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Archive | marzo, 2013

USCIRE DAL GREGGE

30 marzo 2013

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Spesso utilizzo il vocabolario dei sinonimi e contrari. Come sovente mi servo del dizionario.  Si tratta di strumenti molto utili. Perché forniscono spunti per riflettere. E poi partire dalla definizione e dal significato di una parola aiuta sempre. Prendere le mosse da un sinonimo stimola a ragionare sul suo contrario. Cerco il contrario della parola battesimo. Battesimo non ha un contrario. Certo, come può. Mi salva, come al solito, Wikipedia.

Sbattesimo: Wiki mi reindirizza a Sbatezzo: atto formale di rinuncia al battesimo, sacramento di adesione per tutte le confessioni cristiane.

Per la chiesa si chiama apostasìa, e dal punto di vista dottrinale si commette un peccato mortale e pertanto si è soggetti alla scomunica latae sententiae come eretico (codice di diritto canonico 1364).

Ma come si fa, e sopratutto, perchè?  Le motivazioni possono essere tante, ma, tra i motivi di quelli che questo passo l’hanno già fatto, si evincono alcuni aspetti preponderanti: la consapevolezza che in fondo l’atto del battesimo è stato più subito che maturato. La convinzione che la Chiesa abbia spesso abusato del battesimo per ottenere “conversioni forzate”. Dunque la sensazione di essere un convertito forzato. Oppure il sentimento di delusione che ci accompagna dopo momenti come quello legato al Vatileaks, per esempio.

Per il Catechismo della Chiesa cattolica (n. 1213), il battesimo è il mezzo «mediante il quale ci si libera dal peccato e, rigenerati come figli di Dio, si diventa membra di Cristo, ci si incorpora alla Chiesa e resi partecipi della sua missione». Se il significato è questo, tutti i bambini nascono bisognosi di liberarsi dal peccato. Ai primordi del cristianesimo, invece, il battesimo veniva impartito agli adulti, e solo dopo un adeguato periodo di catecumenato. Gesù decise di farsi battezzare solo quando ebbe compiuto trent’anni. Solo successivamente il rito venne anticipato ai bambini.

Ancora oggi la Chiesa ritiene che i bambini «nascono con una natura umana decaduta e contaminata dal peccato originale» e hanno bisogno del battesimo «per essere liberati dal regno delle tenebre e trasferiti nel regno della libertà dei figli di Dio» (dalCatechismo della Chiesa cattolica, n. 1250). Ovviamente un neonato non ha la facoltà di scegliere, e la sentenza della Corte Costituzionale n. 239/84 ha invece stabilito che l’adesione a una qualsiasi comunità religiosa debba essere basata sulla volontà della persona: è difficile rintracciare tale volontà in un bambino di pochi giorni. O pochi mesi. Anche di pochi anni, se vogliamo.

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E qual’è la procedura di sbattezzo?

Per sbattezzarsi bisogna scrivere una lettera alla parrocchia dove si è stati battezzati , nella quale si comunica la propria volontà di non far più parte della Chiesa cattolica. La lettera deve essere inviata per raccomandata a.r. all’indirizzo della parrocchia allegando la fotocopia del documento d’identità. Il modello lo trovate nel sito della UAAR, Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti. Lì si trovano tutte le informazioni riguardo lo sbattezzo e non solo: assistenza morale non confessionaleprogetti per l’ora alternativa a quella di religione nelle scuole, e molte altre proposte che riguardano iniziative in difesa dei diritti civili degli atei e degli agnostici.

Ho raggiunto al telefono Raffaele Carcano, segretario della UAAR, e gli ho chiesto una stima del numero di sbattezzati in Italia:

“Dal 1999 (da quando abbiamo ottenuto dal tribunale il rispetto della legge della privacy per chi si sbattezza) c’è stato un graduale aumento del numero degli sbattezzi, con picchi in corrispondenza del caso Englaro e dei preti pedofili. I dati precisi sono in mano alla chiesa, ma Uaar stima che siano circa 25.000 gli italiani sbattezzati. Questa stima è basata sui 200.000 utenti che hanno scaricato il modulo, sul gruppo Facebook che vanta oltre 12.000 membri,  i 2337 cittadini che si sono sbattezzati nel corso delle tre giornate nazionali dello sbattezzo. In più sono 1796 le persone che hanno caricato il loro modulo di sbattezzo sul portale http://sbattezzati.it/.

Secondo lei, questi “picchi” di sbattezzi in presenza di scandali che hanno una grande ripercussione mediatica (preti pedofili, matrimoni gay, Vatileaks), non saranno un segno di una certa superficialità delle persone? 

Non esattamente. Il fatto che le persone decidano di sbattezzarsi in corrispondenza di momenti particolari come quelli forse conferma una scelta che stava maturando da tempo. Serviva solo il detonatore.

Secondo Lei, la figura di papa Francesco potrebbe contribuire a invertire il trend di crescita degli sbattezzati? Anche Don Mazzi, durante un’intervista, ha commentato la nomina di papa Francesco affermando: «la Chiesa non sia più potere. Da Papa Francesco ci aspettiamo un apertura verso i divorziati o chi convive», riferendosi inoltre alla libertà dei parroci di valutare che un divorziato possa confessarsi, e chi convive possa essere testimone di un battesimo o matrimonio.

Stando al confronto tra i dati di febbraio e marzo non direi. Tuttavia un papa come Francesco è vero che piace e ci si aspetta molto. Se si dimostrerà più liberale e riformista può darsi, ma tutto questo deve trasformarsi in atti concreti. Per noi l’importante è che le persone vivano bene le proprie scelte.

Chissà se Magdi Cristiano Allam ha già scaricato il suo, di modulo…

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Brasile: CENSURATO BLOG SATIRICO

28 marzo 2013

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Il blog satirico Falha de São Paulo da settembre 2010 è  censurato per aver pubblicato le parodie del giornale Folha de  São Paulo, dei suoi giornalisti e direttori. La battaglia legale in corso si è conclusa da poco, e a perdere pare sia stata la libertà d’espressione.

Nella prima disputa in tribunale, nel 2011, le due parti avevano pareggiato. I fratelli Lino e Mario Bocchini, ideatori del sito, hanno presentato ricorso per poter ottenere il diritto a potersi esprimere liberamente e criticare una delle maggiori testate del Paese. Questa è la sentenza:

“Il Tribunale di San Paolo ha deciso che il blog Falha S. Paulo deve rimanere chiuso. La decisione di censurare il blog non ha neanche preso in considerazione la questione dellla libertà d’espressione e si è invece basata solo sulle leggi di mercato. Il giudice Edson Luiz de Queiróz ha motivato la sentenza calcando sulla somiglianza dei nomi Falha de São Paulo e il marchio registrato Folha de São Paulo. Oltre a trattarsi di un chiaro caso di censura giuridica, il mantenimento della chiusura del blog costituisce un precedente pericoloso per la libertà d’espressione, sopratutto per quanto riguarda i casi di satira.”

La difesa del giornale parla di “appropriazione del marchio registrato, fatto inammissibile e che trasformava la parodia in questione in una vera e propria imitazione”.

L’avvocato difensore dei due giornalisti del blog, Luis Borrelli Neto, dopo la sentenza ha affermato:

“Se questa fosse l’interpretazione, nomi come UOL, Bol e AOL, per esempio, non potrebbero mai coesistere su Internet. Togliere ai suoi clienti il diritto di utilizzare il dominio vuol dire impedire la libertà d’espressione o quantomeno indebolire il diritto alla parodia”.

 Bella roba, c’è da preoccuparsi. Ma qualcuno davvero crede che sia solamente la somiglianza del suo nome con quella di un blog – che peraltro non conta con nessun tipo di pubblicità né di altra forma di finanziamento – il vero motivo della censura ?
Per chi volesse seguire la fase conclusiva del processo la può vedere su youtube.
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Nessuno accendeva le lampade – Felisberto Hernández

27 marzo 2013

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Ci sono delle letture capaci di risvegliare immagini nella nostra mente, nel nostro cuore e nei sensi, tutti. Pura seduzione. E leggerle diventa assolutamente indispensabile, per placare il bisogno del bello nelle cose, perché senza quel senso di pienezza, qualsiasi altra proposta perde di significato. La genialità, poi, sta nel conciliare senso dell’umor, ironia, finzione e realtà, drammaticità.

Mi è capitato – come spesso capitano le cose più belle – per caso, tra le mani: Nessuno accendeva le lampade, unico libro apparso in Italia di Felisberto Hernandez, scrittore uruguaiano, adorato e incensato da alcuni tra i grandissimi. Fu pubblicato per la prima volta nel 1972 con un saggio accompagnatorio di Italo Calvino.

“Non somiglia a nessuno: a nessuno degli europei e a nessuno dei latinoamericani, è un “irregolare” che sfugge a ogni classificazione e inquadramento ma si presenta ad apertura di pagina come inconfondibile.”

Hernandez è un mago delle parole, capace di umanizzare gli oggetti, di tenere uno stile e un ritmo unico, in una sorta di gioco di prestigio subliminale che non si percepisce immediatamente. Sono racconti che crescono con la lettura, e una volta percepita la magia si gode sempre di più. Ottima la regia delle scene, l’attenzione si sposta, spesso diventa frenetica ma mai caotica. Sempre essenziale.

In altri momenti le immagini sono talmente vive che ne senti anche i suoni, come in questo passaggio, tratto dal racconto che dà il titolo al libro:

Poco tempo dopo cominciai a correre un po’ meno su e giù per il teatro e ad ammalarmi di silenzio. Sprofondavo in me stesso come in un pantano. I colleghi mi inciampavano addosso, stavo diventando un ostacolo ambulante. L’unica cosa che facevo bene era lucidare i bottoni del frac. Una volta un collega mi disse: «Sbrigati, ippopotamo!» Quella parola cadde nel mio pantano, mi rimase appiccicata e cominciò ad affondare.

Sulla biografia di Hernandez ci sarebbe molto da dire. Non lo faccio. E’ più bello leggere l’opera prima di conoscere  la vita del suo creatore. Si parte dall’essenza. E si arriva infine al punto. Da leggere più volte. A distanza ravvicinata.

 

la Nuovafrontiera  pp 136

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Topolini, tremate. Myo è in arrivo e promette di comandare i computer senza mouse

26 marzo 2013

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Myo è un nuovo bracciale, progettato dalla start up canadese Thalmic Labs, con il quale si potrà controllare il computer da remoto grazie a un semplice movimento del polso. Myo utilizza una combinazione di sensori di movimento e “sensori d’attività”, che percepiscono qualsiasi cambiamento e associano le gesture a precisi comandi, elaborati da un processore ARM alimentato da una batteria ricaricabile.

Schioccate le dita ed azzerate il volume del video. Not bad. Già, con Myo potresti gestire presentazioni, video, giochi, navigazione web, musica e molto altro ancora con pochi gesti.  O addirittura potrebbe captarli ancor prima che sia avvenuto l’effettivo spostamento del braccio. Questo accade perché i muscoli si attivano poco prima che avvenga il movimento, e la tecnologia riesce ad interpretare anche questo gesto preventivo.

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E’ già possibile preordinarne un esemplare a 149$ tramite il sito ufficiale. Le spedizioni sono previste per il tardo 2013.

Scusate ma mi viene una domanda. Se per esempio sono su skype e ho una video chiamata aperta, cosa faccio con le mani? La gestualità deve essere inibita per evitare di causare un tilt al pc? Se, per esempio, mando a quel paese il mio interlocutore, sarà che contemporaneamente invio una mail per sbaglio?

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Armi stampate: permesso all’uomo tra i quindici più pericolosi al mondo

25 marzo 2013

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Il mercato della stampa 3D prende piede, neanche tanto lentamente, e si sente parlare sempre più spesso di artigiani digitali, i makers: una nuova generazione di creativi che potrebbe rivoluzionare oggetti e mercato, ribaltando le logiche del mercato e facendo tremare le economie di scala.

Probabilmente nell’immaginario collettivo, sentir parlare di stampa 3d fa venire in mente  un’unica possibilità di utilizzo: quello di realizzare dei pupazzetti di materiale sintetico da collezionare. Ma non è così. Dalla prototipazione alla produzione in serie il passo è stato veloce. Nella prima rivoluzione industriale è stata la macchina a vapore a innescare il cambiamento. In questo caso c’è di mezzo una macchina che “stampa” oggetti come stamperebbe un foglio.

Non è una novità, se vogliamo,  da trent’anni esistono strumenti simili nelle fabbriche. Ma tutto è cambiato quando nel 2009 Bre Prettis, 38 anni, hacker con la passione dei robot, ne ha realizzata una da circa mille dollari. Invece di 100 e passa mila. Prettis è ceo e cofondatore della MakerBot,  startup di Brooklyn (finanziata recentemente con dieci milioni di dollari), marchio leader nel nascente mercato della stampa 3D di largo consumo.

Non voglio fare un trattato sui vari tipi di stampanti e su cosa riescono a fare, rischierei di annoiarvi a morte. Per le specifiche tecniche ci sono svariati siti che ne parlano. Le implicazioni che interessano a questo blog sono diverse. Ora le stampanti 3D consentono a chiunque di produrre un singolo oggetto a costi bassissimi. Alcuni spunti per riflettere?

  • acquisto degli oggetti on-line senza farceli neanche spedire. Si acquista il progetto così da farlo realizzare alla tua stampante;
  • molteplici possibilità di personalizzazione, non solo nell’aspetto, ma anche nella forma e nei materiali;
  • progettare e prototipare strumenti e accessori e testarne direttamente il funzionamento e l’effettiva funzionalità per poi brevettarli e/o metterli in commercio.
  • miliardi di opportunità imprenditoriali a disposizione delle persone creative e brillanti.

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Usando questi congegni, gli smanettoni con la passione per la robotica, ma anche designers e artigiani stampano di tutto: dalle tazzine da caffè antropomorfiche alle copie di plastica degli orinatoi di Duchamp, gioielli, vestiti. Un architetto italiano, Enrico Dini, stampa addirittura case o barriere coralline artificiali per emiri arabi. Ti si rompe una maniglia della porta? Che problema c’è, se hai una di queste stampanti a casa, te la fai tu. Quello che ha fatto più scalpore è stato un violino, prodotto un anno fa da una società tedesca.

Ma la notizia che fa discutere è: “Ti serve una pistola? Stampatela” 

Il progetto è di Cody Wilson, uno studente di legge anarchico e autodidatta, creatore del sito Defense Distributedun progetto open source per fabbricare armi assemblando componenti ottenuti mediante stampa 3D. Pistole e fucili d’assalto, all’apparenza dei plasticoni, in realtà armi funzionanti, fabbricate in casa. Tuttavia, fatte in questo modo, cioè, totalmente in plastica, sparavano un solo colpo, dopodiché si fondevano. Pistole metal-free, non visibili al metal detector degli aeroporti. E quindi illegali.Ora l’azienda, che è pure una no-profit (e pare riceva finanziamenti in Bitcoin), ha sviluppato diversi prototipi, tra cui una semi-automatica in grado di sparare più di 600 colpi (la stessa arma utilizzata nella strage di Newtown). C’è da dire che non tutta l’arma testata è stata stampata. Il calcio, la canna con l’otturatore e le munizioni facevano parte di un’arma prodotta con metodi normali. La parte di arma che contiene il grilletto e il percussore è stato stampato (che dal punto di vista tecnico e legale rappresenta l’arma vera e propria).Per intenderci, qualcosa del genere:

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Nel sito si legge la mission: «difendere la libertà dell’accesso alle armi garantiti dalla Costituzione degli Stati Uniti facilitando l’accesso globale e la produzione e la conoscenza relativa alla stampa 3D di armi da fuoco e di pubblicare e distribuire, senza costi per il pubblico, queste informazioni nel pubblico interesse».

Ma tutto questo, in qualche modo, ha fatto già notizia. Il punto davvero inquietante è che da pochi giorni l’ufficio del Bureau of Alcohol, Tobacco, and Firearms statunitense,  ha concesso la tanto desiderata licenza ad hoc alla Defense Distributed, cioè, di fabbricare e vendere armi da fuoco con i tipici processi della stampa tridimensionale. “Ora possiamo distribuire alcuni dei pezzi che già abbiamo realizzato – dice Wilson alla stampa – Con questa licenza posso sostenere transazioni e trasporto di armi da fuoco”. Sul sito defcad.org, il gruppo ha già caricato i progetti 3D dei vari componenti per armi che possono essere liberamente scaricati e utilizzati.

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C’è da dire che i criminali riescono ad avere già adesso un accesso più o meno facile alle armi, senza bisogno di comprarsi una stampante 3D e imparare ad usarla. Ma si sa, la tecnologia corre, i costi si abbassano. Il punto è che la licenza appena ottenuta da Cody Wilson per la sua Defense Distributed rende l’azienda un produttore e un venditore di armi negli Stati Uniti, e quindi del tutto legali le sue operazioni – mentre finora c’era una certa ambiguità legale a riguardo: poteva distribuire i progetti, ma non il prodotto finito.

Ultima considerazione, non meno importante.  Sapevate che Cody Wilson è stato citato dalla rivista Wired come una delle quindici persone più pericolose al mondo? Forse Cody tra qualche hanno non sarà solamente una Contronotizia…

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ORA DELLA TERRA: spegnete le luci alle 20:30

23 marzo 2013

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Spegnere le luci del mondo intero per sessanta minuti. Ma che bello. Forse, più che la luce, è difficile staccare la spina. Ci proverà tutto il mondo oggi, alle 20:30, per l’Ora della Terra, un evento che si ripete ormai da sette anni: la prima volta, in Australia, nel 2007.

L’evento coinvolge le istituzioni (Comuni, enti, aziende), ma anche ai semplici cittadini, che possono aderire spegnendo le luci di casa propria e spargendo la voce. I primi interruttori salteranno quando scatteranno le 20:30 nelle isole del Pacifico (8:30 di sabato mattina in Italia). Si chiuderà 24 ore dopo dove è iniziata, alle Isole Cook, quando da noi saranno le 8:30 di domenica.

L’Opera House di Sydney, l’edificio più alto del mondo, il Burj Kalifah di Dubai, le torri Petronas di Kuala Lumpur, la Torre Eiffel a Parigi, le cascate del Niagara, l’Empire State Building di New York, il Parlamento di Londra, la Porta di Brandeburgo a Berlino, tutti inghiottiti dall’oscurità.

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E in Italia? A partecipare quest’anno saranno 280 Comuni, e al buio staranno la Mole Antonelliana di Torino, il teatro alla Scala di Milano, piazza san Marco a Venezia, piazza del Plebiscito a Napoli, l’Acquario di Genova, piazza Maggiore a Bologna, a Firenze il David di Michelangelo, Palazzo Vecchio, ponte Vecchio e Palazzo Sacrati Strozzi, la cupola di San Pietro in Vaticano, le mura di Lucca, la fontana Maggiore di Perugia, la torre dell’Elefante di Cagliari, la statua di Garibaldi a Trapani, i ponti di Calatrava a Reggio Emilia.

L’ora della Terra ogni anno acquista maggior visibilità, pensate che l’anno scorso le adesioni sono arrivate a più di 7000 città sparse in 152 paesi del mondo, per un totale di 2 miliardi di partecipanti.

Munitevi di candele e magari di una buona bottiglia… 

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Campionati di memoria: prima edizione in Italia

21 marzo 2013

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Inizia il 23 marzo 2013, a Roma, l’Italian Memory Championship, un evento memorabile per tanti motivi, direi. Uno perché è la prima volta che si tengono in Italia, secondo ma non meno importante, i requisiti per parteciparvi:  essere all’altezza di avversari del calibro di Johannes Mallow, che  è riuscito in soli 15 minuti a memorizzare perfettamente 110 date storiche, e non a caso è l’attuale campione del mondo. Le discipline sono dieci:

memorizzazione carte: tempo dieci minuti per memorizzare quanti più mazzi di carte possibili.

velocità sulle carte. Simile al precedente, ma lo scopo è di memorizzare un mazzo 52 carte da gioco: il tempo di memorizzazione è di 5 minuti, e vince il concorrente che abbia memorizzato tutte le carte nel minor tempo possibile.

numeri a voce: memorizzare una sequenza di cifre lette a voce alla velocità di una cifra al secondo

memorizzazione numeri: quindici munuti per memorizzare una grande quantità di numeri

Immagini astratte: ricordarsi, nell’ordine esatto, una sequenza di righe, forme geometriche e scarabocchi da osservare per 5 minuti.

Date storiche e future.  Scopo di questa disciplina è la memorizzazione di quante più date fittizie di eventi del passato e del futuro, collegandole all’evento corretto. 110 date in 5 minuti, vince chi ne ricorda di più.

Memorizzazione di parole: ricordare quante più parole casuali possibili,  tempo di memorizzazione è di 5 minuti . Ai concorrenti viene consegnata una lista di parole comuni organizzate in 5 colonne da 20 parole per pagina, per un totale di 4 pagine. Il tempo di memorizzazione è di 5 minuti, e viene assegnato un punto per ogni parola esatta di ogni colonna da 20 parole correttamente ricostruita. Vince il concorrente che totalizza più punti.

Velocità sui numeri. Come la precedente, ma si gioca con le cifre anziché con le parole.

Nomi e visi. I concorrenti si sfideranno nel memorizzare in 5 minuti quanti più nomi possibili collegandoli al viso relativo. Un punto per ogni nome correttamente ricostruito; vince chi totalizza più punti.

Codice binario. Ricordarne l’esatta sequenza dopo cinque minuti di memorizzazione.

I risultati di ogni Mental Athlete verranno inseriti nel Worl Ranking Mondiale sul sito www.worldmemorychampion.com. Il costo per l’iscrizione al campionato è di € 60 per ogni concorrente sopra i 16 anni. I bambini e i ragazzi fino a 16 anni non compiuti saranno i benvenuti gratuitamente e avranno una classifica a parte.

Vuoi provarci? Fallo, ma i posti sono pochi…non mi ricordo quanti…

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Come (non) si comunica con gli Emoticons

20 marzo 2013

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Qualche giorno fa sono salita in cabinovia con due teenagers, due ragazze, per l’appunto che, appena sistemati gli sci, tolti i guanti ed aggiustati i capelli, tirano fuori i loro iPhone e cominciano a smanettare. Illuse forse del fatto che io fossi straniera (e sfido chiunque a confondermi con una svizzera) cominciano a commentare i messaggini ricevuti sui loro smartphone. Ovviamente parlavano di ragazzi, e tra un ridolino ed un altro sento la seguente frase:

“Ma Ginni, seconde te, la faccina con linguetta…”

“Eh, che c’ha?”

“Eh, scusa, che vorrà dire secondo te? Che è arrapato o altro, tipo, magari mi prende in giro?”

“E che ne so io”

STOP: fermo il nastro della conversazione.

Arrapato oppure prende in giro? Senza voler fare a tutti i costi “quella che la sa lunga perché più grande”, no, ma un pensiero mi è venuto in mente e, ovviamente, tornata a casa…mi è venuta voglia di prendermela un pò con le EMOTICONS.

Su Wikipedia trovo la seguente definizione:

Le emoticon (o smiley, o smile, in italiano faccina) sono riproduzioni stilizzate di quelle principali espressioni facciali umane che esprimono un’emozione (sorriso, broncio, ghigno, ecc.). Vengono utilizzate prevalentemente su Internet, nei programmi di messaggistica chat, e negli SMS, per aggiungere componenti extra-verbali alla comunicazione scritta. Il nome nasce dall’accostamento delle parole “emotional” e “icon” e sta ad indicare proprio un’icona che esprime emozioni.

In realtà, la storia degli emoticon, o emoji, è davvero interessante. Niente a che fare con un semplice scambio di messaggi dal doppio senso come quello tra Ginni e Giangi.

Secondo una ricerca, la prima emoticon è stata utilizzata nel 1982 in un messaggio apparso in un BBS del Carnegie Mellon University, dall’informatico americano Scott E. Fahlman, per sottolineare l’ironia in una sua frase. Questo è il testo originale recuperato:

19-Sep-82 11:44 Scott E Fahlman :- )
From: Scott E Fahlman <Fahlman at Cmu-20c>

I propose that the following character sequence for joke markers:

:- )

Read it sideways. Actually, it is probably more economical to mark
things that are NOT jokes, given current trends. For this, use

:- (
E’ interessante, no? Sa un pò di preistoria,  ma è utile ritornare ogni tanto al big bang delle cose e vedere se nel tempo hanno mantenuto il loro senso originale. Secondo alcuni, il difetto dell’email consisteva nell’impossibilità di comunicare emozioni e toni di voce nelle poche parole richieste dalla netiquette.
In Giappone, luogo per eccellenza dove le emozioni trovano poco spazio per via delle molte regole di etichetta nelle conversazioni orali, la comunicazione per SMS o email rende più facile la costruzione di relazioni sociali informali. Da qui, allora, la necessità di creare gli emoji (pittogrammi), e, andando oltre, anche i kao-moji (“caratteri faccia”), che invece di essere ruotati come le emoticon di 90° (per esempio, 🙂 che sta per “felice”), sono distesi orizzontalmente, come per esmpio, (>_<), arrabbiato, oppure   (^ _ ^ ) / che significa “evviva!”, dove lo slash indica il braccio alzato. Per quest’ultimo mi viene da pensare che, personalmente, farei prima a scrivere la parola evviva…
 
A questo punto i vari dibattiti nascono e si concentrano sulla creazione di un set standard di emoticon valido in tutto il mondo. Per ora pare non sia possibile, perché la percezione del significato di ogni “faccina” può variare anche di molto nel caso di culture diverse dalla nostra, come nel caso di quella giapponese: ad esempio, l’emoticon (_ _) m per un giapponese rappresenta il dogeza, l’atto di inginocchiarsi chinando la testa verso terra per esprimere le proprie scuse o per fare una richiesta educata. Per noi occidentali l’emoticon potrebbe essere interpretata in qualsiasi altro modo, creando anche grandi equivoci.
Io però vorrei fare un’altra riflessione. Siccome in tutte le cose ci sono  gli eccessi, e la pigrizia umana non ha limiti, e, stabilito che comporre faccine con le lettere e i caratteri di una tastiera  è faticoso, abbiamo creato le faccine come questa: images-2
che altro non è che questa ;- ), che sarebbe una frase complessa o compromettente da scrivere. Da un lato concludere un messaggio di testo con una faccetta che strizza l’occhio può voler dire molte cose, anche nulla, ma il pensiero che mi viene è un altro. Se cresci comunicando in questo modo, che valore dai alle parole che scrivi, o meglio, che digiti? Il significato di ogni singola parola si perderà nel tempo? Che differenza provate a leggere questo:
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oppure questo: Ciao, sono pazza di te…
Perché una gran bella differenza c’è, o no?? Non sarà una scusa per nascondere quello che proviamo, piuttosto che un modo per velocizzare la comunicazione?
Il primo a pensarci, in ogni caso, pare sia stato Pirandello in “Uno, nessuno e centomila”

Le mie sopracciglia parevano sugli occhi due accenti circonflessi, ^ ^, le mie orecchie erano attaccate male, una più sporgente dell’altra; e altri difetti…”

Concludo con un giochetto, non voglio sparare a zero sulla modernità dei modi di comunicare, nè tantomeno demonizzare gli emoticons.  Vi faccio solamente leggere un testo: con una mano coprite la colonna di destra, che altro non è che la traduzione (oppure versione colloquiale) dello scambio di battute tra  due adolescenti.

 

 

sun                                                     A: buongiorno!

 

sun                                                     B: buongiorno a te!!

 

com’è?                                                        A: come stai?

 

images-5                                                        B: mah…così così, ancora mal di gola

 

images-1       ?                                          A: e la festa ieri? come è andata poi?

 

 

images-2                                                 B: alla grande direi, soprattutto il dopo…

 

 

images-4                                                A: ahhhh.. finalmente!  come è stato?

 

 

images                                                B: beh..ti dirò, inizialmente bene,

quando si è sdraiata meno..

 

??                                                             A: e perché?

 

G^^G                                                     B: aveva le orecchie a sventola…

 

???!!                                                    A: e che te frega? in quei momenti lì…passa in

secondo piano, noo?

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                                                        B: sì, infatti, ho escogitato un modo…

 

???                                                           A: e quale sarebbe??

 

DownloadedFile-6                                                      B: ho cambiato posizione.

 

Ascolta, non ci ho capito                 A:      DownloadedFile-1   

un cazzo, mi racconti 

quando ci vediamo, ok?

 

 

 

 

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