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Archive | settembre, 2015

Caro Tenzin, viva la gnocca!

24 settembre 2015

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Ho sempre pensato che il Dalai Lama fosse un gran furbacchione. Con quella faccetta un po’ così, quegl’occhi piccoli e strizzati, le manine sempre giunte in petto. Con tutto il rispetto che merita. Vi dico questo perché è di oggi la notizia, riportata da alcune testate nostrane, che la massima carica spirituale buddista ha dichiarato, in una intervista alla BBC, che se il suo successore sarà una donna, allora dovrà essere «molto, molto attraente», altrimenti «non serve a molto». A parte i molto di troppo, c’è da dire che ha perfettamente ragione.

Sono lontani, ormai, i tempi in cui il discepolo Richard Gere assoldava seguaci per la causa buddista a suon di fascino hollywoodiano. E nemmeno il  libro “Lettera alle donne” (Rizzoli, 2009), dove il monaco dei monaci elogia il potenziale femminile, condannando le logiche culturali del potere maschilista, ha dato chissà quale contributo alla causa.  Allora ecco l’arma segreta: la gnocca. Che ha, da sempre, il potere di reclutare seguaci in ogni dove (qui in Italia di sicuro, tutti buddisti diventeremmo) e diffondere la pace nel mondo. Levata di scudi da parte del mondo femminista e non solo. Certo, l’intervista ha spiazzato un po’ tutti.

Ma andiamo, suvvia! Tenzin (Tenzin Gyatso si chiama all’anagrafe il nostro Dalai) è così, ve l’ho detto. Un gran furbone. Un po’ come papa Francesco,  che durante il discorso di presentazione da neoeletto ha esordito con un  “buonasera a tutti”. Grandi uomini di marketing i lider religiosi, altroché.  E il caro Tenzin ha compreso perfettamente che tira più un pelo di discepola che un carro di buoi. E’ il marketing, baby!

Sì, tutto qui.

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Cari followers vi scrivo, così ci conosciamo un po’

22 settembre 2015

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Essì, succede così.  Ogni tanto mi sveglio col bisogno di cambiare qualcosa. Allora, per evitare il rischio di andare dal parrucchiere e fare una grande cazzata, mi sfogo sul blog. Che poi non è proprio una voglia di cambiamento la mia, ma un bisogno di fare il punto. Chissenefrega direte voi, fallo senza coinvolgerci (noi stavamo bene anche così). Eh no, avete presente quei momenti di coppia, quando ti ritrovi a cena dopo anni di convivenza e chiedi all’altro “allora? chi sei? tutto bene? che c’hai in testa, che si faaa?”. Ecco, ho bisogno, senza troppi giri di parole e senza sforare il milione di battute, di dirvi due cosette. Cari i miei followers, non importa quanti siete, se due o duecento (che poi potreste anche battere un colpo ogni tanto e lasciare pure dei messaggi).

La prima è: di che scrive Contronotizia? Beh, non lo so. C’ una sorta di mischia francesca che nasce dal profondo del mio  ego – treccani aiutami tu –  ego non sta per egocentrico. Potrei scrivere di qualunque cosa, in qualsiasi modo.  Per intenderci: se dovessi scrivere di un libro che ho letto, non significa che lo stia recensendo – lavoro che lascio a quelli bravi – significa che sto scrivendo-di-quel-libro-che-ho-letto. A vostro rischio e pericolo, poi.

Sì, è vero, in passato sono caduta nel tranello del “famolo sul serio” e forse qualche aria da recensista o giornalista me la sono pure data. Ma che ci volete fare, sono cresciuta e con gli anni uno deve fare i conti con i propri limiti. Dunque preferisco chiarire bene le cose: sono una che scrive e si diverte a farlo, punto. Bene o male non lo so.

La seconda è che faccio anche altre cose, per questo il blog va a singhiozzo.  Intanto ho due figli che scarrozzo di qui e di lì, e il mio momento di gloria intellettuale si svolge dalle nove alle tredici. E non è detto che succeda, perché lavorando da casa mi interrompono di continuo (ma chi poi?) e devo ogni tanto fare le “commissioni”, come direbbe la mi nonna. Per il resto della giornata mi trasformo in un taxi senza tassametro. Poi, per non farmi mancare niente mi sono imbarcata nella stesura di un romanzo, con il quale spero finalmente di diventare molto famosa e di guadagnare un mucchio di soldi. Nel frattempo (ve ne sarete accorti se sieti miei amici di faisbuk) mi sono dedicata alla fotografia: mi sta regalando qualche piacevole soddisfazione anche se non credo mi porterà fama e soldi come il best seller in uscita, per ora i soldi me li ciuccia solamente.

Basta direi. Ora che siamo arrivati al dessert e ci conosciamo un pochino meglio, sappiate che d’ora in poi vi renderò più partecipi dei cazzi miei. E infatti, per finire in bellezza, vi comunico che mi dovrò mettere gli occhiali. Per questo se troverete refusi non è per ignoranza ma per principio di cecità (seguirà, ovviamente, un servizio fotografico).

Cari miei followers, scrivetemi. Dovete andare in fondo alla pagina. Su, op op op …

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Cosa resta di una immagine.

3 settembre 2015

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Alcuni gridano al diritto di cronaca. Altri al dovere di informazione. Ogni giornale poi ci ricama su quel che vuole e la condisce al meglio. Tutto fa audience, in fondo. Siamo tanto attratti quanto impauriti di fronte alla morte. Vogliamo vederla da vicino, la vogliamo annusare e vedere se ci somiglia. Vogliamo capire, per esempio, che faccia avesse il bambino Aylan. Sembra mio figlio, quello di un’amica? Digitando la parola “bambino” questi giorni su Google ti viene suggerita la ricerca di “bambino siriano annegato”. E’ questo che vogliamo vedere. Decidere di non pubblicare o non condividere la foto non significa sottrarsi. Significa scegliere. Scegliere di conoscere senza indugiare sull’osservazione morbosa. E la verità è che siamo semplicemente affamati di immagini estreme. E decisamente poco informati.

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