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Quali sono i morti che impattano di più?

23 gennaio 2015

ARTICOLI


Qualche tempo fa, all’uscita del cinema:

“Certo che in Rwanda c’è stato un vero massacro… 1.174.000 persone uccise in soli 100 giorni… il che vuol dire 10.000 morti al giorno, 400 ogni ora, 7 al minuto…Roba da matti”. Si poteva udire il mumble mumble delle testoline in coda mentre uscivano dalla sala.

Alcuni si asciugavano le lacrime, altri dicevano sottovoce “un pugno nello stomaco sto film, oh”. Il film in questione era “Il Sale della Terra”, film documentario del 2014 scritto e diretto da Juliano Ribeiro Salgado e Wim Wenders, che ritrae le opere del fotografo brasiliano Sebastião Salgado. Tra queste, appunto, il fotoreportage del genocidio commesso in Ruanda nel 1994.

Il film è stato per molti uno strappo dalla comfort zone emotiva: improvvisamente si sono ricordati che là, in quel Rwanda là, sono morte amazzate più di un milione di persone. Ma, e dei morti causati dal massacro di Dili durante l’occupazione indonesiana di Timor-Est nel 1991? Forse è troppo indietro nel tempo e non ci ricordiamo più nulla? O magari la copertura mediatica non è stata efficace e dunque poco si è saputo. E poi nessun famoso ci ha fatto un film documentario. Nemmeno una mostra di foto. Non c’era neppure feisbuc per poter condividere. Nulla, dimenticatoio.

Proviamo con un’altra: 16 dicembre 2014, Peshawar. I Taliban attaccano una scuola per figli di militari in Pakistan: 141 i morti di cui 132 studenti, la gran parte bambini, 124 i feriti. Forse questo episodio è più fresco nella memoria collettiva e poi ci sono i bambini di mezzo… “Lo abbiamo fatto per farvi soffrire”, sono frasi che rimangono ben impresse.

Infine aggiungiamoci tutti gli ostaggi decapitati o sgozzati…quelli ce li ricordiamo bene. Le loro facce. “Caspita”, mi aveva detto una tizia che conosco il giorno che avevano ammazzato Alan Henning, “quello là sembrava proprio un mio zio che vive a Palermo, Armando, sapessi che effetto mi ha fatto!”. O ancora,  quando hanno tagliato la gola a James Foley, tra i commenti agli articoli usciti on line c’era anche un “povero…quel figaccione assomigliava pure a Brad Pitt”. Provate ad immaginare migliaia di James Foley accatastati uno sull’altro, morti, come questi:

gente

Quanti giornali evitano di pubblicare immagini terribili per non “urtare le sensibilità”? Urtare le sensibilità o scuotere le coscienze? Quanto interesse può suscitare, nell’opinione pubblica europea, la vita di una nera che passa le sue giornate a trasportare acqua avanti e indietro per chilometri e chilometri? Cosa abbiamo in comune con lei? Nulla? Quasi nulla? Dipende? E sì, da cosa? Perché i morti a New York, Parigi o Londra provocano un maggior impatto emotivo di quelli in Centro America o in Asia? Sarà perché, banalità, sono più “vicini” a noi? Sono cresciuti nello stesso brodo culturale nostro, sappiamo come vivono, come lavorano, quali parolacce urlano se qualcuno gli frega il parcheggio? A volte indossano la stessa giacca nostra, quella acquistata con i saldi di fine inverno.

La condivisione genera empatia. Noi ci proiettiamo sugli altri, vivi o morti che siano. Riusciamo a sentire il loro dolore e la loro paura. Il terrore nello sguardo di un reporter che vive nella city di Londra è molto più tangibile del dolore di un ribelle povero e “senza cultura”. In nome dei “nostri” morti le istituzioni urlano: “Chiunque sia stato, pagherà”. I morti altri, invece, si meritano un fotocopiabilissimo ““Incidente tragico e scioccante”.

Proviamo a  traslare un episodio di questi in una delle nostre città. Una caso, che ne so, Milano: “Attacco terrorista alla Scuola Secondaria di Primo Grado G.B.Tiepolo a Milano, morti 124 ragazzini”. Caspita, proprio la scuola  dove vanno due amici di mia figlia…

Che ci piaccia o no i morti non sono tutti uguali. Quanto, ad esempio, la notizia del riscatto di 150 schiavi, tenuti prigionieri per anni in (pardon) un buco di culo del mondo come la Cina o L’Amazzonia, a produrre oggetti di cui non conoscono nemmeno l’utilità, ci tocca nel profondo? Quanto vale la vita di due volontarie italiane rapite contro quella di due congolesi?

Nella teoria, la Dichiarazione Universale dei diritti umani ci insegna che tutti noi abbiamo diritto alla dignità. Nella pratica, però, la vita dei bianchi vale di più della vita dei negri. E la vita dei ricchi vale di più di quella dei poveri. La morte in diretta del fotoreporter sgozzato, quello che somiglia a Brad Pitt, sì, quello figo con gli occhiali da sole, è più impattante di quella di un uomo senza volto. E’ così.

Allora, proviamo ogni tanto a cercare più informazioni in rete. Scoveremo fonti diverse, che forniscono punti di vista diamentralmente opposti a quelli della massa. Alcuni media possono apparire come indipendenti perché parlano con voci diverse dagli altri. In realtà, semplicemente ridicono la stessa cosa. Questo perché offrono un’informazione limitata agli interessi da coprire: i 12 morti di Parigi valgono molto di più dei duemila morti in Nigeria per mano di Boko Haram. Lo scarto temporale tra i due episodi era nullo.

Dobbiamo tirarci fuori dalla comfort zone informativa, perché alla lunga appiattisce e omologa il pensiero. Ci fa dimenticare tante piccole e grandi guerre e fa retrocedere un evento a discapito di un altro. E rende i morti diversi tra loro.


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