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Camminare senza meta, un’arte in pericolo d’estinzione

30 luglio 2015

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Una delle cose che la fotografia mi sta regalando è il camminare senza una precisa meta. Andare a zonzo e fermarmi quando mi pare, per quanto mi pare. Sedermi su una panchina e aspettare. Poi riprendere a camminare, per dove, poco importa. Importa quello che trovo, scovo, lascio alle spalle. Camminare così, senza dover imboccare per forza questa o quella via è un mantra per i sensi. E’ un po’ come ubriacarsi. Senza dubbio è un modo per ricollegare la mente e il corpo.

Avanzando a passo costante verso una deriva qualsiasi succedono molte cose, alcune sorprendenti. Le proprie barriere si dilatano, altre si dissolvono del tutto. Altre ancora si fondono con il paesaggio, la città, gli alberi o i lampioni. Camminare in questo modo equivale a prendersi il mondo. Aiuta rallentare il pensiero,  ormai confinato nel caos dei tempi nostri, intorpidito dall’accelerazione continua di tutto.

Andare alla deriva, infine, ci aiuta a perdere la bussola programmata e a ritrovare una dimensione meno mappata e più atemporale. Certo, il paradosso è che un’attività semplice come questa rischia di rivelarsi impraticabile, perché ci manca il tempo, ci manca uno scopo evidente, un ritorno quantificabile. Insomma, rischia di passare per una “perdita di tempo”, che solo alcuni “fortunati” si possono permettere.

Mettiamoci in cammino senza meta, proviamoci almeno in vacanza.  Rubiamo ai fantasmi e ai mendicanti la capacità di gironzolare. E tuffiamoci nella controcorrente senza nessuna indicazione o cartello, noi, abitanti di un mondo ipermappato. Noi, che non sappiamo più perderci.


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