un aiuto del governo”.

Sul tema si è acceso il dibattito, perché c’è timore che le baby box possano incoraggiare i genitori ad abbandonare i propri figli. Non la pensa così David Xiao, giornalista di Shenzhen, che su questo tema ha detto che “i genitori continueranno ad abbandonare i propri bambini, con o senza un posto sicuro dove lasciarli”, dopo aver intervistato molte giovani donne con gravidanze indesiderate. E aggiunge: “non posso dimenticare i bambini abbandonati che ho visto, vivi o morti. Sembrano tutti dei gattini, abbandonati come spazzatura. Le madri sono spesso migranti, senza istruzione e senza soldi. Partoriscono i figli in un bagno pubblico e poi li lasciano lì, oppure li strangolano”.

Un’ iniziativa, quella delle baby box, che da una speranza ai bambini abbandonati ma anche alle madri, per lo più lavoratrici migranti tra i 16 e i 23 anni, molte delle quali condannate per aver ucciso i propri neonati. E forse, più che stimolare il fenomeno dell’abbandono,  costituisce una possibilità e una risposta della società e delle istituzioni al diritto alla vita.


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