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I numeri della rete

27 giugno 2016

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Eccomi qui, finalmente.  Sono passate alcune settimane, lo so. Ma ho avuto da fare. E non va per nulla bene, lo so. Un mio amico, esperto di posizionamento e Seo, mi dice sempre di essere meno lunatica con la scrittura, più costante. Altrimenti le visite calano, Contronotizia non si posiziona bene, la gente mi abbandona e via dicendo. Pare semplice. Questo non è un diario chiuso a chiave e tenuto nel cassetto, tra mutande o calzini. Siamo in onda, qui. E me ne guardo bene dallo scrivere tanto per riempire. Anche perché, ripeto, non me lo prescrive il medico.

Detto ciò, ho notizie interessanti da darvi. In particolare una, che non sarà di ultima mano (il mio amico, quello esperto di Seo la considera già obsoletissima, ma io me ne frego), ma ci scommetto che molti di voi l’hanno persa per strada. First of all, vi presento Mary Meeker:

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Ganza vero? Mary è una venture capitalist di Kleiner Perkins Caufield Byers. Questo non è solo un ammasso informe di consonanti. Mary è una che faceva analisi dei trend a Morgan Stanley e ora lo fa da un’altra parte (nell’ammasso di consonanti, appunto). Mary, ogni anno, si prende la briga di sfornare un polposo report dove ci ficca dentro tutti i trend del mondo digitale: come gli utenti di tutto il mondo utilizzano Internet, quanti utilizzano la connettività desktop piuttosto che mobile, come spendono il loro tempo online e quali siano le aziende e i mercati più in ascesa. Perciò pendono tutti dalle sue labbra, pare.

Evitando di elencarvi le 197 slide che compongono il report di Mary per il 2016, mi sono limitata a estrapolare pochi dati:

#forzaindia – Il primo dato riguarda il numero di utenti Internet a livello globale: non cresce più di tanto, anche se i numeri sono da capogiro: siamo intorno ai 3 miliardi di utenti, quasi il40% della popolazione. Le nazioni che spingono di più sono l’India (e lo si sapeva) e la Cina. In particolare l’India, il paese con il più alto tasso di crescita anno su anno di naviganti in rete, con circa il 40 per cento di incremento, tanto da collocarlo ormai stabilmente al secondo posto dietro la Cina e davanti gli USA.

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#immaginievoce – Immagine batte testo: le immagini ormai sono l’elemento centrale per la comunicazione via Web.  Secondo Meeker, tra cinque anni il 50% delle ricerche sarà effettuata attraverso immagini o voce. E infatti, a proposito di voce, pare che il 65% degli utenti smartphone hanno utilizzato nel 2015 assistenti vocali come Google Voice Search e Siri di Apple. Dunque nessuno più scrive, si scatta solamente. Nessuno più digita e alla lunga Siri rischia l’esaurimento nervoso.

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#videotop – esplodono le visualizzazioni video. Una curiosità: la diretta video più vista di sempre su Fb:  il video in cui Candace Payne indossa una maschera di Chewbacca e se la ride di gusto davanti al suo pubblico ha registrato oltre 144 milioni di visualizzazioni in un solo giorno, diventando il video live più visto di sempre su Facebook.

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#unachatperamico – Il mondo della messaggistica cresce a dismisura. Non c’è molto da dire, basta guardare qui sotto:

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#pubblicitàmobile – Google e Facebook controllano il 76% del mercato pubblicitario su internet. La raccolta su smartphone e tablet sale a ritmi del 66% mentre quella da pc e Mac incrementa di un modesto 5%. Tuttavia, la Meeker ha citato l’ultima ricerca di PageFair, secondo cui gli utenti che bloccano gli annunci su mobile sono il doppio di quelli desktop; insomma, la pubblicità cresce ma rompe (e sembra anche che su 3.200 utenti internet Usa, ben il 92% sta considerando l’installazione di un filtro per bloccare la pubblicità).

Numeri e numeri. Dai, un po’ la solita solfa no? Twitter scende, Instagram sale, Google sempre più una divinità, Facebook regge, ci stiamo tutti rincoglionendo appresso agli smartphone, eccetera, eccetera. Tuttavia, nella mia ricerca, sono finita a leggermi un’infografica molto eloquente, sviluppata dall’americana Qmee,  che riassume le nostre attività in rete ogni 60 secondi. Eccole, spicchio per spicchio:

 

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Google: 2,4 milioni di richieste al minuto;

Facebook: più di 700 mila login post al minuto;

App: 50 mila downloads su Appstoreal minuto;

Amazon: vendite per 200mila dollari al minuto;

Snapchat: 527mila foto al minuto;

Chissà quanti post si pubblicheranno sui blog ogni 60 secondi.

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Cosa Google sa di noi e come sprofilarsi

12 maggio 2016

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Questa mattina ho deciso di sprofilarmi. In fondo il periodo è quello giusto; c’è il cambio di stagione da fare negli armadi e le pulizie di primavera. Poi è da tanto che rimugino l’idea di resettare le informazioni che Google ha accumulato sul mio conto. Nulla da nascondere, né senso di paranoia: è solo per il gusto di rompere un pochino i cosini a bigG. Poi, per carità, conosco tanta gente cui non frega nulla di essere profilata, anzi. Perché in fondo può tornare utile, a noi, ma soprattutto a Google e ai suoi inserzionisti.

Pensate solo ai brand, che sanno perfettamente chi compra o comprerebbe cosa,  alle compagnie aeree, che hanno bisogno di sapere se stiamo già pianificando le vacanze – quali, come, dove – gli editori, che vogliono sapere cosa leggiamo, alle case automobilistiche, insomma, tutti. E tutti cercano in un modo o nell’altro di venirci incontro con banner, proposte di saldi, occasioni, tramite inviti via mail, messaggi, tutti al momento giusto, nel modo più calzante. Perché il nostro storico nella rete dice tutto di noi. Già, lo storico; ma lo avete mai visto il vostro?

Se siete paranoici e tutto questo non vi garba, potreste anche cancellare le informazioni che avete regalato nel tempo. Già lo sapete che ormai Google non può più profilare nessuno senza specifico consenso (ed il consenso lo diamo tutti), ed è anche possibile richiedere la cancellazione dei propri dati dagli archivi; di questo se ne era già parlato. Ma sappiamo come vanno le cose: alla fine nessuno lo fa. Per pigrizia, perché sembra complicato, perché, in fondo, chissenefrega. Allora, se avete qualche minuto, invece di andare sui social a cazzeggiare e a perdere tempo, provate a guardarci. O quantomeno provate a farvi mandare da Google il vostro “storico”.

Per prima cosa dovrete essere loggati nel vostro account Google per poi andare a questo indirizzo (o viceversa):

https://history.google.com/history/

Una volta entrati nella schermata “Attività web e App” (vi faccio vedere la schermata in inglese tratta dalla fonte perché la mia ha troppo riflesso), dovete selezionare “all time”, cioè, “dall’inizio”.

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E’ molto interessante ripercorrere tutte le ricerche fatte negli anni. A me ne sono uscite circa quindicimila. Se volete fare una sprofilazione one shot c’è l’opzione “Delede All”. Li vedete quei tre puntini messi in fila in alto a destra? Ecco, andate lì e selezionate “opzione di eliminazione”, poi cliccate su “avanzata” e dal menù a tendina cliccate “dall’inizio”. Ovviamente Google cercherà di sviarvi con un warning tipo: “se elimini l’Attività web e app, potresti limitare la capacità di prodotti come Google Maps e Google Now di offrirti risultati personalizzati e blà blà là. Fregatevene e buttate.

Da questa schermata potete accedere a tutte le info che Google ha su di voi: andando in alto a sinistra, sui tre trattini messi in fila, si apre la tendina con le opzioni di visualizzazione delle ricerche fatte su Youtube, i dati audio inviati a Google e la “cronologia delle posizioni”, dove potrete richiedere la copia di tutti i vostri dati andando sul tasto impostazioni (in basso a destra, ingranaggio).

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Potete decidere cosa farvi mandare e come riceverlo (via posta, via mail). Quando ho fatto la mia richiesta Google aveva esordito dicendo che ci sarebbero voluti forse giorni e giorni per inviarmi il tutto. Fatto sta che dopo qualche minuto è arrivato il file. Anzi, fileoni: ben tre, ciascuno da 1,6 G: foto, messaggi, ricerche, tutto-tuttissimo. Very impressive.

Se invece volete scoprire cosa Google crede di sapere riguardo ai vostri interessi , andate qui. Una volta loggati potrete anche modificare alcune opzioni e sfanculare gli inserzionisti. Comunque fatevi un bel giro lì dentro, anche solo per darci una sbirciatina, senza cancellare nulla. Può essere istruttivo, e poi alimenta la presa di coscienza e ci fa sentire meno passivi nei confronti della rete. E non me ne voglia Salvatore Aranzulla se gli ho rubato per qualche minuto il mestiere.

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Google festeggia il suo 15esimo compleanno potenziando il proprio cervello: e il nostro che fine farà?

1 ottobre 2013

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Google ha compiuto 15 anni venerdì scorso.  È stato un po’ come un fulmine a ciel sereno apprendere la notizia. Perché quindici anni, in questo caso, appaiono davvero un lasso di tempo molto breve per l’effetto rivoluzionario che Google ha avuto sulle nostre vite. In effetti il gigante dei motori di ricerca è entrato a far parte della nostra esistenza in maniera così dirompente che sembra ci accompagni da sempre. La televisione ha impiegato decenni per cambiare le nostre abitudini e condizionare  le dinamiche all’interno delle mura domestiche e nei comportamenti sociali. Invece Google, in soli 15 anni, ha modificato radicalmente il modo in cui conosciamo le cose, come pensiamo, lavoriamo e comunichiamo. Fino a  cambiare addirittura la percezione che abbiamo di noi stessi.

Chiunque usi la rete per diffondere informazioni di qualsiasi natura rischia di cadere nella trappola della vanità e soffrire di ansia da prestazione. E ciò contribuisce a falsare gran parte di quello che facciamo. Chi di noi non ha creato un Google Alert con il proprio nome? Chi di noi non cerca di carpire come ci vedono gli altri o cosa si dice sul nostro conto? E chi di noi non si è mai sentito “in obbligo” di commentare pezzi o affermazioni altrui, facendo leva sul proprio ego piuttosto che stare all’oggetto del dibattito?

Dai, sputiamo il rospo. Anche i più distaccati in fondo sono vittime di questi meccanismi. Misuriamo ormai la qualità dei nostri interventi con il sensazionalismo verbale. Quindici anni fa per ottenere una discreta popolarità bisognava puntare alla qualità, senza mutilare gli argomenti o falsare pensieri.

Poi per “farsi una cultura” ormai, sembra di per sé sufficiente inserire la parola chiave nel motore di ricerca, cosicché Google ci offra un ventaglio smisurato di possibilità di esplorazione. Ma c’è una grande differenza tra le informazioni su misura confezionate da Google e la conoscenza approfondita. Credo risieda non tanto nel risultato finale della nostra ricerca, bensì nell’illusione che tale approccio genera. Crediamo  in tal modo di avere a portata di click il controllo del mondo che ci circonda, ma alla fine, intorno a noi, regna sempre più sovrano il caos. E non ci rendiamo conto di essere a nostra volta controllati e guidati nelle scelte. La natura umana è così ridotta a preferenze e abitudini. Digitiamo parole chiave per ogni cosa, impoverendo  il significato profondo della natura umana.

intelligenza-emotiva_Per ovviare a questo limite, Google che fa? Migliora l’algoritmo con l’obiettivo di “riuscire a rispondere velocemente e in modo esauriente alle nostre richieste sempre più complesse, lunghe, articolate”. Pare che i cervelloni di Google stiano infatti lavorando affinché l’algoritmo “capisca il linguaggio umano nella sua espressione spontanea, naturale, anche ambigua o confusa”. Che “bello”, ci toglieranno anche la fatica di trovare l’associazione di parole più adatta per individuare la risposta più attinente. Un giochino che mi è sempre piaciuto fare. In poche parole, parleremo con Google come parliamo con la nostra vicina di casa: “senti Betta, dove posso trovare un negozio che venda ortaggi cinesi e che non stia in una zona centrale della città?”

Tutto ciò in nome della facilitazione. Cosicché, dopo aver carpito tonnellate di informazioni sul nostro conto, orde di App ci renderanno tutto più facile e veloce. Che bello avere un telefono che mi accompagna passo a passo e mi guida l’esistenza. E che magari, mentre vado a scuola a prendere i miei figli, mi dice di svoltare a destra, percorrere duecento metri e raggiungere la libreria, quella che, guarda caso, ha proprio il genere letterario che amo.

Saremo, così, telecomandati. La magra consolazione è rappresentata dal fatto che i canali scelti saranno i nostri preferiti. Grazie cervelloni di Google, state lavorando per noi! Affinché i nostri cervellini rimangano tali e, magari, quelli delle nuove generazioni crescano abituati a non fare neppure la fatica di imparare a leggere un indice.

Google ha inoculato nella società un sentimento dominante:  ciò che non può essere “Googlato” non ha valore ed è considerato una fonte inaffidabile. Così facendo ha quantificato la nostra vita interiore e preparato il terreno per la computerizzazione della nostra intelligenza emotiva.

 

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Koozoo: l’applicazione che spia il mondo

11 marzo 2013

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Koozoo è una applicazione che propone il riutilizzo del proprio smartphone per creare una rete di telecamere indipendenti in giro per il mondo, gestite dai singoli utenti. Per ora l’applicazione è disponibile per iPhone e a breve anche per tutti i telefoni che utilizzano Android, il sistema operativo per dispositivi mobili di Google. Drew Sechrist, amministratore delegato dell’azienda americana ha lanciato l’idea, mettendo insieme una squadra di sviluppatori per la progettazione . In futuro, grazie al suo sistema, potremo avere informazioni dettagliate sul luogo da noi scelto creando così una rete di informazioni sempre precise ed immediate e potendo controllare personalmente con occhio cosa accade nel posto dove dobbiamo andare. Non a caso lo slogan è SHARE YOUR VIEW. LIVE.

Gli sviluppatori consigliano di installare l’applicazione su un dispositivo smartphone vecchio che non utilizziamo più, in modo che possa sempre trasmettere che cosa accade nel luogo che abbiamo deciso di “filmare”. Koozoo inoltre è stata progettata per non sovvracaricare la banda del wi-fi o 3g:  quando  l’applicazione va in stand by, riprende un solo fotogramma a intervalli di qualche minuto, in modo da creare una serie di anteprime da mostrare sulla mappa. Quando qualcuno si collega, l’app si risveglia e mostra un video in diretta del luogo su cui è puntata.

Per motivi di sicurezza e di rispetto della privacy, le immagini in diretta attivate dagli utenti devono essere approvate da Koozoo prima di essere rese pubbliche, inoltre,  l’applicazione non rileva o trasmette i rumori ambientali. Per ora Koozoo può essere utilizzato solo negli Stati Uniti e la sperimentazione riguarda la sola zona di San Francisco.

 

Certo che se dovesse uscire dal suo essere “embrionale”, questo progetto ambizioso potrebbe trovare delle utilissime applicazioni, basta pensare al luogo dove si vuole andare su una mappa, selezionarlo e vedere in diretta le cose che stanno succedendo, come sono le condizioni meteo, se ci sono parcheggi disponibili, se c’è troppa folla. Voi cosa scegliereste di filmare?

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Grand Canyon: con Street view di Google lo vedi

31 gennaio 2013

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Sono appena tornata dal Grand Canyon da Street View. Ero lì, davanti al mio Mac, ciondolavo nel web tra i miei preferiti. Trovata la news e sono partita. Sono partiti nell’ottobre dell’anno scorso anche gli ingegneri di Street View, percorrendo a piedi con il nuovo sistema di fotocamere Trekker in spalla, il sentiero Bright Angel del Grand Canyon. Per davvero, però. Da oggi, precisamente dopo le 12:00 (e ci siamo) è possibile vedere il risultato di questa mappatura incredibile, inquadrature mozzafiato  che coprono oltre 120 chilometri di sentieri e strade. Poggiate le penne, staccate il cervello e partite. Magari non è così facile (ri)creare la magia, ovvietà, meglio andarci di persona, ma la tecnologia ci è amica, rende liberi e regala possibilità.

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Trekker è il gioiello di Street View presentato per la prima volta nel giugno 2011, quando era ancora un prototipo. Si tratta di uno zaino con in cima un grosso pallone connesso ad uno smartphone e  composto da 15 fotocamere, ognuna da 5 megapixel, che scattano una foto ogni 2,5 secondi. Sono partiti in quattro, ogni coppia aveva un Trekker e manteneva una distanza di 50 metri dall’altra coppia per evitare di comparire nelle rispettive fotografie. Luc Vincent è l’ingegnere che ne ha supervisionato lo sviluppo, con lui, c’erano i suoi colleghi ingegneri Matthew PrestopinoCraig Robinson e Jamie Hoffacke. I quattro hanno percorso tutto il sentiero e hanno poi campeggiato al Canyon Phantom Ranch, facendo ritorno alla base il giorno seguente.

Ryan Falor è il product manager di Google: “ Quando abbiamo disegnato Trekker avevamo chiaro i mente che volevamo portarli proprio in queste località remote e irraggiungibili, abbiamo lavorato davvero duro per assicuraci che questo zaino speciale fosse resistente all’acqua, al freddo, al caldo e a tutte le avversità che avrebbe potuto incontrare lungo il sentiero”.

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Fatevi un giro, e magari se avete uno schermo grande, spegnete la luce…

 Fiume Colorado

Bright Angel Trail

South Kaibab Trail 

Meteor Crater

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