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Archive | luglio, 2015

Camminare senza meta, un’arte in pericolo d’estinzione

30 luglio 2015

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Una delle cose che la fotografia mi sta regalando è il camminare senza una precisa meta. Andare a zonzo e fermarmi quando mi pare, per quanto mi pare. Sedermi su una panchina e aspettare. Poi riprendere a camminare, per dove, poco importa. Importa quello che trovo, scovo, lascio alle spalle. Camminare così, senza dover imboccare per forza questa o quella via è un mantra per i sensi. E’ un po’ come ubriacarsi. Senza dubbio è un modo per ricollegare la mente e il corpo.

Avanzando a passo costante verso una deriva qualsiasi succedono molte cose, alcune sorprendenti. Le proprie barriere si dilatano, altre si dissolvono del tutto. Altre ancora si fondono con il paesaggio, la città, gli alberi o i lampioni. Camminare in questo modo equivale a prendersi il mondo. Aiuta rallentare il pensiero,  ormai confinato nel caos dei tempi nostri, intorpidito dall’accelerazione continua di tutto.

Andare alla deriva, infine, ci aiuta a perdere la bussola programmata e a ritrovare una dimensione meno mappata e più atemporale. Certo, il paradosso è che un’attività semplice come questa rischia di rivelarsi impraticabile, perché ci manca il tempo, ci manca uno scopo evidente, un ritorno quantificabile. Insomma, rischia di passare per una “perdita di tempo”, che solo alcuni “fortunati” si possono permettere.

Mettiamoci in cammino senza meta, proviamoci almeno in vacanza.  Rubiamo ai fantasmi e ai mendicanti la capacità di gironzolare. E tuffiamoci nella controcorrente senza nessuna indicazione o cartello, noi, abitanti di un mondo ipermappato. Noi, che non sappiamo più perderci.

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L’evasione cinematografica di El Chapo, re dei narcos messicani.

15 luglio 2015

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Una Contronotizia come questa, se siete amanti del genere “Fuga da Alcatraz”, o dei Dalton, fa il caso vostro. Arriva fresca dal Messico, terra ricca di cronaca, ahimè, molto nera. Anzi, nerissima. Tuttavia questa notizia  ha un sapore se non altro più romantico della solita carneficina che si legge nei titoli dei quotidiani locali.

Joaquin Guzmán Loera, detto El Chapo, uno dei più potenti narcotrafficanti del Messico, è riuscito a fuggire dal carcere di massima sicurezza dove si trovava, a El Altiplano. Lo ha fatto in tutta tranquillità, attraverso un tunnel ben illuminato e confortevole, lungo 1500 metri.

Tutto comincia circa un anno fa, quando gli uomini di El Chapo riescono ad ottenere, attraverso un ufficio di progettazione fittizio, le planimetrie  del carcere. Per realizzare quest’impresa sono stati rimossi circa 3.250 tonnellate di terra. E il bello è che i complici hanno inscenato dei lavori pubblici, distanti appunto 1500 metri. E’ bastato un capannone, da dove partiva il tunnel,  perfettamente visibile dalle torri di controllo del carcere, per nascondere i lavori. Non se ne è accorto mai nessuno.

Per portare via la terra sono stati utilizzati dei carrelli su binari e una moto. Una volta fuori dal tunnel  la terra  veniva sistemata dentro una cantina, dalla quale partivano i camion. E così sono stati portati via decine di migliaia di sacchi pieni.

Durante tutto questo tempo, gli ingegneri del cartello, aiutati dalle planimetrie precise, hanno deviato per ben due volte il tracciato del tunnel onde evitare di sbucare in zone a rischio, tipo che so, l’ufficio del direttore. Alla fine, però, sono riusciti a a raggiungere la zona sottostante la doccia del prigioniero numero 3.578. Lavoro concluso alla grande.

Il 12 luglio, verso le 20:52 , El Chapo è andato nella zona docce – zona senza molti controlli- , ha alzato una botola e ci si è infilato. Alla fine del tunnel ha trovato abiti civili, una motocicletta ed è partito nuovamente verso la clandestinità.

Certo è che da un prigioniero di quel calibro, conosciuto peraltro con il soprannome di “re dei tunnel” grazie ai vari tunnel che ha scavato negli anni, in barba alla polizia di frontiera, per portare la droga fuori dal suo paese, non si poteva sperare che si desse alla fuga volando…

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I postini non suonano più

12 luglio 2015

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Ti ricordi quando è stata l’ultima volta che il postino è passato a consegnarti una lettera? No, non intendo una bolletta o una multa, l’estratto conto o una pubblicità. Ma nemmeno un pacco Amazon. Dico, una lettera. In quale momento della tua esistenza lo hai visto per l’ultima volta?

Il postino era colui che conosceva nome e cognome di tutti gli abitanti della tua via, ogni indirizzo. Colui che aveva ben presente le amicizie, gli amori e umori, le cadenze e le pause. I tempi dilatati delle risposte. Colui che addirittura conosceva la diversa pressione che la penna lasciava sul foglio.

Qualche volta le buste sprigionavano profumi, erano morbide al tatto o contenevano piccoli oggetti. Petali di fiori, chesso’, bottoni. Fotografie e piccoli nastrini. Dal tatto tutto questo si riconosceva, e lui, il postino, lo faceva meglio di chiunque altro. Quante volte lo hai preceduto sulla soglia della porta, e quante volte gli hai sorriso tendendo la mano? Quante volte, invece, avresti voluto non vederlo nemmeno?

I bambini aspettavano con gioia un raro francobollo, quello che non aveva nessuno. E se tenevi qualche parente o amico lontano, magari in un paese esotico, allora l’attesa era ancora più impaziente. Chissà cosa sarebbe arrivato dal Giappone. O dal Messico. Chissà…

Amico dei bambini e dei solitari, dei cani e dei palloni che doveva schivare. Complice delle ragazze sognanti e degli amori nascosti, il postino teneva i segreti più intimi e faceva molta attenzione perché una lettera non finisse in mani sbagliate. Nei giorni di pioggia, poi, teneva la mano sotto la giacca colma di buste, perché l’inchiostro sbavava…

Il postino e il suo carico di notizie, di parole, di emozioni, risiede nella mente di pochi ormai. Le cartoline si inviano tramite le app. E la posta ci raggiunge per altre vie, più veloci, più efficaci, di sicuro meno magiche. E ora, di un amore, di un’amicizia, di una promessa, mantenuta o meno, non conosciamo nemmeno più la calligrafia.

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Ma siamo davvero così impegnati?

1 luglio 2015

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La nostra società sembra essere diventata definitivamente performante. Il che significa che le persone devono essere, per sembrare efficienti, iperconnesse, iperimpegnate e vivere in un stato di perenne euforia e felicità. Devono, sostanzialmente, vivere in un multitasking  convincente senza cadere nell’isteria.

Avevo letto da qualche parte che se lavori in ufficio (e non come la sottoscritta che lavora scalza per casa) devi, più che essere efficiente, sembrarlo. Tanto il lavoro, nella stragrande maggioranza dei casi, va avanti lo stesso senza che tu faccia più di tanto. E questo sembrare molto impegnati, dunque, ci fa guadagnare parecchi punti e ci fa passare anche per dei gran fighi agli occhi del prossimo. Sai quante ne sento così? “Ahhhno, non riesco proprio domani a prendere un caffè con te. Ho tremila cose da fare, devo andare in ufficio a finire un lavoro urgentissimo, poi prendo i bambini a scuola e li porto in piscina ma poi devo schizzare a una riunione e se riesco vado a fare una 10 km per beneficenza. Poi se sono viva mi mangio un boccone al volo perché devo andare a fare la spesa…ho gente a cena e dopo dovrei mettere a posto del lavoro arretrato…Ahhh, come vorrei del tempo per me!” Usti, vien da dire.

Per questo motivo il mondo è pieno di palestre, supermercati, edifici vetrati pieni di uffici, apparecchi elettronici, vie di ogni genere a rapido scorrimento, elettrodomestici computerizzati. Abbiamo sempre più tecnologia a disposizione, pronta a sollevarci da inutili fatiche e perdite di tempo. Ottimizzazione è la parola d’ordine. Così, il tempo lo guadagniamo invece di perderlo. Si, ma poi abbiamo più tempo per fare che cosa esattamente?

Nulla. Anzi, paradossalmente sono sempre le stesse cose, che si ripetono. Avere avanzi di tempo non ci porta quasi mai nulla di nuovo. La cosa interessante poi è che di questa vita delirante, ce ne vantiamo. Se alla domanda “che fai oggi?” rispondi che devi “solo lavorare un pò” ti guardano come se fossi una specie di lazzarona del terzo millenio. Prova a camminare per strada col fare ciondolante, lo sguardo oltre la linea dell’orizzonte e non sul telefono, mentre canticchi una canzone. Di certo penseranno che sei o svitata o fumata.

Il tempo, insomma, è gestito da chissà quale entità suprema. Questo stato di tempo-che-non-basta-più-e-nulla-ci-possiamo -fare, poi, in un certo senso ci appaga e ci omologa. Son tutti messi più o meno così. Tanto che ormai, la parola vado è stata definitivamente sostituita con “scappo”. Sto arrivando con “ti prego aspettami ancora un minuto”. Spengo il pc con “ancora un’ultima cosa e poi chiudo”. Il problema non è tanto la quantità di cose da fare distribuita in un lasso di tempo ristretto. E’ il farle contemporaneamente che rende il tutto complicato. Conosco una tizia che ha digitato il numero di telefono sulla calcolatrice. Mente io stessa, due sere fa, scrivevo la bozza di questo “pezzo” da novanta, guardavo un film, chiacchieravo in chat e provavo a cambiare canale con un pacchetto di Kleenex.

Gli esperti  lo chiamano il tempo contaminato. Non c’è più distinzione tra una cosa e l’altra. Così come non c’è distinzione tra le schede di lavoro aperte contemporaneamente nel nostro monitor. Passiamo da una schermata all’altra continuamente: Word, Facebook, Google, Traduttore, Instagram, Mail, iPhoto, WordPress, telefono, chat, messenger. E tutto questo perché siamo molto impegnati. Impegni, scadenze, consegne, tutto ci viene ricordato da post-it, allarm, remind, alert.

Ma davvero siamo sempre così impegnati? Ci siamo del tutto trasformati in macchine prestanti che non hanno più il controllo delle proprie vite e quindi del tempo? La risposta è una e non la si trova nel corso di meditazione o yoga, né nella vacanza forzata. Perché fintanto che questa patologica non-gestione del tempo sarà motivo di vanto o addirittura uno status symbol, non c’è cura palliativa che tenga

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