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Tag Archives: cognome materno

Il cognome materno? Non è una battaglia vinta

9 novembre 2016

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La messa in discussione da parte della Corte Costituzionale della norma che prevede che a un bambino debba essere attribuito automaticamente il cognome paterno arriva fin troppo tardi. Arriva tardi per una serie di ragioni. Intanto già nel 2014, la Corte Europea ci aveva bacchettato per aver negato a una coppia di coniugi la possibilità di attribuire alla figlia il cognome della madre anziché quello del padre. Secondo Strasburgo, l’assegnazione automatica del cognome paterno è una pratica “patriarcale”. E che la sola possibilità di aggiungere il cognome materno non garantisce l’eguaglianza tra coniugi. Sì, perché da noi, l’ottenimento del doppio cognome è possibile facendo una richiesta al prefetto della propria provincia. Una decisone che però rimane a discrezione del prefetto, e non dei genitori o di chi presenta domanda.

E se è dal 1975 che si parla di responsabilità genitoriale e non più di potestà,  per la proprietà transitiva l’assegnazione esclusiva del cognome paterno non aveva più ragione di esistere da quel dì. Dare ai genitori la possibilità di scegliere liberamente se trasmettere il cognome paterno piuttosto che quello materno, o il doppio cognome è un diritto.

Dalle altre parti funziona più o meno così:

In Francia il figlio può ricevere il cognome di uno o dell’altro genitore o entrambi i cognomi.
In Germania i coniugi possono mantenere il proprio cognome o decidere quale cognome coniugale (Ehename) adottare ed assegnare alla prole. Il cognome coniugale può comunque essere preceduto o seguito dal proprio.
Nel Regno Unito al figlio può essere attribuito il cognome del padre, della madre oppure di entrambi i genitori; è altresì possibile assegnare un cognome diverso da quello dei genitori.
In Spagna vige la regola del “doppio cognome”, per cui ogni individuo porta il primo cognome di entrambi i genitori, nell’ordine deciso in accordo tra di essi.
In Islanda si usa il patronimico al posto del cognome. Ossia ogni persona assume come cognome il nome del padre seguito dal suffisso son se maschio, dottir se femmina. Pertanto, solo i fratelli maschi o le sorelle femmine avranno cognome uguale fra loro, mentre nella stessa linea di fratelli e sorelle ci saranno due cognomi.
In Russia viene utilizzato il patronimico  seguito dal cognome.
In Tibet, in Eritrea ed in Etiopia i cognomi non esistono.

Non so se esultare per questa notizia. Suona come uno schiaffo che ci ricorda quanto siamo ancora indietro. E’ illusorio credere che laddove non arrivi la cultura possa arrivare la legge. Un pò come le quote rosa. Va benissimo il cognome materno, per carità. Ma non fermiamoci qui, limitandoci a rincorrere una omologazione al maschio e dando per vinta una battaglia che non è stata nemmeno tanto combattuta. Il prospetto 2016 del Wef, l’indice di disuguaglianza globale tra uomini e donne,  confina l’Italia in 50esima posizione su 144 Paesi. Facciamo pure un passo indietro rispetto al 2015 quando eravamo 41esimi in classifica.

By the way, voglio lanciare una riflessione non meno stimolante: immaginate quante combinazioni interessanti potevamo avere nei registri di classe se solo avessimo avuto la possiblità di assegnazione del cognome materno! Partendo dal nostro caro Berlusca, per dirne una. Che se avesse mantenuto il cognome materno si sarebbe chiamato Silvio Bossi.

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L’Europa ci sgrida e noi facciamo le leggi

8 gennaio 2014

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Che bello quando arrivano le buone notizie! Anche se piccole, anche se non cambieranno il mondo. Oggi, su tutti i quotidiani nazionali, si legge questa dichiarazione di Letta: “La Corte di Strasburgo ha ragione. Adeguare in Italia le norme sul cognome dei nuovi nati è un obbligo”. Si riferisce, il nostro premier, alla riforma legislativa che l’Unione Europea ha richiesto all’Italia perché nel nostro Paese si possa finalmente dare ai figli anche il solo cognome della madre. Un tema importante che porta addosso alcune ragnatele, fatte di dibattiti inconcludenti, vecchie di decenni.  Già, ma cosa poteva rispondere Letta, se non che hanno ragione?

E noi, tutti contenti. Sì, anche se c’è il retrogusto amaro che una notizia così lascia in bocca.  Viene infatti da interrogarsi sul perché i politici italiani abbiano sempre bisogno del richiamo dell’Europa, pure su questioni semplici. Che razza di Parlamenti abbiamo avuto negli ultimi venti anni, incapaci come sono stati, di creare le condizioni per legiferare in materia e capaci solo di insabbiare ogni proposta di legge formulata sul tema?

Sono vent’anni che si parla di questa proposta di legge , e i vari tentativi si ritrovano accartocciati nei cestini del parlamento. Su un giornale c’è scritto che “la sentenza della Corte europea di Strasburgo è una vera svolta per la parità tra i sessi”. In effetti lo è. Ma sarebbe stata una svolta piena se la nostra politica avesse dimostrato di poter agire prima e soprattutto in autonomia. Senza cioè farsi dettare l’agenda dall’Europa.

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