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Expo Gate, che sempre più “divide et impera”

18 novembre 2014

ARTICOLI


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Largo Cairoli, anni 50

Il dibattito su Expo Gate è acceso, sempre di più. Ma purtroppo sembra che l’animata discussione stia prendendo la stessa piega di quella sulle scie chimiche, che vede da un lato i “complottisti ignoranti”e dall’altro quelli che la-sanno-lunga. O come quella sugli OGM, combattuta a colpi di ignoranza dagli “ostacolisti” ma spronati da quelli che sposano la causa del progresso.

Per Expo Gate si sta profilando in parte lo stesso schema: o ti piace e lo accetti – e dunque stai con “la Milano che cambia” -, oppure lo rigetti e quindi non sei in grado di dialogare con la cultura contemporanea. Un po’ come a dire che sei “out” e non capisci una mazza di architettura nè di accostamenti antico/moderno.

Ieri mattina, proprio all’interno di una delle due strutture in piazza Beltrami, ho potuto assistere ad un incontro-dibattito (anche se sarebbe meglio chiamarlo monologo) tra Matteo Gatto, direttore delle Aree Tematiche e Masterplan di Expo 2015, i ragazzi di Urban File e noi presenti, quattro (di numero) gatti presenti in sala.

gatto

L’incontro verteva appunto sul destino dei padiglioni espositivi dopo la conclusione dell’ Expo.Quale migliore occasione per chiarirsi le idee? Matteo Gatto ha esordito citando un articolo da lui definito “molto bello”, uscito ieri mattina sulla nuova piattaforma social-informativa Gli Stati Generali. L’articolo, a firma di un tal Diego Terna, prendeva di mira la famosa petizione popolare promossa  dal circolo PD Città-Mondo, rivolta all’amministrazione Comunale, che ha lanciato una raccolta firme online per richiedere “che venga preso pubblicamente l’impegno, alla fine di EXPO, di spostare immediatamente le strutture a cuspide dalla zona di Piazza Castello, ripristinando la piazza come in origine e inglobandola nei progetti di sistemazione dell’area pedonale”.

Gatto, in linea col tenore dell’articolo, ha enfatizzato il grande bisogno che Milano avrebbe di interventi pubblici, “al di là che piaccia o no”, e quanto il caso Porta Nuova sia emblematico della fatica e difficoltà che hanno i milanesi ad accettare il nuovo, il diverso. Poi ha continuato, sulla scia dell’articolo di Diego Terna, citando l’esempio della Tour Eiffel, “che forse, in effetti, non è proprio paragonabile, ma ci sta”.

Il dibattito-monologo si è quindi soffermato sul destino dei padiglioni.  Che appare assai incerto, considerando che è ignoto quale sia il modello di business su cui queste strutture possano reggersi.  Gatto ha citato l’unico esempio di padiglione costruito per restare, il Padiglione Italia, e ha fatto riferimento anche a quelli di Coca-Cola, Ferrero e Slow Food, che hanno messo a budget il riciclo delle loro strutture (Coca Cola sarà smontato e donato per ricoprire campi di basket in città, Ferrero sarà trasportato in Africa e trasformato in scuole e ospedali e quelli di Slow Food trasformati in capanni per attrezzi di agricoltura in Africa e Italia).

Dopo un mesto “ci sono altre domande? io avrei finito?” ho chiesto che fine avrebbe fatto, allora, Expo Gate. Del quale non si era fino a quel punto minimamente parlato. Fatto quanto mai singolare, questo, visto che Expo Gate è da settimane nell’occhio del ciclone. La risposta di Gatti al mio quesito è stata vaga. A conferma del fatto che il futuro di quella struttura è incerto. L’unica informazione data ha riguardato la riciclabilità delle due piramidi, che è pari all’85%.

Al pari, credo, di tanti milanesi, anche io non vorrei essere classificata come “incapace di dialogare con la cultura contemporanea”, o poco incline ad accettare i cambiamenti e una supposta modernità intrinseca nell’Expo Gate. Allo stesso tempo non desidero essere ascritta alla schiera di chi prende per moderno il primo ammasso di ferro e vetro che mi mettono davanti agl’occhi.

È comprensibile che le opinioni divergenti possano dare fastidio. Ma il sale della dialettica prevede, appunto, che ognuno abbia il diritto di esprimere un’opinione. Arrivando, perché no, ad affermare che l’Expo Gate “fa schifo”, benché privo di una minima cultura di base in materia.  E senza con ciò, come suggerisce invece  Diego Terna nel suo post, dover tornare sui banchi di scuola, “ad alcuni fondamentali, come la scuola, dove l’insegnamento dell’arte e dell’architettura non può fermarsi, al massimo, all’Ottocento”.

Terna, nel suo post, ha citato inoltre il Centre Pompidou come esempio di “elemento strutturale modulare, insistito, ricorda i backstage dei palchi da concerto, strutture flessibili che possono accogliere molti allestimenti differenti, così che la città stessa sia platea e promotrice, contemporaneamente, di eventi […] nel quale l’esibizione della struttura e degli impianti è necessaria per evidenziare la neutralità di uno spazio interno che possa accettare diversissimi usi ed adattarsi alle modifiche nel tempo.” Va però detto che il Centre Pompidou, a differenza di Expo Gate, è nato con uno scopo ben preciso, come “istituzione culturale all’insegna della multidisciplinarità, interamente dedicata all’arte moderna”. E non già come struttura provvisoria del cui destino nulla si è dato sapere.

I cittadini non sono ignoranti. Sono, come talvolta accade, mal informati. Perché, se è vero che Expo Gate sarà rimosso, allora si pone un problema di riassetto definitivo della piazza. E su questo punto Gatto è stato evasivo. E’ dunque dentro un brodo fatto di vuoti comunicativi, mancanze progettuali, complessi di superiorità di alcune cricche di intellettualoidi, informazione deviante che per giunta la butta in politica, nell’inettitudine istituzionale che nascono e crescono dubbi, voci, petizioni “senza fondamento”, rigetti per partito preso.

Innovativo sarebbe stato poter scegliere all’interno di una rosa di proposte progettuali, attraverso una votazione popolare. Innovativo sarebbe stato evitare di rinchiudere la discussione dentro lo schema della scelta tra il passato e il futuro. Come ha fatto Gatto, chiedendosi retoricamente: “preferivate forse le tre file di taxi della piazza come era prima forse? O le panchine di ghisa, quelle che piacciono tanto alle borghesi del centro?” Perché tra quella inutile e poco ospitale piazza che era un tempo, piena di autobus e file di taxi e quello che c’è oggi, ci passano infiniti tomi e manuali di buona architettura.


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