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Problemi con le equazioni nell’era dei selfie? C’è Photomath! Punti, scatti e risolvi.

16 ottobre 2015

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Durante gli anni di scuola elementare ho avuto alcuni momenti  di scoramento didattico. Il peggiore forse è stato il difficile rapporto con la matematica. Indomabile fino al liceo, mi pareva solo uno scoglio inutile da sormontare, una medicina cattiva da prendere tappandomi il naso, una pratica da archiviare velocemente e senza causare troppi danni alla pagella e alla paghetta. Erano gli anni in cui frequentavo ancora la scuola brasiliana, che si ispirava ad un insegnamento “filoamericano” nelle discipline scientifiche. Che prescindeva dalla comprensione profonda dei concetti o delle relazioni matematiche, con la finalità di  inculcare negli alunni una visione puramente operativa della materia, gravitante attorno al calcolatore.

Poi il cambio di scuola, il liceo italiano e lui, il professore di matematica e fisica nuovo. Un illuminato che mi ha, a sua volta, illuminata. Uno che si presentava la mattina con la camicia piena di patacche di sugo e gli occhiali sporchi, la canottiera di lana grezza anche se lì ai tropici c’erano 40 gradi all’ombra. Uno “strano”, che parlava da solo e sorrideva tanto. Uno che riusciva a scovare gli errori nei libri ed era fissato con l’astrofisica. Che mi ha spiegato il concetto di limite di una funzione paragonandolo ad un tramonto. Un uomo senza un bricciolo di “cattiveria”, incapace di riversare sugli studenti le proprie frustrazioni. Lui rifuggiva la logica del sapere fine a se stesso, evitando di “travasare” meccanicamente dalla sua all’altrui testa. Il sapere lui lo donava. Non lo possedeva come un padrone geloso.
E dunque grazie a quel prof la matematica mi si è rivelata con tutta la magia di cui è capace. Me lo ricordo bene l’ultimo giorno di lezione. Mentre esponevo la mia tesina di fisica sul «Modello del Big Bang» e la conseguente fuga delle galassie, lui mi guardava con un sorriso divertito, lanciando le orbite oculari una di quà e una di là; andavano ognuna per conto proprio. Poi, sfregandosi le mani  ha spiatellato una domanda che è rimasta stampata a ferro nella mia memoria: “Carissima, e se questo Universo illimitato ma finito, in continua espansione, stesse invece correndo verso un punto? Un punto di implosione?”. Uhmamma.
Questa ipotesi un po’ catastrofica mi ha ribaltato il mondo. Non perché mi avesse aperto gli occhi su un’imminente implosione dellla Terra e dell’Universo intero (non ho voluto indagare oltre), ma perché ho capito subito che lui stava semplicemente provocando. Quel prof era in grado di storicizzare la matematica e la fisica, senza ridurle a  saperi che producono solo fatti, numeri, risultati. E portandole alla stregua di materie come la storia o l’italiano. Facendo cadere così il falso mito che vede il sapere umanistico storico-letterario come culla della cultura vera. Il ricordo di quel maestro mi ha accompagnata fino agli anni dell’università, dove gli esami scientifici erano fondamentali.
Infine cresci, ti scordi le equazioni, fai dei figli e arriva il momento anche per loro dell’incontro con la bestia nera della matematica. Cerchi di spiegare loro che la matematica è importante, che serve, che alla fine non è poi così difficile come sembra, basta stare attenti e blà blà blà…tanto non ti credono. Ora sputo il rospo: avevo cominciato a scrivere questo post per parlarvi di un’altra cosa, in verità. Di nuova App. Poi mi sono fatta prendere la mano, colpa forse della nuova veste “intimista” di Contronotizia, e vi ho tediato per ben quattro paragrafi con i fatti miei.
Recuperiamo velocemente, dovete solo resistere per qualche altro paragrafo, meno intimista, così vi racconto di Photomath. E’ una app sviluppata da MicroBLINK, una start-up che si occupa di tecnologie mobili per il riconoscimento visivo – e permette, attraverso una scansione tramite la fotocamera dello smartphone, di riconoscere le equazioni matematiche e di fornire il risultato sullo schermo. Ecco qui:
PhotoMath_Screenshot
Photomath è anche in grado di illustrare passo per passo l’intero procedimento. La funzione di Photomath viene paragonata a quella di un tutor virtuale, e pertanto, parandosi il culo (ops pardon),  gli ideatori dicono che possa essere “utile a chi ha difficoltà nella comprensione della matematica, disciplina spesso presentata in modo troppo ostico sui libri di testo, con definizioni astruse che ne complicano non poco l’apprendimento”. A me sembrerebbe più una scorciatoia, perché basta puntare l’obiettivo su espressioni aritmetiche, frazioni e decimali, photomath-675potenze, radici e semplici equazioni lineari (anche se per ora funziona solo se dattiloscritte), inquadrare l’esercizio et voilà, problema risolto. Semplice come scattare un selfie. Sono rimasta di stucco quando l’ho provata, perché funziona davvero. All’improvviso ho ricordato tutta la fatica fatta e ho pensato ai brandelli di cervello che ho perso dietro i calcoli durante gli anni di scuola.
Sono fotunati i nativi digitali? Per certi versi, sì. Per altri, scusatemi se scivolo nel banale, fortunato è chi trova per la sua strada un prof illuminato, con le orbite oculari girevoli e le patacche di sugo sulla camicia.

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