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Tag Archives: cina

Avete un amico in Cina? Ecco il regalo perfetto…

18 dicembre 2015

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Se a Natale noi siam tutti più buoni, i cinesi sono tutti più inquinati. Quest’anno, poi, pare sia una catastrofe. Non che i milanesi siano messi meglio. Ma la notizia che mi hanno suggerito di commentare  (che poi, chissà come mai, quelle più assurde le vengono a spifferare tutte a me), è davvero surreale: un imprenditore canadese ha aperto una start-up che vende l’aria fresca delle Montagne rocciose; questo accadeva qualche tempo fa in una galassia lontana lontana. Scusate, mi sono fatta prendere la mano. Fatto sta che il tizio ha iniziato a esportare il proprio prodotto, che si chiama Vitality Air, in Cina. Furbacchione!

La cosa era cominciata un po’ per scherzo. Infatti, il tizio canadese, dal profetico nome Moses Lam, aveva già provato a  vendere su eBay la sua aria incontaminata in bottiglia, ricavando 50 centesimi per 8 litri.  Ma questo, in tempi non sospetti, quando i cinesi non erano ancora affogati nel loro smog. Ora, gli stessi otto litri di aria, proveniente dal parco naturale di Banff, costano al cliente inquinato circa 14 euro. Una cifra 50 volte superiore a quella necessaria per una bottiglia d’acqua minerale.

Una volta ogni due settimane Moses va fino a Banff e passa 10 ore ad imbottigliare l’aria. Si pensi che le prime 500 bottiglie contenenti aria fresca, sono andate a ruba in quattro giorni. Ed è stato appena prenotato un carico di oltre 4.000 bottiglie. Mors tua vita mea, come si suol dire. Peccato che si tratti di aria fritta, più che fresca. Perché alla  salute dei cinesi non serve a una cippa. E a guadagnarci è solo quel furbacchione di Moses. Ma siccome a Natale siam tutti più buoni, ai cinesi gli spetta il regalo più bello: l’illusione.

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Cina: le baby box sono una pratica condannabile o un diritto alla vita?

30 ottobre 2014

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La politica del figlio unico, introdotta in Cina nel 1979  in conseguenza delle politiche di pianificazione delle nascite, rappresenta uno dei più imponenti fenomeni di controllo di massa di tutti i tempi messi in atto da un regime. Nata per contrastare l’esponenziale aumento demografico della fine degli anni sessanta, la politica del figlio unico ha obbligato circa un terzo della popolazione cinese a rinunciare ad avere più di un bambino. La legge, infatti, costringeva gran parte delle coppie dei centri urbani ad avere un solo figlio, mentre permetteva alle coppie delle campagne di avere due figli, se il primo figlio era femmina.

I metodi utilizzati per mettere in atto il controllo sono stati a dir poco aberranti. Calpestando i più basilari diritti umani, sono state favorite pratiche come l’aborto forzato, applicate sterilizzazioni di massa, commessi infanticidi e torture. Tutto ciò in nome dello sviluppo economico del paese. Le cifre ufficiali del ministero della Salute di Pechino parlano di 336 milioni di aborti avvenuti dal 1979 e di 196 milioni di uomini e donne sterilizzati.

La politica di controllo delle nascite ha però avuto effetti “collaterali”: più che diminuire il numero di abitanti, ha causato forti alterazioni nell’equilibrio demografico. Una di queste è rappresentato dall’invecchiamento della popolazione: secondo le proiezioni, nel 2050 oltre il 25% del miliardo e 300 milioni di cinesi avrà più di 65 anni. E un individuo in età lavorativa sarà potenzialmente responsabile – anche economicamente – per sei anziani, la coppia di genitori e le due di nonni.

Per invertire questo trend che potrebbe determinare, per un’economia emergente come quella cinese, una scarsità di manodopera che soddisfi la richiesta interna, nel 2013 il comitato centrale del Partito Comunista Cinese (PCC) ha approvato e dato avvio ad una riforma della politica demografica del figlio unico. Ora è così consentito alle coppie urbane in seno alle quali uno dei genitori non abbia fratelli né sorelle, di avere più di un figlio senza incorrere nel pagamento di sanzioni.

Si tratta solo di un allentamento della politica di pianificazione delle nascite, che alla fine non riguarderà in realtà un numero consistente di persone. Zhai Zhenwu, sociologo alla Renmin University of China, ha stimato che la misura riguarderà non più di 20 milioni di coppie. Numero che, se rapportato al miliardo e mezzo di abitanti della Cina suona come una goccia nel mare.

C’è poi da considerare che la politica del figlio unico ha determinato uno squilibrio tra il numero della popolazione maschile e femminile: secondo le stime ufficiali, nel 1982 la sex ratio (il rapporto tra numero di nascite maschili e femminili, ndr) in Cina si attestava a 108.5 (108,5 maschi per 100 femmine). Oggi, in alcune aree, il rapporto oscilla tra 130 e 140. In altre, supera addirittura quota 150.  Ciò, in conseguenza dei milioni di occultamenti di nascite di figlie femmine, moltissime delle quali sono state abbandonate.

parents-give-up-children-to-baby-hatches-in-charity-house-04-600x399Un fenomeno, quello degli abbandoni, che non riguarda solo le bambine, ma anche disabili o bambini malati. Secondo fonti ufficiali, solo nel 2012 in Cina sono stati abbandonati 570mila bambini. Tanto che, per far fronte a questa situazione e garantire cure più appropriate ai piccoli, nel luglio 2011 la Repubblica cinese ha deciso di sperimentare le “baby box”. Si tratta in sostanza di uno spazio di pochi metri quadrati collocato lungo le strade, con all’interno una incubatrice dotata di allarme. Una volta lasciato il neonato, ai genitori non resta che attivare l’allarme, che in realtà entra in funzione con un certo ritardo. Ciò per dare ai genitori il tempo necessario di scomparire nell’anonimato. Gli stessi genitori possono poi annotare sul “libro dei visitatori” un messaggio al proprio bambino o altre informazioni come la data di nascita o eventuali malattie contratte e vaccini fatti.

Insomma la “baby box” non sembra così dissimile dalla ruota degli esposti, presente in Europa fino ai primi del Novecento. Purtroppo, però, le strutture preposte all’accudimento di questi bambini salvati nelle baby box hanno una capacità di accoglimento limitata: dei 570 mila bambini abbandonati ogni anno solo 100 mila vengono assistiti e dei restanti 470mila si perdono le tracce. Molti di questi “nidi”, dunque, spesso sono costretti a chiudere per lunghi periodi perché raggiungono il limite di capienza. Un ospedale pubblico della ricca capitale del Guangdong è arrivato al punto di non accettare più bambini abbandonati: “Non abbiamo più soldi e i letti sono tutti pieni. Speriamo in un aiuto del governo”.

Sul tema si è acceso il dibattito, perché c’è timore che le baby box possano incoraggiare i genitori ad abbandonare i propri figli. Non la pensa così David Xiao, giornalista di Shenzhen, che su questo tema ha detto che “i genitori continueranno ad abbandonare i propri bambini, con o senza un posto sicuro dove lasciarli”, dopo aver intervistato molte giovani donne con gravidanze indesiderate. E aggiunge: “non posso dimenticare i bambini abbandonati che ho visto, vivi o morti. Sembrano tutti dei gattini, abbandonati come spazzatura. Le madri sono spesso migranti, senza istruzione e senza soldi. Partoriscono i figli in un bagno pubblico e poi li lasciano lì, oppure li strangolano”.

Un’ iniziativa, quella delle baby box, che da una speranza ai bambini abbandonati ma anche alle madri, per lo più lavoratrici migranti tra i 16 e i 23 anni, molte delle quali condannate per aver ucciso i propri neonati. E forse, più che stimolare il fenomeno dell’abbandono,  costituisce una possibilità e una risposta della società e delle istituzioni al diritto alla vita.

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L’uomo invisibile esiste. Cercatelo in questa immagine.

22 aprile 2013

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E’ cinese e si chiama Liu Bolin. Artista geniale, camaleonte perfetto. Utilizza la sua arte per mandare messaggi forti. E lo fa nascondendosi. Il risultato finale è eccellente. Mimettizzarsi in giro per il mondo. Scomparire nelle trame dei paesaggi urbani e non solo. Rendere il silenzio in immagine.

Nel 2005 il governo cinese distrusse il villaggio di artisti Suo Jia Cun in Beijing, come prevedeva il progetto di riqualificazione di Pechino per le Olimpiadi. Era considerato la più grande congregazione di artisti dell’Asia. Liu Bolin lavorava in quel villaggio. A quel punto egli decise di usare la propria arte come uno strumento di silenziosa protesta, focalizzando l’attenzione sulla mancanza di protezione degli artisti da parte del governo cinese.

Nasce la serie Hiding in the City: Liu rimane immobile per ore e, grazie a un accurato body painting, finisce per essere fagocitato dal luogo prescelto.

 

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PER PORRE FINE ALL’ORRORE…

14 aprile 2013

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“Ho vivide le immagini di questi animali che si contorcono per il dolore mentre sono appesi e pugnalati. Non dimenticherò mai il terrore che avevano negli occhi. E non c’era nulla che potessi fare per aiutarli. Tutto quello che potevo fare era registrare in modo che quante più persone possibile potessero vedere il destino di questi animali e alzare la voce contro questo abuso”  giorno 6 – Macello di cani, periferia a sud di Leizhou.

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Orrore. Disgusto. Ho fermato il video più volte per paura di non reggere. Alla fine c’erano lacrime mute e tanta, tantissima rabbia. Addentrarsi nelle notizie è così. Non è come leggere un titolo. O una breve sui giornali. Parliamo di carne di cane. Non mi riferisco solamente alle frodi alimentari, come anche quelle relative alla carne di cavallo (spacciata per manzo all’interno delle lasagne) che ha coinvolto la Findus, l’Ikea  e la Nestlè. Nè tantomeno delle ultime, appunto, che riguardano l’uso di carne di cane e gatto per la preparazione di piatti a base di carne macinata.

L’inchiesta, sconvolgente,  è di Animal Equality. E’ stata presentata contemporaneamente in Gran Bretagna, Italia, Germania, Francia, Messico e India, sui macelli e i mercati della carne di cane nella penisola di Leizhou e nella provincia di Pengijang, in Cina. Animal Equality ha lanciato una campagna internazionale, in collaborazione con le organizzazioni cinesi di protezione degli animali, per porre fine a tutto questo.

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I numeri sono folli. Sembrerebbe che ogni giorno, nei macelli cinesi, vengano uccisi 30-50 mila cani. Almeno 18 milioni all’anno. E non solo per la carne. Anche per la pelliccia: peluches, polsini pelosi di giacche, colli e quant’altro di accarezzabile ci sia nei nostri vestiti.  L’effetto  “pelo vero” che i commercianti – perlopiù cinesi – ci invitano a toccare con mano c’è. Eccome se c’è.

Un infiltrato ha trascorso alcuni giorni all’interno degli allevamenti e macelli documentando le atroci sofferenze degli animali. I cani, spesso randagi, vengono tenuti per quasi tutta la loro (breve) vita in gabbie metalliche. E soffrono terribilmente, senza la possibilità di muoversi, per la fame, il freddo, la sete. Dopo diversi colpi alla testa e sul muso vengono lasciati in stato di parziale incoscienza prima di essere accoltellati. Con una ferita che risulterà letale. I cani continueranno a perdere sangue, per morire dopo qualche minuto di agonia.

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Noi mangiamo i maiali. I maiali vengono uccisi e maltrattati come i cani, del resto. Senza entrare nel merito della cultura di un popolo. Delle abitudini alimentari . Pensate che in Germania il consumo di carne di cane è vietato dal 1986. In Svizzera la legge dal 1954 proibisce il commercio di carne di cane, mentre sono ammessi lo smercio privato e il consumo. In alcune regioni rurali la carne di Fido è  ritenuta una prelibatezza. Tralasciamo la questione etica del consumo di carne di cane. Si spalancherebbero troppe porte. Cani no ma cavalli sì. Gatti no, poverini. Ma conigli sì. Un macello.

La carne di cane, al contrario di quella normalmente in commercio, non è sottoposta agli usuali controlli da parte delle autorità. E i cani, si sa, sono dei carnivori. E sono spesso colpiti da un parassita della carne, la trichinella spiralis. Si installa nei muscoli dell’organismo che lo ospita e rimane in forma latente. Può provocare leggeri disturbi ma può anche portare alla morte. Anche dell’uomo.

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In una nota dell‘ENPA che riguarda la vicenda si legge: “Evidentemente il problema non è specista e se sia etico o meno il consumo di una mucca piuttosto che di un cavallo, ma di un’evidente e gravissima violazione delle normative vigenti nel settore alimentare. Abbiamo il fondato sospetto che gli stessi ‘ingredienti’ siano utilizzati presumibilmente anche per la produzione del pet food, come già scoperto in passato negli Stati Uniti per prodotti importati anche in Europa”.

Queste sono notizie che fanno temere per la salute pubblica, per l’insicurezza dovuta alla mancanza di controlli sanitari. Si parla di “scandalo senza precedenti”, di “intermediazioni poco trasparenti”. Il punto è che le modalità feroci con cui vengono uccisi i cani meriterebbero le prime pagine di tutti i giornali.

Proprio il mese scorso in una città della Cina orientale, il governo ha cancellato un famoso festival dedicato alla carne di cane, accogliendo le numerose proteste della gente. La gente deve sapere le cose. E l’informazione deve rendere le persone libere di scegliere. Le parole dovrebbero, quando usate bene, bastare. In questo caso il video vuole essere una denuncia forte. E un invito a firmare la petizione di Animal Equality al governo Cinese. Per porre fine all’orrore…

 

incorporato da Embedded Video

 

 

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L’appuntamento politico cinese del decennio: e i monaci tibetani si danno fuoco

8 novembre 2012

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Il partito comunista cinese è il partito più grande del mondo, oltre 80 milioni di iscritti. Gli occhi del mondo sono puntati sulle scelte del diciottesimo congresso del partito, i già noti sostituti sono una quinta generazione di leader meno tecnocrate, meno grigia, sulla quale si riversano le speranze di riforme democratiche. L’accessibilità delle informazioni è storica e il peso che queste elezioni avranno per i prossimi dieci anni  fanno un pò sbiadire le onnipresenti stelle e striscie di questi giorni, comprese le modelle di Yamamay….

Mi viene la nausea solo a sentire nominare ancora una volta le presidenziali americane, mi verrà la nausea (ma credo un po’ meno) nel sentir parlare dell’evento storico della politica cinese, il XVII  Congresso del Partito Comunista, e mi viene un grandissimo sconforto, misto a tristezza, misto a non so bene cosa e mi si gela il sangue quando vedo un monaco buddista darsi volontariamente fuoco per protesta.

 

Ieri 7 novembre, si è aperto a Pechino, nella Grande Sala del Popolo di Piazza Tienanmen, il XVIII Congresso del Partito Comunista Cinese. Per la Cina si tratta dell’appuntamento politico più importante del decennio, che segna la fine dell’amministrazione del presidente Hu Jintao e del premier Wen Jiabao

Ieri 7 novembre, Tamdin Tso, una nomade ventitreenne, madre di un bimbo di soli cinque anni,  e tre giovanissimi monaci del monastero di Ngoshul, nel distretto di Ngaba, si sono dati fuoco, alla vigilia del Congresso del Partito Comunista. Tamdin Tso si è data fuoco ed è morta nelle vicinanze di Rongwo, contea di Rebkong (Amdo). Tamdin ha prelevato la benzina da una motocicletta, l’ha cosparsa sulle sue vesti e si è data alle fiamme invocando il ritorno del Dalai Lama in Tibet.

“Le auto-immolazioni in Tibet o da parte di tibetani costituiscono un appello alla comunita’ internazionale, al governo cinese, e al popolo della Cina in quanto formato da esseri umani, affinche’ ascoltino il loro grido di aiuto”, ha commentato il responsabile per l’Informazione delle autorita’ esiliate, Dicki Chhoyang. Prima di darsi fuoco i tre martiri tibetani hanno gridato slogan a favore della libertà del Tibet e del ritorno del Dalai Lama.

Con le quattro immolazioni odierne sale a 67 il numero dei martiri tibetani che hanno sacrificato le loro vite all’interno del paese e la spirale delle immolazioni sembra non avere fine. Inascoltati gli appelli a non sacrificare le loro vite lanciati dall’Amministrazione Tibetana e dallo stesso Dalai Lama

Ho voluto pubblicare le foto dei monaci per ricordare (in primis a me stessa) che se una    madre di una bimba piccola si dà fuoco per protestare per una causa, le coscienze devono scuotersi, come si è scossa la mia, fino all’ultima cellula emotiva che ho. Questi monaci fanno appello alla comunità internazionale, al governo cinese e a tutto il popolo della Cina affinché il loro grido di aiuto non sia un’eco lontano.

L’Amministrazione Centrale Tibetana ha promosso il lancio di una raccolta firme attorno a una petizione che sarà consegnata il 10 dicembre 2012 al quartier generale delle Nazioni Unite a New York, al Consiglio ONU per i Diritti Umani di Ginevra e al Centro Informazione Onu di New Delhi. Queste le richieste contenute nella petizione:

– Le Nazioni Unite devono discutere la questione tibetana sulla base delle Risoluzioni approvate nel 1959, 1961 e 1965 e adoperasi affinché sia dato corso al contenuto di tali Risoluzioni.

– Deve essere immediatamente inviata in Tibet una delegazione indipendente con il compito di verificare la situazione esistente nel paese.

– Le Nazioni Unite devono responsabilmente assicurare il rispetto delle fondamentali aspirazioni dei tibetani all’interno del Tibet.

La petizione è sottoscrivibile on line al sito:

http://www.thepetitionsite.com/takeaction/198/920/082/

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