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Justus, che sopravvive al genocidio in Ruanda e arriva ad Harvard

7 novembre 2014

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Foto: © Sebastião Salgado (Exodus) – campo rifugiati in Ruanda
Sempre di più i social media assomigliano a un fiume liquamoso che raccoglie lungo il suo tragitto il peggio dell’umanità. E’ vero che a pelo d’acqua galleggiano alcune perle, perché la rete offre anche informazione di altissima qualità. Grazie alla quale ci vengono aperte finestre su nuovi mondi da scoprire.
Ma purtroppo sotto questo sottile strato di eccellenza scorre prevalentemente uno strato di merda. Passatemi il termine non proprio elegante. Perché qui siamo di fronte a manifestazioni di bestialità umana, quella che ama condividere solo ciò che grida, che fa notizia e che troppo spesso distorce e falsifica in modo volgare la realtà. Lo fa senza porsi domande e senza filtrare nulla. Così, tanto per farlo. Forse con lo scopo di sembrare più cool, di apparire informati?  Oppure per incuria intellettuale o più semplicemente per stupidità?
In questo modo finiamo per nutrirci di tutta questa sciatteria: parole, immagini, espressioni, emozioni. Insomma, input che ci attraversano costantemente. Allora, dato che facciamo tutti parte di una grande e unica energia globale, vale la pena di raccontare e condividere anche le belle storie. Quelle capaci di inoculare nuova fiducia nei confronti di un mondo che sembra andare a rammengo. Come la storia di Justus UwayesuUwayesu, che rappresenta una goccia nel fiume letamoso di informazioni, ma è una bellissima storia. E noi abbiamo bisogno di belle storie.
Foto: © Sebastião Salgado (Exodus)

Foto: © Sebastião Salgado (Exodus)

Justus è uno dei tanti orfani di guerra. I suoi genitori sono stati vittime del massacro in Ruanda compiuto vent’anni fa, e che ha causato la morte di 800mila persone in soli cento giorni. La maggior parte  è stata uccisa a colpi di machete, ed in quei terribili giorni  decine di migliaia di donne vennero stuprate e uccise e tanti bambini arruolati come soldati.  Justus aveva tre anni e fino ai nove ha vissuto in una discarica alle porte di Kigali, la capitale del Ruanda. Dormiva dentro una vecchia macchina incendiata, parcheggiata all’interno della discarica. ”Non avevo la possibilità di lavarmi”, racconta. Per un anno intero non si è mai lavato. Più volte ha rischiato di essere travolto dai buldozer che operavano tra i rifiuti.  “E’ stato un momento buio perché non riuscivo ad immaginare un futuro”, ha detto Justus, che era uno dei tanti “nayibobo”, letteralmente “bambini dimenticati”.

Poi, nel 2000, è arrivata la svolta. Clare Effiong, fondatrice dell’organizzazione benefica Esther’s Aid, andò in missione nel Ruanda, con l’obiettivo di aiutare il maggior numero di bambini possibile. E così Clare si fece portare fino alla discarica, e lì vide l’immensa miseria in cui vivevano gli orfani. La donna si offrì di portare i bambini al sicuro, per dar loro la possibilità di nutrirsi, dormire sotto un tetto e lavarsi. Ma i bambini, già troppo traumatizzati, non si fidarono:  scapparono tutti. Tutti tranne Justus. “Solo lui rimase lì, fermo”, ricorda Clare. “Gli chiesi perché, e lui mi rispose così: “voglio andare a scuola”.
Clare  portò Justus in un orfanotrofio gestito dall’associazione, dove fece il primo bagno dopo mesi. Ebbe dei vestiti nuovi e potè nutrirsi senza dover attingere dalla spazzatura. Alla fine del primo anno di scuola, era il primo della classe. E la stessa cosa successe negli anni a venire. Justus ha studiato per tredici anni, ha imparato l’inglese, il francese, lo  Swahili e Lingala.  Durante gli studi  ha lavorato nell’ambito dell’associazione Esther’s Aid, curando programmi di tutoraggio degli studenti del suo liceo. Ha anche contribuito alla diffusione sul territorio di opere di carità.
Dopo le superiori, ha vinto un posto al programma Bridge2Rwanda- gestito da un ente di beneficenza a Little Rock, noticia_94696Arkansas, che prepara gli studenti talentuosi al processo di application al college negli USA. Ora a circa 22 anni (non si ha certezza su quale sia la sua vera età) Justus è iscritto alla  Harvard University del Massachusetts grazie a una borsa di studio a copertura totale. Studierà matematica, economia e diritti umani. Come lui ci sono altri tre studenti originari del Ruanda e che a loro volta hanno vinto una borsa di studio ad Harvard. Pochi, ma ci sono. Tra questi Juliette Musabeyezu, che ha scelto come immagine del profilo della sua pagina facebook,  proprio una fotografia che la ritrae con Justus e i suoi compagni di viaggio. Un viaggio cominciato nelle discariche di Kigali.

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2 Responses to “Justus, che sopravvive al genocidio in Ruanda e arriva ad Harvard”

  1. Luca Says:

    Bella storia!

  2. Luca Says:

    e belle foto 😉