Crea sito

Archive | 2017

Due buoni motivi (e una copertina) per leggere “L’estate del coniglio nero”

21 febbraio 2017

Commenti disabilitati su Due buoni motivi (e una copertina) per leggere “L’estate del coniglio nero”

Non so se faccio bene a scegliere i libri dalle copertine. Il fatto è che le recensioni sono noiose, la classifiche farlocche e i gruppi lettura ti fanno sentire ignorante come una capra. Si potrebbe ricorrere al consiglio dell’amico che legge un sacco, ma si tratta pur sempre di un filtro esterno. Per assumermi appieno la responsabilità della scelta, dunque, faccio da sola. Il più delle volte, in questo modo: prima guardo i colori e l’effetto d’insieme della grafica,  poi leggo il titolo (anche se di quello non sempre mi fido), infine vado a sbirciare il retro. Una volta lì, leggo le prime due righe della sinossi e le prime due della biografia. Se qualcosa mi piglia, compro. Detta così sembra macchinosa e superficiale, ma è un’operazione che dà buoni risultati e che richiede circa otto secondi. 

lestate-del-coniglio-nero

Di L’estate del coniglio nero, la cosa che mi ha convinta a spendere 10, 90 euro è stata la seguente frase nella biogafria dell’autore: “Terminata la scuola si è trasferito a Londra per cercare di diventare una rock star. Dopo aver lavorato in uno zoo, un crematorio e un ufficio postale, ha cominciato a fare quello che gli riusciva meglio: scrivere libri per adolescenti.” Questo a proposito della vita di Kevin Brooks. Chi di noi non voleva diventare una rock star? O chi di noi non ha mai pensato di lavorare in un crematorio? Ok, lasciamo stare il crematorio e teniamoci buona la rock star. Veniamo al dunque.

L’estate del coniglio nero è un noir per “giovani adulti”. Adolescenti, post adolescenti, pre adulti e curiosi, insomma. Ma questo non significa che i personaggi intercalino ogni due parole con un “cioè” o che dicano “scialla” ogni volta che devono dire “stai tranquillo”. Non è una questione di forma, ma di aderenza. I ragazzi non sono dei cretini, sanno perfettamente quando il libro pesca a piene mani nel loro mondo. 

Brevemente la trama: Pete, il protagonista, da che voleva starsene solo “disteso in camera a guardare il soffitto” riceve una telefonata di Nicole, che lo invita ad una rimpatriata tra vecchi amici prima che le loro strade si separino definitivamente. Pete è titubante perché una vocina dentro di lui gli dice che è meglio rimanere “disteso in camera a guardare il soffitto”. Alla fine accetta e decide di portarsi dietro anche Raymond, un ragazzo che pare vivere su un pianeta tutto suo e che ha un coniglio nero in giardino che gli parla.

Tipo strano Raymond, che fuso in Pete, fa saltare fuori un unico personaggio molto empatico, una sorta di anti eroe che calamita subito chi legge. Pete, Raymond, Eric, Pauly e Nicole si ritroveranno nel loro vecchio covo e ci daranno dentro con alcool e droghe leggere. La serata proseguirà al luna park e finirà con la misteriosa scomparsa di Raymond. Ma quella stessa notte si perderanno le tracce anche di Stella Ross, celebrità locale e figlia di un batterista famoso, che si è guadagnata il sopranome di “bomba quindicenne” a suon di scandali e selfie. Ovviamente tutti penseranno che le due sparizioni siano collegate. Tranne Pete, l’unico che conosce veramente Raymond e al quale è molto legato. Tra gli amici cominceranno a venire a galla rancori, segreti e gelosie mai superate. Alla fine l’enigma delle due sparizioni si risolverà (anche se solo in parte) grazie alla tenacia di Pete.

Il libro è avvincente. La tensione si mantiene sempre alta e rimbalza tra i fatti e gli stati d’animo. Ad essere sincera trovo che i romanzi young adult sortiscano l’effetto “analisi”, perché ti fanno regredire nel tempo e dialogare con ciò che si è stati.  Malinconie, paranoie, senso di inadeguatezza sono solo alcuni dei sentimenti che ci portiamo dietro e che permeano il mondo dei protagonisti. Noi lo sappiamo già, siamo grandi ormai: non ci sono soluzioni edulcorate, quest’è. Pete lo imparerà sulla propria pelle. Così come imparerà che gli amici cambiano, anche da un’estate all’altra. 

Pete è un personaggio molto azzeccato, fa presa subito. Da che fissa il soffitto e si trascina per casa nell’indolenza del fine scuola, fino alla trasformazione personale, che altro non è che il tentativo di comprendere cosa è giusto e cosa non lo è. E poi, per gli occhi più fotografici, non guasta l’atmosfera dark, a tratti cinematografica. Come quella del luna park, ad esempio. Aggiungo molto volentieri altri due buoni motivi per leggerlo: il primo è l’assenza di aggettivi di troppo e l’altro il mancato cliché, scontatissimo, che vuole per forza il conflitto generazionele tra genitori e figli. Quello non c’è. 

Continue reading...

Di permalosi, sciarpe-manica a altre storie

23 gennaio 2017

Commenti disabilitati su Di permalosi, sciarpe-manica a altre storie

Moda-uomo-sciarpa-manica-720x437

Di gente che se la lega al dito ne è pieno il mondo. Io ne conosco uno così. Senza entrare troppo nei particolari, dovete sapere che questo tizio, all’epoca un esponente del partito Italia dei Valori, aveva proposto un comitato accoglienza UFO. Essì, proprio così. In parlamento. Io ne avevo scritto in maniera ironica sul mio blog e sul Linkiesta (ma non solo io eh? anche Giornalettismo e molti altri; la minaccia di querela l’avrà fatta anche a loro, o solo a me?), di lui e della sua proposta. Vabè dai, l’ho preso in giro. E lui l’ha presa malamente. E’ fatto così, dice un sacco di parolacce e offende le donne sul web. Ma io lo saluto ugualmente, perché non me le lego al dito le cose e so che è un mio accanito follower, che legge ossessivamente tutto ciò che scrivo: ciao Giuseppe!

Per farla breve, se l’è legata talmente tanto che in un suo recente post pubblicato su Affari Italiani e tutto dedicato a me (tutto tuttissismo, eh), con tanto di mio nome e cognome sul titolo, scrive: “Consuelo Canducci è una blogger brasileira che si diletta di giornalismo senza essere giornalista”. Usti. Andiamo per punti. Punto uno: “brasileira”. Grazie per averlo specificato, ma non vedo quale sia il problema. Ahhhhh ho capito, siamo alle solite. Le “brasileiras” che conosce Giuseppe forse sono di tutt’altra specie. Può darsi.  Secondo punto: “si diletta di giornalismo senza essere giornalista”. Dunque, caro Giuseppe, fammi capire. Per scrivere bisogna essere dei giornalisti? Chi mi segue e chi mi conosce lo sa che non ho velleità in questo senso. Non mi serve una tessera per dire ciò che voglio.

Insomma, secondo Giuseppe scriverei una marea di cazzate. E non ha nemmeno tutti i torti. Ma a me sto fatto del battibecco in rete mi stufa assai, e vi state stufando pure voi, lo sento. Tempo mezzo minuto e cambiate pagina. Ma i permalosi mi stanno antipatici. Allora, da degna cazzara che sarei e per non sconfessare la tesi di Giuseppe che mi vuole “blogger della Domenica”, oggi vi parlerò di moda, anche se è già lunedì. Leggete questa:

“L’invenzione per il prossimo inverno si chiama sciarpa-manica, un grande pezzo per avvolgere l’uomo e scaldarlo sulle braccia, intorno al busto e al collo da portare scanzonatamente ma anche elegantemente sopra l’abito giacca e pantaloni. Una sciarpa-manica mai vista, rivoluzionaria, adatta ai ritmi di oggi che può sostituire il caban e il parka e far muovere i maschi in modo contemporaneo e seducente.”

Dietro a questa diavoleria in maglia chi c’è secondo voi? Sparatene una a caso. Lui, unico e inimitabile, Giuseppe. No, scusate ho fatto casino. Volevo dire Giorgio, Armani Giorgio. Non vorrei sputtanarlo subito, che poi mi si accanisce pure lui con i post contro “la Canducci”, ma la sciarpa-manica non è poi questa invenzione. C’è da mo’. Almeno per le donne. Diamo a Giorgio se non altro il merito di averla propinata ai maschietti. Anche qui, i punti sono due. Il primo è che io, la sciarpa-manica, l’avevo indossata tempo fa. L’ho trovata ad un mercatino neo-hippie, fatta a maglia, dai colori melange (Giuseppe, correggimi tu se sbaglio lessico).

Lì per lì, mi sembrava anche intrigante come capo d’abbigliamento, ma poi mi sono chiesta: si userà sotto la giacca o sopra la giacca? Perché portata sotto, fa effetto T.Rex con le braccine che ti spuntano a malapena da sotto le maniche del cappotto; usata sopra, fa effetto camicia di forza. Non se ne esce in tutti sensi. In rete c’è anche un manuale d’istruzione su come va indossata:

sciarpone2

Ma io ho lasciato perdere, non l’ho comprata perché nella mezza stagione, poi, non serve. Fa sudare il collo e finisce che mi incricco. Ma Armani è Armani, altro che chiacchiere. Altro che me e te, caro Giuseppe. I suoi maschietti, quando indossano la sciarpa manica, sembrano tutto fuorché dei T.Rex. O dei matti da legare. Per concludere, nel comunicato stampa che accompagna la nuova linea Armani per il 2017-2018, si legge:

“Una riflessione sulla propria storia stilistica che scardina le regole sempre con molto garbo: non manca un pelliccione, non mancano una serie di curatissime doctor bag, come i completi di tessuto bellissimo a sei bottoni, illuminati da camicie bianche, oppure shearling voluttuosi sempre con un comodo e rassicurante cappuccio.”

Non so voi, ma io non ci ho capito molto. Va a finire che ha pure ragione Giuseppe. Scrivo di cose di cui non so ‘na cippa. Però io, le mie cazzate, le lascio a casa. Non le propongo in Parlamento. Facciamo così Giuseppe, se continui a seguirmi regalo una sciarpa manica pure a te. Così da sembrare un pochino più scanzonato. Ci stai?

Continue reading...

Se l’assistente vocale ti complica la vita

20 gennaio 2017

Commenti disabilitati su Se l’assistente vocale ti complica la vita

C1RWNekUcAAjERr

Ciao e buon anno. Agli inizi di gennaio, la CNN ha riportato una notizia curiosa: una bambina di sei anni abitante a Dallas, ha ordinato tramite Amazon Echo una casa delle bambole da 170 dollari e circa due chili di biscotti assortiti. I suoi genitori avevano attivato lo speaker senza mettere le restrizioni, come i codici di conferma degli ordini. Echo è sempre connesso al Web (disponibile per ora solo negli USA) e si controlla principalmente attraverso la voce. Le sue funzionalità sono estremamente variegate, tra le quali quella di fare acquisti on line. In poche parole, la bambina ha espresso il desiderio al comando Alexa, l’assistente vocale di Amazon Echo, testualmente così: “Alexa, can you play dollhouse with me? Can you  get me a dollhouse and some cookies?”. E Alexa, ubbidiente come poche, ha ordinato ciò che le era statao richiesto.

Ma la storia non finisce qui. Quanto accaduto è stato ripreso in seguito dai telegiornali locali, i quali hanno riportato la frase della bambina durante la messa in onda. Morale: nelle case dove la tv era accesa e che avevano a loro volta Amazon Echo attivo, è partito lo stesso ordine. E così sono state consegnate svariate case delle bambole da 170 dollari e mega confezioni di biscotti assortiti in tutta la zona.

Raccontata così, la notizia può sembrare comica.  E invece deve farci riflettere. Più che una imminente rivolta delle macchine, questa storia rivela quanto noi siamo ancora impreparati a gestirle, le macchine. Amazon, attraverso questo assistente vocale intelligente, garantisce una modalità di interazione con i servizi «senza alcuna frizione». Non serve guardare uno schermo, si chiama semplicemente «Alexa» – peraltro pare non serva nemmeno urlare, basta sussurrare –  e le si chiede di ordinare una pizza, un auto di Uber o le informazioni sul traffico per andare in ufficio.

Certo è che l’intelligenza artificiale rappresenta una grande opportunità per facilitarci la vita o rimbecillirci. A voi il dilemma. Ma al tempo stesso può generare rischi difficili da prevedere e da gestire. Non a caso un cospicuo gruppo di ricercatori ed esperti di intelligenza artificiale (tra cui Elon Musk, Stephen Hawking, Steve Wozniak e Noam Chomsky) ha sottoscritto una lettera aperta presentata durante la International Joint Conference on Artificial Intelligence di Buenos Aires nel 2015, dove chiedono di bandire a livello globale per lo sviluppo degli armamenti autonomi. Perché il nodo della questione è e sarà il controllo. O la sua perdita. Come nel caso della famiglia di Dallas, che se l’è cavata con una casa delle bambole e dei biscotti assortiti. Poteva andare peggio.

 

Continue reading...