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Tag Archives: social network

Sgrunt, Boom, Gnam, Crash, Pow, Slurp, Chomp

25 febbraio 2016

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Ciao. Non potevo esimermi dal commentare i nuovi tasti di Facebook. Eh no.  E non me ne vogliate se bypasso il piccolo neologista Matteo ed il suo “petaloso”. Sui social è già sfilato di tutto e di più. Tant’è che il fiore, ormai, si è “spetalato”. Ma torniamo ai nuovi tasti di Zuchy. Si chiamano Reactions, lo sapete già. C’è il cuore, c’è la faccetta col sorriso beffardo, c’è quello stupito, quello che piange e c’è l’incazzato. Le cose da dire non sono poi tante. La prima, che salta all’occhio (almeno, al mio di occhio), è che sono davvero brutte. Tutte quante. Anzi, sono orrende. Santi emoji,  se proprio dovevano inserire una novità di portata mondiale, perchè scegliere delle facce così obsolete? Che sanno di vecchio, di antico. Insomma, sembrano uscite dagli anni ’80. A parte il cuore che è un cuore e basta. Ma anche su quello si poteva fare di meglio. Con tutti quei cervelloni del marketing, dico. 

Andiamo avanti. Le “Reactions”, per chi non riuscisse a capire cosa esprimono, hanno le didascalie: “Love, Haha, Wow, Sigh o Grr”. Non fanno una piega. E infatti molti giornali titolano così: “Reactions: così Facebook semplifica i nostri stati d’animo con i disegnini”. Sì, però a me complica tutto. Ad esempio no, se qualcuno scrive una boiata su FB, chessò, che pure Renzi è diventato vegano,  e io pigio l’onomatopeico “Grrr”. Cosa penseranno? Che ce l’ho con Renzi perché è diventato vegano o che ce l’ho con l’autore del post perché ritengo che scriva stronzate?  E poi, quel sorrisetto “Haha”, che sa più di “Hehe”con la faccina che somiglia a un Manga, non calza proprio una risata felice. Sembra un riso di scherno, quello. Per non parlare, poi, del tempo che impiegheremo a scandagliare l’elenco di chi ha cliccato cosa. Un gran macello. E si apriranno quesiti nuovi ed equivoci imbarazzanti.

Son dubbi, questi, che mi attanagliano l’esistenza da ieri. Insomma, non mi ci trovo. Capisco che non ha senso alzare un pollice quando qualcuno scrive che gli è morto il gatto. E che, con i tempi che corrono, bisogna condensare le reazioni in un solo gesto; sì, perché prima di questa “rivoluzione”, dovevamo inserire un’alternativa al pollice in sù. E questo costava molta, molta fatica. Scrivere, mettere in fila tre parole per esprimere uno stralcio di argomentazione.

Mah, sarebbe stato politicamente scorretto, ma più semplice, avere a disposizione il pollice verso. Come nelle arene dei gladiatori: pollice in sù….pollice in giù. In fondo, FB altro non è che una grande arena. Che poi, concludo con una ovvietà, la rapidità e la declinazione emotiva servono alla profilatura; servono agli inserzionisti, che da oggi in poi avranno una utenza più segmentata. Io rimango in attesa, speranzosa, del tasto dito medio.

immagine copertina Calvin e Hobbes

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Cosa comunica l’uomo di oggi?

11 aprile 2013

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Costantemente pronto a comunicare, e al tempo stesso incapace di farlo. Esprimere le proprie emozioni pare non sia così ovvio nella società dove tutto si dice. Dove tutto si “posta”. Dove tutto si può dire. Già, si è arrivati al paradosso. Lo strumento maestro per la comunicazione, ovvero, la scrittura, sembra aver perso la propria funzione. Quella di far scorrere da dentro il flusso delle emozioni. Le emozioni che scaturiscono dal rapporto con gli altri.

Siamo tutti in vetrina. E con noi, in vetrina, ci finiscono piccole porzioni mal espresse di noi stessi. Facebook, twitter, blog, diari, whatsapp, skype, e i riassunti delle nostre vite che questi strumenti racchiudono. I social network ci danno la possibilità di condividere con il mondo pensieri e stati d’animo. E siamo convinti di farlo. Immagini di quello che vorremmo essere. Frasi dette per esprimere pensieri non nostri. Sentimenti sbiaditi. Emozioni false. Idoli. Appiccicati su di noi per creare un personaggio. Un avatar.

La letteratura ne è la cartina tornasole. La rivista PLOS ONE  ha fatto un’approfondita analisi statistica sull’uso delle parole che veicolano stati emozionali, relativa ai libri pubblicati nel XX secolo. Così, analizzando la produzione letteraria, è emersa la frequenza (pare scarsa) delle parole legate ai sentimenti che compaiono nei libri pubblicati nel secolo scorso. Milioni dei quali sono oggi disponibili in forma digitale (circa cinque milioni di libri). E la tecnologia, in questi casi aiuta. Sono stati presi in considerazione i libri pubblicati in Gran Bretagna e negli Stati Uniti fra il 1900 e il 2000 sfruttando il database Ngram di Google. E il fiume immenso di parole in essi contenuto.

Si è passati così alla ricerca di parole classificabili in categorie come rabbia, disgusto, paura, gioia, tristezza e sorpresa. I primi dati rispecchiano  stati d’animo dell’uomo legati a precisi momenti storici: euforia espressiva degli anni venti del Novecento, seguito da un picco di manifestazioni di tristezza in coincidenza con la grande depressione e con la seconda guerra mondiale, e poi un ritorno della felicità durante gli anni sessanta del baby boom.

Il dato più sorprendente è la diminuzione generale, sempre più netta e progressiva, dell’uso di parole relative a stati d’animo. Tra queste poche parole, la “paura” sarebbe in aumento. Il “disgusto”, invece, sembra decisamente fuori moda. Tuttavia la questione è un’altra. Le espressioni di contenuto emozionale appaiono sempre meno. E sono improntate a un intimismo dai toni egocentrici. E narcisistici. Come dimostra un maggior utilizzo dei pronomi di prima persona singolare, a scapito di parole che indicano interazioni sociali (come “amico”, “parlare”, “noi”, “bambino”).

Questo ci riconduce alla ormai folle dimensione pubblica di noi stessi. E la dimensione pubblica sembra fagocitare la nostra anima. E la nostra anima si esprime ormai con un analfabetismo emotivo confinato in parole e faccine. “A cosa stai pensando” ci chiede Facebook. E noi postiamo. Postiamo quello che crediamo di provare. E che vogliamo far credere ai nostri tanti followers.

 
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