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Sputnik era un ragazzo come tanti: postava bufale.

18 febbraio 2016

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Sputnik era un ragazzo come tanti. A parte il nome, ovviamente. Ai tempi della scuola era campione di sputo in lunghezza. Per questo lo avevano sopranominato Sputnik. Aveva uno smartphone, lui. Come tutti, del resto. E come tutti, utilizzava WhatsApp. E’ gratis, è fico.  A Sputnik piaceva molto vivere sempre connesso. Scambiava messaggi di continuo, con tutti.

Un giorno ricevette un messaggio audio. Mittente, sconosciuto. Si trattava di una dichiarazione di un ex militare americano. Sosteneva che di lì a pochi giorni ci sarebbe stato un attentato a una scuola elementare di una nota città. Cazzo.  Sputnik provò un brivido lungo la schiena.  Ma Sputnik non reagì subito. Rifletté sul da farsi. E fu allora che decise di non avvertire nessuno. Aspettò il giorno del presunto attacco alla scuola. Ma quel giorno, nulla accadde.

Poi ne arrivò un altro. Un messaggio di testo, anche quello, dal mittente sconosciuto. Affermava che un testimone eccellente dello scandalo legato ai test delle emissioni di una famosa casa automobilistica, era stato avvelenato. Inoltre invitava tutti quanti a diffondere il più possibile quella notizia. Sputnik non ci pensò due volte. La condivise con tutti quanti. Ma il giorno seguente ci rimase molto male nel vedere quella persona, data per morta, ridere a crepapelle durante un talk show televisivo.

Invece di lasciar perdere, Sputnik s’incistò. E come un parassita intestinale il vizio di diffondere false notizie crebbe dentro di lui. Sputnik non staccava mai gli occhi dal suo telefono. Condivideva qualunque cosa, di qualunque genere. Non ascoltava più gli amici, non seguiva più le riunioni di lavoro. Non dormiva quasi più. Aveva gli occhi perennemente iniettati di sangue.

Ossessione. Gli prese una tale foga.  Postava gattini, politici incastrati in assurdi fotomontaggi, attrici, attori, finte testimonianze, presunti omicidi, attentatori…tutto ciò pur di essere letto e condiviso il più possibile. Messaggi audio, video, immagini. Tutto. Sputnik perse poco alla volta il contatto con la realtà. Ma i messaggi che arrivavano non gli bastavano più. Allora decise di inventarseli. Storie assurde, montature, complotti, pettegolezzi.

Fu allora che un tizio lo contattò. Gli disse che si potevano guadagnare parecchi soldi con quella roba. Lo invitò a lavorare per lui, diffondendo falsi boati per screditare politici e imprenditori. Sputnik ovviamente accettò. Lo avrebbe fatto comunque. D’altra parte, lo stava già facendo.

Sputnik mollò tutto e tutti. Lavoro, amici, interessi. Divenne un’ombra nella rete, un morto vivente; si sentiva onnipotente e onnipresente. Il più bel giorno della sua vita fu quando una delle sue bufale diventò un articolo su un quotidiano. La goduria massima per Sputnik. Gli fregava niente della gente e delle conseguenze delle cazzate che sparava in giro. Sputnik divenne arido, affamato di cattiveria, assetato di distruzione. La sua era, ormai, un’anima perduta.

Successe una mattina. Sputnik guidava e fissava lo schermo del suo smartphone. Aveva mandato in giro un fotomontaggio che ritraeva un noto commerciante di provincia con una puttana. Uno stronzo venditore di scarpe con la sua puttana. La provincia era un bersaglio magnifico. La gente ci cascava di brutto. Quante famiglie aveva rovinato…

Sputnik, preso dal suo mostro interiore, non si accorse del bambino che attraversava la strada. Lo investì sulle strisce pedonali. Lo uccise. Non si ricorda molto di quel giorno, lui. Perché svenne. Si svegliò dentro una cella. Gli dissero che aveva aggredito un poliziotto che cercava di strappargli il telefono di mano. Sputnik era chiuso in gabbia ora. Non gli avevano lasciato nemmeno lo smartphone. Impazzì. Sudò, sbraitò e pianse. Si inventò un telefono immaginario. Digitava di continuo.

Sputnik fu dichiarato mentalmente disturbato. Lo trasferirono in una clinica. Per disintossicarsi. Passò alcuni mesi lì dentro. E raggiunse il fondo quando cercò di corrompere l’infermiere. Un pompino, disse, te lo faccio se mi presti il tuo telefono. Mi bastano pochi minuti…ti prego.

Ora Sputnik è pulito. Sputnik ha mollato WhattsApp, non ne vuole più sapere. Ieri, però, un tizio  ha fatto conoscere a Sputnik una nuova applicazione. Si chiama Telegram…

immagine copertina: Zerocalcare


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